Allego sull'argomento alcune pagine tratte dal mio libro "Osservatore del PCI nella Libia di Gheddafi- Un viaggio a Tripoli" Ed. Centro Stuidi Mediterranei, 2013. Saluti. a.s.
Cap. IV
LIBIA, UN’INSURREZIONE NON FA “PRIMAVERA”
Le “primavere” arabe
1... Se è vero che “una rondine non fa primavera”e altrettanto vero che “una primavera”non fa una rivoluzione. Ovviamente, se per “rivoluzione” s’intende uncambiamento profondo dello stato di cose presente e non un mero ricambio diceti dominanti.
Stiamo parlandodelle “primavere” arabe o “rivoluzioni degli internauti”che hanno scosso,ribaltato gli assetti del potere in alcuni paesi nordafricani.
In Tunisia un vasto,e inatteso, movimento popolare, sostenuto e orientato dalle forze politiche diopposizione (fra cui il partito islamista “Ennadha”) ha indotto Ben Alì allafuga.
In Egitto, ilpresidente Moubarak è stato costretto alle dimissioni dal venir meno delsostegno degli Usa e dalle lotte poderose di uno schieramento ampio,soprattutto urbano, apparentemente dominato dalle componenti giovanili laiche eprogressiste.
In realtà, dietro edentro tali movimenti c’erano i “fratelli mussulmani” i quali, pur avendoun’influenza sociale diffusa e un’organizzazione radicata e ramificata nellasocietà, hanno mantenuto un comportamento defilato, in attesa di subentrarealle prime elezioni libere che, com’è noto, sono state stravinte in entrambi iPaesi dai partiti islamisti.
Con tutto ilrispetto dovuto alle centinaia di vittime delle repressioni poliziesche, alcoraggio e alla determinazione di grandi masse giovanili, femminili e operaie,bisogna, però, rilevare che quelle non furono vere rivoluzioni, ma generoserivolte giovanili, concentrate nelle grandi realtà urbane (molto meno nellecampagne), che, senza volerlo, hanno spianato la via del potere alle formazioniislamiste. Oggi, in questi Paesi è in atto una drammatica regressionepolitica e culturale (anche rispetto ai vecchi regimi) che nessuno dei grandimedia illumina, forse perché troppo concentrati sulla Siria a… spianare lastrada del potere ai Fratelli musulmani, amici dell’Arabia Saudita e degliamericani. Sappiamo che in Siria c’è una dittatura, ma deve essere quel popoloa liberarsene con le pro-prie forze e con i propri mezzi e non con armi e forzestraniere come quelle provenienti dalla Francia e da altri paesi della Nato chesembra sia stata trasformata in un nuovo gendarme del mondo.
2... Tali movimenti, infatti, sono esplosi perlegittime rivendicazioni endogene (la mancanza di libertà, di diritti civili,la sete di giustizia, di modernità, la lotta alla corruzione e alla disoccupa-zione,ai privilegi, ecc), ma anche per induzione esterna mediante l’uso mirato eraffinato dei social network .
L’obiettivo eraquello di rovesciare i regimi tirannici, quasi tutti amici dell’Occidente. Difatto, però, le “primavere” hanno agevolato la vittoria dei “fratellimusulmani “e di altre organizzazioni islamiste, anche di tendenza salafita.
Un processo contraddittorio, ambiguo come rileva Mahdi Darius Nazemroaya, nella sua analisi “Dividere,conquistare e regnare in Medio Oriente”, pubblicata alla fine del 2011:
“Il processo della “primavera araba” haribaltato in Nord Africa, dal Marocco all’Egitto, regimi politici autoritarifondamentalmente laici e con più o meno sbiadite venature socialiste, portandoa capo dei nuovi governi gruppi islamici moderati. In Tunisia, Rachid Gannouchileader del partito Ennahda ha rimpiazzato Zine el Abidine Ben Ali. Nellavecchia Jamiryia i ribelli jihaddisti libici riuniti nel Cnt si sono sbarazzatidi Gheddafi grazie all’appoggio degli anglo-franco-americani, instaurando lasharia nella legislazione della “nuova Libia”.
In Marocco, il partito islamico-moderato elegittimista Giustizia e Sviluppo ha vinto le elezioni legislative portando ilsuo leader Abdelilah Benkirane ad esercitare il ruolo da primo ministro. InEgitto, il nuovo Parlamento, il primo da quando Mubarak ha lasciato il Paese,è composto per tre quarti da islamici, vale a dire dai Fratelli Musulmani e daisalafiti. All’appello nordafricano mancherebbe soltanto Ennahda, il movimentoislamico algerino che concorrerà alle presidenziali nel 2014. [1]
3... Com’era prevedibile, l’appoggio datodall’Occidente alle“primavere arabe” si è risolto in un madornale errore. Masi tratta di errori o di qualcosa d’altro? Errori così pacchiani, ripetuti autorizzano, infatti, un dubbio atroce: gli Usasbagliano o hanno scelto, consapevolmente, di “sbagliare”?
Difficile scioglieretale dubbio, anche se sappiamo, e vediamo, che le multinazionali Usa, pur dicontrollare il petrolio e il gas arabi, non si fanno scrupoli di allearsi anchecon i più fanatici nemici degli Usa e dell’Occidente ossia con la “tendenzaintegralista”, variamente connotata, l’unica in grado di controllare il poterepolitico e, quindi, le risorse degli Stati islamici.
Nel suo saggio,Sebastiano Caputo da questa interpretazione:
“Al momento né Washington né Tel Aviv hannosuonato il campanello d’allarme, difficile capire il perché. La prima ipotesipresuppone che gli Usa sappiano che questi nuovi governi islamo- neoconservatoriagiranno principalmente nel campo del sociale attraverso leggi che limiterannola libertà, mentre difficilmente metteranno le mani alla macroeconomia, vale adire il libero mercato e il sistema monetario attuale, di conseguenzarisulterebbe inutile scatenare pressioni o sanzioni…
Tuttavia l’eclatante trionfo dei valoriislamici su quelli laici racchiude in sé una situazione paradossale. Se sianalizza l’evoluzione della politica estera nord-americana dopo i cosiddettiattentati dell’11 settembre e l’atteggiamento scettico nei confronti dell’Islam,la domanda che viene in mente è per quale motivo gli Stati Uniti d’America, “garantidella democrazia nel mondo” permet-tono un tale evento storico- politico?Perché Israele consente a gruppi islamici, antisionisti e pro-palestinesi digovernare Paesi limitrofi (Egitto) o periferici (gli altri Paesi del Maghreb)?”[2]
Morsi si, Morsi no. Sissi si, Sissi ni: l’Egittoimbrigliato nella catena delle contraddizioni occidentali
Restando dentro la metafora, bisognava sapere che aitepori della “primavera” seguono il caldo torrido dell’estate e dell’autunno eil freddo dell’inverno.
Ormai, però, laporta incautamente è stata aperta e il “dragone”, da tempo incatenato, è liberodi agire. Ad avvertire, per primi, l’incombente pericolo sono stati igovernanti israeliani che temono, con crescente inquietudine, l’addensarsi ailoro confini di nuovi regimi islamisti che non tollerano la presenza “della odiata entità sionista”.
Probabilmente, anche da tali preoccupazioni è venuto il“nulla-osta” Usa ai vertici militari egiziani di destituire il legittimo pre-sidenteMohamed Morsi, leader della setta dei “Fratelli musulma-ni”.
Un vero e propriocolpo di Stato, attuato con la silente complicità delle potenze della Nato,contro il primo rais eletto democratica-mente, come hanno garantito i mediaoccidentali; gli stessi che hanno applaudito il generale Sissi che lo hacacciato e che ora non sanno cosa diredi fronte alla sanguinosa reazione del governo militare contro le proteste dei “fratelli musulmani”.
L’Egitto è, oggi,l’esempio più clamoroso e pericoloso della impasse in cui si sono cacciati igovernanti occidentali, della loro incapacità di rapportarsi con la complessarealtà del mondo arabo e islamico.
Questi governisembrano arrogarsi perfino il “diritto di contraddizione”, senza pagare dazioper le gravi conseguenze provocate.
Se a tutto ciò siaggiungono i comportamenti personali ambigui di taluni capi di Stato il quadrodiventa davvero fosco e preoccupante e la prospettiva molto confusa.
A tale proposito, colpisconole accuse gravissime lanciate da Te-hani al- Gebali, vicepresidentedella corte costituzionale egiziana, secondo il quale - come riportato da “la Stampa” - “Malik Obama, fratellastro dell’omonimoPresidente (Usa n.d.r.), sarebbe legato a doppio filo con la Fratellanza musulmana,l’organizzazione del deposto Mohammed Morsi, inizialmente sostenuta anche dallaCasa Bianca.”
Addirittura, al- Gelali rincara la dose quando afferma,esplicitamente, che : “il fratello delpresidente, Barack Obama, è uno degli architetti dei maggiori investimentidella Fratellanza musulmana”.
(fonte: Francesca Canelli in “Libero- Quotidiano.it”del 27 agosto 2013
Non è il caso di enfatizzare questa denuncia, ma nemmeno dilasciarla cadere nel vuoto, poiché è chiaro che, se confermata, gette-rebbeun’ombra inquietante sull’immagine e sull’operato del pri-mo presidente afro -americano degli Stati Uniti d’America la cui elezione (meno la rielezione)abbiamo salutato come una grande conquista civile e politica del popolo americanoe, in generale, co-me una vittoria sull’ideologia razzista mondiale. Un eventoquasi assimilabile all’elezione di Nelson Mandela a presidente del Sud-Africa.
Ho menzionato tale “notizia” per correttezza d’informazionee an-che perché, in qualche misura, evoca due episodi richiamati nel libro che credo meritino una riflessione, senon altro per le sorpren-denti analogie e coincidenze. Eccoli :
1) nel capitolo “La Sicilia e la Libia” dove si parla diBilly, fratello di Jimmy Carter altro presidente in carica, sbarcato in Libiaper rendere omaggio a Gheddafi e alla sua “rivoluzione” antimpe-rialista chegli Usa avevano messo al bando. A queltempo (1979), il “Billygate” fu fatto passare per una stravaganza di un uomo assillatodai debiti e dall’alcool, ma - come documentiamo- si trattò di una sorta di “missione patriottica” cheserviva al presidente Carter per risolvere, tramite il fratello, alcuniproblemi di vitale importanza.
2) nel “Viaggio aTripoli” segnalo, invece, la rumorosa presenza in Libia, nel 1984, perpartecipare alla conferenza internazionale di solidarietà con il regime diGheddafi, di un afro - americano qualificatosi (e accolto) come presidentedella proclamata “Repubblica islamica degliStati Uniti d’America”.
Si trattava del dottor Louis Raphael, leader dei “BlackMuslim” americani, il quale promise (24 anni prima dell’elezione di Obama!)che presto avrebbero “piantato labandiera verde di Allah sul pennone della Casa Bianca”.
L’Algeria ha già subìto il “trattamento” islamista
Questa catena d’intrighi e di “contraddizioni”, forse,aiuta a capire perché l’onda lunga della “primavera” araba non sia arrivata inBahrain e in altre petro-monarchie del Golfo, nella stessa Algeria.
Per quanto concernel’Algeria, c’è da notare che questo importante Paese, arabo e mediterraneo, hasubito il “trattamento” (islamista) negli anni scorsi, con conseguenze davverodevastanti.
I governantialgerini capirono l’antifona e aprirono le porte alle multinazionali Usa efrancesi ma anche russe.
Oggi, il terrorismoislamista è “sotto controllo” e le multinazionali possono controllare,tranquillamente e per vie traverse, i traffici d’idrocarburi e anche lagestione (questa è la novità) di taluni settori strategici algerini quali itrasporti, i servizi d’igiene e la produzione e la distribuzione di energiaelettrica.
L’allarme lo harilanciato, recentemente, Salima Tlemcani, su “El Watan” del 27/4/2013:
“Mai,l’Algeria è stata così minacciata nellasua esistenza che in questi ultimi anni, a causa della sua rendita petrolifera.Il malgoverno, la corruzione e gli interessi dei politicanti hanno finito perconsegnarla alla vecchia potenza coloniale e agli Stati Uniti che, oggi, hannopraticamente il monopolio sui due settori strategici più sensibili : itrasporti e l’energia… Gli uomini a più alto livello dello Stato hanno messo ilPaese nelle mani degli Americani e dei Francesi, unicamente per comprare laloro benedizione”.
Più chiaro di così!
La “primavera” non sboccia in Bahrain
Stranamente, nel vasto panorama delle petro- monarchiearabe, assolutiste e oscurantiste, la “primavera” non è arrivata, si è infrantaalle porte dei loro avamposti più tirannici.
E’ stata “dirottata”in Siria, si potrebbe dire. Non è riuscita a sbocciare nemmeno nel piccolo ericco emirato del Bahrain perché repressanel sangue dall’intervento militare delle truppe dell’Arabia saudita, suopotente vicino e tutore, e perché mistificata dalle tv satellitari arabe e ignoratadai media occidentali.
Nel Bahrain (loscontro è ancora in corso) si vorrebbe salvare, ad ogni costo, una “dittaturaamica” poiché nell’emirato, pieno di ban-che arabe e occidentali e di basimilitari Usa, la protesta non corre sulweb, ma viene dalla casbah, dal popolo sfruttato, in gran parte di confessione“sciita”, e perché in seconda fila non ci sono i “fratelli musulmani”, prontia subentrare senza traumi, ma il popolo sciita in sintonia con il vicino Irandegli ayatollah.
Evidentemente, all’interno del “cerchio Mena” il trattamentonon è uguale per tutti i Paesi: il Bahrain va difeso perché fa parte dellacatena delle dittature amiche, mentre Siria e Iran, considerate dittatureostili e indisponibili, vanno sovvertite, scalzate con ogni mezzo, compresol’intervento militare.
Questa è la lettura più realistica degli avvenimenti!
La posta in gioco è altissima e perciò non si bada a spese ea scrupoli di sorta. I decisori occulti e palesi sanno benissimo che chi, inquesto secolo, controllerà il “cerchio Mena” influenzerà il futuro del mondo.
Il controllo di una regione così vasta e difficile, un po’scottata dall’esperienza coloniale europea, richiede la collaborazione in locodi vecchi e nuovi amici più solidi politicamente, disponibili a condividere irischi e i frutti dell’ambizioso progetto.
Insomma, non ci si poteva più appoggiare su dittatoriesausti, screditati, corrotti che non avrebbero potuto più tenere a bada lemasse giovanili e popolari diseredate, ma bisognava individuare, promuoveresoggetti nuovi, decisi, influenti, capaci di generare anche un certo grado diconsenso sociale e politico.
Dopo le intese con i re e con gli emiri, “moderni”all’estero e retrivi in patria, con gli uomini delle vecchie dinastiepetroliere, scan-dalosamente ricchi e gaudenti, con i rappresentantidell’aristocrazia compradorainternazionale, sono stati ricercati accordi con la “fratellanza musulmana”l’unica, nel mondo islamico, a essere ben organizzata, motivata e, dunque,capace di governare quelle società turbolente.
Qua e là- secondo il bisogno- sono state contattate ereclutate anche talune formazioni più estremiste.
[1] S. Caputo “PianoYinon: la”primavera araba” per spaccare l’Africa” in “Informareper Resistere” del 8/4/2013
[2] S. Caputo, op. cit.
martedì 19 novembre 2013
"LE PRIMAVERE TRADITE", Agostino Spataro alla Biblioteca "L. Pirandello" di Agrigento
COMUNICATO DELLA LIBERA UNIVERSITA’ AGRIGENTINA- AUSER
Nel quadro del programma annuale “Mediterraneo, ieri e oggi”, la LUA ha organizzato una conversazione con Agostino Spataro, autore di diverse opere sul Mediterraneo e sul Mondo Arabo, sul tema: “LE PRIMAVERE TRADITE”
L’incontro si svolgerà giovedì 21 novembre alle ore 17, 00 presso la Biblioteca“L. Pirandello” di Agrigento (via Imera, n. 50)- Ingresso libero
Allego sull'argomento alcune pagine tratte dal mio libro "Osservatore del PCI nella Libia di Gheddafi- Un viaggio a Tripoli" Ed. Centro Stuidi Mediterranei, 2013. Saluti. a.s.
Cap. IV
LIBIA, UN’INSURREZIONE NON FA “PRIMAVERA”
Le “primavere” arabe
1... Se è vero che “una rondine non fa primavera”e altrettanto vero che “una primavera”non fa una rivoluzione. Ovviamente, se per “rivoluzione” s’intende uncambiamento profondo dello stato di cose presente e non un mero ricambio diceti dominanti.
Stiamo parlandodelle “primavere” arabe o “rivoluzioni degli internauti”che hanno scosso,ribaltato gli assetti del potere in alcuni paesi nordafricani.
In Tunisia un vasto,e inatteso, movimento popolare, sostenuto e orientato dalle forze politiche diopposizione (fra cui il partito islamista “Ennadha”) ha indotto Ben Alì allafuga.
In Egitto, ilpresidente Moubarak è stato costretto alle dimissioni dal venir meno delsostegno degli Usa e dalle lotte poderose di uno schieramento ampio,soprattutto urbano, apparentemente dominato dalle componenti giovanili laiche eprogressiste.
In realtà, dietro edentro tali movimenti c’erano i “fratelli mussulmani” i quali, pur avendoun’influenza sociale diffusa e un’organizzazione radicata e ramificata nellasocietà, hanno mantenuto un comportamento defilato, in attesa di subentrarealle prime elezioni libere che, com’è noto, sono state stravinte in entrambi iPaesi dai partiti islamisti.
Con tutto ilrispetto dovuto alle centinaia di vittime delle repressioni poliziesche, alcoraggio e alla determinazione di grandi masse giovanili, femminili e operaie,bisogna, però, rilevare che quelle non furono vere rivoluzioni, ma generoserivolte giovanili, concentrate nelle grandi realtà urbane (molto meno nellecampagne), che, senza volerlo, hanno spianato la via del potere alle formazioniislamiste. Oggi, in questi Paesi è in atto una drammatica regressionepolitica e culturale (anche rispetto ai vecchi regimi) che nessuno dei grandimedia illumina, forse perché troppo concentrati sulla Siria a… spianare lastrada del potere ai Fratelli musulmani, amici dell’Arabia Saudita e degliamericani. Sappiamo che in Siria c’è una dittatura, ma deve essere quel popoloa liberarsene con le pro-prie forze e con i propri mezzi e non con armi e forzestraniere come quelle provenienti dalla Francia e da altri paesi della Nato chesembra sia stata trasformata in un nuovo gendarme del mondo.
2... Tali movimenti, infatti, sono esplosi perlegittime rivendicazioni endogene (la mancanza di libertà, di diritti civili,la sete di giustizia, di modernità, la lotta alla corruzione e alla disoccupa-zione,ai privilegi, ecc), ma anche per induzione esterna mediante l’uso mirato eraffinato dei social network .
L’obiettivo eraquello di rovesciare i regimi tirannici, quasi tutti amici dell’Occidente. Difatto, però, le “primavere” hanno agevolato la vittoria dei “fratellimusulmani “e di altre organizzazioni islamiste, anche di tendenza salafita.
Un processo contraddittorio, ambiguo come rileva Mahdi Darius Nazemroaya, nella sua analisi “Dividere,conquistare e regnare in Medio Oriente”, pubblicata alla fine del 2011:
“Il processo della “primavera araba” haribaltato in Nord Africa, dal Marocco all’Egitto, regimi politici autoritarifondamentalmente laici e con più o meno sbiadite venature socialiste, portandoa capo dei nuovi governi gruppi islamici moderati. In Tunisia, Rachid Gannouchileader del partito Ennahda ha rimpiazzato Zine el Abidine Ben Ali. Nellavecchia Jamiryia i ribelli jihaddisti libici riuniti nel Cnt si sono sbarazzatidi Gheddafi grazie all’appoggio degli anglo-franco-americani, instaurando lasharia nella legislazione della “nuova Libia”.
In Marocco, il partito islamico-moderato elegittimista Giustizia e Sviluppo ha vinto le elezioni legislative portando ilsuo leader Abdelilah Benkirane ad esercitare il ruolo da primo ministro. InEgitto, il nuovo Parlamento, il primo da quando Mubarak ha lasciato il Paese,è composto per tre quarti da islamici, vale a dire dai Fratelli Musulmani e daisalafiti. All’appello nordafricano mancherebbe soltanto Ennahda, il movimentoislamico algerino che concorrerà alle presidenziali nel 2014. [1]
3... Com’era prevedibile, l’appoggio datodall’Occidente alle“primavere arabe” si è risolto in un madornale errore. Masi tratta di errori o di qualcosa d’altro? Errori così pacchiani, ripetuti autorizzano, infatti, un dubbio atroce: gli Usasbagliano o hanno scelto, consapevolmente, di “sbagliare”?
Difficile scioglieretale dubbio, anche se sappiamo, e vediamo, che le multinazionali Usa, pur dicontrollare il petrolio e il gas arabi, non si fanno scrupoli di allearsi anchecon i più fanatici nemici degli Usa e dell’Occidente ossia con la “tendenzaintegralista”, variamente connotata, l’unica in grado di controllare il poterepolitico e, quindi, le risorse degli Stati islamici.
Nel suo saggio,Sebastiano Caputo da questa interpretazione:
“Al momento né Washington né Tel Aviv hannosuonato il campanello d’allarme, difficile capire il perché. La prima ipotesipresuppone che gli Usa sappiano che questi nuovi governi islamo- neoconservatoriagiranno principalmente nel campo del sociale attraverso leggi che limiterannola libertà, mentre difficilmente metteranno le mani alla macroeconomia, vale adire il libero mercato e il sistema monetario attuale, di conseguenzarisulterebbe inutile scatenare pressioni o sanzioni…
Tuttavia l’eclatante trionfo dei valoriislamici su quelli laici racchiude in sé una situazione paradossale. Se sianalizza l’evoluzione della politica estera nord-americana dopo i cosiddettiattentati dell’11 settembre e l’atteggiamento scettico nei confronti dell’Islam,la domanda che viene in mente è per quale motivo gli Stati Uniti d’America, “garantidella democrazia nel mondo” permet-tono un tale evento storico- politico?Perché Israele consente a gruppi islamici, antisionisti e pro-palestinesi digovernare Paesi limitrofi (Egitto) o periferici (gli altri Paesi del Maghreb)?”[2]
Morsi si, Morsi no. Sissi si, Sissi ni: l’Egittoimbrigliato nella catena delle contraddizioni occidentali
Restando dentro la metafora, bisognava sapere che aitepori della “primavera” seguono il caldo torrido dell’estate e dell’autunno eil freddo dell’inverno.
Ormai, però, laporta incautamente è stata aperta e il “dragone”, da tempo incatenato, è liberodi agire. Ad avvertire, per primi, l’incombente pericolo sono stati igovernanti israeliani che temono, con crescente inquietudine, l’addensarsi ailoro confini di nuovi regimi islamisti che non tollerano la presenza “della odiata entità sionista”.
Probabilmente, anche da tali preoccupazioni è venuto il“nulla-osta” Usa ai vertici militari egiziani di destituire il legittimo pre-sidenteMohamed Morsi, leader della setta dei “Fratelli musulma-ni”.
Un vero e propriocolpo di Stato, attuato con la silente complicità delle potenze della Nato,contro il primo rais eletto democratica-mente, come hanno garantito i mediaoccidentali; gli stessi che hanno applaudito il generale Sissi che lo hacacciato e che ora non sanno cosa diredi fronte alla sanguinosa reazione del governo militare contro le proteste dei “fratelli musulmani”.
L’Egitto è, oggi,l’esempio più clamoroso e pericoloso della impasse in cui si sono cacciati igovernanti occidentali, della loro incapacità di rapportarsi con la complessarealtà del mondo arabo e islamico.
Questi governisembrano arrogarsi perfino il “diritto di contraddizione”, senza pagare dazioper le gravi conseguenze provocate.
Se a tutto ciò siaggiungono i comportamenti personali ambigui di taluni capi di Stato il quadrodiventa davvero fosco e preoccupante e la prospettiva molto confusa.
A tale proposito, colpisconole accuse gravissime lanciate da Te-hani al- Gebali, vicepresidentedella corte costituzionale egiziana, secondo il quale - come riportato da “la Stampa” - “Malik Obama, fratellastro dell’omonimoPresidente (Usa n.d.r.), sarebbe legato a doppio filo con la Fratellanza musulmana,l’organizzazione del deposto Mohammed Morsi, inizialmente sostenuta anche dallaCasa Bianca.”
Addirittura, al- Gelali rincara la dose quando afferma,esplicitamente, che : “il fratello delpresidente, Barack Obama, è uno degli architetti dei maggiori investimentidella Fratellanza musulmana”.
(fonte: Francesca Canelli in “Libero- Quotidiano.it”del 27 agosto 2013
Non è il caso di enfatizzare questa denuncia, ma nemmeno dilasciarla cadere nel vuoto, poiché è chiaro che, se confermata, gette-rebbeun’ombra inquietante sull’immagine e sull’operato del pri-mo presidente afro -americano degli Stati Uniti d’America la cui elezione (meno la rielezione)abbiamo salutato come una grande conquista civile e politica del popolo americanoe, in generale, co-me una vittoria sull’ideologia razzista mondiale. Un eventoquasi assimilabile all’elezione di Nelson Mandela a presidente del Sud-Africa.
Ho menzionato tale “notizia” per correttezza d’informazionee an-che perché, in qualche misura, evoca due episodi richiamati nel libro che credo meritino una riflessione, senon altro per le sorpren-denti analogie e coincidenze. Eccoli :
1) nel capitolo “La Sicilia e la Libia” dove si parla diBilly, fratello di Jimmy Carter altro presidente in carica, sbarcato in Libiaper rendere omaggio a Gheddafi e alla sua “rivoluzione” antimpe-rialista chegli Usa avevano messo al bando. A queltempo (1979), il “Billygate” fu fatto passare per una stravaganza di un uomo assillatodai debiti e dall’alcool, ma - come documentiamo- si trattò di una sorta di “missione patriottica” cheserviva al presidente Carter per risolvere, tramite il fratello, alcuniproblemi di vitale importanza.
2) nel “Viaggio aTripoli” segnalo, invece, la rumorosa presenza in Libia, nel 1984, perpartecipare alla conferenza internazionale di solidarietà con il regime diGheddafi, di un afro - americano qualificatosi (e accolto) come presidentedella proclamata “Repubblica islamica degliStati Uniti d’America”.
Si trattava del dottor Louis Raphael, leader dei “BlackMuslim” americani, il quale promise (24 anni prima dell’elezione di Obama!)che presto avrebbero “piantato labandiera verde di Allah sul pennone della Casa Bianca”.
L’Algeria ha già subìto il “trattamento” islamista
Questa catena d’intrighi e di “contraddizioni”, forse,aiuta a capire perché l’onda lunga della “primavera” araba non sia arrivata inBahrain e in altre petro-monarchie del Golfo, nella stessa Algeria.
Per quanto concernel’Algeria, c’è da notare che questo importante Paese, arabo e mediterraneo, hasubito il “trattamento” (islamista) negli anni scorsi, con conseguenze davverodevastanti.
I governantialgerini capirono l’antifona e aprirono le porte alle multinazionali Usa efrancesi ma anche russe.
Oggi, il terrorismoislamista è “sotto controllo” e le multinazionali possono controllare,tranquillamente e per vie traverse, i traffici d’idrocarburi e anche lagestione (questa è la novità) di taluni settori strategici algerini quali itrasporti, i servizi d’igiene e la produzione e la distribuzione di energiaelettrica.
L’allarme lo harilanciato, recentemente, Salima Tlemcani, su “El Watan” del 27/4/2013:
“Mai,l’Algeria è stata così minacciata nellasua esistenza che in questi ultimi anni, a causa della sua rendita petrolifera.Il malgoverno, la corruzione e gli interessi dei politicanti hanno finito perconsegnarla alla vecchia potenza coloniale e agli Stati Uniti che, oggi, hannopraticamente il monopolio sui due settori strategici più sensibili : itrasporti e l’energia… Gli uomini a più alto livello dello Stato hanno messo ilPaese nelle mani degli Americani e dei Francesi, unicamente per comprare laloro benedizione”.
Più chiaro di così!
La “primavera” non sboccia in Bahrain
Stranamente, nel vasto panorama delle petro- monarchiearabe, assolutiste e oscurantiste, la “primavera” non è arrivata, si è infrantaalle porte dei loro avamposti più tirannici.
E’ stata “dirottata”in Siria, si potrebbe dire. Non è riuscita a sbocciare nemmeno nel piccolo ericco emirato del Bahrain perché repressanel sangue dall’intervento militare delle truppe dell’Arabia saudita, suopotente vicino e tutore, e perché mistificata dalle tv satellitari arabe e ignoratadai media occidentali.
Nel Bahrain (loscontro è ancora in corso) si vorrebbe salvare, ad ogni costo, una “dittaturaamica” poiché nell’emirato, pieno di ban-che arabe e occidentali e di basimilitari Usa, la protesta non corre sulweb, ma viene dalla casbah, dal popolo sfruttato, in gran parte di confessione“sciita”, e perché in seconda fila non ci sono i “fratelli musulmani”, prontia subentrare senza traumi, ma il popolo sciita in sintonia con il vicino Irandegli ayatollah.
Evidentemente, all’interno del “cerchio Mena” il trattamentonon è uguale per tutti i Paesi: il Bahrain va difeso perché fa parte dellacatena delle dittature amiche, mentre Siria e Iran, considerate dittatureostili e indisponibili, vanno sovvertite, scalzate con ogni mezzo, compresol’intervento militare.
Questa è la lettura più realistica degli avvenimenti!
La posta in gioco è altissima e perciò non si bada a spese ea scrupoli di sorta. I decisori occulti e palesi sanno benissimo che chi, inquesto secolo, controllerà il “cerchio Mena” influenzerà il futuro del mondo.
Il controllo di una regione così vasta e difficile, un po’scottata dall’esperienza coloniale europea, richiede la collaborazione in locodi vecchi e nuovi amici più solidi politicamente, disponibili a condividere irischi e i frutti dell’ambizioso progetto.
Insomma, non ci si poteva più appoggiare su dittatoriesausti, screditati, corrotti che non avrebbero potuto più tenere a bada lemasse giovanili e popolari diseredate, ma bisognava individuare, promuoveresoggetti nuovi, decisi, influenti, capaci di generare anche un certo grado diconsenso sociale e politico.
Dopo le intese con i re e con gli emiri, “moderni”all’estero e retrivi in patria, con gli uomini delle vecchie dinastiepetroliere, scan-dalosamente ricchi e gaudenti, con i rappresentantidell’aristocrazia compradorainternazionale, sono stati ricercati accordi con la “fratellanza musulmana”l’unica, nel mondo islamico, a essere ben organizzata, motivata e, dunque,capace di governare quelle società turbolente.
Qua e là- secondo il bisogno- sono state contattate ereclutate anche talune formazioni più estremiste.
[1] S. Caputo “PianoYinon: la”primavera araba” per spaccare l’Africa” in “Informareper Resistere” del 8/4/2013
[2] S. Caputo, op. cit.
Allego sull'argomento alcune pagine tratte dal mio libro "Osservatore del PCI nella Libia di Gheddafi- Un viaggio a Tripoli" Ed. Centro Stuidi Mediterranei, 2013. Saluti. a.s.
Cap. IV
LIBIA, UN’INSURREZIONE NON FA “PRIMAVERA”
Le “primavere” arabe
1... Se è vero che “una rondine non fa primavera”e altrettanto vero che “una primavera”non fa una rivoluzione. Ovviamente, se per “rivoluzione” s’intende uncambiamento profondo dello stato di cose presente e non un mero ricambio diceti dominanti.
Stiamo parlandodelle “primavere” arabe o “rivoluzioni degli internauti”che hanno scosso,ribaltato gli assetti del potere in alcuni paesi nordafricani.
In Tunisia un vasto,e inatteso, movimento popolare, sostenuto e orientato dalle forze politiche diopposizione (fra cui il partito islamista “Ennadha”) ha indotto Ben Alì allafuga.
In Egitto, ilpresidente Moubarak è stato costretto alle dimissioni dal venir meno delsostegno degli Usa e dalle lotte poderose di uno schieramento ampio,soprattutto urbano, apparentemente dominato dalle componenti giovanili laiche eprogressiste.
In realtà, dietro edentro tali movimenti c’erano i “fratelli mussulmani” i quali, pur avendoun’influenza sociale diffusa e un’organizzazione radicata e ramificata nellasocietà, hanno mantenuto un comportamento defilato, in attesa di subentrarealle prime elezioni libere che, com’è noto, sono state stravinte in entrambi iPaesi dai partiti islamisti.
Con tutto ilrispetto dovuto alle centinaia di vittime delle repressioni poliziesche, alcoraggio e alla determinazione di grandi masse giovanili, femminili e operaie,bisogna, però, rilevare che quelle non furono vere rivoluzioni, ma generoserivolte giovanili, concentrate nelle grandi realtà urbane (molto meno nellecampagne), che, senza volerlo, hanno spianato la via del potere alle formazioniislamiste. Oggi, in questi Paesi è in atto una drammatica regressionepolitica e culturale (anche rispetto ai vecchi regimi) che nessuno dei grandimedia illumina, forse perché troppo concentrati sulla Siria a… spianare lastrada del potere ai Fratelli musulmani, amici dell’Arabia Saudita e degliamericani. Sappiamo che in Siria c’è una dittatura, ma deve essere quel popoloa liberarsene con le pro-prie forze e con i propri mezzi e non con armi e forzestraniere come quelle provenienti dalla Francia e da altri paesi della Nato chesembra sia stata trasformata in un nuovo gendarme del mondo.
2... Tali movimenti, infatti, sono esplosi perlegittime rivendicazioni endogene (la mancanza di libertà, di diritti civili,la sete di giustizia, di modernità, la lotta alla corruzione e alla disoccupa-zione,ai privilegi, ecc), ma anche per induzione esterna mediante l’uso mirato eraffinato dei social network .
L’obiettivo eraquello di rovesciare i regimi tirannici, quasi tutti amici dell’Occidente. Difatto, però, le “primavere” hanno agevolato la vittoria dei “fratellimusulmani “e di altre organizzazioni islamiste, anche di tendenza salafita.
Un processo contraddittorio, ambiguo come rileva Mahdi Darius Nazemroaya, nella sua analisi “Dividere,conquistare e regnare in Medio Oriente”, pubblicata alla fine del 2011:
“Il processo della “primavera araba” haribaltato in Nord Africa, dal Marocco all’Egitto, regimi politici autoritarifondamentalmente laici e con più o meno sbiadite venature socialiste, portandoa capo dei nuovi governi gruppi islamici moderati. In Tunisia, Rachid Gannouchileader del partito Ennahda ha rimpiazzato Zine el Abidine Ben Ali. Nellavecchia Jamiryia i ribelli jihaddisti libici riuniti nel Cnt si sono sbarazzatidi Gheddafi grazie all’appoggio degli anglo-franco-americani, instaurando lasharia nella legislazione della “nuova Libia”.
In Marocco, il partito islamico-moderato elegittimista Giustizia e Sviluppo ha vinto le elezioni legislative portando ilsuo leader Abdelilah Benkirane ad esercitare il ruolo da primo ministro. InEgitto, il nuovo Parlamento, il primo da quando Mubarak ha lasciato il Paese,è composto per tre quarti da islamici, vale a dire dai Fratelli Musulmani e daisalafiti. All’appello nordafricano mancherebbe soltanto Ennahda, il movimentoislamico algerino che concorrerà alle presidenziali nel 2014. [1]
3... Com’era prevedibile, l’appoggio datodall’Occidente alle“primavere arabe” si è risolto in un madornale errore. Masi tratta di errori o di qualcosa d’altro? Errori così pacchiani, ripetuti autorizzano, infatti, un dubbio atroce: gli Usasbagliano o hanno scelto, consapevolmente, di “sbagliare”?
Difficile scioglieretale dubbio, anche se sappiamo, e vediamo, che le multinazionali Usa, pur dicontrollare il petrolio e il gas arabi, non si fanno scrupoli di allearsi anchecon i più fanatici nemici degli Usa e dell’Occidente ossia con la “tendenzaintegralista”, variamente connotata, l’unica in grado di controllare il poterepolitico e, quindi, le risorse degli Stati islamici.
Nel suo saggio,Sebastiano Caputo da questa interpretazione:
“Al momento né Washington né Tel Aviv hannosuonato il campanello d’allarme, difficile capire il perché. La prima ipotesipresuppone che gli Usa sappiano che questi nuovi governi islamo- neoconservatoriagiranno principalmente nel campo del sociale attraverso leggi che limiterannola libertà, mentre difficilmente metteranno le mani alla macroeconomia, vale adire il libero mercato e il sistema monetario attuale, di conseguenzarisulterebbe inutile scatenare pressioni o sanzioni…
Tuttavia l’eclatante trionfo dei valoriislamici su quelli laici racchiude in sé una situazione paradossale. Se sianalizza l’evoluzione della politica estera nord-americana dopo i cosiddettiattentati dell’11 settembre e l’atteggiamento scettico nei confronti dell’Islam,la domanda che viene in mente è per quale motivo gli Stati Uniti d’America, “garantidella democrazia nel mondo” permet-tono un tale evento storico- politico?Perché Israele consente a gruppi islamici, antisionisti e pro-palestinesi digovernare Paesi limitrofi (Egitto) o periferici (gli altri Paesi del Maghreb)?”[2]
Morsi si, Morsi no. Sissi si, Sissi ni: l’Egittoimbrigliato nella catena delle contraddizioni occidentali
Restando dentro la metafora, bisognava sapere che aitepori della “primavera” seguono il caldo torrido dell’estate e dell’autunno eil freddo dell’inverno.
Ormai, però, laporta incautamente è stata aperta e il “dragone”, da tempo incatenato, è liberodi agire. Ad avvertire, per primi, l’incombente pericolo sono stati igovernanti israeliani che temono, con crescente inquietudine, l’addensarsi ailoro confini di nuovi regimi islamisti che non tollerano la presenza “della odiata entità sionista”.
Probabilmente, anche da tali preoccupazioni è venuto il“nulla-osta” Usa ai vertici militari egiziani di destituire il legittimo pre-sidenteMohamed Morsi, leader della setta dei “Fratelli musulma-ni”.
Un vero e propriocolpo di Stato, attuato con la silente complicità delle potenze della Nato,contro il primo rais eletto democratica-mente, come hanno garantito i mediaoccidentali; gli stessi che hanno applaudito il generale Sissi che lo hacacciato e che ora non sanno cosa diredi fronte alla sanguinosa reazione del governo militare contro le proteste dei “fratelli musulmani”.
L’Egitto è, oggi,l’esempio più clamoroso e pericoloso della impasse in cui si sono cacciati igovernanti occidentali, della loro incapacità di rapportarsi con la complessarealtà del mondo arabo e islamico.
Questi governisembrano arrogarsi perfino il “diritto di contraddizione”, senza pagare dazioper le gravi conseguenze provocate.
Se a tutto ciò siaggiungono i comportamenti personali ambigui di taluni capi di Stato il quadrodiventa davvero fosco e preoccupante e la prospettiva molto confusa.
A tale proposito, colpisconole accuse gravissime lanciate da Te-hani al- Gebali, vicepresidentedella corte costituzionale egiziana, secondo il quale - come riportato da “la Stampa” - “Malik Obama, fratellastro dell’omonimoPresidente (Usa n.d.r.), sarebbe legato a doppio filo con la Fratellanza musulmana,l’organizzazione del deposto Mohammed Morsi, inizialmente sostenuta anche dallaCasa Bianca.”
Addirittura, al- Gelali rincara la dose quando afferma,esplicitamente, che : “il fratello delpresidente, Barack Obama, è uno degli architetti dei maggiori investimentidella Fratellanza musulmana”.
(fonte: Francesca Canelli in “Libero- Quotidiano.it”del 27 agosto 2013
Non è il caso di enfatizzare questa denuncia, ma nemmeno dilasciarla cadere nel vuoto, poiché è chiaro che, se confermata, gette-rebbeun’ombra inquietante sull’immagine e sull’operato del pri-mo presidente afro -americano degli Stati Uniti d’America la cui elezione (meno la rielezione)abbiamo salutato come una grande conquista civile e politica del popolo americanoe, in generale, co-me una vittoria sull’ideologia razzista mondiale. Un eventoquasi assimilabile all’elezione di Nelson Mandela a presidente del Sud-Africa.
Ho menzionato tale “notizia” per correttezza d’informazionee an-che perché, in qualche misura, evoca due episodi richiamati nel libro che credo meritino una riflessione, senon altro per le sorpren-denti analogie e coincidenze. Eccoli :
1) nel capitolo “La Sicilia e la Libia” dove si parla diBilly, fratello di Jimmy Carter altro presidente in carica, sbarcato in Libiaper rendere omaggio a Gheddafi e alla sua “rivoluzione” antimpe-rialista chegli Usa avevano messo al bando. A queltempo (1979), il “Billygate” fu fatto passare per una stravaganza di un uomo assillatodai debiti e dall’alcool, ma - come documentiamo- si trattò di una sorta di “missione patriottica” cheserviva al presidente Carter per risolvere, tramite il fratello, alcuniproblemi di vitale importanza.
2) nel “Viaggio aTripoli” segnalo, invece, la rumorosa presenza in Libia, nel 1984, perpartecipare alla conferenza internazionale di solidarietà con il regime diGheddafi, di un afro - americano qualificatosi (e accolto) come presidentedella proclamata “Repubblica islamica degliStati Uniti d’America”.
Si trattava del dottor Louis Raphael, leader dei “BlackMuslim” americani, il quale promise (24 anni prima dell’elezione di Obama!)che presto avrebbero “piantato labandiera verde di Allah sul pennone della Casa Bianca”.
L’Algeria ha già subìto il “trattamento” islamista
Questa catena d’intrighi e di “contraddizioni”, forse,aiuta a capire perché l’onda lunga della “primavera” araba non sia arrivata inBahrain e in altre petro-monarchie del Golfo, nella stessa Algeria.
Per quanto concernel’Algeria, c’è da notare che questo importante Paese, arabo e mediterraneo, hasubito il “trattamento” (islamista) negli anni scorsi, con conseguenze davverodevastanti.
I governantialgerini capirono l’antifona e aprirono le porte alle multinazionali Usa efrancesi ma anche russe.
Oggi, il terrorismoislamista è “sotto controllo” e le multinazionali possono controllare,tranquillamente e per vie traverse, i traffici d’idrocarburi e anche lagestione (questa è la novità) di taluni settori strategici algerini quali itrasporti, i servizi d’igiene e la produzione e la distribuzione di energiaelettrica.
L’allarme lo harilanciato, recentemente, Salima Tlemcani, su “El Watan” del 27/4/2013:
“Mai,l’Algeria è stata così minacciata nellasua esistenza che in questi ultimi anni, a causa della sua rendita petrolifera.Il malgoverno, la corruzione e gli interessi dei politicanti hanno finito perconsegnarla alla vecchia potenza coloniale e agli Stati Uniti che, oggi, hannopraticamente il monopolio sui due settori strategici più sensibili : itrasporti e l’energia… Gli uomini a più alto livello dello Stato hanno messo ilPaese nelle mani degli Americani e dei Francesi, unicamente per comprare laloro benedizione”.
Più chiaro di così!
La “primavera” non sboccia in Bahrain
Stranamente, nel vasto panorama delle petro- monarchiearabe, assolutiste e oscurantiste, la “primavera” non è arrivata, si è infrantaalle porte dei loro avamposti più tirannici.
E’ stata “dirottata”in Siria, si potrebbe dire. Non è riuscita a sbocciare nemmeno nel piccolo ericco emirato del Bahrain perché repressanel sangue dall’intervento militare delle truppe dell’Arabia saudita, suopotente vicino e tutore, e perché mistificata dalle tv satellitari arabe e ignoratadai media occidentali.
Nel Bahrain (loscontro è ancora in corso) si vorrebbe salvare, ad ogni costo, una “dittaturaamica” poiché nell’emirato, pieno di ban-che arabe e occidentali e di basimilitari Usa, la protesta non corre sulweb, ma viene dalla casbah, dal popolo sfruttato, in gran parte di confessione“sciita”, e perché in seconda fila non ci sono i “fratelli musulmani”, prontia subentrare senza traumi, ma il popolo sciita in sintonia con il vicino Irandegli ayatollah.
Evidentemente, all’interno del “cerchio Mena” il trattamentonon è uguale per tutti i Paesi: il Bahrain va difeso perché fa parte dellacatena delle dittature amiche, mentre Siria e Iran, considerate dittatureostili e indisponibili, vanno sovvertite, scalzate con ogni mezzo, compresol’intervento militare.
Questa è la lettura più realistica degli avvenimenti!
La posta in gioco è altissima e perciò non si bada a spese ea scrupoli di sorta. I decisori occulti e palesi sanno benissimo che chi, inquesto secolo, controllerà il “cerchio Mena” influenzerà il futuro del mondo.
Il controllo di una regione così vasta e difficile, un po’scottata dall’esperienza coloniale europea, richiede la collaborazione in locodi vecchi e nuovi amici più solidi politicamente, disponibili a condividere irischi e i frutti dell’ambizioso progetto.
Insomma, non ci si poteva più appoggiare su dittatoriesausti, screditati, corrotti che non avrebbero potuto più tenere a bada lemasse giovanili e popolari diseredate, ma bisognava individuare, promuoveresoggetti nuovi, decisi, influenti, capaci di generare anche un certo grado diconsenso sociale e politico.
Dopo le intese con i re e con gli emiri, “moderni”all’estero e retrivi in patria, con gli uomini delle vecchie dinastiepetroliere, scan-dalosamente ricchi e gaudenti, con i rappresentantidell’aristocrazia compradorainternazionale, sono stati ricercati accordi con la “fratellanza musulmana”l’unica, nel mondo islamico, a essere ben organizzata, motivata e, dunque,capace di governare quelle società turbolente.
Qua e là- secondo il bisogno- sono state contattate ereclutate anche talune formazioni più estremiste.
[1] S. Caputo “PianoYinon: la”primavera araba” per spaccare l’Africa” in “Informareper Resistere” del 8/4/2013
[2] S. Caputo, op. cit.
venerdì 15 novembre 2013
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SALVIAMO IL MEDITERRANEO DA NUOVI PERICOLI D'INQUINAMENTO
BASTA PETROLIO! Il Mediterraneo muore
15 novembre 2013 alle ore 12.10
"L'uomo e il mare", scultura di Turi Azzolina, Lungomare di Giardini Naxos.
La condizione biologica del Mediterraneo è drammatica. In realtà, il Mediterraneo è un grande lago avente lo stretto di Gibilterra come unico punto di scambio con l'Oceano Atlantico. Perciò, il ricambio delle sue acque è lentissimo e difficile ( impiega circa 80 anni) e quindi non può sopportare carichi d'inquinamento eccessivi, come quelli attuali.
Eppure si vorrebbe continuare ad inquinare con nuove trivellazioni di petrolio in off-shore.
La conseguenza sarebbe la morte biologica del Mediterraneo: un prospettiva drammatica, inaccettabile per i popoli rivieraschi, per il mondo intero. Per salvarlo bisogna dire un secco no al petrolio e agli altri veleni.
Il MEDITERRANEO HA BISOGNO DI UNA STRATEGIA DI DISINQUINAMENTO NON DI NUOVE TRIVELLE!
Lo dobbiamo alle generazioni future perchè il Mediterraneo non è solo un'incantevole "massa liquida", con le sue coste luminose, pittoresche e cariche di storia, è anche "madre" e culla delle più grandi civiltà umane, venute dal mare e diffusesi sulla Terra. Salviamolo, finchè c'è tempo. (a.s.)
"L'uomo e il mare", scultura di Turi Azzolina, Lungomare di Giardini Naxos.
La condizione biologica del Mediterraneo è drammatica. In realtà, il Mediterraneo è un grande lago avente lo stretto di Gibilterra come unico punto di scambio con l'Oceano Atlantico. Perciò, il ricambio delle sue acque è lentissimo e difficile ( impiega circa 80 anni) e quindi non può sopportare carichi d'inquinamento eccessivi, come quelli attuali.
Eppure si vorrebbe continuare ad inquinare con nuove trivellazioni di petrolio in off-shore.
La conseguenza sarebbe la morte biologica del Mediterraneo: un prospettiva drammatica, inaccettabile per i popoli rivieraschi, per il mondo intero. Per salvarlo bisogna dire un secco no al petrolio e agli altri veleni.
Il MEDITERRANEO HA BISOGNO DI UNA STRATEGIA DI DISINQUINAMENTO NON DI NUOVE TRIVELLE!
Lo dobbiamo alle generazioni future perchè il Mediterraneo non è solo un'incantevole "massa liquida", con le sue coste luminose, pittoresche e cariche di storia, è anche "madre" e culla delle più grandi civiltà umane, venute dal mare e diffusesi sulla Terra. Salviamolo, finchè c'è tempo. (a.s.)
mercoledì 13 novembre 2013
ALCUNI MIEI LIBRI NELLA BIBLIOTECA DELLA PONTIFICIA UNIVERSITA' GREGORIANA
Italiano/English
Catalogo della Biblioteca della Pontificia Università Gregoriana
Spataro, Agostino
Il fondamentalismo islamico : dalle origini a Bin Laden / Agostino Spataro ; presentazione di Yasser Arafat
Pubblicazione Roma : Editori Riuniti, 2001
Classe di argomenti Sociologia della religione -- Fondamentalismo religioso
Islamismo. Storia islamica -- Islam nella modernità
Classificazione 714 O438 X
Collocazione Mag. 714 O 7
Record Nr. 348337
2/2
Spataro, Agostino
Fondamentalismo islamico : l'Islam politico / Agostino Spataro
Pubblicazione Roma : Edizioni Associate, 1995
Classe di argomenti Sociologia della religione -- Fondamentalismo religioso
Islamismo. Storia islamica -- Islam nella modernità
Classificazione 714 O438 X
Collocazione BEV 714 O 7
Record Nr. 393995
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Autore (Persona)
Spataro, Agostino (2)
Arafat, Yasir, 1929-2004 (1)
Lingua di pubblicazione Italiano (2)
Data di pubblicazione Ultimi 50 anni (2)
Classe di argomenti: Islamismo. Storia islamica Islam nella modernità (2)
Sociologia della religione Fondamentalismo religioso (2)
lunedì 11 novembre 2013
RICORDO DI ARAFAT A 9 ANNI DALLA SUA SOSPETTA MORTE
ONORE A YASSER ARAFAT NEL 9° ANNIVERSARIO DELLA SUA MORTE
11 novembre 2013 alle ore 20.02
Oggi, ricorre il 9° anniversario della morte di Yasser Arafat, fondatore e leader dell'OLP, Presidente della "Autorità palestinese" e Premio Nobel per la Pace.
Molto probabilmente, Egli non è deceduto per cause naturali, ma per avvelenamento da polonio come hanno evidenziato le recenti risultanze delle analisi condotte dagli esperti dell'Università di Losanna (Svizzera).
L'eventuale, definitiva conferma di tale, esacrabile delitto dimostrerebbe che i suoi nemici, non potendolo sconfiggere politicamente, sono ricorsi al polonio per eliminarlo dalla scena politica mediorientale e internazionale.
Con la sua morte, il popolo palestinese ha perduto un leader eroico, carismatico e noi, insieme a tutti i sostenitori della giusta causa palestinese, un amico, un riferimento essenziale della lotta per la dignità e per la libertà degli uomini e delle donne del Pianeta e per la sovranità degli Stati.
So perfettamente che "dall'altra parte" si parla di Arafat soltanto come di un "terrorista". Ciò dispiace poichè tale atteggiamento non aiuta la comprensione del dramma dei palestinesi e della pericolosa instabilità del Medio Oriente e del Mediterraneo.
Credo che, fino a quando un popolo è disperso, spogliato delle sue terre e delle sue tradizioni, continua a vivere sotto occupazione straniera, i suoi dirigenti hanno il diritto/dovere di lottare per liberarlo.
Diritto contemplato anche nella Carta dell'ONU!
Per queste ragioni, il PCI ha sostenuto lealmente la causa palestinese senza per ciò negare i diritti del popolo israeliano alla sicurezza e alla pacifica convivenza nella regione, entro i limiti territoriali riconosciuti dalle Nazioni Unite.
A quel tempo, in Italia, oltre al Pci, il Psi e ampi settori della DC, i tre sindacati unitari, esponenti dei mondi dell'arte e della cultura, dell'informazione hanno sostenuto la giusta causa palestinese.
Purtroppo, i governanti israeliani continuano a colonizzare le terre palestinesi, fin dentro la Città santa di Gerusalemme che gode di uno status d'internazionalità anch'esso sancito dall'Onu.
Nel quadro delle diverse iniziative politiche e parlamentari ho incontrato, più volte, Yasser Arafat il quale, gentilmente, nel 2001, ha anche scritto la prefazione al mio libro "Il fondamentalismo islamico"- (Editori Riuniti, Roma, 2001).
Oggi, desidero ricordarlo, soprattutto ai giovani, con alcune immagini di qualche anno fa, nella speranza che il suo sacrificio possa risultare utile agli sforzi di pacificazione in Medio Oriente e nel Mediterraneo.
Agostino Spataro
(Roma, 1982. Da sin.: A. Spataro, i tre segretari generali di Uil, Cisl e Cgil (G.Benvenuto, P. Carniti e Luciano Lama), E. Egoli, sen. Valori e Y. Arafat)
Oggi, ricorre il 9° anniversario della morte di Yasser Arafat, fondatore e leader dell'OLP, Presidente della "Autorità palestinese" e Premio Nobel per la Pace.
Molto probabilmente, Egli non è deceduto per cause naturali, ma per avvelenamento da polonio come hanno evidenziato le recenti risultanze delle analisi condotte dagli esperti dell'Università di Losanna (Svizzera).
L'eventuale, definitiva conferma di tale, esacrabile delitto dimostrerebbe che i suoi nemici, non potendolo sconfiggere politicamente, sono ricorsi al polonio per eliminarlo dalla scena politica mediorientale e internazionale.
Con la sua morte, il popolo palestinese ha perduto un leader eroico, carismatico e noi, insieme a tutti i sostenitori della giusta causa palestinese, un amico, un riferimento essenziale della lotta per la dignità e per la libertà degli uomini e delle donne del Pianeta e per la sovranità degli Stati.
So perfettamente che "dall'altra parte" si parla di Arafat soltanto come di un "terrorista". Ciò dispiace poichè tale atteggiamento non aiuta la comprensione del dramma dei palestinesi e della pericolosa instabilità del Medio Oriente e del Mediterraneo.
Credo che, fino a quando un popolo è disperso, spogliato delle sue terre e delle sue tradizioni, continua a vivere sotto occupazione straniera, i suoi dirigenti hanno il diritto/dovere di lottare per liberarlo.
Diritto contemplato anche nella Carta dell'ONU!
Per queste ragioni, il PCI ha sostenuto lealmente la causa palestinese senza per ciò negare i diritti del popolo israeliano alla sicurezza e alla pacifica convivenza nella regione, entro i limiti territoriali riconosciuti dalle Nazioni Unite.
A quel tempo, in Italia, oltre al Pci, il Psi e ampi settori della DC, i tre sindacati unitari, esponenti dei mondi dell'arte e della cultura, dell'informazione hanno sostenuto la giusta causa palestinese.
Purtroppo, i governanti israeliani continuano a colonizzare le terre palestinesi, fin dentro la Città santa di Gerusalemme che gode di uno status d'internazionalità anch'esso sancito dall'Onu.
Nel quadro delle diverse iniziative politiche e parlamentari ho incontrato, più volte, Yasser Arafat il quale, gentilmente, nel 2001, ha anche scritto la prefazione al mio libro "Il fondamentalismo islamico"- (Editori Riuniti, Roma, 2001).
Oggi, desidero ricordarlo, soprattutto ai giovani, con alcune immagini di qualche anno fa, nella speranza che il suo sacrificio possa risultare utile agli sforzi di pacificazione in Medio Oriente e nel Mediterraneo.
Agostino Spataro
(Roma, 1982. Da sin.: A. Spataro, i tre segretari generali di Uil, Cisl e Cgil (G.Benvenuto, P. Carniti e Luciano Lama), E. Egoli, sen. Valori e Y. Arafat)
martedì 5 novembre 2013
FIBRE OTTICHE: LA SICILIA UN HUB DI SPIE?
FIBRE OTTICHE: SICILIA UN HUB DI SPIE?
di Agostino Spataro
1… Ma quante ipocrisie e falsi turbamenti, in Italia e nel mondo, a proposito di spie e di spionaggi!
Sembra di vivere in un mondo di allocchi dove, improvvisamente, qualcuno scopre che la spia non viene più, o soltanto, dal “freddo”, ma dalle dolci colline del Maryland ossia dalla National Security Agency (Nsa), la più potente e sofisticata rete d’intellingence degli Usa, nostri alleati e protettori.
Da più parti, sui giornali italiani e stranieri si levano gridolini indignati che non riescono a coprire gli assordanti silenzi di autorità politiche e capi di Stato.
Nessuno, però, si chiede e, soprattutto, spiega perché il nostro potente alleato abbia sentito il bisogno di spiare, sistematicamente, esponenti e istituzioni democratiche dei paesi amici, violando i più elementari doveri di lealtà e i diritti di sovranità, d’intercettare centinaia di milioni di telefonate e di corrispondenza ordinaria ed elettronica d’ignari cittadini che, a discrezione della Nsa, possono essere catalogati, schedati come “terroristi”, “attentatori alla sicurezza”, ecc.
Una “grande potenza”, la Nsa, che, però, non ha prodotto i risultati sperati. Infatti, nonostante l’esistenza di questa e di altre agenzie spionistiche, gli Usa e i loro alleati, quasi mai, sono riusciti a scoprire in tempo, a prevenire gli attentati più micidiali ai loro e agli altrui danni. A cominciare da quello odioso, micidiale alle Torri gemelle di New York.
Tale “incapacità”, oltre a far dubitare della loro efficienza e legittimità dei fini, ha creato nell’opinione pubblica il sospetto che queste reti, invece d’intercettare i “terroristi”, sprecano tempo e denaro pubblico per controllare privati cittadini rei soltanto di pensarla diversamente (ossia liberamente) rispetto al “pensiero unico” imposto su scala globale.
In passato, è accaduto anche in Italia: i vari servizi, più o meno deviati, invece di garantire la vera sicurezza dello Stato si dilettavano a compilare schede nelle quali rubricavano i nomi di amanti e concubine, vizi e devianze di personalità influenti da tenere a bada, secondo le circostanze.
Appare chiaro a tutti che, così operando, la democrazia va a farsi benedire per lasciare il posto al dilagare di metodi illeciti, inquietanti che inficiano la convivenza democratica e la serenità dei cittadini. Questo è il problema, anzi il vero scandalo!
2… Dentro tale “scenario” si colloca il ruolo della Sicilia, punto d’approdo e di diramazione di un sistema di collegamenti intercontinentali in fibra ottica che taluni vorrebbero, quasi, mettere sotto accusa per il fatto che attraverso i cavi passano anche le attività spionistiche di alcuni paesi, per altro amici e alleati dell’Italia.
Un’idea strampalata, quasi che le fibre ottiche abbiano fatto di Palermo e della Sicilia una specie di HUB di spie nei confronti del quale rivendicare - cosa ancor più disdicevole- una mangiata di royalties in favore della regione.
Prima d’inoltrarci nell’argomento è utile accennare alla nascita della rete a fibre ottiche basata nell’Isola.
Ricordo che nei primi anni ’80 del secolo scorso- vedi documentazione giornalistica allegata- ci occupammo, per conto del Pci, di questo importante progetto, al quale era associata Italcable, un’ottima azienda italiana a partecipazione statale.
Lo sostenemmo, in Parlamento e sulla stampa, perché ritenemmo fosse un’ infrastruttura d’avanguardia, una tecnologia evoluta, di qualità da mettere al servizio dello sviluppo dell’Italia e della Sicilia, nel quadro delle diverse ipotesi prospettate di cooperazione economica, commerciale e culturale con i Paesi arabi e mediterranei e perfino del medio e dell’estremo Oriente..
Questi erano, a quel tempo, la valutazione e l’intento comunemente dichiarati e condivisi, a livello politico e parlamentare.
In sede di accordi fra enti pubblici (regione compresa) e società promotrici del progetto saranno stati concordati protocolli, norme e procedure a garanzie dell’uso corretto del sistema.
Se poi, nel corso degli anni più recenti, la rete è stata utilizzata anche per usi impropri (spionaggio) bisognerebbe prima accertarlo e quindi perseguire le eventuali responsabilità politiche e di gestione. In verità, tale rischio lo paventammo anche noi (sulla base di un documento della cellula Pci di Italcable) come si evince dall’allegato articolo su “l’Ora” del luglio 1983.
Esattamente, 30 anni addietro!
Ovviamente, il problema non era lo strumento in se, ma l’eventuale uso distorto che se ne sarebbe potuto fare. Un antico dilemma. Come quello del coltello che può essere usato per pelare le patate o per commettere un efferato omicidio.
Per altro, nessuno ritenne la nostra preoccupazione degna di attenzione.
Salvo, oggi “scoprire” (de relato) che “attraverso le fibre ottiche passano anche le comunicazioni delle reti d’intelligence”!
Francamente, non comprendiamo certi clamori. Tuttavia, non disponendo d’informazioni precise a riguardo, preferiamo astenerci da giudizi e conclusioni affrettate. Aspettiamo.
Evidentemente, alcuni giornali e colleghi (anche d’alto lignaggio) avranno tali informazioni visto che continuano a propalarle a piene mani, creando un certo allarme e tanta confusione.
In realtà, - se ci fate caso- molti di questi articoli sono il risultato di una sorta di “copia-incolla” derivato da alcuni giornali stranieri (inglesi e Usa in particolare) che stanno cavalcando la tigre delle rivelazioni del signor Snowden, l’ex dipendente (pentito) della Nsa americana.
Concludendo. Ritengo che il vero problema politico e morale non sia quello di vedere chi ci guadagna dallo spionaggio e domandargli la questua ossia le royalties per il transito della rete, ma quello di non consentire le attività illecite che hanno provocato una seria incrinatura del tessuto democratico delle nazioni, una sfiducia diffusa verso le istituzioni preposte alla sicurezza (quella vera e necessaria), una violazione patente della tanto decantata “privacy” del cittadino e, in ultima analisi, della sovranità degli Stati.
Dunque, un problema molto serio da affrontare e risolvere con riforme e cambiamenti appropriati, in sede europea, della Nato e dell’Onu e non certo con le “scuse” di rito o con infantili ripicche scambiate da una sponda all’altra dell’oceano Atlantico.
Agostino Spataro*
(già deputato nazionale del Pci)
ALLEGATI:




sabato 2 novembre 2013
MESSICO E ... LILA
Dal Messico sono tornato contento perchè ho visto le piramidi e la gente lottare e ancora sperare nella loro "revolucion" eterna, inconclusa. Perchè ho conosciuto Lila Downs, un "monumento" della musica messicana. Grazie a Giovanni Buzzurro che me l'ha presentata e consentito di ascoltare la sua Voce chiara, potente e conturbante che attraversa la luce e infiamma il sentimento dei messicani autentici. Per averne un'idea, consiglio di vedere su "You tube" il suo video "Zapata se queda". a.s.
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