martedì 19 giugno 2018

UNA MAIL DA SAN CARLOS DE BARILOCHE (Argentina)

Foto da Google

di Agostino Spataro

Fra le mie carte polverose ho trovato una e-mail che mi ricorda la mia condizione di eterno aspirante giornalista a tempo pieno, professione che, per cause diverse, non ho potuto esercitare seppure  iscritto all'Ordine da 35 anni.
La lettera proveniva da San Carlos di Bariloche e la pubblicai sul mio blog   http://montefamoso.blogspot.com/2017/10/bariloche.html proponendomi di scriverci sopra un pezzo sull'intricato tema della collaborazione di scienziati nazisti con il programma nucleare argentino. Ma non diedi seguito al proponimento.
La cosa andò così. Trovandomi in Argentina per un’intervista (pubblicata in “La Repubblica”) a Maria Kodama sul viaggio in Sicilia di Jorge L. Borges e avendo letto in un libro di Abel Basti della presenza di nazisti a Bariloche, fra i quali l'autore e i servizi Usa ci mettono lo stesso Hitler (?), mi recai in questa rinomata cittadina turistica, sperando di fiutare qualcosa, di raccogliere qualche informazione.
Situata ai piedi delle Ande, circondata da laghi ameni e da antiche foreste contenenti specie rare, Bariloche é abitata da una numerosa colonia di tedeschi. 
Un tempo questi luoghi incantevoli erano abitati dai "mapuches" (popolazioni indios diffuse in tutto il Cono Sur), fino a quando non furono sterminati dal generale Roca che, nella seconda metà dell'ottocento, operò una vera e propria "pulizia etnica".
Dopo questa "ripulitura", giunsero gruppi consistenti di tedeschi che qui s'insediarono e fondarono
la città, secondo lo stile tipico dei land bavaresi.
I nazisti vi giunsero dopo la sconfitta della Germania e trovarono un’ottima accoglienza da parte dei connazionali già residenti e delle autorità argentine che avevano bisogno di tecnici, di scienziati per realizzare il loro ambizioso programma nucleare.
Per molti anni, “sindaco” dei tedeschi di Bariloche fu Erik Priebke, salumiere, dopo essere stato il boia delle Ardeatine, il quale - scrive Basti- incurante delle inchieste italiane aperte a suo carico, passava i pomeriggi a giocare a scacchi con il… console italiano. Senza nemmeno aver cambiato nome: Priebke era alle Ardeatine e Priebke rimase a Bariloche. Fino all'estradizione e alla condanna all'ergastolo, alla morte.
Casualmente, entrai in contatto con un docente del Centro atomico di Bariloche che era stato allievo  di uno dei più importanti scienziati nazisti fondatori del Centro.
L’articolo non lo scrissi poiché, dopo i primi, promettenti scambi, la corrispondenza s’interruppe, senza una plausibile ragione. Da entrambi le parti si lasciò cadere…
Di quel contatto, mi restano la copia sbiadita di una foto di Hitler che passa in rassegna i marinai del sottomarino che per primo attaccò la Polonia, fra i quali c’era il futuro scienziato atomico di Bariloche, e la e-mail (vedi testo sotto) dalla quale ho cancellato i dati riferiti al mio corrispondente, per evitargli noie. Nulla di sensazionale, per carità! Solo una modesta esperienza, per altro, incompiuta, per dire che quando si ha voglia di fare informazione, si possono trovare le chiavi giuste, anche in  contesti così complessi.
(Giugno 2018)

Testo e-mail :





giovedì 7 giugno 2018

PIERRE CARNITI, UN COMPAGNO...

Per fortuna, la morte non fa eccezioni. Prima o poi, tutti con lei dovremo regolare i conti. Di noi resterà solo un ricordo buono o cattivo. O nessun ricordo.
Secondo i comportamenti della nostra vita. 
Vi sono uomini cinici e potenti, opportunisti e sleali, servi o prepotenti che sono morti prima di morire. Vi sono uomini liberi, inquieti ma coerenti con le Idee professate che restano vivi anche dopo morti. Uno di questi è Pierre Carniti deceduto, nei giorni scorsi, all'età di 81 anni.
Di Carniti e di altri come lui, ce ne ricorderemo. Egli fu un grande sindacalista cattolico, segretario generale della CISL, un pensatore fine e un combattente strenuo per la Causa dei lavoratori italiani. Insieme a Luciano Lama (CGIL) e a Giorgio Benvenuto (UIL) diedero vita, nelle fabbriche e nella società, al più grandioso e vittorioso movimento unitario di emancipazione della classe operaia italiana. Con la dura lotta (non con i "tavoli") conquistarono, per la prima volta, dignità e diritti quasi impensabili in favore dei lavoratori e del popolo italiani. 
Oggi tali diritti sono stati annullati, in tutto o in parte. I padroni hanno di nuovo le mani libere!
Unita, la "trilpice" sindacale lottò anche per la Pace e per il disarmo, per la libertà e la sovranità dei popoli oppressi e, in primo luogo, per la giusta Causa del popolo martire di Palestina. 
Carniti non fu mai iscritto al Pci, ma per noi, per gli operai era un compagno...Un vero compagno che merita il nostro rispetto, il nostro ricordo riconoscente. (a.s.)  

   


Mi piace ricordarlo con questa foto (un pò sbiadita, del mio archivio personale), scattata durante la conferenza-stampa al Grand Hotel di Roma in occasione della storica visita in Italia (ottobre 1982) di Yasser Arafat, presidente dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina.  
Da sin: Agostino Spataro, Giorgio Benvenuto, PIERRE CARNITI, Luciano Lama, Emo Egoli, Dario Valori, Yasser Arafat .








venerdì 25 maggio 2018

CIOCCOLATA


La schiavitù è tornata*

di Agostino Spataro


(Immigrati internati in Libia. Foto da Google)



… Arrivati in America, li aspettavano i mercati degli schiavi, in cui erano venduti per la seconda volta come bestie, e poi il lavoro nelle piantagioni. In quelle di zucchero, la vita media era di 10 anni. Ma questo non rendeva meno amara la cioccolata che le dame europee gustavano per essere alla moda…”

1...      Zero dignità. Si vogliono solo i loro corpi, le loro braccia                                                         Chi pensava che la schiavitù fosse definitivamente scomparsa si dovrà ricredere alla luce di quanto avviene di losco nel mercato del lavoro e dell’emigrazione clandestina che è una variante tragica del primo.
Secondo tali meccanismi, gli individui, soprattutto i più emarginati e meno tutelati, non sono più esseri umani, ma merce da acquistare e da vendere per pochi euro, bestie da sfruttare e spedire su camion piom­bati, da traghettare su battelli precari verso i paesi di questo Occidente immemore e ipocrita.
“Nel ventunesimo secolo la schiavitù è una realtà in piena espansione a livello mondiale.              Le Nazioni Unite stimano che la crescita avvenga a un ritmo senza precedenti.  Oggi si 

contano almeno 27 milioni di schiaviQuesta nuova schiavitù è in grado di produrre, a detta dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil), profitti annuali che si aggirano intorno ai 31
miliardi di dollari. L’esplosione demografica e le grandi migrazioni, insieme alla globalizzazione,
hanno incrementato questo mercato. «L’aumento della schiavitù è legato alla globalizzazione»
concorda Kevin Bates, autore di Ending Slavery: How We Will Free Today's Slaves.”*
 *Loretta Napoleoni in “Economia canaglia”
Una condizione drammatica che i nostri occhi non vedono forse perché abbagliati dal luccichio che promana il dio-mercato che sta stravol­gendo il sistema delle relazioni umane e portando il mondo sull’orlo della catastrofe.
Come se in queste nostre società “opulente” anche il sentimento della pietà umana si stia spegnendo nelle nostre menti alienate e terrorizzate da certa propaganda, a contatto con l’arido deserto creato intorno a noi da egoismi sfrenati e devastanti.

Una logica folle che - nel migliore dei casi- considera le persone “ca­pitale umano”, “risorsa umana”. Una fraseologia “moderna” che, in realtà, serve per edulcorare una concezione abietta che giunge a giusti­ficare, a tollerare, anche la tratta, su vasta scala, di uomini, donne e bambini.

2...    Un commercio turpe, lucroso e criminale che non potrebbe continuare a svolgersi senza la complicità di settori importanti preposti ai controlli e senza il beneplacito dei grandi utilizzatori finali della “merce”.
Una moderna schiavitù che si diffonde in barba alle leggi nazionali e alle convenzioni internazionali e in aperto spregio dei valori umanitari e di libertà che stanno alla base delle nostre Costituzioni e società.
Che cosa significa, oggi, essere un migrante? Lo spiega un noto scrittore cinese, Tash Aw: “Oggi il livello di depravazione con il quale si accompagnano i flussi migratori nel Sud Est Asiatico cancella ogni traccia dei passati sogni di riscatto. Zero dignità. Ai tempi dei nonni emigrare in un altro Paese poteva cambiarti la vita. Pensiamo agli italiani sbarcati in America. O ai cinesi in viaggio verso Singapore o la Malesia. I paesi di approdo erano luoghi dove costruivi il tuo futuro. Dove creavi la tua famiglia, mettevi radici. Oggi invece i migranti lavoravo a contratto. Devono dare il 30% dello stipendio al loro agente. Dopo tre anni sono costretti ad andarsene. Il Paese ti caccia via. Oggi l’immigrazione è sfrutta­mento. A farne le spese sono soprattutto donne e giovani.
I flussi si mescolano spesso ai trafficanti d’organi. Migliaia di persone che finiscono perseguitate. Le organizzazioni per i diritti umani non hanno sufficienti risorse per garantire loro sicurezza. Vengono lasciati in una sorta di limbo, trattati come schiavi, senza protezione. Un de­stino crudele che potrebbe essere evitato semplicemente riconoscendo la provenienza di ciascuno di loro. Invece vogliamo solo i loro corpi. Non capisco perché ci siamo ridotti a sfruttare così altri esseri umani, a farli lavorare senza dare loro la possibilità di costruirsi un futuro”.  ( intervista Tash Aw, autore di "Stranieri su un molo")

3...       La vecchia schiavitù                                                                                                                    E’ questo l'aspetto, forse, più inquietante del nuovo ciclo mondiale delle migrazioni che, oltre a creare nuovi dissesti sociali e morali nelle società d’origine e di destinazione, produce forme diverse di schiavitù la quale, abolita ufficialmente dalla convenzione di Ginevra del 1926, oggi ritorna sotto nuove vesti e si afferma anche nelle nostre civilissime contrade.
Solo per dare un’idea di che cosa fu lo schiavismo nei secoli trascorsi (dal XVI al XIX), ecco un brano tratto da: http://www.studiarapido.it/tratta-degli-schiavi-africani/
“… I principali protagonisti della tratta diventarono i Paesi Bassi, la Gran Bretagna, la Francia. Le loro rotte costituirono il cosiddetto commercio triangolare, il cui elemento portante, per circa quattro secoli, fu la domanda europea di zucchero, cotone e altri prodotti di piantagione, e che collegava le economie di tre continenti attraverso un percorso che può essere schematicamente riassunto in tre tappe:
1) le navi lasciavano i porti dell’Europa alla volta dell’Africa con beni e mercanzie utili all’acquisto degli schiavi (armi, polvere da sparo, tessuti, perle, rum); ultimato il carico di schiavi lungo le coste africane, le navi facevano rotta per il Brasile o i Caraibi, dove gli schiavi finivano a lavorare nelle piantagioni;
2) dall’America le navi salpavano alla volta dell’Europa, ripor­tando prodotti di piantagione (zucchero, caffè, cotone, tabacco, riso). Gli schiavi venivano stipati sul ponte inferiore delle navi in spazi alti tra gli 80 e i 120 centimetri.


                                                                 Le principali rotte delle navi "negriere"

I sorveglianti li spogliavano, li rasavano a zero perché non si copris­sero di parassiti, li marchiavano a fuoco su una spalla, poi li incate­navano, li facevano sdraiare a terra e li incastravano l’uno accanto all’altro. Due volte a settimana venivano trascinati in coperta e lavati con sec­chiate d’acqua. Poi erano costretti a danzare perché i loro muscoli non si indebolissero.
Il pasto consisteva in una zuppa di riso e fave, accompagnata ogni tanto da rum allungato con l’acqua. Erano tanti a morire durante il viaggio tra malattie come lo scorbuto e la dissenteria e spietate re­pressioni dopo le rivolte.
3) arrivati in America, li aspettavano i mercati degli schiavi, in cui erano venduti per la seconda volta come bestie, e poi il lavoro nelle piantagioni. In quelle di zucchero, la vita media era di 10 anni. Ma questo non rendeva meno amara la cioccolata che le dame europee gustavano per essere alla moda…”
Trafficanti europei e non solo. Anche gli arabi furono forti sostenitori dello schiavismo atlantico. Gli europei infatti non avevano grande esperienza nel pro­cacciarsi schiavi, quindi si rivolsero a chi controllava tutti i traffici africani, ovvero gli arabi. La richiesta di schiavi si duplicò, e le attività dei cacciatori di uomini divennero più intense, andando sempre più addentro al continente afri­cano. In sostanza, gli europei si recavano presso i mercati della costa orientale, o quelli più interni, e acquistavano gli schiavi presso i mer­canti musulmani (80%) o presso i mercanti africani (20%)… Le squadre di cacciatori di schiavi erano formate da trenta - quaranta persone bene armate, che potevano avere ragione di centinaia di indi­geni nudi e ululanti.” 
(http://zweilawyer.com/2012/02/13/islam-e-schiavismo-una-storia dimenti­cata/)

4…  Il mercato della prostituzione in Italia e in Europa
Tutti sanno, ma quasi nessuno denuncia, interviene. Lo sa anche il Parlamento italiano che, negli anni scorsi, ha promosso un’interessante indagine sulla “Tratta degli esseri umani” che documenta l’estensione e l’abiezione del fenomeno e contribuisce a ridefinire il concetto stesso di schiavitù alla luce della citata Convenzione di Ginevra e della più recente normativa europea:
“La schiavitù è il possesso in un uomo e l’esercizio da parte di questo, sopra un altro uomo, di tutti o di alcuni degli attributi della proprietà. In tal modo, dunque, la schiavitù è identificata come l’espressione su­prema della reificazione umana.”
Non so quanti dei nostri parlamentari, ministri, alti funzionari, impren­ditori, amministratori locali, operatori del diritto, giusvaloristi abbiano letto e applicato le risultanze di questa indagine.
Non molti, visto che non ha avuto alcun seguito. Tuttavia, il docu­mento parla chiaro e nessuno può chiamarsi fuori.  La tratta, infatti, esiste e colpisce diverse categorie di persone ridotte in stato di schiavitù.
In Italia, in Europa, non nella repubblica centro-africana di Bokassa!
A cominciare dal mercato del sesso, per l’appunto, che - secondo le stime dell’Interpol - solo in Italia supera le 50.000 unità “tutte trattate come schiave.”
In Europa, sono almeno mezzo milione le donne, di diversa naziona­lità, avviate al mercato della prostituzione che (cito dal documento conclusivo) “si traduce in un vero e proprio business del valore oscil­lante fra i 5-7 miliardi di dollari l’anno e ciascuna donna “trattata” vale 120-150 mila dollari l’anno.
 Questo denaro- continua il citato documento- nelle mani della crimi­nalità organizzata, alimenta la corruzione e consente- e allo stesso tempo impone- una capillare gestione di questo mercato”.
Il triste fenomeno non riguarda soltanto decine di migliaia di donne immigrate (africane, asiatiche, sudamericane ed anche europee) in gran parte minorenni, ma anche migliaia di schiavi-bambini costretti a ele­mosinare, a rubare, quando non sottoposti all’espianto di organi da tra­piantare.
Queste e altre pratiche rientrano perfettamente nella tipologia della schiavitù come definita dalle leggi e dalle convenzioni internazionali vigenti. Eppure quasi nessuno si scandalizza e agisce di conseguenza…

 *da https://www.ibs.it/immigrazione-moderna-schiavitu-paese-che-libro-agostino-spataro/e/9788892338661
Articolo connesso:
https://www.sinistrainrete.info/neoliberismo/10511-agostino-spataro-il-diritto-di-non-emigrare.html

venerdì 18 maggio 2018

"LA FRATTURA", nuovo libro di Agostino Spataro

                                                   

(Copertina promozione Amazon)
                                  
                                               Dedicato ad Aldo Moro e a Enrico Berlinguer
                                

Introduzione

La frattura, le fratture

1...              L’Occidente ha raggiunto, e in certi settori superato, il proprio limite naturale di espansione economica e di benessere sociale. Per mantenere l’esorbitante livello di consumi ricorre a politiche di rapina e a conflitti devastanti. Il frequente ricorso all’intervento militare non è un elemento di forza ma di debolezza, poiché denota una mancanza di valide ragioni politiche per tutelare i suoi legittimi interessi, nazionali e globali.  Per questi e altri motivi, lo scontro non sarà più fra Est ed Ovest, fra Nord e Sud, ma fra Occidente e resto del mondo.                                                                Questo lavoro ha uno scopo prevalentemente archivistico, ma vuole essere anche una testimonianza del travaglio che stiamo vivendo in questa lunga e confusa fase di transizione dal vecchio al nuovo or­dine internazionale.
Una fase opaca generatrice d’incomprensioni, di fratture e che, perdu­rando, diventa sempre più pericolosa. Proverò a raccontarla partendo da alcuni miei scritti ed esperienze vissute direttamente sul “campo”.
Ovviamente, muovendo dal punto di vista di una sinistra dispersa ma diffusa la quale, nonostante il crollo del 1989, cerca la via per conti­nuare la sua missione storica e politica, a difesa della pace, dei diritti delle classi lavoratrici e, in generale, dei popoli che più subiscono le conseguenze delle politiche del neoliberismo dominante. Un compito arduo che implica una diversa lettura della crisi del mondo e, in primo luogo, il superamento del madornale equivoco (?) di scambiare l’attuale globalizzazione neo liberista per quella, di là da venire, pro­pugnata dalle teorie socialiste d’ispirazione marxista.
I leader della sinistra europea agiscono in modo irrazionale, emozio­nale come se fossero sotto effetto della “sindrome di Stoccolma” ossia affascinati dai loro vincitori e sopraffattori.
A ben vedere, il neoliberismo continua a favorire l’accentramento delle risorse e delle ricchezze nella mani di pochi e sta, via via, emargi­nando, escludendo dai benefici dello sviluppo la gran parte dei ceti medio/ bassi e delle classi lavoratrici tradizionali e di nuova forma­zione.
Ha messo in moto un meccanismo perverso, stritolatore che produce ingiustizie e privilegi scandalosi.
Così operando le oligarchie neoliberiste, accecate dal profitto, non si accorgono di favorire la nascita di un nuovo proletariato, soprattutto urbano, e di amplissime aree di miseria, d’inoccupazione, di emigra­zione ossia i prodromi della loro rovina.
Dentro tali spazi e contraddizioni deve agire la sinistra autentica, alter­nativa, europea e mondiale, con un programma serio di riforme per il cambiamento. Pertanto, è necessario abbandonare ogni ambiguità e/o condotta servile verso il potere oligarchico delle banche e delle multi­nazionali e ricercare un’intesa, un’alleanza politica e programmatica con le forze sociali escluse e/o penalizzate. Compresi i ceti medi, pro­duttivi e intellettuali, anche quando, per reazione, si rifugiano in forme, talvolta scomposte, di nazionalismo. Fughe, tendenze da non demo-nizzare a priori, ma da analiz­zare per coglierne la carica propositiva,  per capirne i disagi e riconoscerne le giuste ragioni e giungere, quando possibile, ad accordi politici e di governo. Oggi, un sano nazionalismo, uno schietto popolarismo, se effettivamente democratici, costituiscono un baluardo resistenziale da non sottovalutare.

2...              Gli orizzonti della sinistra devono essere locali e globali, assumendo come riferimenti i bisogni e i diritti dei lavoratori e le prospettive di questa nostra umanità confusa, travagliata da divari inquietanti e da ingiustizie intollerabili. In primo luogo, dalla crescita tumultuosa, e sottovalutata, della popolazione mondiale (più che triplicata negli ultimi 70 anni) e dallo scandaloso accentramento della risorse e della ricchezza nelle mani di ristretti gruppi di potere economico e finanziario.
Contraddizioni che rendono difficile la vita per miliardi di esseri umani e incerto il futuro della convivenza civile, pacifica sul Pianeta.
Il neoliberismo, vincitore assoluto dello scontro con lo statalismo so­vietico, si sta dimostrando incapace di governare i processi da esso stesso generati.
L’attuale globalizzazione non è la prima nella storia ((altre ve ne sono state) ed è caratte­rizzata dal confronto fra due entità genericamente intese: Occidente e Oriente.
Uno strano Occidente, a geometria variabile (Usa, Europa cui viene associato il Giappone ossia l’estremo Oriente) che assomma 1,2 mld di abitanti e si definisce, prevalentemente, in base al Pil, configurandosi come un aggregato economico, militare e culturale piuttosto omo-geneo, con vaste sacche di povertà al suo interno.
Un Oriente, anch’esso genericamente inteso, dominato dalla triade Cina, India e Russia (gruppo dei Brics), ancora disaggregato e in via di sviluppo, e segnato da forti squilibri sociali interni, ma dotato di una forte carica competitiva e progettuale e di un potenziale umano dav­vero soverchiante (6,2 mld) con tanta voglia di affrancarsi dalle tristi condizioni di vita e di lavoro.
L’Occidente ha raggiunto il limite ossia il massimo grado di benessere possibile. Oltre il quale tutto diventa spreco, edonismo insostenibile per l’umanità e per il Pianeta.
Da qui si originano le tante fratture fra i diversi “mondi” che, se non sanate, potranno provocare conseguenze disastrose.
Molti si chiedono: l’Occidente dovrà ancora crescere in termini di svi­luppo o dovrà fermarsi, decrescere?
Al momento, le risposte sono il produttivismo, l’espansionismo com­merciale, i conflitti e le guerre per accaparrarsi le risorse strategiche esterne. Una corsa sfrenata, che mette a rischio la pace mondiale e l’equilibrio naturale. Una corsa che sembra dettata dalla paura che, alla fine del ciclo, l’Occidente non sarà più il principale protagonista della storia.

3...              Salvare la Terra, il nostro habitat naturale! Questo dovrebbe essere il primo obiettivo condiviso e, se necessario, imposto. Noi, uo­mini e donne, figli della Terra che ci nutre e del Sole che ci scalda, do­vremo rivendicare con più forza un “governo mondiale”, proporzio­nalmente rappresentativo dei popoli dei 5 continenti e dotato di poteri idonei e vincolanti, capace di programmare e attuare politiche di salva­guardia della biodiversità e di uso razionale delle risorse naturali e di una loro equa dis-tribuzione sociale e territoriale.
E, soprattutto, per far fronte alla grave “emergenza” della crescita in­controllata della popolazione mondiale passata dai 2,3 miliardi (mdl) di persone del 1950 agli attuali 7, 4 mld, che saranno 9,7 mld nel 2050. (fonti: Onu e Census Bureau Usa).
A tali dati bisognerebbe aggiungere 1 mld (stima per difetto) di “ani­mali da compagnia” (cani, gatti, ecc) che in fatto di consumi alimentari e servizi assistenziali sono equiparati a quelli umani.
La questione demografica, tuttora ampiamente sottovalutata, costituis­ce una delle principali minacce per l’equilibrio ecologico del pianeta, per la pace e per la sopravvivenza dell’umanità.
Nello squilibrio demografico si annida, infatti, la frattura più perico-losa fra Occidente e resto del mondo.
Ogni mattina, in questo nostro Pianeta si svegliano 7, 4 mld di persone che devono essere nutrite, vestite, istruite, curate, trasportate, occupate, ecc. Un drammatico risveglio per molti che devono districarsi in un contesto di forte disparità: fra la gran massa degli esseri umani che stenta ad accedere ai consumi primari e una striminzita minoranza che, va oltre il bisogno, e consuma beni non necessari e/o di lusso che, per altro, assorbono ingenti quantità di ri­sorse che la Terra stenta a fornire.
Com’è noto, gran parte di tali consumi si registrano nei paesi occiden­tali, a più alto reddito e a bassa natalità. Un privilegio che facilmente diventa fonte di “attrazione” per imponenti correnti migratorie prove­nienti dal resto del mondo, dove circa la metà dei suoi abitanti vive sotto la soglia di povertà e deve accontentarsi di un reddito com­plessivo di 426 mld di $, equivalente alla ricchezza detenuta dagli 8 uomini più ricchi del mondo. (fonte: Oxfam, 2018)

4...              Insomma, un mondo di miseria e d’ingiustizie sociali in cui sta “crescendo” una “bomba demografica” di cui poco si parla e pochissi­mo si fa per contenerla, per governarla. per disinnescarla.
E dire che già agli inizi degli anni ’50, l’eclettico filosofo e Lord in­glese Bertrand Russel mise in allarme i governi e l’opinione pubblica sulle conseguenze che tale crescita avrebbe potuto determinare.
"Il pericolo di una mancanza di cibo a livello mondiale può essere evitato per un certo periodo con il miglioramento della tecniche agricole. Tuttavia, se la popolazione continua ad aumentare al ritmo attuale, tali miglioramenti non possono, a lungo andare, essere sufficienti. Si creeranno così due gruppi, uno povero con una popolazione crescente, l'altro ricco con una popolazione stazionaria. Una simile situazione non può che condurci verso una guerra mondiale. Attualmente, la popolazione del mondo sta crescendo di circa 58.000 unità al giorno. Fino ad oggi le guerre non hanno prodotto un effetto considerevole su questo aumento, che è continuato per tutto il periodo delle guerre mondiali ... Da questo punto di vista le guerre fino ad ora sono state una delusione ... ma, forse, la guerra batteriologica può dimostrarsi efficace. Se una Peste Nera potesse diffondersi in tutto il mondo una volta in ogni generazione, allora i sopravvissuti potreb-bero procreare liberamente senza rendere il mondo troppo affollato. La cosa potrebbe essere spiacevole, e allora?"  (B. Russell- “Impact of Science on Society”, 1951).
Non c’è che dire: un cinismo da lord inglese! In linea con un certo filone del “pensiero anglosas-sone” ancora infar­cito di arroganza e supponenza e supportato da idee e sodalizi che si rifanno alla visione imperiale della Gran Bretagna.
Sul finire della sua lunga vita, Russel cercò di far dimenticare questa stagione proponendosi come profeta di pace e addirittura di giudice delle nefandezze belliche creando il famoso “Tribunale Russel”, in coppia con il filosofo comunista J.P. Sartre.  Meglio tardi che mai!

5...              Nel periodo a cavallo fra gli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, tali preoccupazioni furono riproposte, ma con un approccio assai diverso, da un illustre manager italiano, Aurelio Peccei, fondatore del “Club di Roma” un sodalizio di grande prestigio internazionale che intra­prese, con successo, una serie di “studi sul futuro”.
(http://www.treccani.it/enciclopedia/aurelio-peccei)
Peccei, partigiano combattente e perseguitato, era “uomo della Fiat” e membro di vari club internazionali (fra cui la “Trilaterale dei Rocke­feller), tuttavia le sue idee fecero presa anche nell’ambito della sini­stra e del nascente ambientalismo italiano ed europeo.
Il suo libro “I limiti dello sviluppo” divenne per molti di noi un’opera di riferimento. Ciò anche a dimostrazione che di fronte a idee buone e giuste cadono i pregiudizi e gli steccati ideologici.
Alla base c’erano dati statistici, proiezioni attendibili, ipotesi di prog­rammi innovativi, nel rispetto della dignità umana e della vita del Pianeta. C’era, soprattutto, un ragionamento logico, ispirato da un umanitarismo razionale, che metteva sull’avviso i “decisori” e le opi­nioni pubbliche sui pericoli che l’umanità stava correndo a causa del superamento dei limiti naturali dello sviluppo.
Peccei vendette decine di milioni di copie di quel libro, ma dopo la sua precoce morte sarà dimenticato da tutti: dai potenti della Terra e dai tanti suoi seguaci ambientalisti. Semplicemente rimosso!
Probabilmente, i suoi studi, i suoi libri furono considerati ostativi di un certo di tipo di sviluppo, che dilagò dopo ’89 e di cui si stanno scontando le conseguenze.
Succede, specie alla gente onesta intellettualmente, ai veri filantropi. Figure sempre più rare nel panorama internazionale.
Nemmeno certa “sinistra” si ricorda di questo autentico filantropo ita­liano, avendo preferito “adottare” quale novello “benefattore dell’umanità” George Soros, un finanziere d’assalto, il quale, dopo avere inflitto colpi durissimi alle finanze e alle economie di tanti Paesi (Italia com­presa), vorrebbe salvarli con la sua “carità pelosa”, con finanziamenti ad ambigui personaggi, organismi e movimenti che si ritrovano in molte situazioni di crisi e/o che sono essi stessi fattori di crisi.

6...              Purtroppo, la realtà attuale conferma le previsioni di Russel e di Peccei. Il Pianeta sembra avviato verso una terrificante prospettiva: aumentano l’inquinamento dei mari, del cielo e della Terra, la produ­zione e la diffusione di armi di distruzione di massa (specie chimiche e batteriologiche) e- come detto- le disparità sociali.
Quando ricchezza e povertà crescono insieme non c’è da stare allegri!.
È in atto un attacco durissimo allo stato sociale, ai bilanci della sanità, della scuola pubblica, delle pensioni e alle politiche di assistenza in genere. Invece d'includere si escludono masse crescenti d’inoccupati, di neo-poveri, d’indigenti… tutta “carne da macello” destinata alla di­sperazione, alla malavita, all’emigrazione.
Tutto ciò è assurdo. Non si sa che cosa pensare.
Come se al vertice del potere mondiale si fosse insediata una perfida genìa, una sorta di “governo profondo” detentore di un potere immenso (finanziario, commerciale, tecnologico, mediatico, politico), ai più in­cognito ed esercitato al di fuori di ogni controllo democratico, che agi­sce in nome del neo-liberismo trionfante.
In realtà, si tratta di una degenerazione evidente del capitalismo pro­duttore, di un’oligarchia che vuole irreggimentare l’umanità dopo averla deprivata dei suoi beni e diritti.
Per realizzare tali obiettivi ricorre alla guerra, alla corruzione, al terro­rismo, alla divisione fra i popoli, delle società nazionali; ripudia la pace e la solidarietà fra gli uomini e l’armonia fra essi e la Natura.
Vivere, sopravvivere sono divenuti fattori negativi.
Le grandi istituzioni finanziarie internazionali (Fmi, Banca mondiale), le agenzie di rating, ispiratrici di tali politiche, hanno indicato, a chiare lettere, l'innalzamento della vita media delle persone fra le cause della crisi attuale.
Per lor signori, oggi, si vive troppo a lungo. Anche il diritto alla vita umana si assottiglia. L'aumento delle speranze di vita non è salutato come un progresso sociale, ma visto come una remora per lo sviluppo.
Sviluppo? Semmai crescita continua, senza limiti, volumetrica e senza qualità, imposta dalle multinazionali che stanno impoverendo le masse popolari e avvelenando la Terra, gli oceani, la biosfera.
Questo non è sviluppo, ma solo disumano cinismo di “grandi vecchi” asserragliati al comando della finanza e dell’economia che genera odio e nuove fratture. Che altro dire?
Quando si auspica la morte delle persone (domani si potrà anche pro­curare) per "recuperare" quote di spesa sociale da destinare all’accumulazione e alla speculazione private, vuol dire porsi al di fuori di qualsiasi concezione umana ed economica razionale, anche moderata e classista, per entrare in una visione “liberal - nazista” del governo delle società.

7...              La parola d’ordine è produrre e consumare. Soprattutto beni di lusso e nuovi, terrificanti sistemi d’arma, per alimentare vecchi conflitti e scatenarne di nuovi, per impinguare il lucroso mercato delle armi, l’unico che non conosce crisi, insieme a quello delle droghe. 
Armi e droghe: il binomio “vincente”.
I sedicenti “potenti della Terra” hanno bisogno della guerra come dell’aria per respirare!
Tali politiche hanno creato la più grande frattura sociale e morale, una disarticolazione degli equilibri sociali e rafforzato i nuovi assetti dei poteri globali che dominano il mondo.
Altre fratture sono in atto in varie parti del pianeta (anche all’interno dei paesi più ricchi) fra l’Occi-dente, oggi unificato sotto le insegne di un neo-liberismo aggressivo e impenitente, e talune grandi aree geopo­litiche povere e/o in via di sviluppo quali: America latina, Africa, Asia del sud-est, ecc.
Particolarmente preoccupante appare la frattura provocata nell’area mediorientale e del Mediterraneo (regione Mena), dove convergono le propaggini di tre continenti (Africa, Asia ed Europa) che hanno dato vita a culture diverse e feconde, a storie e a civiltà grandiose.
Vale la pena concentrare l’attenzione su tale frattura perché è la più grave e, a noi, più vicina, dove le guerre, i terrorismi rendono difficili le condizioni di vita e di lavoro delle popolazioni civili, vittime di ec­cidi e di malattie, e pertanto indotte alla fuga, all’esodo, a centinaia di milioni tra profughi e migranti.
Ormai da svariati decenni non c’è pace per i popoli del Mediterraneo e del vicino Oriente!
Gli arabi hanno diritto alla pace, al progresso, alla democrazia, alla lai­cità, alla libertà. E in primo luogo il popolo martire di Palestina. In ciò si dovrà sostanziare la solidarietà della comunità internazionale. Biso­gna cambiare l’approccio ai problemi di quest’area fondamentale del mondo, dove per altro sono “immerse” l’Italia e parte dell’Europa, e lavorare per capovolgere la prospettiva politica: dal conflitto alla coo­perazione. Si può fare.
A condizione di liberare il campo da ogni ingerenza esterna e di riav­viare il dialogo fra i popoli e gli Stati della regione. Arabi, europei, africani insieme per risolvere la “questione”, all’insegna della interdi­pendenza economica, non autarchica, mediante un fecondo dialogo di pace mirato a conseguire un progresso diffuso e condiviso e creare un nuovo polo dello sviluppo mondiale. Spostando verso Sud l’asse dello sviluppo europeo, verso il Mediterraneo che deve ridiventare, nella le­galità, un’area di benessere condiviso, un mare di pace, di solidarietà, di scambi economici e di risorse naturali e tecnologiche. Fulcro di una nuova civiltà multietnica e multiculturale, laica e democratica.
Questa è la sfida del secolo, il punto politico dirimente purtroppo osteggiato dalle vecchie e dalle nuove superpotenze!


Agostino Spataro alla presentazione di un suo libro a Città del Messico, Nov. 2016.



INDICE

PRIMA PARTE 
                                                                           
Introduzione- La frattura, le fratture                                                      pag. 1
Cap. I - Medio Oriente: la frattura più grande                                      pag. 19
Cap. II - Palestinesi: lo Stato negato                                                        pag. 83
Cap. III- Importare il “terzo mondo nel “primo”                                 pag. 119
Cap. V- Corruzione e terrore: i due pilastri del potere globale            pag. 139
Cap. V- Euro-Russia: terzo polo dello sviluppo mondiale                    pag. 179                                Cap. VI- Italia in “svendita”?                                                                  pag.203
Cap. VII- L’Est europeo nella UE: integrazione o annessione?            pag.243
Cap. VIII- America del Sud: la via giudiziaria al neoliberismo?         pag. 265

SECONDA PARTE                                                                                    

Relazioni                                                                                                    pag. 295
“Escenarios actuales de los gobiernos progresistas en America Latina. Fin de ciclo?
Coloquio internacional, Puebla (Messico)
- “Il Mediterraneo e l’Europa orientale”-  Seminario Università Szeged (Ungheria)
- “Il processo di mondializzazione dell’economia” - Conferenza CIES, Caltanissetta.
- “Arabi ed europei verso una comunità mediterranea” - Università euro-araba, Gardaia (Algeria)
- “L’alleanza per il progresso del Mediterraneo”- 13th Meeting of the new european left forum” , Atene,.

Dossier di documentazione                                                                      pag. 347
- La questione Palestinese e l’Italia
- Immigrazione: accoglienza nella legalità
- Comiso: una battaglia vinta

(In copertina: marines Usa all’assalto della Ziqqurat di Ur durante l’aggressione all’Iraq. Il monumento, eretto intorno al 2000 a.C, era uno fra i più importanti della civiltà sumera. Consacrato al Dio Luna, simboleggiava l’unione cosmica tra Terra e Cielo, tra uomini e dei. (Foto da Google.)

Informazione del libro

ISBN : 9788892344754
Anno pubblicazione : 2018 - Formato : 15x23
Foliazione : 408 pagine- prezzo: euro 23,50

In vendita presso: Feltrinelli, Amazon, Ibs, MioLibro, Libreria universitaria, ecc.


mercoledì 16 maggio 2018

Massacri in Palestina: LA SPADA D'ISRAELE : l'urlo di Gideon Levy contro la strage del silenzio.


Una manifestazione palestinese al confine tra Israele e la Striscia di Gaza, il 14 maggio 2018.

La spada di Israele

Sono giorni di grandi successi per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, per la destra e per i nazionalisti. Questi sono giorni di vittoria per il loro percorso, quello della forza, e della loro fede, quella negli eletti che possono fare tutto ciò che vogliono.
L’Iran è stato pubblicamente umiliato, i palestinesi sono stati schiacciati e il 14 maggio sono stati calpestati in pompa magna e con tanto di cerimoniale mentre l’ambasciata statunitense veniva aperta a Gerusalemme. Gaza è assediata e Israele festeggia. Il 14 maggio, giorno del trasferimento dell’ambasciata, molti innocenti sono stati uccisi a Gaza e in Cisgiordania; il giorno dopo, memoria della nakba, la catastrofe palestinese, molti altri moriranno.
Ecco un breve riassunto della vittoria israeliana: cumuli di corpi palestinesi, dei quali il mondo ha smesso di interessarsi, un assedio a Gaza che non importa a nessuno, le basi iraniane bombardate senza alcuna reazione, l’Iran sotto sanzioni e un’ambasciata statunitense a Gerusalemme che è un regalo per l’occupante e uno schiaffo in faccia agli occupati. Ci sono buone ragioni per le gioiose grida di vittoria in Israele.
Profezie a vuoto
Prima i coloni hanno vinto e deciso il destino dello stato e del governo; poi il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha vinto e ha concesso a Israele il permesso di fare qualsiasi cosa volesse; e ora Netanyahu è stato dichiarato il grande vincitore. Questi sono i giorni della vittoria della sua dottrina e del suo Israele.
Dovremmo ammetterlo. Le profezie di sventura – che un giorno tutto questo ci esploderà in faccia; gli ammonimenti sul fatto che l’occupazione non durerà per sempre; e gli avvertimenti che Israele non può vivere solo con la sua spada e che l’Iran è molto pericoloso – finora hanno dimostrato di essere false. Niente è esploso, la vita con la spada in mano ha dato i suoi frutti, la fine dell’occupazione è sempre più lontana e la stessa cosa per il governo di destra.
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Questa previsione deprimente è la più ottimistica. L’alternativa è la guerra con l’Iran, Hezbollah e Hamas e chissà chi altro. È così quando non ci sono alternative, idee e leadership. Sparare ai manifestanti a Gaza e assedio perpetuo? Tutti d’accordo. Annullare l’accordo con l’Iran e bombardare in Siria? Tutti applaudono. E quasi tutti festeggiano il trasferimento dell’ambasciata a Gerusalemme. Oggi gli Stati Uniti dicono ai palestinesi che non gli importa più del loro destino, che ai loro occhi non hanno diritti, che la soluzione dei due stati è morta. All’Iran, Washington ha detto: Netanyahu aveva ragione. L’accordo è pessimo e dovrebbe essere abolito. Due regali gratis per Israele.
Sono risultati terribili. Dimostrano a Israele che la forza paga, che non c’è bisogno di considerare l’altro, che qui il diritto internazionale non si applica. Il 13 maggio Israele ha celebrato il giorno in cui Gerusalemme Est è stata conquistata e il 14 maggio celebrerà la sua continuazione. Due parate si svolgeranno l’una dopo l’altra, la prima israeliana e la seconda statunitense, e sono entrambe arroganti e aggressive. Spostare l’ambasciata schiacciando ciò che resta della dignità dei palestinesi è un chiaro segnale degli Stati Uniti per Israele: continuate a uccidere, a schiacciare e ignorare i loro diritti. L’America non solo permette, arma e finanzia tutto questo, ma perfino lo incoraggia.
Lo spostamento dell’ambasciata è un motivo di festa solo per la destra. Tutti gli altri, una minoranza trascurabile, dovrebbero piangere questo passo unilaterale. Lo stesso vale per i bombardamenti in Siria, che un tweet ha definito con entusiasmo un “concerto”. Una linea diretta collega la mossa dell’ambasciata, l’uscita dall’accordo con l’Iran e gli attentati in Siria: prima Israele. Solo Israele.
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E qual è l’alternativa? Non è stata nemmeno discussa. Invece di aprire un’ambasciata statunitense a Gerusalemme, che è in parte occupata, si potrebbero stabilire due ambasciate nella città. Invece di massacrare i manifestanti a Gaza, si potrebbe rispondere ai segnali di Hamas e raggiungere un accordo per rimuovere il blocco; invece di abbandonare l’accordo con l’Iran, si potrebbe mantenerlo con l’incoraggiamento di Israele; e invece di bombardare le basi iraniane, si potrebbe cercare di dialogare con l’Iran, direttamente o indirettamente. Non è così eccitante come bombardare né come esibire un mucchio di fascicoli sull’Iran. Ma queste potevano essere le vere vittorie di Israele.
(Traduzione di Stefania Mascetti)
Questo articolo è stato pubblicato dal quotidiano israeliano Haaretz.
https://www.internazionale.it/opinione/gideon-levy/2018/05/14/israele-gaza-scontri-ambasciata

lunedì 30 aprile 2018

Budapest: l'on. Agostino Spataro ricevuto nelle Ambasciate di Argentina e di Palestina

Copertina Edizione Amazon ebook
http://www.repubblica.it/venerdi/articoli/2016/05/25/news/da_palermo_a_palermo_il_tour_di_borges_funebre_e_buffo-140592616/ 

L'on.Agostino Spataro, già membro delle commissioni Affari Esteri e Difesa della Camera dei Deputati, é stato ricevuto il 26 aprile 2018 presso l'Ambasciata della Repubblica Argentina a Budapest dal Signor ambasciatore Maximiliano Gregorio Cernadas (alla presenza dell'attaché signora Alejandra Butti) per un cordiale incontro di cortesia.
L'on. Spataro, che segue da anni e con vivo interesse, mediante viaggi ed articoli, l'evoluzione della realtà argentina ha donato, e illustrato, al Signor Ambasciatore il suo libro "Borges nella Sicilia del mito"- Intervista con Maria Kodama -", un tributo in onore del grande scrittore argentino pubblicato in occasione del 30 ° anniversario della morte avvenuta a Ginevra nel 1986.
Nel libro si raccontano, soprattutto attraverso la parole di Maria Kodama che l'accompagnava , gli aneddoti, le sensazioni e le belle disavventure capitate durante il memorabile viaggio di Jorge Luis Borges in Sicilia nel 1984.

Maria Kodama e Agostino Spataro durante l'intervista all'aeroporto di Buenos Aires


Brano dell'intervista pubblicata in "La Repubblica" del 26/10/2010 : "Il nome di Palermo gli ricordava (a Borges n.d.a.) il suo amato barrio natale, nel quale visse la sua infanzia, dove- come scrive in  "Fundacion mitica di Buenos Aires"- é nata la città. Per Borges, Buenos Aires non nacque a la Boca, ma a Palermo..." 
Anche sulla questione del nome di Palermo dato a questo celebre barrio portegno, ormai la contro-versia sembra essere chiarita: "come anche da noi accertato la Palermo di Buenos Aires prese il nome da Juan Dominguez, uomo d'affari di Palermo che nel 1582 si trasferì dalla Sicilia sulle rive del rio de La Plata..." 





Il 27 aprile 2018, su invito della Signora Maria Antoinette Sedin, ambasciatrice di Palestina, l'on. Spataro, da lungo tempo sostenitore a livello politico e parlamentare della giusta Causa della liberazione del popolo palestinese per la creazione di uno Stato sovrano e riconosciuto dalla comunità internazionale, si é recato presso l'ambasciata di Budapest per donare il suo libro "L'Islam politique - Des origines à Ben Laden",  edizione in francese del suo: "Fondamentalismo islamico, dalle origini a Bin Laden", pubblicato in Italia da "Editori Riuniti" e distribuito da:  (//www.lafeltrinelli.it/fcom/it/home/pages/catalogo/searchresults.html? rkw=Agostino+Spataro+Il+fondamentalismo+islamico+Dalle+origini+a+Bin+Laden+Arafat&cat1=1&prm=&type=1)

Il libro si apre con una pregevole prefazione del Presidente Yasser Arafat da cui é tratto il seguente brano: "E' per questo che apprezzo lo sforzo ammirevole di Agostino Spataro, amico di lunga data del popolo palestinese e conoscitore del mondo arabo, che é riuscito a rendere nei suoi termini oggettivi e storici il lungo e difficile confronto culturale e religioso in corso nelle società musulmane, dando la parola innanzitutto agli arabi ossia ai protagonisti reali di questo dibattito che - lo speriamo- sarà propedeutico per un nuovo futuro di pace e di prosperità..."