sabato 9 dicembre 2017

A PROPOSITO DI GERUSALEMME CAPITALE D'ISRAELE...




sto
di Agostino Spataro
La comunità internazionale ha respinto l’improvvida decisione del presidente Donald Trump di ordinare il trasferimento dell'ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme che, di fatto, avalla la scelta adottata dai governanti israeliani, unilateralmente e in difformità delle deliberazioni dell’Onu, di proclamare la "Città Santa" delle tre religioni capitale dello stato d’Israele.
Tale scelta é giudicata preoccupante, inopportuna sul terreno politico per le conseguenze gravissime che può determinare (che sta già determinando) sul piano della convivenza e della sicurezza fra i popoli palestinese e israeliano e gli altri della regione e, soprattutto, perché lede lo spirito e la lettera delle diverse risoluzioni dell’ONU a riguardo. Appare chiarissimo che tale forzatura introduce un ulteriore elemento di destabilizzazione nella martoriata regione mediorientale e mediterranea.
Bene, dunque, hanno fatto i governi europei e, fra questi anche il governo italiano e il Vaticano, a manifestare contrarietà verso tale decisione e a ribadire il rispetto per le risoluzioni dell'Onu e per i diritti nazionali del popolo palestinese e quelli delle altre due religioni (cristiana e islamica) che considerano “luogo santo” la città di Gerusalemme.
I sottostanti materiali (estratti da una pubblicazione ufficiale delle Nazioni Unite) evidenziano, con estrema chiarezza, lo status di “corpo separato”, sotto regime internazionale speciale, della città che non può essere alterato da alcuna decisione unilaterale e al di fuori dell’ambito ONU.
Tale assunto è sempre in vigore, non essendo stato mai revocato dalle Nazioni Unite.
Purtroppo, non è questa la prima volta che vengono aggirate, violate le risoluzioni in materia.
In primo luogo da Israele che, paradossalmente- come si potrà rilevare dalla sottostante lista- può vantare un doppio primato: quello di essere il primo Stato al mondo creato dalle Nazioni Unite ed il primo nella graduatoria degli Stati che più disattendono le decisioni dell’ONU.
Come dire: il figlio che non rispetta le decisioni della madre (Onu) che lo ha generato!
Non è superfluo ricordare che l’Onu, nonostante l’indebolimento provocato dall’unilateralismo israeliano e statunitense, praticato da vari presidenti Usa (da Reagan in poi), resta l’unica fonte, universalmente riconosciuta, della legalità internazionale.
Qualsiasi governo è tenuto a osservare le sue decisioni e raccomandazioni.
Chi non le osserva si mette fuori della legalità internazionale.
A maggior ragione dovrebbe osservarle Israele, uno Stato che è figlio diretto di una decisione dell’Onu. Ma, così non è stato e non è. Soprattutto nella gestione dei suoi difficili rapporti con i popoli e gli Stati vicini (Palestinesi, Siria, Libano, Giordania).
Per chi desidera documentarsi sulle principali violazioni israeliane a riguardo può consultare la vasta documentazione prodotta dalle Nazioni Unite e da altri organismi internazionali.
Per agevolarne l’approccio, segnaliamo i passaggi più significativi di un documento elaborato e diffuso dall’Onu (“Le statut de Jérusalem”, New York, 1997) che ricostruisce (fino all’anno della pubblicazione) l’exursus storico e politico della questione di Gerusalemme: 

Pag. 1: Un regime internazionale speciale per Gerusalemme
“L’Onu, che tende a dare una soluzione permanente al conflitto (arabo-israeliano n.d.r.), adotta nel 1947 un piano di spartizione della Palestina che prevede la divisione della Palestina in uno Stato arabo e uno Stato ebraico e la costituzione della città di Gerusalemme in corpus separatum sotto regime internazionale speciale, amministrata dal consiglio di tutela dell’Onu.” 
 Pag. 2: La comunità internazionale considera nulla l’annessione della “Città santa” 
“Dopo la guerra del 1967, Israele s’impadronisce di Gerusalemme - est (settore arabo n.d.r.) e dei territori palestinesi e fa sparire la linea di demarcazione fra i settori est e ovest…Israele che ha già annesso Gerusalemme – est, proclama, nel 1980, “Gerusalemme intera e riunificata la capitale d’Israele”…
“Tuttavia, la pretesa israeliana su Gerusalemme non è riconosciuta dalla comunità internazionale che condanna l’acquisizione dei territori mediante la guerra e considera come nullo e non avvenuto ogni cambiamento sul terreno”.
 Pag. 9: Gli arabi disposti ad accettare il regime internazionale su Gerusalemme
“La commissione di conciliazione (di cui alla risoluzione n. 194 adottata dall’Assemblea generale dell’Onu l’11 dicembre 1948) fa sapere che le delegazioni arabe erano, nell’insieme, pronte a accettare il principio di un regime internazionale per la regione di Gerusalemme a condizione che l’Onu ne garantisse la stabilità e la permanenza. Israele, dal suo lato, riconoscendo che la Commissione è legata alla risoluzione 914 dell’Assemblea generale, dichiara che non può accettare senza riserve che i Luoghi santi siano posti sotto un regime internazionale o sottomessi a un controllo internazionale.”
 Pag. 11: Gerusalemme, corpus separatum
“…l’Assemblea generale (dell’Onu ndr) riafferma le disposizioni del piano di ripartizione secondo il quale Gerusalemme sarà un corpus separatum amministrato dalle Nazioni Unite, l’Assemblea invita il Consiglio di tutela a concludere la messa a punto dello Statuto di Gerusalemme…e chiede agli Stati interessati d’impegnarsi formalmente a conformarsi alle disposizioni della risoluzione…(n. 333)”
 Pag. 12: Dayan, occupa Gerusalemme
Il generale Moshe Dayan, vincitore della guerra lampo detta dei “sei giorni” dichiara il 7 giugno 1967: “le forze armate israeliane hanno liberato Gerusalemme. Noi abbiamo riunificato questa città divisa, capitale d’Israele. Siamo rivenuti nella Città santa e non ce ne andremo più”
Pag. 13: le autorità d’occupazione sciolgono il consiglio municipale di Gerusalemme est
Secondo un rapporto di M. Thalmann, (rappresentante personale del segretario generale dell’Onu per Gerusalemme) il 29 giugno 1967 un ordine della difesa militare (israeliana ndr) ha sciolto il Consiglio municipale composto di 12 membri che assicura la gestione di Gerusalemme - est sotto l’amministrazione giordana…Il Consiglio municipale di Gerusalemme - ovest, composto da 21 membri tutti israeliani, assorbe il vecchio consiglio, il personale tecnico arabo del municipio di Gerusalemme - est viene incorporato nei servizi corrispondenti della nuova amministrazione.”
 Pag. 15: la Knesset proclama Gerusalemme riunificata capitale d’Israele
Il 29 luglio 1980, malgrado l’opposizione della comunità internazionale, la Knesset (parlamento israeliano ndr) adotta la “Legge fondamentale” su Gerusalemme che proclama Gerusalemme, intera e riunificata, capitale d’Israele, sede della presidenza, della Knesset, del governo e della Corte suprema.”
 Pag. 20: nuove colonie ebraiche nelle terre dei palestinesi 
“Si apprende che la gran parte dei beni palestinesi di Gerusalemme - est e dei dintorni è stata sottratta dalle autorità israeliane (mediante espropri e confische) in cinque tappe:
Gennaio 1968, circa 400 ettari nel quartiere Sheikh Jarrah dove vengono impiantate le prime colonie ebraiche per un totale di 20.000 persone;
Agosto 1970, circa 1.400 ettari in favore delle colonie di Ramat, Talpiot-est, Gilo e Neve Ya’acov dove vivono attualmente circa 101.000 ebrei;
Marzo 1980, circa 440 ettari destinati all’impianto della colonia di Pisgat Ze’ev destinata ad accogliere 50.000 ebrei;
Aprile 1991, circa 188 ettari per la realizzazione della colonia di Har Homa per un totale di 9.000 appartamenti;
Aprile 1992, circa 200 ettari sono destinati alla creazione della nuova colonia di Ramat Shu’fat per un totale di 2.100 nuovi appartamenti.
 Pag. 27: il Consiglio di sicurezza dell’Onu esige il ritiro d’Israele dai territori occupati
“Nella famosa risoluzione n. 242 del 22 novembre 1967, il Consiglio di sicurezza dell’Onu… sottolinea l’inammissibilità dell’acquisizione di territori mediante la guerra e afferma che il rispetto dei principi della Carta delle Nazioni Unite esige il ritiro delle forze armate israeliane dai territori occupati e il rispetto della sovranità, dell’integrità e dell’indipendenza politica di ogni Stato della regione.”
  Pag. 28: Israele non applica la Convenzione di Ginevra
“Israele non ha riconosciuto l’applicabilità della Convenzione di Ginevra ai territori occupati dopo il 1967 col pretesto che non esiste alcuna sovranità legittima su questi territori dopo la fine del mandato britannico…”
 “Il Consiglio di sicurezza nel 1979 ribadisce che la quarta Convenzione di Ginevra era applicabile ai territori arabi occupati da Israele dopo il 1967, compresa Gerusalemme…La decisione presa da Israele nel 1980 di promulgare una legge per l’annessione ufficiale di Gerusalemme est e che proclama la città unificata come capitale d’Israele è stata fermamente respinta non solo dal Consiglio di sicurezza e dall’Assemblea generale dell’Onu, ma anche da diverse organizzazioni.
Pag. 30: l’Europa riconosce il diritto dei palestinesi all’autodeterminazione
I Paesi europei hanno avanzato proposte che riconoscono il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese; essi hanno sottolineato che non accettano “alcuna iniziativa unilaterale che ha lo scopo di mutare lo statuto di Gerusalemme” e che “ ogni accordo sullo statuto della città dovrà garantire il diritto di libero accesso per tutti ai Luoghi santi
(Dichiarazione di Venezia del 13 giugno 1980 dei vertice dei Capi di stato e di governo della Cee)
Pag. 31: l’OLP, dichiara l’indipendenza della Palestina e riconosce lo stato d’Israele
Nel 1988, dopo la decisione della Giordania di rompere i suoi legami giuridici e amministrativi con la Cisgiordania, il Consiglio nazionale palestinese (Parlamento palestinese in esilio) ha adottato la Dichiarazione d’indipendenza e pubblicato un comunicato politico dove dichiara di accettare la risoluzione n.181 dell’Assemblea generale dell’Onu (sulla divisione del territorio ndr) e la risoluzione n. 242 (del 1967) del Consiglio di sicurezza e proclama “la nascita dello Stato di Palestina sulla terra palestinese, con capitale Gerusalemme”

Pag. 33: il consiglio di sicurezza chiede a Israele di smantellare le colonie
“La risoluzione n. 465 del 1 marzo 1980 contiene la dichiarazione più dura che il Consiglio disicurezza ha adottato sulla questione delle colonie di popolamento. In questa dichiarazione, il Consiglio deplora vivamente il fatto che Israele ha rigettato le sue risoluzioni precedenti e rifiutato di cooperare con la Commissione ( Onu)…
Il Consiglio qualifica la politica e le pratiche volte a impiantare nuove colonie di popolamento una “violazione flagrante” della quarta Convenzione di Ginevra e dice che sono “un grave ostacolo” all’instaurazione della pace in Medio Oriente; chiede al governo e al popolo israeliani di revocare le misure prese, di smantellare le colonie esistenti e di cessare subito ogni attività di colonizzazione. Chiede anche a tutti gli Stati di non fornire a Israele alcuna assistenza che sarà utilizzata specificamente per le colonie di popolamento dei territori occupati”.



(Se può interessare, segnalo il sottostante articolo dove si parla di un titolo di “Re di Gerusalemme”,  associato a quello di “re di Sicilia”, entrambi, ancora oggi, rivendicati dagli eredi di Federico II di Svevia e di Casa Savoia:
http://www.ticinolive.ch/2014/11/17/gerusalemma-santita-conflitto-agostino-spataro/



lunedì 4 dicembre 2017

BUDAPEST CONCERTO

Stefania Palota-Musica da camera-dir. Banfalvi Bela


Stefania Palota

Stefania Palota

Opera- Il tenore imbottigliato

Pubblicità LV. Andrassy ut

La Piaggio

La spesa



Bud. Piazza della Libertà- Monumento all'Armata Rossa Sovietica


Pubblicità teatrale

Bud. Natale a parco Ligeti




Vic Teatro
Budapest 3 dicembre 2017- Foto di Agostino Spataro.

mercoledì 29 novembre 2017

PARTE DA BUDAPEST LA NUOVA "VIA DELLA SETA"



di Agostino Spataro
 
(da sin. Li Keqing, Victor Orban e il primo mnistro bulgaro)
"I 16  Paesi CEEC (*) cominciano a rendersi conto che l’ingresso, accelerato, nella Nato e nella U.E. fu, in effetti, una sorta di “annessione” economica volta a creare ad Est tre nuovi grandi mercati: degli armamenti, dei prodotti commerciali e del lavoro a basso costo. Insomma, una manna per le multinazionali europee e d’Oltreoceano. Oggi, la parola d’ordine sembra essere: diversificare, accedere a nuove fonti di approvvigionamento finanziario, energetico e tecnologico.  Guardare ad Oriente per ridurre la dipendenza dalla UE."

1…Ieri mattina, l’Andrass ut di Budapest (uno dei viali più belli del mondo, dichiarato dall’Unesco patrimonio dell’umanità) era chiusa al traffico, ingabbiata in un reticolo di nastri segnaletici con la scritta “Rendorseg” (“polizia”); chiusa anche la Metro 1, la più antica d’Europa, che l’attraversa. Il movimento dei passanti era regolato da decine e decine di poliziotti che intimavano di procedere lungo i marciapiedi laterali, per lasciare sgombre le sei corsie della famosa ut, riservate a non si sa bene chi.
Intorno uno strano silenzio, squarciato dall’urlo, insistente e perforante, delle sirene spiegate di decine di mezzi delle forze dell’ordine, i soli autorizzati a scorazzare, a muoversi liberamente.
A parte la polizia, la scenografia era piuttosto scarna. Si vedevano soltanto file di passanti frettolosi e, a ogni incrocio, gruppetti di cinesi infreddoliti che reggevano grandi bandiere rosse…
Perché i cinesi? Pensieri, attimi fuggevoli che ti portano lontano, nel tempo del nostro vissuto,
mai  rinnegato.  Del resto, di cosa ci dovremo pentire? Dall'opposizione, i comunisti italiani difendemmo la democrazia e la libertà di tutti,  agimmo sempre a favore degli interessi delle classi lavoratrici, dei ceti più deboli, in armonia con i valori della Costituzione. E con qualche risultato, direi.
Ma siamo a Budapest e cerchiamo di capire quel che accade in Ungheria, dove il populista Victor Orban sembra sia diventato insostituibile, nonostante tutto. Molti pensano che ciò sia dovuto al carattere conservatore, nazionalista del popolo magiaro. Si dimentica, o si sconosce, che, dopo il crollo del muro di Berlino, questo stesso popolo ha eletto, democraticamente, alla carica di primo ministro ben 4 personalità di rilievo dell’ex regime (su 8 totali): da Gyula Horn (ex membro dell’Ufficio politico) a Gyurcsany (ex segretario nazionale della gioventù comunista).
Se, da circa 8 anni, la maggioranza degli ungheresi vota Orban è anche perché la sinistra ha tradito la fiducia dei suoi elettori, consegnando l’economia del Paese alle multinazionali. Difatti, la sinistra è quasi sparita.
Orban, politicamente affermatosi con l’aiuto del miliardario Soros (oggi suo acerrimo nemico), demagogicamente, si prende i "vantaggi" di tale vendita mentre si atteggia a difensore degli interessi nazionali. Ciò spiega, in gran parte, la ragione del suo consenso che, probabilmente, riavrà nelle elezioni del 2018.  

2… Intanto sulla Andrassy ut un timido, gelido vento spiegò il vessillo e apparvero le cinque stelle della Repubblica popolare cinese. Quella fondata, nel 1949, dal compagno Mao Tse Tung a conclusione della "lunga marcia".

Budapest, Kodaly korond
Grande e solenne, la bandiera cinese dominava su quelle sparute dei 16 Paesi partecipanti al  Forum economico Cina – Ceec, alias dei 16+1, (*), in programma quel giorno (27/11) a Budapest, fra i capi dei 16 governi dichiaratamente “anticomunisti” dell’Europa centro-orientale e Li Keqiang premier della Cina popolare, fermamente diretta dal Partito comunista.  
La cosa non mi turbò più di tanto, anche se evidenziava una contraddizione insanabile nell’operato di chi proclama l’anticomunismo come collante ideologico dei nuovi regimi dell’Est europeo ma non disdegna di realizzare affari con il colosso cinese ossia con un Paese che si autodefinisce comunista, come é stato ribadito nel corso del recente congresso nazionale del Pcc. 
Perciò, c’è da restare quantomeno perplessi quando si spargono ipocrisie anche su questi Forum che, da un lato e dall’altro, mirano a coprire propositi ben più concreti e vantaggiosi.

3... D'altra parte, i cinesi a Budapest sono di casa. La loro comunità é la più numerosa e rispettata, e la più economicamente dotata. Quei ragazzi infreddoliti (c’era anche qualche famiglia con bambini) erano là per salutare il corteo di auto nere al seguito del “compagno” Li che andava a Piazza degli Eroi a rendere omaggio alla lapide dei Caduti, posta ai piedi dei re magiari che, nei secoli passati, fecero grande il regno d'Ungheria.                                                


In questa piazza, sempre più spesso, si radunano molti ungheresi per evocare un sogno: quello della grande Ungheria che il trattato di Trianon del 1920 (punitivo per gli austro-ungarici) ridusse all’attuale, ristretto quadrilatero territoriale.
E’ questo il vento che spira dai monti “irredenti” della Transilvania sulla sconfinata puszta, attraversata dal Danubio, il fiume più lungo d’Europa, sulle cui rive corre una delle più eminenti civiltà, che dalla Foresta nera va a morire nel “fosso” del Mar Nero.
E’ il vento del nazionalismo che sottende anche la paura dell’omologazione che provano tutti i piccoli popoli minacciati da questa globalizzazione neo-liberista, distruttrice di sani valori morali e d’identità etniche, culturali. In tutto ciò vi sarà anche qualche buona ragione, ma attenzione a rimettere in discussione gli attuali confini dell’Europa!
Si potrebbe innescare una spirale destabilizzante del continente e, perché no, riportare la guerra. Bisogna lavorare per una nuova configurazione statuale e istituzionale dell’Europa, dei popoli e non dei mercanti, capace di offrire risposte esaurienti alle giuste rivendicazioni e di ricreare un equilibrio duraturo di pace e di cooperazione.

4… Uno scenario segnato da disfunzioni e incertezze per il futuro, all’interno del quale  i “16”  Paesi CEEC cominciano a rendersi conto che l’ingresso accelerato nella Nato e nella Unione Europea fu, in effetti, una sorta di “annessione” economica, giustificata con la preoccupazione di mettere al sicuro questi Paesi dalle mire espansive dell’orso russo.
In realtà, alla base c’era, soprattutto, un disegno volto a creare ad Est tre nuovi grandi mercati: degli armamenti, dei prodotti commerciali e del lavoro a basso costo. Forse, Orban non vuole gli immigrati perché ha già gli ungheresi che lavorano a costi troppo bassi.
Insomma, una manna per le multinazionali europee e d’Oltreoceano.
Certo, qualcosa è cambiato in questi Paesi. Tuttavia, bisogna prendere atto che, dopo 30 anni d’integrazione europea, il salario medio mensile si attesta sempre intorno ai 300 euri, mentre centinaia di migliaia di giovani, (molti laureati) continuano a emigrare verso i Paesi ricchi dell’Europa centro- occidentale. Molti,  specie rumeni e balcanici, arrivano anche in Italia..
E così, mentre l’UE continua a decretare sanzioni autolesioniste contro la Russia,  lo sguardo delle classi dirigenti (talvolta dominanti) dei “16” si ri-volge ad Oriente: verso la Russia patriottica e neo-oligarchica di Putin e verso la Cina, seconda grande potenza economica mondiale, che continua a dichiararsi comunista pur in presenza di decine di milioni di nuovi ricchi.


Budapest, ponte delle Catene
5… La piccola Ungheria di Victor Orban è sicuramente fra i protagonisti più attivi della “nuova via della Seta” ossia del vasto sistema (in formazione) di rapporti economici che va dall’interscambio commerciale (in forte crescita) ai sistemi di distribuzione delle merci cinesi in centro-est Europa, agli accordi per realizzare infrastrutture strategiche.
Budapest aspira a diventare la Venezia del XXI° secolo?
I dati sono incoraggianti. Nel 2015, la Cina è stata il terzo fornitore di beni e servizi (dopo Germania e Austria) dell’Ungheria. Mentre, è in corso di realizzazione (nonostante le difficoltà frapposte da Bruxelles) l’ambizioso progetto (valore 2,8 miliardi di dollari, finanziato dalla Cina) di una tratta ferroviaria ad alta velocità che collegherà (in tre ore) il porto ateniese del Pireo (acquistato dai cinesi) con Budapest, passando per Belgrado.   
Apro una parentesi: Atene - Budapest in 3 ore! In Italia, il treno che collega Agrigento con Siracusa (le due più importanti capitali del turismo archeologico siciliano) ci mette 9 ore e 15 minuti per poco più di 200 km!!!
Basta questo esempio per avere l’idea dell’abisso che ci separa dalle altre  realtà e progettualità  europee.
Nei Paesi del centro-est europeo la parola d’ordine sembra essere: diversificare, accedere a nuove fonti di approvvigionamento finanziario, energetico e tecnologico.  Guardare ad Oriente per ridurre la dipendenza dalla UE.
La Bank of China a Budapest.

 
Giovedì (30/11) il premier cinese sarà a Sochi (Russia) per partecipare al 16° Consiglio dei capi di governo della Shanghai Cooperation Organization, un altro organismo multilaterale assai più importante di Ceec. Come si vede qualcosa si muove in Oriente. Nell’immaginario dei popoli europei sta tornando l'attenzione verso queste grandi realta. In particolare, verso Cina e Russia che insieme totalizzano quasi 1/3 della popolazione mondiale e circa il 60% delle terre emerse, costituendo il più vasto e attraente aggregato economico-territoriale e quindi grandi possibilità di sbocco per le produzioni e di lavoro per i giovani dei “16” Paesi del Forum. Capirete che non è poco. Chi perde questo “treno” rischia di non vederne arrivare un altro.
                                                 
Agostino Spataro

(Budapest, 28 novembre 2017)

* Lista dei Paesi Ceec: Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia,  Romania, Bulgaria, Slovenia, Croazia, Serbia, Bosnia-Erzegovina, Montenegro, Macedonia, Albania e Ungheria.

sabato 25 novembre 2017

ALTRE FOTO UNGHERESI

Il pianoforte del futuro. Esposizione al teatro Erkel di Budapest

G. Rossini, "L'italiana ad Algeri"


Museo della Posta,Budapest


Budapest,Museo dell'Asia

Shanghai a Budapest







Budapest, Benczur utza


Hirtv, una voce fupori dal coro.

Budapest, residenza dell'ambaiatore della Cina
(Foto mie/ Bud. 25 nov. 2017)

lunedì 20 novembre 2017

IL POZZO DI SOFIA, L'ONORE SALVATO LA FIGLIA PERDUTA

Il 25 novembre é la giornata mondiale che l'ONU ha dedicato contro le violenze sulle donne. Si tratta di una ricorrenza non da "celebrare", ma da far vivere in ogni realtà con sincera solidarietà verso le donne vittime di violenze e con quante lottano, aspirano a una effettiva parità di diritti sociali e di libertà. Ognuno faccia quel che può fare. Per quel che può servire, segnalo questi due episodi, realmente accaduti in tempi e luoghi fra loro lontani, in cui furono vittime due ragazze accomunate da un tragico destino indotto da un malinteso senso dell'onore: Aswad curda e Sofia siciliana... (a.s.)



L’onore salvato, la figlia perduta
1...              Ore 7, 00 del 7 maggio 2007. Un’incredibile successione di 7. Mi affaccio alla finestra al terzo piano. Un timido sole spande una luce citrigna sopra il villaggio e inonda la pigra terra, i tetti ramati delle case, le chiome degli alberi fioriti. Frotte d’uccelli ciarlieri s’inseguono, garruli e sicuri, sopra il mio paese-voliera. Insomma, è primavera. La bellissima primavera siciliana.
Do un’occhiata ai giornali per vedere che cosa accade altrove.
Mi attira la ferale notizia dell’avvenuta lapidazione, in una sperduta località del Kurdistan iracheno, di Aswad una ragazza di appena 17 anni.
Chi sarà stata questa disgraziata fanciulla?
Aswad! Che bel nome. Chissà cosa vorrà dire?
Il cronista non lo dice, si attiene al fatto. Oltre la cruda cronaca, avverto come un moto interiore che agita qualcosa e accorcia le distanze fra i due luoghi e travalica l’ignoto che li separa.
Aswad poteva essere una delle tante coraggiose donne kurde, pronte a mo­rire, combattendo, per la libertà e la dignità del loro popolo disperso e privato di una patria, di uno Stato?
Invece, è morta in modo barbarico e per mano dei suoi più intimi congiunti.
Aswad, questo nome lo sento vicino, familiare.
Sempre più spesso, mi capita di sentire vicinanza con le vittime di ottuse bar­barie che ancora si consumano ai quattro angoli del pianeta. Sovente, in nome di un Dio vindice, reso complice del proprio comodo machista.
Aswad era stata condannata alla lapidazione per aver trasgredito le rigide re­gole della setta religiosa di appartenenza (Yazidita, una minoranza islamica presente soprattutto nelle zone kurde) che non ammettono relazioni d’amore con individui di altre tendenze religiose, anche islamiche.

2...              Un episodio doloroso, purtroppo frequente in quelle aree del Medio Oriente, dove, in ossequio a certi precetti religiosi (o maschilisti?), si consu­mano delitti così abietti.
Affinché sia di monito ad altre, la truce sentenza va eseguita in pubblico, spettacolarizzata. L’orrendo “spettacolo” si svolge nella pubblica piazza, tal­volta nello spiazzo antistante l’ingresso della moschea, perché tutte vedano e riflettano prima di trasgredire le norme, anche le più assurde, della tradizione.
A tirare, per primi, le pietre sono stati i parenti “offesi” dalla vittima che -scrive il giornale - sono tenuti a partecipare alla lapidazione. Addirittura, a ti­rare la prima pietra.
Una sorta d’inaugurazione di un rito bestiale.
C’è chi inaugura un edificio, un’autostrada e chi l’assassinio della propria fi­glia, sorella o nipote. No, assolutamente no! Noi rispettiamo le altre culture, comprendiamo tante cose, ma questi orrori no. Mai!
Un rituale barbaro dove il congiunto che non tirerà le pietre dovrà giustifi­carlo per benino al clan, all’intera comunità se non vuole incappare nell’accusa di complicità o addirittura d’eresia.
Se lo desidera, anche un estraneo alla famiglia, un semplice passante può unirsi al branco dei lapidatori.
La povera Aswad è stata fatta segno degli insulti più gravi e di decine, centi­naia di sassi acuminati che le hanno macerato le carni e le ossa e tumefatto il viso. Una morte esemplare: lenta, crudele, devastante.
Sassi avvelenati da un odio cieco, scagliati da padri e fratelli che massacrano senza pietà una figlia, una sorella ragazzina colpevole d’essersi innamorata di un ragazzo “sbagliato”, nato, a sua insaputa, al di fuori della setta di Zayid.
È la forza impositiva di certe tradizioni che, sopprimendo il libero arbitrio, si pongono in contrasto evidente con la libertà individuale, con la democrazia, con i diritti dell’uomo (e della donna bisognerebbe specificare!) sanciti nella Carta delle Nazioni Unite. Con la civiltà, direi.
E qui mi fermo, perché desidero rilevare un particolare d’apparente umanità che la cronaca riporta come appendice insignificante di questo assassinio pa­rentale e collettivo.
Scrive il giornale che la povera Aswad, crollando a terra agonizzante, si scompose nell’abbigliamento e mostrava al pubblico le gambe nude.
Evidentemente, durante il martirio, la “svergognata” non si era curata di co­prirsi le intimità offrendole al pubblico ludibrio.
Insomma, un altro scandalo!
Ecco, dunque, uno zio pietoso il quale, dopo averla subissata di sassate, si avvicinò al corpo della sventurata, si tolse la giacca e le coprì le gambe nude, striate del suo sangue innocente.
Con questo ultimo atto di suprema ipocrisia, la moralità della famiglia fu salva e la coscienza a posto, agli occhi del popolo e dello sceicco di turno.

3…    La giacca dello zio (im) pietoso, le gambe nude di Aswad mi passarono da­vanti come la scena di un film già visto… In realtà, non era un film ma un episodio similare (raccontatomi da mio padre) realmente accaduto a Real­turco intorno agli anni ’30 del secolo scorso.
Sofia era stata lasciata dal fidanzato un mese prima delle nozze. Im­provvisamente e senza un motivo valido. Disse solo che, dovendo partire per Chicago, non voleva creare una famiglia per presto abbandonarla. Era una scusa per nascondere chissà quali altri propositi.
La ragazza fu colpita, mortificata da quell’atto che pareva un ripudio. Sola e avvilita, visse in una celletta oscura i giorni della vergogna, il suo dolore.
Invece di comprenderla, aiutarla, la famiglia le faceva pesare l’onta del diso­nore, del ripudio.
“Certu ca pi lassalla così all’impruvvisu, chissà chi vitti…”
Era questo il commento più ricorrente fra parenti e paesani. La colpa è sem­pre della donna. Mai dell’uomo, di certi uomini che si comportano da ma­scalzoni, da “padroni” delle donne.
In questi casi, c’è un altro aspetto da tener presente. Una figlia rifiutata re­sterà zitella a vita. Per la famiglia sarà un peso morto anche dal punto di vista economico.
Oltre a ciò, il capofamiglia, il patriarca dovrà subire il danno morale per tutte le maldicenze che fioriranno nel paese. Per Sofia non c’era più speranza. Il buio era calato sopra la sua esistenza. L’aspettava una vita impossibile.
Meglio troncarla. Finirla con dignità.
Il suicidio era la soluzione, la via d’uscita, o la più breve, per sfuggire a quel canagliume che si sarebbe avventato contro di lei.
Sofia cercò una luce nella notte oscura. Pensò e ripensò al tragico passo. Notti insonni, frementi di rabbia e di paura. Dall’abbaino guardava la luna, l’unica amica che la consolava. Quella notte anche la luna pareva convenire con lei, per il suicidio.
A quel tempo, il luogo adatto, più “suggerito”, per consumare un suicidio era il pozzo della Fontanazza, dove, per secoli, uomini e bestie sono venuti ad abbeverarsi. Le donne, soprattutto, a riempire le “quartare” e a sciacquare i panni. Ancora oggi, l’acqua amarognola continua a sgorgare dalla sorgente che sale dalle profondità del massiccio di roccia sottostante.
Nella fraseologia popolare c’erano alcune espressioni, dettate dall’ira o dallo sdegno o sotto forma di consiglio, di questo tenore: “Attaccati na rocca a lu coddru e va iettati ni lu puzzu di la Funtanazza”; “Cosa nnutuli, affucati ni lu puzzu…”
Questo pozzo che era fonte di vita era visto, suo malgrado, come il più sicuro luogo di morte.
Bella e disperata, Sofia decise di finirla per liberarsi di quella vergogna, per non sentire più il disprezzo, lo scherno della famiglia, del paese che erano più grevi di una condanna a vita. E così, maturò l’idea d’intraprendere la dura via.
Pensò ad altre soluzioni, ad altri luoghi. Ma in paese non c’era un luogo più adatto per morire. Non c’era scelta. Chi voleva suicidarsi doveva andare a gettarsi nel pozzo della Fontanazza.
Prima di lei, altri vi si erano gettati. Di notte. Per essere sicuri che nessuno li avrebbe soccorsi e ripescati. E difatti affogarono.
Qualcuno provò a buttarsi di giorno, ma fu prontamente salvato dalla tante persone che erano ai bordi.
Evidentemente, si trattava di una messinscena, poiché nessuno era riuscito ad annegare, di giorno, in poco più di due metri d’acqua e con tanta gente in­torno. Il cinico, uno c’è sempre nella comitiva, commentò: “Si vede che era indeciso o voleva farsi sulu u bagnu!”
Le persone davvero determinate, preferivano la notte per morire. Per essere sicuri di annegare si legavano una grossa pietra al collo.

4…  Sofia studiò un piano di morte. Il suo suicidio doveva essere clamo­roso, memorabile. Una vera sferzata morale per quel paese di gente bigotta, rassegnata e servile.
Doveva essere questa la sua risposta a quel porco che l’aveva abbandonata e anche alla famiglia che non l’aveva aiutata nella sventura. A quel padre cru­dele, offeso nell’onore, che ogni sera la massacrava di botte e d’insulti.
Non ne poteva più Sofia di quel vecchio testone che, tornando dalla campa­gna, l’andava a trovare nella stanzetta al primo piano per somministrarle una razione di legnate prima di quel misero piatto di minestra che le avrebbe portato la madre.
Intorno a lei il buio, il fango. Povera figlia!
Sapeva dei falsi o tentati suicidi, perciò decise di morire di notte, senza scampo, al pozzo della Fontanazza.
Come arrivarci? Femmina sola, doveva attraversare nel buio un bel pezzo di strada che dal quartiere del Canale porta al pianoro dei pozzi, in direzione di Montefamoso.
Di notte, ben coperta e vestita di nero, nessuno l’avrebbe riconosciuta.
Giunta sul posto si sarebbe gettata nelle acque fredde del pozzo. In pochi mi­nuti sarebbe annegata. Come tutti, in quel paese a poche miglia dal mare, So­fia non sapeva nuotare. Forse, non era necessario legarsi una pietra al collo.
All’alba del nuovo giorno, lo spettacolo della sua morte sarebbe stato servito, buttato in faccia a decine di pastori e di contadini che venivano ad abbeverare le bestie o a rifornirsi d’acqua per la casa.
Sperava che la trovassero a faccia in giù per non poterla riconoscere all’istante. La mancata identificazione avrebbe aumentato il clamore e fatto accorrere l’intero paese.
Immaginava la concitazione intorno al pozzo. Gli occhi sgranati degli uo­mini, i loro volti duri, rigati dalla fatica e dal tempo e dalle superstizioni. Il terrore, i silenzi e le bocche serrate delle donne. Forse anche i pianti.
Succede sempre di fronte a un corpo morto. In realtà, si piange per se stessi. Poiché nella morte dell’altro si riflette la propria.

5…  Passato lo sgomento, la scena si sarebbe animata alla vecchia ma­niera. Come sempre accade in questi frangenti, ci sarà qualcuno che s’improvviserà capo supremo della baraonda e comincerà a impartire ordini a des­tra e a manca. Quasi fosse un caposquadra della protezione civile.
Un tizio prenderà una scala e si calerà nel pozzo per recuperare il corpo; mos­trerà il volto per svelare il mistero di chi quella notte aveva deciso di to­gliersi la vita.
Sicuramente, avrebbero avvisato don Vincenzo, il prete della Badia, il quale sarebbe venuto per curiosità, come tanti altri, non per somministrare i sacra­menti.
Ai suicidi sono rifiutati. E dire che sono proprio i suicidi quelli che più avrebbero bisogno dei conforti religiosi. Una vera ingiustizia …una doppia punizione!
Sofia ci teneva ai sacramenti, al funerale. A parte le incognite di un aldilà molto severo, desiderava che quel popolo, solidale soltanto nei funerali, par­tecipasse alla celebrazione della sua morte. Per riflettere.
Mentre su queste cose rimuginava un nuovo timore le attraversò la mente. Come non ci aveva pensato? Nel vortice della morte, sicuramente la “falletta” (veste a tunica) si sarebbe dispiegata, stracciata e avrebbe mostrato le intimità del corpo, comprese le sue belle cosce bianche come la cera. Che vergogna!
“Anche da morta continua a comportarsi come una sgualdrina.”
Questo avrebbe pensato la gente intorno al pozzo.
Insomma, uno scandalo nello scandalo.
Temeva, soprattutto, la reazione del padre, di quel testone che l’aveva indotta al tragico passo.
Che cosa avrebbe detto, fatto? Quell’uomo era capace di tutto.
Anche in punto di morte, il pensiero del padre l’atterriva. Bisognava evitare il nuovo scandalo, a ogni costo.
Che cosa fare?
Ci pensò sopra qualche minuto. Poteva indossare i pantaloni del padre. No, non andavano bene. La taglia era troppo grande. Avvolgersi nell’ampio scialle di ciniglia ricamato che le aveva donato la nonna per il matrimonio. Anche questa soluzione non le parve idonea allo scopo. E poi perché rovinare uno scialle così bello? Poteva servire a Nina, la sorella più piccola.
Più sicuro le parve cucirsi la “falletta” fin sotto le caviglie. Come a farne un sacco che la contenesse tutta. Nemmeno i piedi avrebbero visto perché co­perti dalle calze di lana.
Solo il volto, il suo bel volto saraceno, sarebbe rima­sto scoperto.

6…  L’idea era buona, ma poco pratica. Come avrebbe potuto camminare, nel buio, con quella veste strettamente cucita alle caviglie?
Presto trovò il rimedio: l’avrebbe cucita a bordo del pozzo, poco prima di buttarsi. A quell’ora nessuno l’avrebbe vista.
E così fece la poverina. Si sedette sul muro di pietre bianche levigate e si cucì, con cura, gli orli della tunica. Diede anche un piccolo strattone per assi­curarsi che avrebbe retto alla prova.
Si attaccò una pietra ai fianchi, chiuse gli occhi e si gettò nel punto più pro­fondo.
Morì in pochi attimi, soffocata dal piccolo vortice formato dalla spinta che la sorgente generava dal basso.
Suicidio? Lei fu l’esecutrice, ma i mandanti furono altri. Non fu lei a ucci­dersi. I parenti più stretti, la gente, il loro spietato pregiudizio guidarono i suoi passi verso il pozzo.
In quella notte troppo bella e troppo fresca per morire.
Una morte infelice, assurda che spezzò una giovane vita, ma “salvò” l’onore del padre, dell’intero clan familiare. Ora tutti potevano andare orgogliosi della piccola, eroica Sofia immolatasi per dignità, come un guerriero spartano alle Termopoli.
Ancora oggi, qualcuno va a scrutare fra i veli cangianti dell’acqua di quel pozzo, forse sperando d’int-ravedere le sembianze, la delicata bellezza di So­fia, rimaste insepolte nelle menti dei vecchi contadini.
A volte, anche a me, che non la conobbi, appare Sofia … In sogno.
Una donna con le ali che non riuscì a volare.

Agostino Spataro in:
https://www.amazon.it/I-fiori-del-tempo-ritrovato/dp/8892325892

mercoledì 15 novembre 2017

NOVEMBRE A BUDAPEST

Sinagoga

Concerto all'Accademia della Musica

Foyer dell'Accademia della Musica

                                      
Balcone a Andrassy ut.
Bambole
10.000 di questi alberi sono stati piantati all'inizio dell'anno a Budapest

Foglie morte?
Museo della Fotografia "Robert Capa"

Museo dell'Asia

Addobbi natalizi
Ligeti park

Benczur utza

Castello Park Ligeti


Esposizioni in piazza degli Eroi

Donna (manichino) alla finestra



Ambasciata rumena

Manifesto governativo contro il magnate di origine ungherese Gyorgy Soros. Chi lo conosce lo evita!

Ponte Elisabetta

Concerto, musiche di Antonio Vivaldi.


Akacfa utza

Una via del cenro di Pest

Concerto di flauti


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