lunedì 19 marzo 2012

"Petrolio, il sangue della guerra"- prima parte






Da Bagdad a Tripoli, continua la guerra per il controllo del  petrolio arabo. Attacco all’euro e riconquista neocoloniale sono due tasselli della strategia della oligarchie finanziarie per una nuova egemonia mondiale.
L’Italia e la Sicilia sono le punte più avanzate dell’interventismo della Nato in  M. O. e nel Mediterraneo divenuto un mare di conflitti e di migrazioni disperate.
Il libro analizza percorsi e connessioni di tale strategia e indica un’alternativa di pace e di cooperazione fra i popoli.

L’autore:
Agostino Spataro, giornalista, già deputato nazionale, direttore di “Informazioni dal Mediterraneo” (www.infomedi.it), collabora con “La Repubblica” e con altri giornali e riviste.
Ha scritto vari saggi, fra i quali:
Per la Sicilia”, (presentazione di Giorgio Napolitano), Agrigento, 1982
Missili e mafia”(con P. Gentiloni, A. Spampinato) Editori Riuniti, Roma,1985
Oltre il Canale- Ipotesi di cooperazione siculo - araba”, Edizioni  Autonomie, Roma, 1986 (tradotto in arabo)
Missili addio!”, Edizioni La Zisa, Palermo, 1988
I Paesi del Golfo”, Edizioni Associate, Roma, 1991
Il Mediterraneo” (con B. Khader), Editrice Internazionale , Roma, 1993
La notte dello sceicco-Reportage dallo Yemen”- Edizioni Associate, Roma, 1994
Il turismo nel Mediterraneo”, Editrice internazionale, Roma,1998
Mediterraneo, l’utopia possibile”, Editrice internazionale, Roma, 1999
Il Pianeta unico (con Naom Chomsky e altri), Eleuthera, Milano, 1999
 Le tourisme en Méditerranée”, Editions l’Harmattan, Paris, 2000
Il fondamentalismo islamico- Dalle origini a Bin Laden”, (presentazione di Yasser ArafatEditori Riuniti, Roma, 2001
“El fondamentalismo islamico- El Islam politico”, Editora Rosario, Argentina, 2004
Sicilia, cronache del declino”, Edizioni Associate, Roma, 2006
Monica - Storia di un’infanzia ritrovata”, Ilmiolibro, Roma, 2011
 
ISBN 978-88-91014-44-3    euro 18,50                                                    





 
Agostino Spataro


PETROLIO,
IL SANGUE DELLA GUERRA

Da Bagdad a Tripoli: lo stesso disegno neocoloniale




(Carta di Laura Canali apparsa su “Limes” 1/11”. Un grazie a Lucio Caracciolo per la gentile concessione)









































La foto in  copertina è una  rielaborazione tratta da:  www.sullanotizia.com che ringrazio, insieme a Klari Laky per la  collaborazione.

Avvertenza:
per ogni pezzo sono indicate fonte e data di pubblicazione per consentire al lettore di contestualizzarne il contenuto. Quando non diversamente indicato, le foto sono dell’autore.
                    
INDICE

INTRODUZIONE                                                        pag.  7


Capitolo primo                                                            pag. 15

DELLA GUERRA E D’ALTRI ACCIDENTI

Le vere ragioni della guerra di Bush

Iraq: le stesse potenze per lo stesso petrolio

Verso un impero americano?

Armi chimiche, attenti al marchio

La guerra è anche contro l’Europa

Attentati suicidi: una terrificante novità


Capitolo secondo                                                         pag. 53                

GUERRA AL TERRORISMO O A CHI?

Bin Laden come l’Araba fenice

Oriente e Occidente: la grande incomprensione

Saddam Hussein: il prima e il dopo

Saddam Hussein e l’Italia

Moro è caduto per aver troppo capito e troppo osato



Capitolo Terzo                                                           pag. 78

MEDIO ORIENTE: IL CONFLITTO INFINITO

Per una vera pace in Medio Oriente

Dopo Arafat, arriverà la pace?

Andreotti terrorista?

Fermare il massacro israeliano a Gaza

Gerusalemme, la solitudine d’Israele

1988. Gli israeliani fanno saltare la “Nave del ritorno” dei palestinesi

L’Italia riconosca lo Stato palestinese


Capitolo quarto                                                         pag. 124

GUERRA ALLA LIBIA

Si può ancora trattare col regime libico?

Petrolio e dittature

Libia: Italia de nuevo en guerra

Sicilia-Libia, un’illusione mediterranea

L’Italia e la crisi libica

Libia: la Nato può vincere la guerra, ma perdere il dopoguerra


Capitolo quinto                                                          pag. 163

MONDO ARABO, FASCINO E CONTRADDIZIONI

Fondamentalismo islamico o islam politico?

Yemen, paese di Bin Laden o della regina di Saba

Quando un sultano sbarca a Palermo

Le mutilazioni genitali femminili

Una lettera da Damasco

Primavera araba: rivolta o rivoluzione?


Capitolo sesto                                                            pag. 201       

EUROPA SOTTO ATTACCO

L’uovo del serpente

La dittatura degli investimenti

Attacco all’euro, attacco all’Europa

Crisi europea: finirà come in Argentina?


Capitolo settimo                                                        pag. 223

LA SICILIA FRA TENSIONI E COOPERAZIONE

La Sicilia fra Europa e Mediterraneo

L’Isola al centro di un sistema agro-alimentare mediterraneo

Mediterraneo, la centralità ritrovata

Da Sigonella la guerra al terrorismo

Basi militari: patti segreti e finti bisticci

Esiste ancora la questione meridionale?

La Sicilia al tempo della globalizzazione

Portaerei e hub energetico: i due poli del futuro siciliano


Capitolo ottavo                                                     pag. 275

L’IMMIGRAZIONE COME RISORSA

Quando i clandestini siciliani sbarcavano in Tunisia

L’immigrazione come risorsa

Le strane rotte che portano gli immigrati in Sicilia

Morte sotto la luna

Oltre Lampedusa

La moderna schiavitù

Gli immigrati nell’Italia che verrà: società laica o mosaico di comunità?


             

Introduzione

DA BAGDAD A TRIPOLI: LO STESSO DISEGNO NEOCOLONIALE








Da “Il lamento della pace”:
 “…mi rendo conto che tra i principi non solo non dimora la pace, ma anzi sono proprio loro che spargono i semi di tutti quanti i conflitti….I principi hanno più potenza che sapienza e sono mossi più dalla loro cupidigia che dal retto giudizio della coscienza.”
                   Erasmo da Rotterdam, 1517



La campana suona per te
“La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce,
perché io sono parte dell’umanità.
E dunque non chiedere mai
per chi suona la campana:
essa suona per te.”
John Donne, citato da Franco Soldani in “Cambiailmondo” 15/11/2011




ESPORTARE LA DEMOCRAZIA CON I “DRONE”

Questa pubblicazione nasce dall’esigenza di far circolare, in forma di libro, una selezione di miei articoli, in gran parte, pubblicati sul mio sito “www.infomedi.it” e su altri periodici on line, alcuni all’estero, i cui direttori, sentitamente, ringra-zio. Come dire: finché c’è il web (libero) c’è speranza!
Poiché, è sempre più difficile trovare accoglienza nei “gran-di” giornali e tv italiani dove è invalsa l’attitudine di rifiutare   punti di vista divergenti dalla loro linea politica editoriale.
Così operando, i padroni del “cartaceo” e i loro direttori exe-cutive, oltre a non informare correttamente, non si rendono conto di accelerare la crisi, la fine dei giornali, lasciando al web il futuro dell’informazione.
Perciò, per non incomodare nessuno, ho preferito stampare il libro a pagamento. Si tratta, pertanto, di un lavoro artigianale, fatto in casa, senza pretese, nel quale si potranno trovare ripe-tizioni e qualche svarione (e di ciò me ne scuso), ma anche qualche esatta previsione analitica e tanta sincera passione politica e tanto amore per la pace e la giustizia sociale.
Il libro, partendo dall’invasione dell’Iraq, si snoda lungo un filo conduttore che evidenzia un inquietante disegno occiden-tale, della Nato in particolare, di “riconquista” neocoloniale di taluni paesi del Medio Oriente e della sponda sud del Mediterraneo.
Così la penso e così la dico. Un punto di vista, intimamente,  da molti condiviso ma solo da pochi dichiarato.
In realtà, il punto di svolta è stato l’orribile attentato alle “torri gemelle” di New York col quale i suoi autori, dichiarati o presunti, hanno inteso inaugurare il nuovo secolo.
Il 9/11 bisogna ricordarlo per la morte di  tremila vittime innocenti e anche perché ha aperto un’altra fase della tenebrosa regressione “liberista” che sta mettendo a rischio le conquiste di libertà e di democrazia e la stessa convivenza pacifica fra le nazioni.
Con la scusa di esportare (con gli F16 e con i “drone”) la democrazia, i diritti umani, ecc, le più forti potenze della Nato, (alcune ex coloniali: Francia, Inghilterra e- in seconda fila- Spagna, Italia, Belgio, Portogallo), vogliono
impadronirsi delle aree più pregiate del mondo arabo e islamico, specie di quelle che sfuggono alla loro influenza politica ed economica.
Sono stati perpetrati interventi politici e militari gravissimi che, fino a qualche anno fa, il Consiglio di sicurezza dell’Onu condannava come inammissibili ingerenze negli affari interni di Stati sovrani. Oggi, invece, stranamente, li ratifica, li
autorizza.
Evidentemente, al Palazzo di Vetro c’è qualcosa che non sta funzionando secondo la prassi e lo Statuto.

Per gli arabi non c’è pace
E’ inutile fingere. Gli obiettivi sono il petrolio, questo male-detto petrolio che sta avvelenando gli uomini, l’aria e la Ter-ra, e il controllo strategico delle grandi vie commerciali e dei nuovi mercati, delle infrastrutture di approvvigionamento  e delle enormi risorse finanziarie dei Paesi arabi.
Perciò per gli arabi non ci sarà pace. Sembra che a questi popoli  sia negato il diritto a vivere in pace!
Il principale conflitto che li tormenta, quello arabo-israeliano, dura da 63 anni e non s’intravvede una conclusione a breve.
Liberatisi dal colonialismo europeo nel secondo dopoguerra, i popoli arabi rischiano di passare dalla padella di regimi militaristi illiberali e, talvolta, perfino tribali, alla brace di potenze straniere promotrici di un neo-colonialismo che non esclude- come si è visto in Afghanistan, in Iraq, in Somalia, in Libia, ecc - l’intervento militare diretto e/o eterodiretto.
Tale condotta evidenzia una tendenza allarmante: il ricorso, sempre più frequente, da parte delle “potenze” occidentali all’intrigo politico e all’opzione militare per risolvere le controversie internazionali.
In realtà, il colonialismo, la guerra sono scelte disperate operate da gruppi di potere dominanti che non riescono a vedere altre vie di soluzione dei problemi.
Scelte, dunque, irresponsabili, inquietanti che stanno cam-biando i termini dello scambio fra Occidente e Oriente islamico, fra Europa e Mediterraneo.
Si sta passando, infatti, dall’auspicato rapporto paritario per il co-sviluppo a una nuova dipendenza dei paesi produttori da quelli consumatori d’idrocarburi.

Quello che abbiamo temuto sta accadendo
Quello che abbiamo temuto sta accadendo: invece del dialogo, della cooperazione euro-  araba  e mediterranea, sta tornando la guerra, comunque camuffata e combattuta, per il controllo delle risorse energetiche e finanziarie.
Una guerra asimmetrica, crudele che ha già mietuto centinaia di migliaia di vittime e distrutto culture e Paesi, che le potenze occidentali devono vincere in fretta poiché la Cina si avvicina, sempre più minacciosa, a quest' area vitale del mondo. La madre di tutte le battaglie (speriamo solo politiche e commerciali) è, per il momento, rinviata.
Forse, si combatterà fra qualche anno, nell’area del Pacifico. A tale, tenebroso appuntamento sembrano prepararsi Usa e Cina, i due principali protagonisti del confronto che- non è escluso- si possa concludere con un accordo spartitorio globale.
All’orizzonte del futuro del mondo, si profila un nuovo dua-lismo egemonico che non sopporta un terzo soggetto primario qual è l’Unione europea, così come si va configurando: una entità politica dotata di una moneta forte (com’è l’euro) e di una politica di scambi e di cooperazione che guarda al mondo arabo, all’Africa e alle altre regioni emergenti.
Sembra che nei programmi degli strateghi Usa e cinesi non ci sia posto per questa “vecchia” Europa autonoma, democratica che si rinnova e rilancia la sfida.
Sarebbe d’ostacolo e soprattutto una concorrente forte e con le carte in regola. Perciò, deve essere indebolita, divisa e ri-allineata al potente alleato d’oltre Atlantico.

Attacco all’euro e riconquista neocoloniale
Da qui, il micidiale attacco all’euro, muovendo dai punti più deboli della catena (Grecia, Spagna, Italia, ecc).
Ironia della logica, della buona finanza: l’euro è sotto attacco non per la sua debolezza ma per la sua forza.
Fa paura, perciò, devono fiaccarlo, degradarlo, possibilmente estrometterlo dal paniere delle monete che contano.
Devono farlo oggi, prima che si completi il processo di unione politica da cui nasceranno un nuovo governo europeo e la prima potenza economica del Pianeta.
Domani sarebbe davvero imbarazzante, impossibile.
L’attacco all’Europa e la “reconquista” del mondo arabo costituiscono, pertanto, due tasselli- chiave nella più generale lotta per la nuova egemonia mondiale.
In ogni caso, servono a puntellare la traballante primazia del dollaro e a garantire alle multinazionali (in gran parte Usa) affari colossali e una quota rilevante  dell’approvvi-gionamento d’idrocarburi e un flusso di petro- capitali indispensabili per le dissestate finanze occidentali.

Sotto tiro i principali partner dell’Italia
L’Italia, e la Sicilia, sono state trascinate in questa “nuova avventura” un po’ controvoglia. Anche perché, stranamente, queste guerre e/o “primavere”, scoppiate in pieno inverno, si stanno scatenando soltanto contro i regimi di quei paesi di cui l’Italia è il primo o il secondo partner commerciale, con pesanti conseguenze per l’interscambio italiano.
A conferma segnalo alcuni dati recenti riguardanti gli scambi fra Italia e i 5 Paesi arabi in crisi, elaborati dalla Camera di commercio italo araba (su base Istat) e relativi al periodo gennaio-settembre 2010-2011.



                  Var.% export Italia      Saldo (mn. euro)          Differenza
                                                       2010         2011          (mn. Euro)
-------------------------------------------------------------------------
Libia            - 76,6              - 7009     - 2863        - 4326
Tunisia        - 10,5                   789          414       -   375
Egitto          -   7,6                   735            86       -   649
Siria            -   3,2                     24       -  208       -   184
Yemen        -  60,2                  100            29        -     71
(da”Bollettino mensile Camera di commercio itarab”, gennaio 2012)

Vi sono da considerare anche i danni indiretti provocati 
dall’aumento dei prezzi degli idrocarburi a causa degli interventi in Libia e delle crisi in altri Paesi.
Nello stesso periodo, infatti, le importazioni italiane d’idro-carburi dal mondo arabo sono diminuite (in volume) rispetti-vamente del 7,4 e del 3,5%, ma l’esborso in valuta è aumen-tato del 20,5% (da 39 a 47 miliardi di euro).
Insomma, un affarone per l’Italia!

L’Italia e la Sicilia, usate come avamposti strategici
Casualità o c’è dell’altro? La risposta potrebbe venire da chi tiene l’agenda politica e i conti dell’Italia.
Non vogliamo gridare al complotto, ma nemmeno ignorare  la realtà dei dati derivati dalla sequenza degli avvenimenti: Iraq, Libia, Tunisia, Egitto, Yemen e domani, forse, anche Siria e Iran, tutti principali clienti e fornitori dell’Italia.
Per altro, quasi tutti Paesi poveri, mentre la calma regna sovrana nelle più ricche e illiberali dittature petrolifere del Golfo: dall’Arabia saudita al Qatar.
Una doppiezza arrogante che evidenzia una sensibilità demo-cratica a senso unico che non si applica- per esempio- alla dittatura dello sceicco del Bahrein impegnato, da quasi un anno e con l’aiuto diretto dell’esercito saudita, a reprimere nel sangue una rivolta popolare che chiede libertà di voto e di espressione.
Nessuno parla e scrive di questa tragica “primavera”. Forse perché il Bahrein ospita le sedi di grandi banche e una poten-te flotta Usa?
Perciò, sarebbe tempo che gli interventisti nostrani spiegas-sero al popolo italiano le vere ragioni per le quali hanno schierato le nostre Forze Armate in operazioni politico-militari che, oltre a violare i principi di non ingerenza e di sovranità di paesi esteri, danneggiano gli interessi nazionali del nostro Paese.
L’Italia e la Sicilia sono territori strategici, al centro di questo Mediterraneo turbolento e attraversato da conflitti vecchi e nuovi, perciò devono essere politicamente normalizzate e militarmente pronte per svolgere al meglio il loro ruolo.
Questo parrebbe il “programma”.
Tuttavia, non tutto è scontato.
Tra il dire e il fare c’è di mezzo il…mare.
C’è il nostro Mediterraneo delle grandiose civiltà che, certo, non accetterà di essere ridotto a mero ricetto di traffici e di materiali altamente inquinanti e a zona nevralgica di una strategia aggressiva contro popoli e Paesi che con noi, della sponda nord, hanno dato vita alla filosofia, alla scienza, alla democrazia.
Inoltre, la militarizzazione delle relazioni intra-mediterranee vanificherebbe l’ipotesi, che da tempo immaginiamo, di
trasformare l’area mediterranea in uno dei principali poli dello sviluppo mondiale, per riportarla al ruolo antecedente al 1492.
Insomma, un disegno troppo sbrigativo, brutale e
inaccettabile anche per le masse di giovani internauti.
La risposta neocolonialista potrebbe non funzionare.
L’errore è sempre in agguato. Come abbiamo visto in anni recenti, gli strateghi dell’interventismo non sono infallibili, anzi, più volte, hanno sbagliato analisi e alleanze, tempi e modi d’intervento.



Unire l’Europa, unire il Mediterraneo
Nel mondo, anche in quello arabo, persino negli Usa, c’è tanta gente che rifiuta questa oscura prospettiva; che lotta e spera in un avvenire diverso, di pace e di fratellanza univer-sale.
Cito per tutti l’esempio più chiaro: l’America del Sud, dove è nata una grande speranza per il mondo intero.
Qui, infatti, governi e movimenti democratici, progressisti stanno lottando, con successo, per liberarsi dalla perniciosa influenza delle multinazionali, per affermare la loro sovranità e libertà, il loro diritto all’indipendenza economica, al benessere condiviso, alla vita.
Lottano anche per noi che non riusciamo a vedere oltre il telefonino e l’automobile.
E’ tempo che i cittadini arabi ed europei facciano, insieme,  la loro parte per riaffermare le loro autonomie e diversità cultu-rali, i loro stili di vita, per unire l’Europa e il Mediterraneo.
A tal fine, bisognerebbe ri-orientare i movimenti dei giovani e dei lavoratori verso un grande progetto di co-sviluppo euro-mediterraneo, alternativo al fallimentare modello sedicente “liberista” e bellicista delle relazioni economiche e commer-ciali internazionali.
Denunciando tale disegno, non ho inteso difendere dittatori e satrapi, già abbattuti o ancora al comando, con i quali i capi delle potenze “castigatrici” hanno fatto affari scandalosi, anche privati, ma riaffermare i principi (sanciti nella vigente Carta dell’Onu e nella Costituzione italiana), di non ingeren-za e di rispetto della sovranità nazionale degli Stati.
Ed anche la necessità di una lotta popolare per la democrazia vera e per la pace e il benessere condiviso, per salvare l’uma-nità da una prospettiva tragica e miserabile.
Si può fare! Ma ci vorrebbero idee nuove e soggetti politici ben orientati e determinati.
                               Agostino Spataro 
Joppolo Giancaxio, 22 gennaio 2012      

 

Capitolo primo

DELLA GUERRA E D'ALTRI ACCIDENTI






Manifestazione di solidarietà tra ipopoli  mediterranei, Barcelona, 1995










LE VERE RAGIONI DELLA GUERRA DI BUSH

Berlusconi con Bush per spartirsi i "dividendi di guerra"
Per volontà di Bush, la guerra contro l'Iraq, purtroppo, appare inevitabile.
Tutti gli uomini e le donne amanti della pace hanno il dovere di battersi fino all'ultimo istante utile per impedire questa guerra rovinosa, ingiusta e impopolare.
Se esistesse un sistema mondiale di consultazione democrati-ca scopriremmo che, nonostante il martellamento psicologico della propaganda bellicista, i propugnatori di guerra sono una ristretta minoranza che si sta imponendo sopra una sterminata maggioranza.
Il governo Berlusconi, discostandosi dalle posizioni respon-sabili dei suoi principali partner europei e accantonando la tradizionale, saggia politica estera italiana d' amicizia col mondo arabo e di "equidistanza attiva" rispetto al conflitto mediorientale, ha voluto schierare l'Italia a fianco di un alleato che, senza consultare nessuno, ha già pianificato l'intervento militare che minaccia di effettuare anche al di fuori dei sistemi Onu e della Nato.
Il dato davvero abominevole è che l'adesione del governo di centrodestra alla guerra di Bush non sembra ispirata, come si vuol fare credere, a principi di legalità internazionale e di lot-ta al terrorismo, ma a ben più torbide pretese di spartizione del "bottino di guerra" o dei "dividenti di guerra" - dirà qual-che elegantone - per accaparrarsi una fetta del petrolio irache-no, quote di appalti per ricostruire il Paese distrutto, sciente-mente, dalle bombe anglo-americane, ecc, ecc.
Gli italiani devono sapere che in cambio di questo immorale ed improbabile "bottino", in ogni caso appannaggio per po-chi, l'Europa e l'Italia si dovranno fare carico delle pesanti conseguenze provocate da questa sporca guerra, sia in termini finanziari sia di aiuti in favore delle centinaia di migliaia di vittime innocenti e di almeno due milioni e mezzo di profughi (stime ONU), la gran parte dei quali cercheranno scampo verso le nostre città e paesi.
Come il solito, gli Usa non avranno di questi problemi visto che si trovano a circa 14 mila km dal teatro di guerra.

La criminalizzazione del movimento per la pace
In questa guerra sono in ballo interessi forti e inconfessabili che non ammettono contestazioni "sul fronte interno".
Si vuole, perfino, delegittimare l'amplissimo e composito movimento che si oppone alla guerra di Bush e reclama la pace, anche per evitare all'Italia di essere trascinata in questa pericolosissima avventura.
Chi l'avrebbe mai pensato? Un governo, sorretto da una forte componente cattolica, che considera reato l'esposizione del vessillo iridato del movimento pacifista internazionale e bolla come antipatriottici e "nemici" quelli che invece di guerra chiedono pace, per altro in sintonia con la ferma e solenne richiesta del Sommo Pontefice.
È in atto un tentativo gravissimo e senza precedenti, di delegittimare e criminalizzare un movimento così ampio e trasversale che, superando le categorie dell'appartenenza partitica, si propone come autonomo punto di aggregazione e di mobilitazione della coscienza democratica e civile del Paese.
È davvero bizzarro sentirsi accusati di fare il "gioco" del dit-tatore Saddam o del terrorista saudita "Bin Laden" da gover-nanti che agiscono e predicano in sintonia e/o in continuità con interessi che con questi due tristi personaggi hanno com-binato affari di varia natura, negli Usa come in Italia.

L’Iraq di Saddam: da guardiano degli interessi occidentali a "Stato canaglia"
L'efferata dittatura di Saddam Hussein è, prima di tutto, un problema del popolo iracheno che, da circa 30 anni, ne subisce le più gravi conseguenze politiche, economiche e dei diritti umani.
Fino a pochi anni addietro, per l'Occidente e per il vicino Oriente islamico "moderato", vale a dire ricco di petrolio, il regime dispotico di Saddam non era un problema, ma una risorsa politica e militare interpostasi, come diga anti-fondamentalista, fra la rivoluzione komeynista e le ingenti riserve di petrolio dell'area del Golfo.
Ancor prima, fino all'instaurazione della dittatura personale di Saddam Hussein, anche i movimenti e i partiti progressisti e di sinistra hanno guardato, con interesse e simpatia, all'esperienza politica irachena portata avanti da una coalizione di forze democratiche che, seppure dominata dal partito Bath, aveva avviato (con qualche risultato) un progetto di economia mista e di riforma della società e dello Stato in senso laico e pluralista, che ambiva a proiettare in avanti la contraddittoria esperienza panarabista nasseriana.
Oggi, l'amministrazione Usa definisce l'Iraq "stato canaglia", nel 1980 i governi degli Stati Uniti e di vari paesi europei, incuranti delle degenerazioni morali e politiche del regime iracheno, hanno armato e incitato Saddam a scatenare una disastrosa guerra di aggressione contro l'Iran, durata otto anni.
L’obiettivo era chiaro: bloccare nelle paludi dello Shatt-el Arab l'ondata trionfante dello sciitismo komeynista che minacciava di dilagare in tutte le petromonarchie del Golfo e in primo luogo in Arabia Saudita.

Una parodia della favola di "Alì Babà e i 35 ladroni"
I guai per Saddam sono cominciati con l'improvvida, inaccettabile invasione del Kuwait. Da quando, cioè, si è messo, incautamente, a "scherzare con le cose serie" ossia con le risorse energetiche del Golfo.
Per detronizzare Saddam Hussein, viene esercitata, da oltre un decennio, contro un Iraq sconfitto e territorialmente disarticolato, una forte pressione militare, mediante bombardamenti quotidiani anglo-statunitensi, aggravata da un sistema avvilente quanto sterile di sanzioni dell'Onu che hanno soltanto esasperato la condizione alimentare e sanitaria del popolo iracheno.
Nonostante tutto ciò, Saddam è sempre saldamente al comando del secondo Paese per riserve di petrolio che - come vedremo - sono ritenute indispensabili dagli strateghi delle oligarchie petrofinanziarie nordamericane.
In sostanza, si vuol fare la guerra non per punire le malefatte passate o per disarmare Saddam, ma per rimuoverlo, con ogni mezzo, giacché la sua permanenza al potere impedisce l'accesso delle compagnie Usa alle riserve di petrolio irachene. Al suo posto andrebbe un governo fantoccio, già confezionato dalla Cia, che aprirebbe le porte alla razzia delle grandi compagnie.
"Apriti sesamo!" ovvero una sconcertante parodia della favola di Alì Babà - com'è noto ambientata da quelle parti - nella quale si capovolgono i ruoli dei protagonisti: ad accaparrarsi del tesoro non sarà più Alì, ma i “35 ladroni” ossia i Paesi della coalizione che si preparano ad occupare l’Iraq per conto del nuovo cartello petrolifero internazionale.
A quel punto, forse, non sarebbe più necessario continuare a cercare, per deserti e ora anche per mari sconfinati, gli ordigni di distruzione di massa di Saddam.
Sotto un governo amico o addirittura sotto un protettorato anglo-americano, tali armi non farebbero più scandalo.
Poiché si ritroverebbero in compagnia d' arsenali chimici e batteriologici, altrettanto micidiali, regolarmente posseduti da almeno 160 Stati di questo pianeta che, a quanto sembra, non preoccupano nessuno.

Incompatibilità fra petrolio e democrazia in Medio Oriente
Si dice che la guerra è necessaria per abbattere la dittatura e instaurare la libertà in Iraq. Anche quest' argomento apre una catena di contraddizioni.
A parte i limiti sempre più degeneranti delle democrazie occidentali, c'è da rilevare che, oggi, nel mondo si contano diverse decine di regimi dittatoriali di varia coloritura politi-ca, taluni sicuramente peggiori di quello di Saddam.
Soprattutto, in Medio Oriente si registra un'alta densità di dit-tature che, sotto forma di regni feudali e assolutisti o di repubbliche "ereditarie", dominano la vita politica ed econo-mica di tutti i paesi ricchi di petrolio.
I popoli mediorientali sono le prime vittime di questo specia-le regime politico che appare segnato da una sorta d'incompa-tibilità fra petrolio e democrazia.
Sembra ineluttabile: dove abbonda il pertrolio difetta o manca del tutto la democrazia.
La dittatura, infatti, è il sistema più efficace per controllare le ingenti risorse energetiche e per garantire la continuità dello scambio ineguale e corruttivo fra i poteri patrimoniali locali (sovente di natura tribale) e le grandi multinazionali domina-trici del mercato petrolifero mondiale.
Da quando è mondo, le dittature non si abbattono con le guerre, addirittura preventive, né con rissosi convegni di op-positori, in gran parte prezzolati, tenuti in alberghi di lusso di Londra o di Washington, ma le combattono, a viso aperto, anche militarmente, i movimenti unitari di liberazione nazio-nale che se ne assumono la responsabilità politica e rischiano quello che c'è da rischiare.
Tuttavia, se davvero si vogliono combattere le dittature con la guerra, allora bisognerebbe mettere in cima alla lista i regimi feudali delle petromonarchie del Golfo dove un potere asso-lutista e retrogrado non consente le Costituzioni, i parlamenti, i partiti politici, i sindacati, i giornali indipendenti, le libertà di culto, di associazione, ecc, ecc;

I popoli arabi stretti fra dittature e oscurantismo religioso
Ormai, dovrebbe essere chiaro che le vere preoccupazioni da cui muovono i guerrafondai non sono le dittature che negano le libertà a centinaia di milioni di cittadini arabi.
In mezzo secolo, nessuno si è presa la briga di andare a libe-rare gli arabi obbligati a vivere sotto regimi politici speciali, dentro Stati-caserma, stretti nella ferrea morsa di sistemi illiberali, fondati su privilegi scandalosi, e dell'integrismo fanatico e terrorista che vorrebbe annullare quel tanto di progresso civile e culturale faticosamente conquistato.
In questa guerra la vera posta in gioco è il controllo politico e militare delle risorse petrolifere che il liberismo globalizzante si vuole assicurare a tutti i costi, anche a rischio della pace mondiale.
Secondo la propaganda bellicista, non c'è più spazio per una iniziativa negoziale per giungere al disarmo iracheno, secondo il dettato delle risoluzioni dell'Onu.
"Solo un miracolo potrà evitare la guerra" ha sentenziato l'on. Berlusconi, all'uscita del vertice straordinario della UE.
Tali posizioni confermano il più che legittimo sospetto secondo il quale, da tempo, ai piani alti della finanza e del complesso militare-industriale Usa è stata decisa e pianificata la guerra preventiva contro l'Iraq e nulla potrà fermare la poderosa e micidiale macchina bellica nord-americana.
Tranne, appunto, un miracolo, a quanto pare improbabile nonostante l'accorata presa di posizione del Papa e l'accorta iniziativa della diplomazia vaticana il cui responsabile, mons. Touran, si è spinto a definire "un crimine contro la pace" la guerra unilaterale che vorrebbero scatenare Bush e soci.
O forse "il miracolo" potrebbe essere l'abbandono volontario del potere (e l'esilio) da parte di Saddam e del suo entourage? Vedremo.

Non regge più la teoria manichea del "bene" e del "male"
D'altra parte, Bush ha forzato la situazione fino a un punto di quasi non ritorno. Questa volta, la partita non si potrà concludere con un rinvio, ma con la vittoria di uno dei due contendenti. Una lotta all’ultimo sangue nella quale per il perdente non ci sarà scampo.
Bush n'è consapevole (come dall'altro lato anche Saddam) perciò è deciso a giocarsi il tutto per tutto pur di assolvere, con profitto, al compito assegnatogli dai suoi potentissimi sponsor elettorali: impossessarsi, anche con la guerra, delle enormi riserve petrolifere dell'Iraq che, aggiunte a quelle della confinante Arabia saudita e delle altre petromonarchie del Golfo, assicureranno alle compagnie Usa il controllo del mercato energetico mondiale e il rifornimento, a prezzi minimi, del voracissimo mercato interno.
Nessuno crede alle storielle manichee del "bene" e del "male, alla missione salvifica dello zio Sam per liberare il terzo e il quarto mondo dalle grinfie di una masnada di dittatori (in gran parte allevati e sostenuti dalla Cia) e, fino a prova provata, al paventato connubio fra Saddam Hussein e Bin Laden, ossia fra "il diavolo e l'acqua santa".

Le farneticanti accuse contro i pacifisti più si attagliano agli accusatori
Le accuse contro il movimento pacifista e la sinistra di fare il gioco di Saddam o, peggio ancora, del terrorista Bin Laden, vanno rinviate ai diversi mittenti.
A questi signori bisogna ricordare, fra l’altro, che:
a) la dittatura di Saddam si è affermata passando sopra migliaia di cadaveri di militanti kurdi e di dirigenti del Partito comunista iracheno;
b) la gran parte delle armi e delle tecnologie (chimiche e batteriologiche) che gli ispettori dell'Onu vanno cercando sono state vendute, e lautamente, dai principali Paesi della Nato, fra cui Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Francia e Italia, oltre che dall'ex URSS;
c) il miliardario saudita Osama Bin Laden non ha mai militato nei ranghi del movimento operaio e della sinistra;
d) è stato proclamato emiro del terrore direttamente sul campo, nella "guerra santa" afgana contro gli invasori sovietici, con l'evidente sostegno (in istruttori e armi) della Cia e con fondi messigli a disposizione da vari governi della regione amici degli Usa.
Scrive Gilles Kepel, eminente orientalista francese, sul quotidiano marocchino "Libération":
"Negli Stati Uniti, la causa (del "Jihad=guerra santa" n.d.r.) era ben compresa: i jihadisti combattevano "l'impero del male" sovietico, evitando ai boys del Middle West di rischiare la loro vita, e le petromonarchie pagavano la fattura... Nel 1988, Osama Bin Laden crea in Afganistan
una base di dati, schedando tutti i militanti jihadisti e gli altri volontari che transitano per i suoi campi di addestramento: da ciò nascerà una struttura organizzativa, creata attorno ad uno schedario informatizzato, da cui il nome arabo al-Qaeda ("la base"di dati)..."
(citato nel mio”Il fondamentalismo islamico”, Editori Riuniti, 2001)

Perché gli Usa hanno bisogno del petrolio iracheno?
In realtà, la lotta al terrorismo e per la libertà è il paravento sgangherato dietro cui si tenta di nascondere l'inderogabile necessità di mettere le mani sul petrolio iracheno.
Per verificare la plausibilità di tale assunto, basta fare quattro conti, con l'ausilio dei dati contenuti in "Annual Statistical Bullettin - 2001" dell'Opec.
Con 5,8 milioni di barili/giorno (mln b/g), gli Stati Uniti figurano al terzo posto della graduatoria mondiale dei produttori di petrolio (dopo i paesi ex URSS e l'Arabia Saudita) e al primo posto in quella dei consumatori (18,5 mln b/g nel 2001).
Gli Usa, infatti, con poco più del 4% della popolazione mon-diale (276 mln d'abitanti), consumano il 26% della produzio-ne petrolifera mondiale, alla quale bisogna sommare i consu-mi derivanti da altre materie prime energetiche quali il carbo-ne, il gas naturale, il nucleare, ecc. che portano il consumo medio/annuo per abitante a 8,8 Tep (tonnellate equivalenti di petrolio). La media italiana è di 2,9 Tep.
Come nota Nicolas Sarkis, uno dei massimi esperti mondiali di energia e direttore di "Pétrole e gaz arabe": "I dati di base dicono che la produzione petrolifera degli Usa è in costante calo da circa 30 anni, durante i quali il loro consumo è aumentato e la loro dipendenza dalle importazioni di petrolio è in forte e rapida crescita.
Da un picco di 9,44 mln di b/g del 1972, quando gli Usa erano il primo produttore mondiale di
petrolio, la produzione americana di petrolio greggio è caduta del 38,6% per scendere a 5,8 mln/bg nel 2001... Nel 2020, secondo le previsioni disponibili, non supererà 4,3 mln di b/g."
(in: www.infomedi.it, n. 17 del dicembre 2002).
Si è determinato, così, un notevole saldo negativo (12,7 mln b/g) fra produzione e consumi petroliferi, coperto con quote, sempre crescenti, d'importazioni.

Bush, no a Kioto sì all'opzione petrolifera
L'amministrazione Bush, invece di avviare una politica di contenimento dei folli consumi  energetici americani, ha re-vocato l'adesione degli Usa all'accordo di Kioto, la cui attua-zione diveniva incompatibile col mantenimento di una realtà consumistica davvero scandalosa e altamente inquinante che provoca danni insostenibili al delicato equilibrio ecologico del Pianeta.
L'opzione petrolifera presuppone la certezza della continuità del rifornimento del mercato interno a prezzi bassi, che non può essere fronteggiata con le sole, scarse riserve nazionali, stimate in 22 miliardi di barili (mld/b).
Per correre ai ripari, la potentissima lobby petroliera Usa (alla quale non sono estranei gli interessi della famiglia Bush e di altri autorevoli rappresentanti dell'attuale Amministrazione) ha deciso una strategia mirante ad accaparrarsi risorse petroli-fere in gran quantità e a condizioni di massima agibilità poli-tica.
Dove andare? Ancora una volta nel Golfo, nell'area a più alta concentrazione petrolifera del mondo, giacché sulle risorse del Caucaso e dell'Asia centrale ha allungato gli artigli l'orso di Mosca.
Da sole, le ingenti riserve dell'Arabia saudita (ammesso che resti sempre "saudita", ossia feudo della tribù dei Saud), non potranno assicurare, nel medio-lungo periodo, la continuità del rifornimento alle condizioni desiderate dalle compagnie Usa.
Perciò, urge mettere le mani sull'Iraq ovvero sul secondo Paese al mondo per riserve petrolifere accertate (112,5 mld/b) dove, da 30 anni, da quando al potere c'è Saddam Hussein, nessuna compagnia statunitense ha potuto mettere  piede.

Paesi del Golfo: riserve accertate per 700 miliardi di barili di petrolio
Le risorse irachene, aggiunte a quelle di Arabia saudita (262,6 mld/b), Emirati arabi uniti (97,8 mld/b), Kuwait (96,5 mld/b), Qatar (15,2 mld/b), Oman (5,8 mld/b), fanno la bellezza di 590, 4 miliardi di barili. Ossia una quantità 27 volte superiore al totale delle riserve Usa.
Da questo conto restano fuori le importanti riserve petrolifere dell'Iran (99 mld di barili). Tuttavia, il Paese degli ayatollah è sempre in cima alla lista nera degli "stati canaglia". Magari in un secondo tempo...
Gli scenari che si potranno verificare pongono seri problemi e non solo ai movimenti pacifisti.
Esiste concretamente il pericolo di una destabilizzazione a cascata di quasi tutti i regimi arabi il cui sbocco sarà o quello di una deriva "fondamentalista" o quello di un ulteriore inasprimento dei sistemi dittatoriali.
Così come c'è da temere che la crisi investa, soprattutto sui versanti politico ed economico, l'Europa fortemente esposta ai contraccolpi derivanti dalle conseguenze del conflitto e dagli aumenti incontrollati dei prezzi petroliferi (già oggi il prezzo del barile è a 37 dollari. A guerra scatenata l'UE teme che possa aumentare fino a 70 dollari).
Perciò, gli esponenti politici e dell'imprenditoria, italiani ed europei, dovrebbero prendere atto che questa guerra è anche un serio problema sulla strada della costruzione Unione europea.
La strategia Usa punta, infatti, al controllo di queste ingenti risorse, per altro concentrate in un ambito territoriale ristretto ed omogeneo, anche politicamente, (l'unica anomalia, quella irachena, la si vuole eliminare con la guerra preventiva), per condizionare l'economia mondiale per i prossimi 40-50 anni, in primo luogo quella dei Paesi concorrenti industrializzati, forti consumatori e scarsi produttori di petrolio e di altre materie prime energetiche.

Dal controllo delle risorse al dominio del mercato petrolifero
Una volta acquisito il totale controllo, politico e militare, delle risorse petrolifere sarà facile assicurarsi il dominio sul pingue mercato della distribuzione e del consumo dei prodotti petroliferi.
L'affare è di quelli pesanti ossia un mercato dal valore annuo di circa 650 miliardi di dollari. Nell'ultimo ventennio (1981-2001), il consumo mondiale di prodotti petroliferi si è incrementato di circa il 20% , passando da 57,5 mln di b/g a 71,1 mln di b/g (+13,5 mln di b/g).
La parte più consistente di tale incremento è stata attribuita alla regione "Asia e Pacifico" che è passata da un consumo di 10,1 mln b/g del 1981 a 19,3 mln b/g del 2001.
L'America del nord, (il dato è attribuito principalmente agli Usa) ha visto aumentare il suo già elevato consumo d'altri 3 mln di b/g, mentre l'Europa occidentale di circa 2 mln di b/g. Significativo anche l'aumento dei Paesi del Medio Oriente che praticamente hanno visto raddoppiare la loro quota-consumi: da 1,8 a 4,1 mln di b/g.
Lievi aumenti fanno registrare le già deboli quote di Africa e America Latina. In controtendenza, soprattutto nel periodo 1991-2001, è il dato concernente i Paesi dell'Europa orientale che fa registrare una forte caduta (un dimezzamento) dei consumi (da 9,3 a 5,0 mln di b/g).
Nel 2001, il valore (in dollari) del mercato petrolifero mondiale si è attestato intorno ai 650 miliardi di dollari Usa, una cifra ragguardevole, corrispondente a circa il 10% del valore delle esportazioni mondiali.
Per quanto riguarda la spartizione di questo "bottino", la parte del leone la fanno le cinque principali società petrolifere le quali, dal 1997 al 2001, hanno visto crescere i loro ricavi di circa 100 miliardi di dollari.
Naturalmente, bisognerebbe considerare la disastrosa inci-denza che l'elevato aumento dei consumi petroliferi ha determinato nel già precario (o compromesso?) equilibrio ecologico del pianeta, soprattutto in riferimento ai volumi di emissione di gas venefici nell'atmosfera.

Il monopolio sulle risorse per condizionare la nuova Europa
Nella lista dei principali Paesi consumatori/importatori di petrolio figurano, oltre a Giappone e a Corea del Sud, i più importanti paesi dell'UE: Germania con un consumo di 2,7 mln di b/g e un import di 2,1 mln b/g (ovvero 77%); la Fran-cia 1,9 mln di consumo / 1,7 mln d'import (89,4%); l'Italia 1,7 mln di consumo / 1,66 d'import, (97%); la Spagna 1,3 mln di consumo/ 1,1 d'import (87,6%). La Gran Bretagna, con 1,7 mln di consumo e 0,9 mln d'importazioni (52,9%), è il Paese europeo meno dipendente dalle importazioni petro-lifere. Questi dati, in parte, spiegano i propositi bellicisti del laburista Blair.
Ma non giustificano l'allineamento passivo, perfino auto-lesionista, dei governi di centrodestra di Berlusconi e Aznar che forse si saranno lasciati incantare da qualche illusoria promessa di trattamento privilegiato, fatta loro sottobanco da qualche "ministro"del governo-fantoccio o dal miraggio di una partecipazione ai dividendi della guerra.
In realtà, il predominio statunitense sulle risorse e sul mer-cato dell'energia ipotecherà il futuro dell'Unione Europea e del più grande polo economico dell'area del Pacifico, ossia di due temibili potenze che potrebbero insidiare, o quantomeno limitare, la supremazia "imperiale" degli Usa.
(in “Informazioni dal Mediterraneo”   24/2/2003)

IRAQ: LE STESSE POTENZE PER LO STESSO PETROLIO

La presa in giro della guerra “umanitaria”
Confesso di essere stato colpito dall'analisi schietta e lungimirante che Arnaldo Cipolla svolge nel suo libro di viaggio "Sino al limite segreto del mondo" del 1937 che, nei giorni scorsi, ho trovato a Budapest, scartabellando sulla bancarella di un libraio antiquario.
Alla luce della guerra anglo-americana contro l'Iraq, le considerazioni di questo scrittore, un tempo molto popolare oggi completamente sconosciuto, acquistano, dopo 65 anni, un significato quasi profetico poiché, pur tra retorica e risentimenti di regime (fascista), ci propongono una verità sul petrolio irakeno valida per il triste passato del colonialismo e per questo opaco presente della globalizzazione.
Lo scritto anticipa e rafforza un punto di vista oggi condiviso dalla quasi totalità dei cittadini, ma solo da pochi commentatori dichiarato: la guerra di Bush è stata scatenata innanzitutto per il controllo del petrolio iracheno. Tutto il resto non conta o viene dopo.
Si sperava che i propagandisti del Pentagono (che nel mondo sono un esercito più numeroso che quello inviato contro Saddam) ci risparmiassero almeno questa penosa presa in giro della guerra "umanitaria". Ma così non è stato.
Perciò, ci conforta leggere quanto annotava Cipolla nel lontano 1936, durante il suo viaggio in Mesopotamia: "Noi vediamo e vedremo sempre l'Irak sotto l'aspetto petrolifero. Il primo accordo anglo-francese per i petroli dell'Irak data dalla grande guerra (1916)...
L'accordo di San Remo finì per attribuire ai francesi la parte germanica sequestrata all'Armistizio, cioè il quarto della produzione dell "Irak Petroleum", mentre altri due quarti erano assegnati all'Inghilterra e l'ultimo quarto agli Stati Uniti d'America..." (1)
Poche righe che confermano un'amara realtà storica e culturale che, certo, non fa onore all'Occidente che ha sempre visto l'Iraq e il Medio Oriente come un immenso giacimento petrolifero su cui mettere le mani.
Verità imbarazzante che ieri si tentava di mascherare (ma non tanto) sotto le bandiere della civiltà, oggi sotto quelle della democrazia.
Com'è noto, le potenze vincitrici della prima guerra mondiale, a conclusione della conferenza internazionale di San Remo, si accordarono per la spartizione delle ricchezze petrolifere irakene, già allora considerate di grande valore economico e strategico.
Dal bottino fu esclusa l'Italia dei Savoia i quali - da lì a poco - l'avrebbero consegnata agli squadristi fascisti di Benito Mussolini.
Il Cipolla, che è uno scrittore di regime, marchia tale esclusione con parole di fuoco: "Quando si parla della preda coloniale germanica della grande guerra che Inghilterra e Francia hanno carpito in Africa ed altrove non facendone menomamente partecipe l'Italia, loro alleata, anzi la vera salvatrice delle fortune dell'Intesa, si dimentica il petrolio dell'Irak il tesoro inesauribile dal quale l'Italia venne inesorabilmente esclusa. Egoismo più odioso di questo non si poteva attuare. Esso giustifica qualunque rivendicazione italiana nell'avvenire..." (2)

Ottant’anni dopo, le stesse potenze si contendono lo stesso petrolio 
A distanza di 80 anni, sulla scena mediorientale i "protagonisti" sono sempre gli stessi e sempre animati dallo stesso vorace proposito: accaparrarsi del petrolio iracheno; visto che già dispongono di quello dell'Arabia saudita e delle altre petromonarchie del Golfo.
È cambiato soltanto l'ordine (d'importanza), il ruolo guida fra le parti in causa. Chissà, se modificando l'attribuzione dei "quarti" (o magari dei "quinti") a favore degli Usa, nel frat-tempo divenuti l'unica superpotenza di riferimento, non si possa avviare, a partire da quel vecchio schema di partizione, un negoziato segreto per la futura ricostruzione e pacifi-cazione dell'Iraq.
Fantapolitica? In ambienti diplomatici si sussurra che nei mesi antecedenti la guerra si sia trattato su una ipotesi simile, senza tuttavia giungere ad un accordo.
D'altra parte, non è questa la prima volta in cui le principali potenze occidentali rivaleggiano per il controllo delle immense risorse petrolifere irakene.
Il petrolio - scrive Cipolla - è stato sempre considerato il bottino più prezioso: "Al di sopra di questa ricchezza sotterranea e ormai tangibile sulle rive del Mediterraneo, la vita biblica continua, semplice e frugale, le greggi e i tramonti e il vecchio pastore col suo cane. Il suolo è a loro e per poco. Ma non il sottosuolo..." (3)
Nella sola regione del Golfo sono concentrate riserve petrolifere accertate per circa 700 miliardi di barili. (4)
Non c'è dubbio che chi controllerà queste ingenti risorse potrà condizionare il mercato petrolifero e lo sviluppo econo-mico mondiali per i prossimi decenni.
Questo, e non altro, è il vero, inconfessabile obiettivo della guerra illegale scatenata da Bush e da Blair e dai loro soci e manutengoli. In Iraq il petrolio c'è sempre stato in abbon-danza, di ottima qualità e a basso costo. ("La nafta a Kirkuk costa una lira sterlina a tonnellata").
Arnaldo Cipolla visitando nel 1936 la zona di Kirkuk (per il cui controllo in questi giorni è in atto una feroce battaglia fra tutte le parti belligeranti: anglo-americani, kurdi, tribù e forze fedeli a Saddam, reparti delle milizie integraliste di Ansar Al-Islam) rimase impressionato dall'eccezionale portata del poz-zo di Rabu Gurgur: "Il rendimento del solo pozzo n. 1, sull'anticrinale chiamato di Kirkuk, gettò fuori una formi-dabile tromba di petrolio di 12.000 tonnellate giornaliere che inondò il territorio... "
A Kirkuk furono perforati 42 pozzi il cui "rendimento sor-passava talmente i bisogni che venne deciso di far lavorare soltanto 15 pozzi. Essi forniscono i 4 milioni di tonnellate annue che gli oleodotti inglese (lungo 750 km) e francese trasportano rispettivamente a Caifa (allora Palestina, oggi Israele n.d.r.) e a Tripoli di Siria." (oggi Libano n.d.r.) (5)
Quant'è mutevole la geopolitica in Medio Oriente!
Da sempre, disegnata a tavolino dalle potenze coloniali euro-pee. Con riga e compasso e sempre seguendo le vie del petrolio.

Dal “diritto” coloniale alla guerra preventiva
Un tempo queste potenze non si peritavano di reclamare in nome della “civiltà” occidentale la spartizione d'intere regioni dell'Asia e dell'Africa e l'appropriazione delle loro risorse minerarie invocando il “diritto” alla colonizzazione.
Il diritto coloniale, sancito da varie conferenze internazionali, s'incaricava di legittimare le stragi, l'occupazione militare, il protettorato, la rapina dei beni, lo sfruttamento bestiale degli uomini e delle risorse naturali appartenenti a popoli e Stati, colpevoli soltanto d'essere poveri e quindi "destinati" a soc-combere alle mire imperialistiche delle grandi e delle medie potenze occidentali.
Oggi, la coscienza democratica e anticoloniale delle nazioni costringe i governi, asserviti agli interessi delle grandi impre-se multinazionali, a mimetizzare le loro mire di conquista sotto forma di guerre "umanitarie" e "preventive".
Per rabbonire l'opinione pubblica si ricorre ai metodi più dis-parati: dalla censura alla disinformazione pianificata, dal fotomontaggio alla valanga mediatica (anche sulla TV "pub-blica") che ci assilla con la bella frottola del nuovo "eroe metropolitano" (nelle cui vene scorre "il sangue della guerra", alias il petrolio, come lo chiama Cipolla), partito per infidi deserti, dove rischia la vita per eliminare uno solo fra i tanti dittatori esistenti nei paraggi.
Per esportare la "democrazia" dei miliardari e liberare il mondo da un terrorismo islamista che sembra essere stato creato e foraggiato a bella posta, per fare da sponda alle azioni più spregevoli.
Concludo come ho cominciato, con un'altra efficace pennellata di Arnaldo Cipolla che mostra di avere capito, già allora, la causa principale dell'odierno conflitto.
"Così dal cuore dell'Asia arriva in Europa il sangue della guerra, l'essenza dionisiaca della velocità, il petrolio di Kirkuk. Arrivare e combattere per il petrolio. Strike oil! Grido dell'americano del 1860, grido attuale di tutti gli uomini, grido delle brigate inglesi inviate in Palestina a salvaguardare il 30 per cento d'interesse netto che il petrolio largisce agli azionisti della City" (6)

Note
1 Arnaldo Cipolla in "Sino al limite segreto del mondo", Edizioni Bemporad, Firenze, 1937.
2 A. Cipolla op. cit.
3 Ibidem
4 Nel dettaglio, vedi su www.infomedi.it (n. 17) 
5 A. Cipolla op. cit.
6 Ibidem.

(in “Peacelink” del 1/4/2003)















VERSO UN IMPERO NORD-AMERICANO ?

Una guerra asimmetrica
Le armate anglo-americane sono alle porte di una Bagdad stremata, ma non domata, da migliaia di micidiali incursioni aeree. Difficile prevedere cosa accadrà nel caso il conflitto si trasformasse da attacco ipertecnologico a scontro feroce uomo a uomo, strada per strada, casa per casa.
Tuttavia (stiano tranquilli i fan di Bush), alla fine la smisurata potenza militare e tecnologica dei due super alleati dovrebbe prevalere sull'esercito scalcinato di un dittatore sanguinario che ha avuto il torto di attardarsi al comando di un paese che naviga sopra un mare d'oro... nero.
Come tutte le guerre, anche questa è pura follia, anche quando i suoi fautori cercano di ammantarla con nobili ragioni umanitarie.
Guerra per modo di dire! Quando, come in questo caso, non c'è equilibrio fra le forze in campo, non c'è guerra, ma solo una proditoria aggressione del più forte che mira a schiacciare il più debole per imporgli, con la violenza e con la morte, le sue inconfessabili ragioni.
Guerra anomala, immorale, soprattutto quando gli improvvisati "giustizieri" sono i rappresentanti di Paesi che possono vantare una lugubre storia di sanguinosi intrighi e  colpi di stato per installare decine e decine di dittatori senza scrupoli che hanno portato morte e infelicità in mezzo mondo.
Molti di questi dittatori ancora comandano, a cominciare da taluni Paesi del Golfo, ma alla Casa Bianca nessuno si sogna di metterli in mora. Evidentemente, sono più diligenti di Saddam Hussein che, certo, non si vuole liquidare per le sue arcinote efferatezze contro i kurdi, gli sciiti e in genere contro gli oppositori interni quasi tutti, non a caso, esponenti e militanti comunisti e della sinistra irachena.
Anche di questo si dovrebbe scrivere sui giornali e parlare nelle interminabili cicalate della Tv, un tempo pubblica, affinché si possa illuminare per intero la figura e l'opera del  sanguinario dittatore. Evidenziando un dato stranamente trascurato: mentre gli uomini della sinistra irachena venivano impiccati, incarcerati, torturati e le popolazioni kurde letteral-mente "gasate", gli amici e i compari degli attuali governanti americani, inglesi, italiani, ex sovietici, francesi, tedeschi,ecc, realizzavano affari d'oro con Saddam Hussein oggi accusato di essere una sorta di genio del male.
Come detto, sugli esiti finali di questo conflitto non dovreb-bero esserci dubbi: la vittoria "arriderà"- assicurano gli esperti della guerra - alle forze anglo-americane.
Arriderà? Che terminologia blasfema!
Come si può chiamare sorriso il ghigno funesto della morte?

Bush vincerà la guerra, ma potrebbe perdere il dopoguerra
Ma la vittoria sul terreno militare non risolverà i nodi politici e strategici insistenti nella regione.
Anzi, li potrà acuire ulteriormente e renderli persino esplosivi, sia per quanto riguarda il futuro assetto politico e territoriale (etnico e confessionale) dell'Iraq, sia in relazione ad altre questioni nodali mediorientali.
Quali: il conflitto israelo - palestinese che Sharon, profittando della disattenzione mondiale, ha trasformato in azione di pura "macelleria" israeliana; la stabilità politica del Medio Oriente dove, sull'onda di una sollevazione nazionalistico - religiosa, potranno cadere, uno dopo l'altro come birilli, la gran parte dei governi arabi, compresi quelli "moderati" (leggi alleati  degli Usa); più in generale, il tormentato rapporto fra Oriente islamico e Occidente.
Come dire: Bush vincerà la guerra, ma potrebbe perdere il "dopoguerra".
Se tutto ciò ha un fondamento- come sembra- viene da chie-dersi: perché l'amministrazione Usa ha operato questa grave scelta di rottura, dagli esiti incerti e perfino controproducenti?
Non è facile rispondere a questa domanda, anche perché nella strategia politica di Washington ci sono molti "buchi neri" che non aiutano a capire dove Bush voglia andare a parare.
L'ipotesi che comincia a farsi strada è quello di un presidente succube dei "consigli", un po' troppo interessati, di un gruppo di specialisti bellicosi che mirano a trasformare gli Usa, anche mediante la guerra, da unica iperpotenza a impero mondiale. Siamo dunque al delirio di potenza?
L'ipotesi appare francamente azzardata, se non altro perché la statura dell'imperatore in pectore non è minimamente accostabile al genio di un Augusto, di un Adriano, di un Federico II, di un Carlo V, ecc.
Tuttavia, sono in tanti, soprattutto nel terzo mondo, a perce-pirla come una seria minaccia sulla base di argomentazioni solide e rispettabili.
Pur di farsi "incoronare" imperatore, Bush sta demolendo il sistema delle relazioni internazionali e l'impianto politico e diplomatico costruiti nel dopoguerra.
Mettendo perfino in discussione consolidate alleanze e importanti istituzioni multilaterali (Onu, Nato, Wto, Unesco, ecc) che hanno garantito al mondo circa 60 anni di quasi pace e agli Usa una crescita davvero spettacolare.
Perciò, tenta di sabotare ogni ipotesi e/o iniziativa che potrebbe ostacolare o rallentare l'attuazione di questo delirante progetto di egemonia mondiale.

Intrighi Usa per destabilizzare la “vecchia” Europa
Dopo gli "Stati canaglia", nei piani di demolizione preparati dall'establishment Usa ci sono la "vecchia Europa", che ambirebbe diventare un'Unione politica ed economica (ovvero la più grande potenza commerciale del Pianeta) e, ora, anche, questa vecchia Chiesa cattolica che si rifiuta di avallare la nuova crociata contro il petrolio islamico, di scatenare la cosiddetta "guerra di civiltà" invocata dai mentori giudaico/sanfedisti che ispirano la condotta del presidente Usa.
In realtà, quella di Bush rischia di essere soltanto una disa-strosa velleità, una politica avventurosa che si configura come una minaccia per la convivenza pacifica e democratica e che - se attuata - potrebbe produrre effetti molto indeside-rati, in primo luogo per la sicurezza e gli interessi degli stessi Stati Uniti.
Se questa fosse, per davvero, la nuova dottrina strategica dell'amministrazione Bush, nessuno si sentirebbe tranquillo in casa propria. Poiché sarebbero messe in dubbio solidarietà considerate acquisite, anche fra i paesi industrializzati, nasce-rebbero nuove opposizioni ideologiche, nuove organizzazioni terroristiche. Un'enorme, spaventosa ondata d'odio e di risen-timento, soprattutto antiamericani, salirebbe dai popoli del terzo e quarto mondo, specie da quelli di tradizione islamica.
Un bel risultato insomma per il popolo degli Stati Uniti che dovrebbe continuare a vivere nella paura e nell'isolamento internazionale!
Se il signor Bush ha perso o si è montato la testa, la risposta della nostra "vecchia" e cara Europa deve essere quella di non farsi coinvolgere in questa pericolosa avventura e di tenere ferma la barra dell'unità politica ed economica del Continente e del dialogo e della cooperazione pacifica con tutti i popoli e gli Stati del mondo, e in primo luogo con quelli arabi e del Mediterraneo.

(in “Sicilynews”  del 4 aprile 2003)



ARMI CHIMICHE, ATTENTI AL MARCHIO  

L’ira di Bush e il “rinnegato” Blixen
Vedrete che gli eserciti liberatori troveranno almeno un po' delle famigerate armi chimiche di Saddam che gli ispettori del "rinnegato" Blixen non sono riusciti a scovare. In caso contrario svanirebbe ogni barlume di legittimità di questa guerra unilaterale e preventiva che viola i principi - chiave della legalità internazionale e rischia di distruggere la residua credibilità delle Nazioni Unite.
Il giovane Bush non si accontenta della "vittoria" sul piano militare, della testa di Saddam, vuole il trionfo politico e diplomatico, perciò necessita di qualche bidone di letali componenti chimici per dimostrare al mondo che aveva ragione a muovere guerra, anche senza l'autorizzazione dell'Onu. Altri hanno sbagliato, in buona o in mala fede, perché hanno troppo indugiato, confidando nel perfido tatticismo del dittatore iracheno.
Insomma, oltre al controllo sull'Iraq e soprattutto sul petrolio, il presidente Usa ambisce a realizzare un vero capolavoro dell'arte della guerra intesa - diceva quel Tale - quale continuazione e perfezionamento della politica.
Come si conviene a un vincitore assoluto, vedrete che Bush si mostrerà perfino magnanimo con quelli che non lo hanno seguito in quest'avventura: egli cercherà di chiarire gli "equivoci", di smussare gli angoli, di dare assicurazioni sul rispetto dei contratti sottoscritti da Saddam, mentre lascerà ad intendere che la ricostruzione dell'Iraq, fermo restando il ruolo primario delle poche potenze vincitrici, può diventare un affare per molti.
Gli strateghi di Washington vorranno anche recuperare, dopo averlo mortificato, il ruolo dell'Onu che sarà chiamato a ratificare il fatto compiuto e a organizzare gli aiuti umanitari.
Insomma, siamo alle solite: prima si bombarda senza alcun freno, provocando morte e distruzioni, miseria ed esodi biblici, poi si lascia all'Onu e all'Unione europea l'onere di saldare gran parte della fattura dei danni provocati e il compito di accogliere milioni di profughi che la guerra ha sradicato.
Sì, le troveranno le armi di distruzione di massa, ma al momento opportuno. Lo ricordo per i tanti, impazienti direttori di giornali e conduttori di programmi Rai che, ai primi bidoni avvistati, hanno esultato per l'avvenuta scoperta, senza attendere uno straccio di riscontro.
Peccato che in quei bidoni ci fosse soltanto insetticida.
Pazienza, dunque! E, soprattutto, si raccomanda di fare attenzione all'etichetta appiccicata sulle eventuali armi e/o contenitori ritrovati.
Prima di mostrarli al pubblico, bisognerà ripulirli da imbarazzanti scritte dalle quali si potrà risalire ai fornitori dei componenti e delle tecnologie più sofisticate.
Com'è noto, i pezzi più "pregiati" dell'arsenale chimico del dittatore iracheno, almeno fino ai tempi dell'invasione del Kuwait, parlano le lingue di tutti i Paesi membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell'Onu e dei loro alleati e amici europei dell'est e dell'ovest, fra i quali sicuramente l'Italia...

Le buone bombe che Saddam usava contro gli iraniani
Non sappiamo se, negli ultimi 10-15 anni, Saddam abbia rimpinguato il suo potenziale chimico con altri acquisti e/o con nuove produzioni, tuttavia fino ai primi anni '90, il suo arsenale era ben dotato e costituiva un lugubre campionario di morte nel quale erano rappresentate società fornitrici dell'ex URSS e della gran parte dei Paesi occidentali: Usa, Francia, Gran Bretagna, Germania, Spagna, Italia, Svizzera, Belgio, Austria, ecc.
A dimostrazione di quest' asserzione, mi sia consentita un'auto citazione, tratta da un mio libro del 1991 "I Paesi del Golfo" (1) nel quale (al capitolo "L'arsenale chimico di Saddam Hussein") fra l'altro scrivo: "Già nel 1983 un rapporto della Cia assicurava che un gruppo di Paesi quali Siria, Israele, Iraq, Libia, Etiopia, Cina, Taiwan, ecc erano in grado di produrre ed utilizzare l'arma chimica. (fonte: CIA, rapporto SNIE n. 11-17-83 del 15/9/1983)
L'Iraq è stato certamente fra i primi del "nuovo club" a produrre e a sperimentare la bomba chimica sulla pelle degli iraniani e delle popolazioni del Kurdistan iracheno. E' accertato, infatti, che ripetutamente nel corso del 1984 l'Iraq ha fatto uso di gas "mustard" e "tabun" contro le truppe iraniane, provocando migliaia di vittime anche fra la popolazione civile.
Le proteste iraniane giunsero all'Onu e il Segretario generale del tempo promosse un' inchiesta e "sulla base delle prove accumulate l'Iraq, nonostante che esso sostenga il contrario, risulta un criminale internazionale, in quanto ha violato il Protocollo di Ginevra del 1925.
Ma gli opportunismi politici, connessi alla guerra del Golfo, hanno protetto l'Iraq da una condanna formale e da sanzioni. (fonte: Rapporto Sipri 1985)
Gli Usa riallacciarono i rapporti diplomatici con un Paese accusato dal Segretario generale dell'Onu, e con prove schiaccianti, di aver fatto uso di gas letali, che per giunta si rifiutava di firmare una dichiarazione per il non uso e che- come si sapeva da qualificate fonti americane ("Washington Post"del 3/11/1984)- aveva abbondantemente rimpiazzato le scorte chimiche esaurite a seguito dei ripetuti attacchi contro le forze armate e i villaggi iraniani. Allora a Saddam tutto era consentito, anche la più brutale nefandezza non faceva scandalo...

Ecco chi ha rifornito l’arsenale chimico di Saddam
Chi ha aiutato l'Iraq a fabbricare queste armi micidiali e ad accumulare questo spaventoso arsenale?
Stando a un rapporto riservato redatto dalla Mednews di Parigi (2) sono 207 le società appartenenti a 21 Paesi, in gran parte occidentali, che hanno commerciato con le autorità irachene... Apre la lista la Germania Federale (con 86 società), seguita da Usa (18), Gran Bretagna (18), Austria (17), Francia (16), Italia (12), Svizzera (11), Belgio (8), Spagna (4), ecc.
Le società italiane chiamate in causa dal citato rapporto sono: "Technipetrole", fabbriche di gas nervino; "Saia BPD", carburanti per razzi; "Euromac", detonatori Krytron; "Saia Techint", cellule per Thuwaitha; "BNL", finanziamenti (ricordate lo scandalo della Bnl di Atlanta, Usa? n.d.r.); "Danieli", laminatoi; "Ilva", materiali per ferriere; "Società Fucine", pezzi per supercannone; "IRI", proprietario società Fucine; "Audiset", elementi gas Sarin per Montedison; "Montedison", elementi Sarin per Melchemie; "Snia Techint", laboratori armi chimiche per Saad 16..."
Queste ed altre notizie, pubblicate in riviste e libri specializzati, non sono state mai contestate dai governi né dalle singole imprese fornitrici e sono la più clamorosa conferma delle responsabilità che portano quasi tutti i Paesi che oggi indicano Saddam come il nemico pubblico numero uno.
Naturalmente, la questione delle armi chimiche e batteriolo-giche non riguarda soltanto l'Iraq, ma oltre cento Paesi, gran-di e piccoli, ricchi e poveri, che hanno dichiarato di esserne in possesso e una trentina che non l'hanno dichiarato, ma sono fortemente indiziati di possederle.
Siamo, dunque, davanti un problema enorme, planetario, che ha indotto le Nazioni Unite a tenere, nel 1997, una Confe-renza internazionale per la non proliferazione e per il disarmo chimico e batteriologico.
Per liberare l'umanità da questa minaccia apocalittica (senza dimenticare gli arsenali nucleari), la via più praticabile è quella intrapresa dall'Onu, lungo la quale bisogna andare avanti, senza guardare in faccia a nessuno.
A volerlo, è già in programma un'importante occasione di confronto su questo tema: a Ginevra, ai primi di maggio 2003, si svolgerà una conferenza mondiale per esaminare l'andamento di questa prima fase di applicazione del Trattato di non-proliferazione.

Note:
1 Agostino Spataro- "I Paesi del Golfo", Edizioni Associate, Roma, 1991;
2 Pierre Salinger / Eric Laurent in "Guerra del Golfo", Edizioni Mursia, 1991.

(in “Clarence”, 11/4/2003)





LA GUERRA E’ ANCHE CONTRO L’EUROPA

La guerra dell'Iraq propone il confronto tra le culture isla-mica e occidentale. On. Spataro, quali sono, a suo parere, i punti di convergenza impossibili tra le due civiltà?

Ritengo che, per fortuna nostra, non siamo ancora alla guerra di civiltà. Ci sono, però, due potenti minoranze internaziona-li, una razzista e guerrafondaia in Occidente e l'altra fonda-mentalista e terrorista in Oriente, che lavorano per precipitare il mondo nella catastrofe. Dietro agli appelli alle religioni, ai valori astratti di democrazia da esportare, anche con le guerre preventive, ci sono obiettivi ben più concreti e inconfessabili che mirano alla conquista del potere politico e al controllo delle risorse energetiche.
Nonostante la guerra irachena e i conflitti ancora aperti in Medio Oriente, è possibile rilanciare il dialogo e la coopera-zione economica e culturale fra i due mondi, che non sono incomunicabili, ma possono collaborare per rafforzare la pace e la giustizia nel mondo.

Quale incidenza ha avuto, ha, sulla situazione irachena il doloroso conflitto israelo - palestinese nei termini del cosid-detto fondamentalismo islamico e del terrorismo interna-zionale?

Sono avvenimenti distinti, tuttavia fra loro in qualche misura collegati all'interno della strategia più globale che punta al controllo politico e militare del Medio Oriente e delle sue im-ponenti risorse petrolifere.
Nello specifico, il conflitto israelo - palestinese vede il gover-no israeliano, diretto dal falco Sharon, esercitare il massimo della pressione per frustrare le legittime rivendicazioni nazio-nali del popolo martire di Palestina creare in quest'area strate-gica, tra il Mediterraneo e i giacimenti di petrolio, uno stato ebraico forte, ben oltre i confini sanciti dalla ripartizione decisa in sede ONU.
E' noto che alcune influenti organizzazioni fondamentaliste israeliane, talune facenti parte dell'attuale governo Sharon, puntano alla creazione del "grande Israele", perciò considera-no i palestinesi come un ostacolo per l'attuazione del loro fol-le disegno espansionistico. Ma non tutti gli israeliani condivi-dono la politica aggressiva di Sharon e dei partiti ultrareligio-si. Esistono forze importanti che si battono, perfino all'interno dell'esercito israeliano, per una prospettiva di pacificazione, sulla base dello schema "due popoli e due Stati", condiviso dagli organismi internazionali.

L'atteggiamento dell'Europa nei confronti del problema ira-cheno è quanto mai differenziato e contrapposto. Quali le ragioni dei diversi atteggiamenti?

La guerra irachena è anche contro l'Unione europea ossia contro lo sforzo in atto per costituire una unità economica e politica. Com'è noto, l'Europa, soprattutto alcuni paesi come l'Italia, la Spagna, la Germania, la Francia sono fortemente dipendenti dal petrolio arabo. Sul territorio iracheno insistono le più grandi riserve petrolifere, dopo l'Arabia Saudita, perciò chi controllerà l'Iraq condizionerà lo sviluppo economico e politico europeo e di vaste regioni del mondo.
Perciò l'interesse europeo non può coincidere con quello degli Usa. Anzi nel caso specifico sembra essere esattamente contrapposto. La pace e la cooperazione reciprocamente vantaggiose sono le uniche vie che l'Europa dovrà praticare verso i popoli del mondo arabo e del Mediterraneo per difendere i veri interessi degli europei.

La recente conferenza dei capi spirituali delle religioni del mondo, svoltasi a Roma, può aprire nuove strade verso una pacificazione complessiva?

La questione religiosa è importante, ma è strumentalizzata da ambedue le parti. Soprattutto, le associazioni integraliste islamiche ne hanno fatto una molla per la mobilitazione delle masse popolari arabe. Gli appelli alla "guerra santa" nei paesi arabo-islamici o alle "nuove crociate" nei paesi dell'Occi-dente cristiano rappresentano una colossale mistificazione della realtà sociale e politica poiché usano la religione come strumento di lotta politica per conseguire obiettivi di potere molto terreni.
L'Islam radicale sta commettendo gli stessi eccessi oscuran-tisti compiuti, nei secoli scorsi, in Occidente dalle diverse fazioni cristiane. Per evitare tali errori, penso che nel mondo arabo-islamico debba essere incoraggiato un processo di ma-turazione politica e culturale e di sviluppo economico diffuso che possa portare a un'incruenta "Rivoluzione" alla francese.
L’obiettivo principale dovrebbe essere la creazione di uno Stato laico e democratico che permetta di separare la sfera religiosa da quelle politica, culturale e civile.


Il modello della civiltà occidentale, e in particolare quello democratico anglo-americano, che possibilità hanno di innestarsi in un'area geografica come l'Iraq, storicamente e culturalmente distante da questi modelli?

Il solo pensare di esportare, o peggio d'imporre con la guerra, il proprio modello di democrazia ad altri popoli sovrani è una pretesa inaccettabile e un fattore di pericolosa destabilizza-zione mondiale.
Ogni popolo ha proprie peculiarità storiche e politiche e
d'altra natura. Perciò la democrazia dovrà scaturire da un pro-cesso di riforma e di maturazione autonomo nazionale, indi-viduando le forme e le istituzioni più appropriate alla sua specifica condizione.
Importante è rispettare il principio sancito nella Carta dei Diritti delle Nazioni Unite: garantire a tutti i cittadini, senza distinzione alcuna, i diritti e le libertà fondamentali di voto, di stampa, di espressione, di organizzazione politica e sinda-cale, di professione religiosa, ecc.
Ogni Stato aderente all'Onu è impegnato ad attuare la Carta dei Diritti. Chi non rispetta tali diritti e non attua la Carta può subire delle sanzioni da parte della Comunità internazionale, fino all'espulsione dalle Nazioni Unite. Lo Statuto dell'Onu prevede una serie di sanzioni a questo riguardo. Pertanto si dovrà ricorrere all'intervento militare umanitario nei casi estremi e solo sulla base di una decisione comune degli organismi dell'Onu. Senza mai dimenticare che spesso i conflitti e le dittature nel terzo mondo trovano motivazioni nella fame e nelle malattie che mietono milioni di vittime.
Se gli Usa e l'Occidente desiderano aiutare l'affermarsi del processo democratico in queste regioni dovranno tagliare i ponti con tutti i dittatori (non c'era solo Saddam!) e favorire lo sviluppo economico e civile dei paesi poveri, trasferendo investimenti e tecnologie appropriate. Anche per riequilibrare il dislivello dei consumi che oggi si fonda sui seguenti nume-ri: all'85% della popolazione mondiale è riservato il 20% delle risorse disponibili sul pianeta, mentre al rimanente 15% ( ossia la popolazione dei paesi industrializzati dell'Occi-dente) l'80% di tali risorse. Fino a quando ci saranno tali, abissali disparità, le guerre e i terrorismi saranno all'ordine del giorno.


(intervista raccolta da Luisa Guida, in “Porta di ponte” 8/5/2003)

  










ATTENTATI SUICIDI: UNA TERRIFICANTE NOVITA’

E’ tempo di riflessioni e di bilanci
Kabul brucia mentre continuano le guerre “preventive” scatenate da Bush e soci in Medio Oriente. 
A quasi dieci anni dal loro inizio, è tempo di fare un bilancio per capire quali altri disastri ci riserva il futuro e soprattutto se e come uscire dal micidiale pantano nel quale si continua-no a bruciare decine, centinaia di migliaia di vite umane ed enormi risorse finanziarie pubbliche.
I cittadini hanno diritto di chiederne conto e ragione ai governanti e questi hanno il dovere d’informare e provvedere alle necessarie correzioni. 
Un bilancio da fare, in primo luogo, in Parlamento che, davvero, non può continuare a tacere e a pagare il conto della crescente spesa per missioni impossibili e comunque dagli esiti deludenti. Mentre in Italia si chiudono fabbriche, scuole, ospedali, ecc.
Le guerre continuano e non s’intravvede una conclusione.
Anzi, in Afghanistan la coalizione Nato ha deciso d’inviare altri 40 mila uomini di rinforzo per “finire il lavoro”, come ha carinamente chiamato la guerra anche il presidente Barak Obama, neo premio Nobel per la Pace.
Eppure, in queste ore, la capitale afghana è nella morsa dei micidiali attentati suicidi, sotto il tiro dei taleban cha pare abbiano raggiunto anche il palazzo presidenziale.
In realtà, da tutte le parti si punta a un' escalation del conflitto che, di fatto, coinvolge anche il Pakistan e potrebbe, da un momento all’altro, estendersi ad altri Paesi della regione.
Nella lista nera c’è sempre l’Iran e, da qualche settimana, anche lo Yemen, a causa di un ragazzo nigeriano che non si sa bene come sia salito e cosa abbia combinato sopra quell’aereo per Detroit, il giorno di Natale.
Nell’attesa di scoprirlo, è stata avviata la vendita di nuove, costose apparecchiature per la sicurezza aerea. Tutto ok? Non credo proprio. Se il pericolo è così grave e diffuso, la gente si chiede: perché metterle solo negli aeroporti e non anche sulle navi, sui treni, sugli autobus?
Nessuno può escludere attentati contro questi altri mezzi di trasporto.
A parte gli effetti nocivi sulla salute (da non sottovalutare), queste apparecchiature, se applicate su larga scala, potrebbero paralizzare i sistemi di trasporto, con tutte le conseguenze del caso.   

La storiella dell’islamista cattivo e delle bombe buone della Nato
Ma dove si vuole arrivare? Quando finirà tutto questo?
La faccenda è troppo seria per essere gestita sulla base dell’intrigo e della propaganda ingannevole.
Anche perché non si possono più trattare i cittadini come bambini cui raccontare la storiella dell’islamista terrorista e cattivo e delle bombe buone, “intelligenti”, talvolta finanche “umanitarie”, della Nato che metteranno le cose a posto, in ogni parte del mondo.
Così come non è indispensabile continuare ad agitarsi per rimarcare le differenze d’approccio fra destra e sinistra, fra neocon e liberal, per altro, così sfumate da risultare imper-cettibili.
Serve una presa di coscienza generale, in primo luogo dei popoli e delle classi dirigenti dei Paesi interessati dai conflit-ti, per trovare una via che conduca al più presto alla pace, nel rispetto dei diritti dei popoli all’autodeterminazione, alla sovranità e alla prosperità condivisa.
A tempo debito si dovranno valutare anche le responsabilità del disastro che è davvero immane.
Nel solo Iraq si parla di circa 600mila vittime, in maggioran-za civili inermi.
E dire che Bush e la coalizione occidentale hanno fatto carte false (letteralmente) per occupare il Paese e impiccare Saddam Hussein accusato di avere gasato tre mila suoi concittadini sciiti!
Se la vita degli uomini e i numeri hanno ancora un senso, bisogna prendere atto che il rimedio è stato molto più letale del male che si voleva curare.    
Perciò la gente comincia a riflettere sulla realtà e sulle conse-guenze determinate da questi conflitti sanguinosi e inconclu-denti che producono stragi e nuovo terrorismo.
La guerra, infatti, sta agendo come moltiplicatore delle for-mazioni e delle attività terroristiche.
A queste e ad altre questioni i responsabili sono chiamati a rispondere e soprattutto a chiudere il sanguinoso capitolo, per tornare alla pace e alla cooperazione economica e culturale col mondo arabo.

Una terrificante novità
Per altro, in queste guerre anomale, asimmetriche c’è una no-vità terrificante: il ricorso da parte dei movimenti islamisti ai cosiddetti attentati “kamikaze”, agli “shahid” o “bombe uma-ne”.
Una forma inedita, inaccettabile, di terrorismo basata sul sacrificio umano e sull’assoluta imprevedibilità dell’azione. Perciò, è quasi impossibile prevenirla, fermarla in tempo utile.
Un’impotenza conclamata che mina il morale delle truppe e angoscia le popolazioni locali esposte agli attentati suicidi.
In Occidente, nessuno riesce a capacitarsi del fatto che gli eserciti delle più grandi potenze non riescano a disinnescare l’unica “arma” davvero micidiale di cui dispongono gli isla-misti radicali.
Si tratta, infatti, di “un’arma” molto speciale, imprevedibile e devastante, il cui nucleo non è costituito da un sofisticato congegno tecnologico, ma da una persona umana.
Nei conflitti mediorientali si sta sperimentando, cioè, una nuova tipologia di martirio che ha rari precedenti nella storia dell’Islam e di altre religioni.
Un po’ si avvicina ai “kamikaze” giapponesi i quali, però, puntavano soltanto su obiettivi militari, ma è molto diverso da quello praticato dai primi cristiani il cui martirio era “passivo”, nel senso che subivano, senza reagire, la violenza del potere dominante.
I nuovi shahid, invece, s’immolano per procurare la morte dei nemici e, talvolta, di chiunque si trovi nei paraggi.

L’Occidente sconosce il dramma dei popoli arabi
Una tipologia diversa perfino da quella dei fedayn ismailiti, appartenenti alla setta medievale degli “assassini” (assuntori di hascish), che il famoso Vecchio della Montagna inviava per i paesi del medio - oriente (e non solo) a compiere omici-di eccellenti, soprattutto politici.
In quel caso, infatti, il martire-fedayn aveva una pur minima speranza, qualche possibilità di uscire vivo dall’agguato; nel caso in esame, invece, nessuna poiché il primo a esplodere è l’autore dell’attentato.
Insomma, per il neo-martire non c’è scampo. Riflettiamo su cosa possa provare, pensare un ventenne che si appresta a compiere quest’atto devastante. Sì, certo, la causa, la fede, la ricompensa nell’Aldilà lo potranno sorreggere, confortare, ma fino a un certo punto. Ci sarà almeno un attimo di esitazione quando vedrà scorrere nella sua mente le sequenze di una vita sognata ed, ora, da lui stesso troncata. Terribile! Ancora di più se si pensa che la sua morte sarà causa della morte di tanta gente innocente.
Eppure, aumenta il numero degli aspiranti e degli attentati sempre più clamorosi, micidiali.
Questo fenomeno dovrebbe pur dire qualcosa ai promotori delle guerre preventive. 
Invece, in Occidente se ne parla poco, anche se tutti ci pensano e, nell’intimo, ne restano atterriti.
Nemmeno i più patinati commentatori e analisti l’hanno vagliato a dovere, con obiettività e in profondità.
Quasi si volesse rimuovere dall’immaginario collettivo per il timore che si possa scoprire, sotto questi atti irrazionali, la disperazione in cui si dibattano i popoli arabi e islamici, specie i ceti più poveri ed emarginati.

Sotto le terre arabe le più grandi risorse, sopra le più grandi miserie
Alla base di questi gesti estremi, da meglio indagare ma da condannare senza esitazioni, infatti, non c’è solo la protesta contro l’occupazione straniera, comunque camuffata, ma anche per il diffuso malessere arabo, per le tante ingiustizie sociali irrisolte, per la mancanza di libertà e per la negazione dei diritti fondamentali.
Non a caso la gran parte dei neo-martiri sono giovani disoc-cupati provenienti da famiglie povere.
Purtroppo, da noi, quasi si sconosce la drammaticità della crisi del mondo arabo.
Anche, nella conoscenza non c’è reciprocità.
D’altronde, anche i media non aiutano a recuperare questo deficit di conoscenza, anzi danno una lettura adulterata, parziale di questo mondo, eternamente occupato a difendere il velo, il burqa contro l’invadenza delle mode parigine. 
Se si andasse a cercare si scoprirebbe che sotto le terre degli arabi si celano le più grandi risorse energetiche del pianeta, ma sopra quelle stesse terre prosperano le più grandi povertà.
Specie nei paesi petroliferi, convivono ricchezze scandalose, lussi sfrenati con spaventose ingiustizie. Un mix male assor-tito che genera odio, risentimenti nelle masse escluse.
La religione cerca di mediare, ma non sempre ci riesce. Da qui, la rivolta in nome di Allah, sovente strumentalizzata da interessi economici e politici molto materiali, interni e inter-nazionali.
In assenza di un'ideologia laica del progresso, capace di mo-bilitare le masse e d’incanalare il malcontento verso obiettivi di confronto democratico e civile, nascono, e si diffondono, “forme di lotta” assurde e disperate, incomprensibili in Occi-dente.

Maledetto petrolio!
Nell’immaginario europeo e occidentale in genere, il vicino Oriente resta, dunque, un mondo cupo, arretrato, come una barriera tenebrosa che s’interpone fra l’Europa e l’estremo Oriente.
Una “terra” incognita dove s’incontrano sentimenti estremi e ciniche bramosie di potere. Agitando per bene questa miscela si hanno i neo-martiri e i nuovi emiri.  
Chi dovesse incappare in questo meccanismo sarà stritolato, senza pietà. Sì, perché in questa guerra la prima vittima è stata la pietà umana.
Non c’è pietà per i bambini, per le donne, per i vecchi di Gaza, di Bagdad, dell’Afghanistan, del Pakistan, del Libano, ecc. Come non c’è stata pietà per le tremila persone sepolte sotto le “torri gemelle” di New York.
Maledetto petrolio! Sta uccidendo il nostro bellissimo Piane-ta, ha già ucciso la pietà e la solidarietà fra gli uomini.

Il vicolo cieco
In questi conflitti non si scontrano solo interessi economici e geo-politici contrapposti, ma anche valori, simboli e senti-menti, identità culturali e tendenze politiche.
Il dato più drammatico, che però non fa riflettere abbastanza, è rappresentato dalle coorti di giovani (talvolta anche bravi padri di famiglia) che aspirano al martirio per contribuire a sconfiggere il nemico.
Comunque sia, questa non è strada che spunta.
Siamo in vicolo cieco, a un punto altamente critico delle relazioni fra Occidente e mondo arabo e islamico.
E’ interesse di tutti bloccare i conflitti e tentare di tornare alla convivenza pacifica, alla cooperazione economica e culturale, reciprocamente vantaggiosa.
In questa regione l’Europa ha suoi interessi precipui da tutelare che non sempre coincidono con quelli delle grandi oligarchie Usa.
Non dovrebbe essere difficile capire cause ed effetti di tale tragedia. Forse le parole non bastano,
Per meglio capire questa realtà forse sarebbe il caso di provare a mettersi nei panni di un ragazzo, di un uomo o di una donna, che vivono negli inferni di Gaza, di Bagdad e di altre infelici città mediorientali e dopo giudicare i compor-tamenti di chi veste effettivamente quei panni.
Credo che ci avrà provato perfino Giulio Andreotti quando, parlando della tragedia insoluta dei palestinesi, dichiarò, pubblicamente, che “se fossi nato in campo-profughi libane-se, probabilmente, anch’io sarei diventato un terrorista”. (intervista alla “ Stampa” del 7 marzo 2005)

Il gioco delle facili attribuzioni 
Il tempo, il nostro tempo, sembra essersi fermato. Dopo dieci anni di guerra si ha la sensazione di essere all’inizio delle ostilità. Si continua con la solita solfa degli attentati tutti attribuiti a una “Al Qaeda” quasi invincibile che scorazza da un capo all’altro del pianeta. 
Siamo all’assurdo. Se succede un furto d’acqua nel Sahel non c’è la mano di un uomo assetato, ma quella sanguinolenta di Bin Laden, il “fantasma” ubiquitario che appare e sparisce al momento opportuno. Si sfiora il ridicolo quando la Fbi - come scrive il quotidiano spagnolo El Mundo- per “aggior-nare” l’immagine del capo terrorista, ha invecchiato la foto di Gaspar Llamazares, ex leader della Sinistra unita spagnola.
Strano. Dopo gli allarmi e le severe reprimende, continuano errori, distrazioni, omissioni, ritardi, complicità, scambi illeciti, tangenti, ecc.
Ogni cosa serve per alimentare il gioco perverso delle facili attribuzioni che fa comodo a tutti.
Conviene ai servizi occidentali (e russi) che, scaricando ogni attentato su Al Qaeda, non devono faticare a cercare le vere  responsabilità. Conviene ai governi e agli strateghi occiden-tali che possono giustificare le guerre, le missioni all’estero e la gran mole di spesa pubblica per finanziarle. 
Conviene, infine, ad Al Qaeda medesima che così vede accrescere il suo potenziale militare, il suo prestigio presso taluni settori popolari del mondo islamico.



Una Conferenza di pace per il Medio Oriente
Ma quanto deve ancora durare questo gioco?
E’ tempo di smettere d’inseguire fantasmi e passare alle cose serie.
Per esempio, a riprendere l’ipotesi di una grande Conferenza di pace e di cooperazione fra Occidente e Medio-Oriente, con particolare riguardo ai punti più critici fra cui la questione palestinese che si trascina da oltre 60 anni..
L’Italia, divenuta uno fra i paesi più coinvolti nei conflitti, dovrebbe essere fortemente interessata a tale ipotesi, per altro affacciata, durante il precedente governo, dal ministro degli esteri Massimo D’Alema. Se la caldeggiamo non è perché l’ha formulata D’Alema, ma perché ci sembra la via più giu-sta, e più saggia, per conseguire la pace e la cooperazione fra i popoli, per uscire con onore da queste guerre assurde e disastrose.
Se ribadiamo la necessità della pace non è solo perche siamo contro la guerra, contro tutte le guerre, ma perché riteniamo che con la pace meglio si difendono i nostri veri interessi nazionali.
Da non confondere con quelli di taluni gruppi che amano blandire le nostre Forze armate per contrabbandare per patriottismo le loro oscure manovre affaristiche.
Infine. La pace è necessaria, urgente non solo perché queste missioni ci costano troppo in termini di vite umane (italiane, afghane e di altre nazionalità) e di spesa pubblica, ma perché la nostra partecipazione, comunque aggettivata, alle guerre contrasta con lo spirito e la lettera della Costituzione e con gli interessi veri del popolo italiano.

 (in “Città Nuove Corleone” 19/1/ 2010) 




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Capitolo secondo

GUERRA AL TERRORISMO O A CHI?








(immagine tratta da Google)








BIN LADEN COME L'ARABA FELICE

Bin Laden, l'ubiquatario
Osama Bin Laden è come “ l'araba fenice, che ci sia ognuno lo dice, dove sia nessuno lo sa..." (Metastasio)
Ormai, sembra che dovremo rassegnarci a convivere (chissà per quanto tempo) con l'immagine evanescente del capo di Al Qaeda che i mass-media hanno fabbricato, su input degli imbonitori del Pentagono: una "araba fenice", molto speciale che muore e risorge dalle proprie ceneri, nei momenti opportuni.
E ogni resurrezione è annunciata da terrificanti attentati suici-di che mietono vittime a centinaia, a migliaia, come avvenne a New York, l'11 settembre.
Dopo la recente "guerra" contro l'Iraq, che gli anglo-americani si sono illusi d'aver vinto con l'abbattimento della statua gigante di Saddam Hussein, e nel bel mezzo dell'im-passe politica e organizzativa del dopoguerra, l'emiro del terrore sembra essere risuscitato dalle ceneri della guerra in Afghanistan, per annunciare nuove sciagure e quindi legitti-mare altre guerre, prossime venture.
Carico di colpe tremende e inenarrabili, seppure descritto in precarie condizioni di salute, si vorrebbe dotato del dono dell'ubiquità: dovunque esplode una bomba "islamista" c'è la mano insanguinata di Bin Laden.
Nei giorni scorsi, è stata intravista dietro gli attentati suicidi fra le lussuose ville di Ryadh, capitale del regno saudita, e di quelli avvenuti nelle periferie di Grozny, la martoriata capitale della Cecenia.

L'arma del petrolio al servizio della "Umma" musulmana
Nell'attesa che qualcuno si decida a interrompere questo spietato "romanzo a puntate", vediamo di abbozzare un ragionamento politico per tentare di capire gli obiettivi principali della strategia di Bin Laden (o di chi ne fa le veci) e della sua multinazionale islamista "Al Qaeda".
La guerra, nella sua ottusità, ha rafforzato nell'opinione pubblica mondiale il fondato sospetto che Bush l'abbia scatenata per il controllo strategico dell'area del Golfo e delle immense risorse petrolifere irachene.
Così come - dall'altro lato - Putin si ostina a mantenere lo sta-to d'occupazione russa della Cecenia per il predominio sulle risorse petrolifere insistenti nelle regioni dell'Asia centrale.
Da notare che queste regioni costituiscono i due principali poli nei quali si concentrano le maggiori riserve energetiche del pianeta e che entrambi insistono in paesi di tradizione islamica o della futura "umma" (comunità) musulmana propugnata da Bin Laden e, in genere, dalle organizzazioni islamiste radicali.
Ovvero nei territori dell'Islam che nel sottosuolo detengono immense ricchezze mentre in superficie mostrano la più gran-de ingiustizia, fatta di miseria, disoccupazione, analfabetismo e arretratezza cronica, ecc. Il petrolio "islamico", che per al-cuni decenni farà ancora girare l'economia mondiale, è l'unica risorsa strategica di cui dispone il mondo arabo, fino ad oggi malamente gestita dai gruppi dominanti dei singoli paesi.
Soprattutto da quelli delle petromonarchie che hanno pro-dotto una scandalosa ingiustizia sociale e una pesante subalternità agli interessi delle grandi corporazioni econo-miche nord-americane e occidentali.
Nell'era della globalizzazione dell'economia, i gruppi islamisti vorrebbero appropriarsi del petrolio e trasformarlo in un'arma formidabile non tanto per distruggere l'Occidente (obiettivo quantomeno improbabile, poiché nessun venditore si sognerebbe di distruggere il suo miglior cliente), quanto per condizionarlo nel meccanismo basilare del suo sviluppo e garantire allo Stato islamico che verrà un ruolo decente nei nuovi assetti del potere che si andranno a determinare nel quadro del "nuovo ordine internazionale".




Per Osama, Saddam e re Fadh quasi pari sono
Non c'è dubbio che il primo, grosso ostacolo al dispiega-mento della strategia islamista è rappresentato dagli attuali regimi al potere corrotti e succubi alla politica neo-coloniale dell'Occidente che gli islamisti vogliono abbattere senza eccezione alcuna.
Per gli integristi non c'è grande differenza fra il laico Saddam Hussein e la dinastia fondamentalista ("wahabbita") dell'Ara-bia saudita.
Se, dunque, Bush, facendosi malissimo i conti, s'incarica di togliere di mezzo Saddam fa una cosa gradita agli islamisti e perciò ponti d'oro... alle armate anglo-americane in Iraq.
In Arabia, dove il potere petrolifero è saldamente nelle mani dei Saud, i più fedeli alleati degli Usa, ci pensano i martiri di Al Qaeda a scuotere il regime a colpi d'attentati suicidi, in attesa della sollevazione generale che, com'è successo nell'Iran dello Scià, travolgerà la dinastia più ricca e potente del Medio Oriente, alla testa di un Paese che - per la prima volta - accusa un fortissimo deficit di bilancio e un crescente disagio sociale.
Bush, che proviene da una dinastia di petrolieri texani, è molto sensibile all'argomento petrolio e mostra di avere bene avvertito la pericolosità del disegno politico del capo di Al Qaeda e perciò ha deciso d'ingaggiare con lui (almeno a parole) una guerra mortale.
In questa guerra anomala contro "il terrorismo", combattuta fra ex alleati e per interessi inconfessabili, alcuni governi europei, fra i quali quello italiano, fanno a gara per potervi intervenire, anche con mansioni subalterne, per andarsi a sedere al tavolo dei vincitori e spartirsi i dividendi prodotti dallo sforzo bellico.
Anche questo è un segno dei tempi (bui) che stiamo vivendo: ieri ci si attivava per partecipare ai dividendi della pace, oggi ci si accapiglia per accaparrarsi qualche modesto e sanguinolento dividendo della guerra.

Qualcosa non quadra fra pratiche e teorie islamiste
L'altro elemento della strategia dei gruppi islamisti, da considerare con inquietudine, è il ricorso, ormai sistematico, agli attentati stragisti come metodo privilegiato di lotta contro i nemici interni (Arabia Saudita, Algeria, Egitto, Yemen, Libano, ecc) ed esterni (Usa, Israele, Kenia, ecc.).
Tradizionalmente, i vari gruppi hanno usato il terrorismo, anche suicida, soprattutto in azioni di tipo resistenziale (come nei Territori palestinesi e nel Libano del sud occupati dagli israeliani), secessioniste (Kashmir, Filippine, ecc) o per il rovesciamento dei poteri cosiddetti "empi" (Egitto, Algeria, Siria).
Quasi mai l'attacco terroristico è stato portato fuori dei terri-tori dell'Islam.
In tutto ciò c'è qualcosa che non quadra rispetto alle più accreditate teorie integriste.
Come se si fosse entrati nella seconda fase del "Jihad" (guerra santa), nella guerra per l'instaurazione della Umma mondiale alla cui direzione Sayyid Qutb, massimo teorico dell'islamismo contemporaneo, candida "un nucleo scelto di credenti plasmato nella fede in un sol uomo".
E ancora presto per confermarlo. Tuttavia, Bin Laden, nei suoi minacciosi proclami, ha teso ad accreditarsi, agli occhi delle masse dei credenti, come il più autentico interprete del pensiero di Qutb, atteggiandosi a leader indiscusso, quasi predestinato, della rivoluzione islamista mondiale.

La guerra "al terrorismo" rafforza i terroristi
In questa guerra atroce, oltre a copiosi mezzi finanziari e a complicità politiche e logistiche, il terrorismo islamista dis-pone di un'arma davvero impareggiabile: le coorti dei martiri della fede che alimentano questo assurdo rito sacrificale, im-prevedibile quanto micidiale, contro il quale è difficile approntare rimedi e strategie efficaci.
Questi neo-martiri, infatti, si caratterizzano per un autismo impenetrabile, per una volontà fredda e determinata che solo il fanatismo estremo può sorreggere.
Contro questa nuova piaga può essere controproducente la risposta militare (la guerra senza quartiere al terrorismo proclamata dal giovane Bush) e/o lo scontro di civiltà, come in Occidente taluni sconsiderati propongono di scatenare. In entrambi i casi non si andrebbe a incidere sulle cause deter-minanti questo complesso e devastante fenomeno.
Il problema è lo sviluppo socio-economico e democratico del mondo arabo che - anche tramite il petrolio - vorrebbe affran-carsi dalla duplice dipendenza derivante dalle politiche delle grandi multinazionali del petrolio e dalle dittature nazionali.
Le forze democratiche europee, ma anche quelle degli Usa, dovrebbero avviare un dialogo con tutte le componenti progressiste e pacifiste, laiche e religiose, che costituiscono la stragrande maggioranza del mondo arabo, per meglio individuare e rimuovere le cause generatrici dell'attuale malessere arabo e per costruire insieme una prospettiva di co-sviluppo e di sicurezza reciprocamente garantita.

Europa: dialogo e cooperazione col mondo arabo
In primo luogo, e subito, bisognerà rimuovere il più grave ostacolo che si frappone fra Occidente e Medio Oriente: il conflitto israelo-palestinese.
Un accordo di pace, equo e duraturo, fra israeliani e palesti-nesi, che assicuri a questi ultimi la creazione di uno Stato sovrano e a tutti i paesi della regione confini sicuri, avrebbe contro il terrorismo un effetto pari a migliaia di missili, poi-ché farebbe venir meno il suo principale elemento di agita-zione fra le masse arabe.
Per contribuire a questo sforzo, bisogna far chiaramente capire al signor Bush che l'Europa non è disposta a seguirlo nel suo azzardoso unilateralismo imperiale e notificare al falco Sharon e soci un no deciso alla sua politica repressiva ed espansionistica in Palestina.
L'Europa e altri importanti Paesi occidentali dovranno fare queste cose, oggi, se non vogliono essere costretti, domani, a trattare con Bin Laden, o con suoi consimili, i nuovi termini del rapporto di scambio fra Occidente e Oriente.

(in “Peacelink” del 5/1/2004)

ORIENTE E OCCIDENTE:
LA GRANDE INCOMPRENSIONE

Due minoranze minacciano due sterminate maggioranze
Finché c'è tempo, bisogna prendere coscienza del pericolo, sempre più incombente, che due agguerrite minoranze (raz-zista e sanfedista in Occidente, fanatica e integralista nell'Oriente islamico) riescano a imporre a due sterminate maggioranze il loro catastrofico punto di vista, ovvero l'ine-luttabilità dello scontro di civiltà.
E di tempo ne resta sempre meno, poiché sembra che gli uomini e gli eventi congiurino per dimostrare l'inutilità del dialogo e la necessità della guerra, anche preventiva, per regolare i conti tra potentati e regimi e, in generale, i rapporti fra le nazioni.
Le nuove, inammissibili minacce dell'amministrazione Usa contro la Siria suonano come un inquietante segnale d'allarme per la pace mondiale e per la sovranità dei singoli Stati nazionali. Dopo queste minacce, nessuno si sente tranquillo in casa propria. Sempre più sbigottita, la gente si chiede: dove si vuole arrivare? Chi sono veramente i nuovi inquilini della Casa Bianca: angeli vendicatori o un clan bramoso di potere e petrodollari?
In nome di quali valori, per conto di quali interessi agiscono?
Domande legittime alle quali, fino ad oggi, non sono state date risposte chiare e rassicuranti.
I fatti sono eloquenti e disegnano scenari da incubo che si sperava seppelliti per sempre, sotto le ceneri di Hiroshima e Nagasaki.
Catastrofismo, si dirà!
Tuttavia, è innegabile che, da quando c'è il giovane Bush al comando, stiamo assistendo a una successione di eventi davvero inquietanti, oscuri che sembrano pianificati con calcolato cinismo prima dell'11 settembre e che non lasciano presagire nulla di buono.
La lista dei cosiddetti "stati canaglia" (con quale autorità morale si rilasciano tali spregevoli attestati!), la confisca della procedura delle Nazioni Unite e la conseguente paralisi del loro ruolo politico e istituzionale, le pesanti interferenze nelle situazioni interne di numerosi Paesi del Pianeta, (compresi quelli dell'Unione Europea) e ora le minacce alla Siria sono indizi evidenti di una strategia a dir poco delirante che potrebbe trascinare l'umanità nella rovina.

Un nuovo patto di Bagdad per il dominio sul M.O.
La guerra all'Iraq rientra perfettamente in questa logica: oltre che per mettere le mani sulle sue immense risorse petrolifere, è stata scatenata per il controllo della sua posizione geo - strategica, per giungere a un nuovo Patto di Bagdad col quale assicurarsi un lungo dominio sul M.O.
Si potrebbe osservare che per la riedizione del famigerato Patto manca l'Iran. Forse per poco, giacché il paese degli ayatollah è nelle lista Usa degli "Stati canaglia".
Per queste ed altre ragioni, il dopo-Saddam resta la più grave incognita per il futuro dell'Iraq e dell'intera regione e - in generale - per il sistema di relazioni fra M. O. e Occidente europeo e nordamericano.
È probabile, infatti, che la situazione irachena non evolva nel-la direzione desiderata dagli Usa, ma si disarticoli in forme anomale di conflittualità interna (politica, etnica e religiosa).
Un’evoluzione talmente ingovernabile da fuoriuscire dalla dimensione nazionale e confluire nel grande alveo della contestazione islamista che, con o senza Bin Laden, continua ad alimentare (in Afghanistan ed altrove) lo scontro militare e ideologico contro gli eserciti "dell'Occidente materialista tor-nati ad invadere la "Dar al- Islam", ovvero la terra dell'Islam.

Il rischio di una ripresa dell'integralismo di massa
Invece di attivare un processo "virtuoso", questa singolare forma d'esportazione della democrazia (con i carri armati e con le bombe a grappolo) potrebbe contribuire a rinfocolare, in tutta la regione mediorientale e altrove, l'iniziativa dei gruppi fondamentalisti islamici i quali si sono astenuti dal partecipare alla guerra, giacché anche loro desiderano la li-quidazione del "laico" Saddam, considerato un traditore dell'Islam autentico e "Satana in persona".
Che bizzarria! Il truce dittatore iracheno si ritrova a essere, nello stesso tempo, nemico di Bin Laden e della coppia Bush e Blair che lo vogliono eliminare per contrapposti motivi.
Fra loro, gli accusatori, dovrebbero mettersi d'accordo.
O, forse, in questo caso vale la massima "il nemico del mio nemico è mio amico"?
Del resto, questa imbarazzante amicizia è già stata sperimen-tata, prima dell'11 settembre, sul campo della "guerra santa" in Afghanistan contro i sovietici invasori, quando Bin Laden era più che un amico, per la Cia e per il Pentagono.

L'occidente visto dall'oriente
Sullo sfondo di tali vicende si agitano problemi e propositi davvero divaricanti che ripropongono, in termini fortemente conflittuali, il rapporto fra Occidente e Oriente, specie oggi che è percepito attraverso le lenti deformanti dell'intolleranza, del fanatismo e del razzismo.
Questione centrale nel confronto interno al mondo arabo impegnato nella ricerca di una identità smarrita o fortemente indebolita e soprattutto nella rivendicazione di una effettiva indipendenza economica e culturale che lo Stato-nazione post-coloniale non è riuscito a realizzare.
Per recuperare questa identità, la ricetta della corrente islamista radicale è quella di liberare l'Oriente musulmano dalla deleteria influenza dell'Occidente materialista.
Nella visione islamista, l'Occidente- assicura Fatima Mernissi - è percepito "come una potenza che schiaccia ed assedia i nostri mercati e controlla le nostre risorse..." (in”La peur-modernité”, 1992)
La sciagurata politica Usa non fa che alimentare, con fatti compiuti, tale tendenza che rischia di diventare un'ossessione antioccidentale di massa.
Il punto critico si potrà toccare se e quando si dovesse verifi-care una saldatura politica sul terreno del panarabismo fra gruppi integralisti islamici, forze nazionalistiche e movimenti politici e culturali di tendenza democratica i quali, fino ad oggi, non si sono voluti confondere con l'iniziativa del fana-tismo religioso.

L'oriente visto dall'occidente
Per tutta risposta, le classi dominanti dell'Occidente conti-nuano a percepire l'Oriente musulmano come un immenso giacimento di petrolio, mentre per le elite intellettuali è un'en-tità indistinta, caratterizzata soltanto dal fattore religioso.
Per l'Europa, l'Oriente è un corpo estraneo, una realtà lontana dominata dal dispotismo politico e dal fanatismo religioso.
Il Mediterraneo, invece che come elemento d'unione, è visto come un fossato che separa le due civiltà, poiché segna il confine fra la barbarie e la modernità, fra il progresso e l'os-curantismo. Molti vedono l'Oriente musulmano come una barriera tenebrosa che s'interpone fra l'Europa e l'estremo Oriente.
Un approccio molto approssimativo che ha ingenerato confusioni e sentimenti di reciproca ostilità e alimentato la storica incomprensione fra le due civiltà.
Un'analisi puntuale e obiettiva del mondo arabo impone che "si ristabilisca innanzitutto l'esistenza dei popoli situati nella geografia e nella storia: bisogna finirla con l'astrazione isla-mica per comprendere questi popoli nella loro specificità umana multidimensionale".(G. Corm, L’Europe et l’Oriente)
Così dall'altra parte- aggiungo io- si dovrà smettere di demo-nizzare l'Europa e gli europei, di giudicarli in base ad imma-gini false e calunniose che li dipingono come gente senza valori e ideali, eternamente occupati a coltivare le loro mire imperialistiche verso il mondo arabo, come il regno di Satana da cui si originano tutti i mali che affliggono le società arabo-islamiche.

Il dialogo per rompere il gioco delle immagini deformanti
Siamo, dunque, alla presenza di due visioni minoritarie e antagoniste, viziate da un comune, distorto senso della realtà, animate dal medesimo spirito aggressivo che postula l'inelut-tabilità dello scontro.
Visioni deformate, poiché la stragrande maggioranza degli arabi non condivide l'ossessione antieuropea degli islamisti radicali, così come la stragrande maggioranza degli europei non condivide le teorie e le pratiche razziste della destra e l'egemonismo economico e culturale di taluni gruppi di potere verso il mondo arabo.
Se si vuole evitare la trappola apparecchiata in base a queste rappresentazioni ingannevoli, bisognerà rompere il gioco delle immagini deformanti e fare emergere la vera realtà di questi due mondi, diversi per storia e cultura, ma legati da antiche e nuove interdipendenze.
(in “Villaggio globale”, 16/4/2003)








SADDAM HUSSEIN: IL PRIMA E IL DOPO

La lezione irachena e la lotta per la libertà
La cattura di Saddam Hussein è stata, certo, un importante evento mediatico e propagandistico, ma per nulla eroico.
Secondo fonti israeliane ben informate, pare che il dittatore sia stato "impacchettato" dai suoi fedelissimi che l'hanno venduto agli americani per intascare la favolosa taglia di 25 milioni di dollari.
Un'indiretta conferma di tale ricostruzione si può ricavare dalle modalità di svolgimento dell'operazione "alba rossa" in cui sono stati impegnati 600 uomini (fra curdi e statunitensi) i quali, senza colpo ferire, hanno catturato il dittatore, già prigioniero, in quella tana per topi.
Cattura rumorosa, dunque, ma non eroica. In questa strana guerra "preventiva" si sta stravolgendo perfino il concetto, un po' romantico, di eroismo mediante un abuso dell'aggettivo "eroico", in altri tempi riferito a casi davvero emblematici ed eccezionali.
Comunque siano andate le cose, l'arresto di Saddam libera il campo di una presenza ossessionante, perciò è una buona notizia per tutti gli amanti della pace e della libertà e soprattutto per quanti hanno, effettivamente, subito morte e sofferenze inenarrabili a causa di quella spietata dittatura.
Per molti, invece, dovrebbe essere, più sommessamente, un'occasione di sincera meditazione affinché, passandosi una mano sulla coscienza, dicano al mondo se hanno o non hanno fatto tutto il possibile per impedire al dittatore iracheno di costruire e rafforzare il suo sistema di potere assolutistico e crudele.
Senza una seria riflessione di questo tipo, la lezione irachena non servirà a nessuno: né agli iracheni che l'hanno subita sul-la loro pelle, né a quanti si sono assunti - in modo unilaterale - il ruolo di liberatori.



Da baluardo a nemico dell'occidente
Non bisogna, infatti, dimenticare che c'è stato un tempo, non tanto remoto, in cui molti dei suoi attuali, acerrimi nemici blandivano il dittatore di Bagdad come un baluardo della civiltà occidentale, magari per strappargli contratti miliardari.
Erano gli anni '80, un periodo d'oro per Saddam saldamente insediato al potere dopo aver soppiantato il presidente legit-timo ed eliminato, anche fisicamente, centinaia di oppositori interni al suo stesso partito (il Baath) e fra i partiti naziona-listi e di sinistra ex alleati di governo, fra cui l'intero gruppo dirigente del Partito comunista iracheno.
Fra le prime immagini inviate dalla CNN nel giorno della cattura del dittatore, ne abbiamo visto una davvero autentica e fugace (forse sfuggita alla censura di guerra) che mostrava le manifestazioni di giubilo dei militanti comunisti che sventolavano le loro eroiche bandiere rosse. Qui l'aggettivo "eroico" è più che appropriato, poiché sotto Saddam chi si professava comunista era incarcerato, torturato e sovente anche ucciso.
Insieme ai comunisti iracheni, hanno sicuramente diritto di gioire le popolazioni curde, soprattutto quelle che sono state gasate col micidiale "sarin", e gli sciiti del sud perseguitati per tutto il periodo della guerra Iran- Iraq.
Queste sono state le principali vittime, e non casuali, della sanguinosa repressione di Saddam Hussein.
Tutti gli altri, quelli che oggi inalberano i vessilli della libertà, soprattutto all'esterno dell'Iraq, prima di esultare, dovrebbero spiegare al mondo alcuni "passaggi" cruciali, ancora non del tutto chiari.
Non è un mistero che vari governi occidentali e arabi (Usa e sauditi in testa) mobilitarono i loro mass-media per presen-tare Saddam all'opinione pubblica mondiale come l'eroe che, scatenando la guerra di aggressione contro l'Iran sciita, s'in-terponeva come una diga (armata di tutto punto dalle potenze della Nato e del Patto di Varsavia) fra l'ondata minacciosa della rivoluzione khomeynista e gli immensi giacimenti di petrolio iracheni e della penisola arabica.
Tutto era permesso al tiranno, anche l'uso delle armi chimiche
Quella sporca guerra durò otto anni e fece milioni di morti. Fra i quali decine di migliaia di bambini/martiri inviati al fronte da Khomeyni a farsi saltare sopra le mine per spianare la strada all'avanzata dei suoi carri armati e centinaia di migliaia di donne, vecchi e bambini iracheni periti sotto le bombe dell'aviazione iraniana.
Già in quella guerra, Saddam usò le armi chimiche, tuttavia nessuno in Occidente e in Oriente si scandalizzò più di tanto, né sui giornali né nelle assisi internazionali.
Addirittura, al Consiglio di sicurezza e nell'Assemblea gene-rale dell'Onu furono bloccate diverse risoluzioni di condanna presentate dagli iraniani.
Allora tutto era consentito al grande dittatore che stava sal-vando i pozzi di petrolio (e quindi garantito il regolare rifor-nimento all'occidente) e che continuava ad acquistare costosi sistemi d'arma dai principali Paesi della Nato e del blocco orientale.
Un affare lucroso per decine e centinaia di miliardi di dollari, al quale parteciparono anche diverse imprese italiane, pub-bliche e private, che vendettero all'Iraq di Saddam un'intera flotta militare, componenti per costruire il temutissimo "supercannone" e perfino materiali per la fabbricazione di ordigni chimici.
Alcune di queste operazioni scatenarono, all'interno del varie-gato mondo dei mercanti d'armi, gravi contrasti e oscure trame. In una di queste restò impigliata la filiale di Atlanta della Banca Nazionale del Lavoro.
A parte questo, tutto filò liscio come... il petrolio. Con la benedizione dei vari governi che facevano a gara per ingra-ziarsi i favori di Saddam e del suo entourage, ovvero di tutti quei personaggi raffigurati nel famoso mazzo di carte da poker.


Un processo internazionale per accertare tutte le responsabilità
Tutto ciò e altro, bisognerebbe ricordare a chi finge di aver dimenticato e ai giovani che non hanno vissuto quella fase terribile per la vita del popolo iracheno e della sue forze progressiste.
E non per ritorsione polemica, ma per amore della verità sto-rica e soprattutto per evitare che questo improvviso "impulso di democratizzazione", che si vorrebbe imporre con la guerra preventiva, si possa esaurire con la cattura di Saddam.
Lasciando indisturbati altre decine di dittatori, arabi e non, di continuare ad opprimere miliardi di uomini nella più assoluta impunità, coperti dal più inverecondo silenzio-stampa.
Per queste ragioni è auspicabile che Saddam Hussein arrivi vivo e cosciente al processo, che dovrà essere svolto secondo le norme del diritto internazionale, evitando sentenze som-marie e vendicative, affinché l'imputato abbia la possibilità di raccontare ai giudici tutta la verità riguardo alle sue tremende responsabilità e a quelle di chi lo ha collaborato e aiutato, dentro e fuori l'Iraq.
Poiché è chiaro che, da solo, non poteva fare tutto quello di cui è accusato.
Il processo potrebbe essere, dunque, l'occasione per fare piena luce sugli ultimi 30 della storia politica e sociale dell'Iraq e delle sue relazioni internazionali.
Solo partendo da questo fondamentale chiarimento, si potrà avviare, con l'intervento dell'Onu, un autentico processo di riconciliazione nazionale e di transizione democratica, basato sulla partecipazione e sull'autogoverno del popolo iracheno.

Dopo Saddam: l'autogoverno del popolo iracheno.
La drammatica sequenza di attentati conferma  che, anche dopo l'arresto di Saddam, la guerriglia continua a tirare colpi micidiali. Solo uno sprovveduto può ritenere che un uomo ridotto nelle condizioni penose in cui è stato trovato potesse progettare e dirigere azioni così clamorose e micidiali. Certo, non conosciamo il quadro reale delle forze in campo nella confusa situazione dell'Iraq occupato, tuttavia non era difficile prevederne gli attuali, tragici sviluppi.
È davvero stupefacente assistere alla perdurante inefficienza dei servizi segreti più agguerriti del mondo, dotati di sistemi informativi e di mezzi sofisticatissimi, i quali non riescono a prevenire nulla (dall'attentato dell'11 settembre alle torri gemelle a quello di Nassirya e ai tanti altri che si verificano quotidianamente) e soprattutto ad arrestare, senza l'incentivo di cospicue taglie, gli strateghi e i responsabili dei vari gruppi operativi.
Così come non si capisce cosa stiano facendo i famosi e super pagati analisti della Casa bianca, del Pentagono, della Cia e dei vari Paesi della coalizione. Quali analisi stanno fornendo ai governi committenti visto che li stanno spingendo verso le sabbie mobili di una guerriglia atipica, condotta con metodi terroristici e sulla base di una forte motivazione religiosa e patriottica, che potrebbe addirittura sfociare in una guerra civile e quindi infiammare l'Iraq e le aree contigue.
Tutto ciò è strano, inspiegabile, in base ad una normale logica politica.
Sorge, perfino, il dubbio che, forse, i responsabili politici desiderino far degenerare e allargare il conflitto. Per quali obiettivi? Forse per legittimare la "guerra di civiltà" già preventivata dai fondamentalisti d'Occidente e d'Oriente?
Mai la politica dei grandi Paesi democratici si è mostrata così avventata come, oggi, in Iraq.
Perciò, l'Europa e l'Italia non dovrebbero farsi trascinare in questa pericolosa avventura. Anzi, devono reclamare, con più forza e unità, la fine dell'occupazione militare straniera dell'Iraq e l'affidamento all'Onu della responsabilità della transizione, verso un governo nazionale e democratico, espressione della volontà di rinascita degli elettori iracheni.
Senza pretendere d'indicare o peggio di esportare il nostro modello.

( in “Siciliano.it”, 20/12/2003)

SADDAM HUSSEIN E L'ITALIA

Per un bel po', ce ne ricorderemo delle agghiaccianti imma-gini dell'impiccagione di Saddam Hussein. Soprattutto, del contegno del condannato nel momento estremo del passaggio dalla vita alla morte.
Non so se calcolato, ma in questo dram-matico frangente il dittatore iracheno si è mostrato padrone della sua morte, trasformandola in un formidabile colpo propagandistico as-sai imbarazzante per gli esecutori e per il mandante politico dell'impiccagione che, a quell'ora, fingeva di dormire nel suo ranch texano.
La vita di Saddam è lastricata di orrori indicibili, ma la sua morte è stata una sorprendente lezione di dignità. Egli, che aveva una certa familiarità con la morte violenta (degli altri), ha usato la sua per riaffermare il suo smisurato orgoglio, af-frontandola a viso aperto, quasi collaborando con i due boia incappucciati mentre gli stringevano il cappio al collo.
Finzione o realtà?
La risposta è difficile, ma credo che questa morte abbia molto impressionato i suoi seguaci e in generale la gente che ha assistito al triste spettacolo.
Una morte dignitosa che, certo, non può far dimenticare la sua lunga e crudele dittatura. Al pari di  altre decine di ditta-tori esistenti nel mondo che continuano, indisturbati e riveriti, a servire gli interessi delle grandi multinazionali Usa e non solo.
Com'era riverito Saddam, il sanguinario, il quale- se ci fate caso- è stato mandato alla forca nell’indifferenza generale, in base ad un processo-farsa e per un delitto compiuto nel 1982, quando gli attuali suoi acerrimi nemici d'Oriente e d'Occi-dente lo blandivano come baluardo della civiltà occidentale, magari per strappargli contratti miliardari.
Non bisogna dimenticare, infatti, che fino a vent’anni addie-tro molti governi occidentali e arabi (dagli Usa all'Arabia saudita, passando per l'Europa, Italia compresa) mobilitarono i loro potenti media per presentare Saddam all'opinione pub-blica mondiale come l'eroe che riuscì a bloccare la minaccia della rivoluzione khomeinista nelle paludi dello Shatt-el- Arab, salvando così gli immensi giacimenti di petrolio irache-ni e delle petromonarchie della penisola arabica.

Finisce la guerra, iniziano i guai per Saddam
La guerra contro l'Iran durò otto anni e provocò milioni di vittime da ambo le parti. Un conflitto lungo e sanguinoso che si concluse senza vincitori né vinti. Una guerra inutile, visto che tutto rimase come prima: Khomeini restò al potere a Teheran e Saddam a Bagdad.
E così i vari re ed emiri del Golfo.
Pur essendo stato proclamato eroe, per Saddam i guai comin-ciarono dopo l’armistizio. Egli subì, infatti, un’inattesa meta-morfosi: da baluardo a nemico degli interessi occidentali nel-la regione.  
Prima tutto era consentito al grande dittatore che, per conto dell'occidente, stava salvando i pozzi di petrolio e che conti-nuava ad acquistare costosi sistemi d'arma dai principali paesi della Nato e del blocco orientale.
Chi si vuol documentare su questo turpe commercio può consultare le lunghe liste d'imprese fornitrici, fra le quali molte italiane, o andare a sbirciare fra le carte dell'inchiesta sulla filiale di Atlanta della Banca nazionale del lavoro che restò impigliata nella trama di uno dei più grandi scandali internazionali del secolo scorso. 
Nell'epoca d'oro del catto-craxismo, l'Iraq era l'ospite d'onore, in Italia. Furono organizzati convegni e ricevimenti sontuosi per accogliere qualificate delegazioni ministeriali irachene che venivano a Roma e in altre città italiane a comprare di tutto. Fu in quel tempo, auspice il ministro della difesa Lagorio, che l'Italia vendette all'Iraq in guerra un'intera flotta militare per un valore di 1.200 miliardi di lire.
Ricordo che, a copertura di questa colossale operazione, fu ideata in ambienti socialisti un'associazione di amicizia italo-irachena che prima di nascere aveva un presidente designato: l'on. Seppia del PSI. Tuttavia, per essere più convincente, l'associazione doveva essere "unitaria", comprendere cioè rappresentanti della Dc e del  PCI. Quest’ultimo molto critico sulla politica di Saddam e diffidente sull'improvvisa apertura di credito italiana. Ci furono insistenti richieste, anche al massimo livello del PCI, di una nostra partecipazione.
Fu così che, seppure restio, mi ritrovai co-vicepresidente in rappresentanza del Pci (l'altro era il democristiano on. Aiardi) di questo sodalizio che abbandonai, precipitosamente, a poche settimane dall'insediamento.
Nulla di straordinario, per carità. Soltanto un piccolo episodio che aiuta a capire il clima di allora e a meglio individuare responsabilità e omissioni di partiti e imprese italiani che, pur di realizzare affari, finsero d'ignorare i massacri a danno delle popolazioni curde e sciite e la feroce repressione contro un'intera generazione di comunisti.
Stranamente nessuno lo ricorda, ma le prime vittime di Saddam furono i dirigenti del Partito comunista iracheno, il più importante del Medio Oriente, incarcerati, torturati e sovente uccisi per essersi opposti alla nascente dittatura.
Se si fossero celebrati processi equi e internazionalmente garantiti molte di queste responsabilità sarebbero venute alla luce e l'opinione pubblica avrebbe meglio capito le nefaste conseguenze dei comportamenti omissivi di allora e quelle dell'iniqua guerra di occupazione attuale che di vittime  ne ha mietuto a centinaia di migliaia.
Invece si è scelto di svolgere un processo-farsa, all'insegna della vendetta tribale, per evitare l'imbarazzo di una ricostruzione integrale, magari con la collaborazione degli imputati, di oltre un ventennio di disinvolta cooperazione fra il regime tirannico di Bagdad e le principali cancellerie e imprese occidentali.                                           
(in "Liberazione" del 5/1/2007





MORO E' CADUTO PER AVER TROPPO CAPITO E TROPPO OSATO *

Nelle avvincenti pagine autobiografiche del suo "Viaggio nella memoria", Agostino Saviano rievoca taluni episodi accadutigli in un particolare momento della sua lunga vita, nel vivo del secondo conflitto mondiale.
Un viaggio a ritroso dentro una guerra tremenda ai cui esiti erano affidate da un lato le sorti della dittatura nazi-fascista e dal lato avverso le speranze di dignità dei popoli. Una scommessa risolutiva in cui la posta erano la libertà e il suo contrario.
Una vicenda umana, la sua, comune a tantissimi altri commilitoni, a milioni d'europei che vissero la guerra chi al fronte e chi in città e paesi bombardati e annichiliti dalla fame e dalle violenze di ogni tipo.
Insomma, un bel tratto di strada nel solco di una grande tragedia che portò Saviano dalla sua Arzano alle aspre montagne d'Albania, dalla Puglia alle sterminate steppe della Russia fra le vittime e i sopravvissuti della disastrosa spedizione militare italiana.
Lungo questo tormentato percorso incontrerà tanta gente. Alcuni cadranno sul campo, molti si sperderanno per il mondo, taluni affioreranno dal fantastico gioco dei ricordi.
E fra questi ultimi, il primo della lista è certamente il giovane sergente-allievo Aldo Moro che l'Autore incontrò, casual-mente, in terra di Bari.
Con Moro, che era già presidente nazionale della Fuci, Saviano spesso parlò delle libertà negate e delle smisurate ambizioni imperialiste del fascismo. Posizioni coraggiose, purtroppo isolate, che attireranno contro Saviano la dura reazione del sistema.
Fra i due si stabilì una comunione di sentimenti antifascisti a quel tempo molto rari e rischiosi, soprattutto all'interno delle forze armate.
Sentimenti e umori che, sfidando le occhiute maglie della censura, sono giunti a noi in forma d'epistola che Saviano ha gelosamente conservato e che oggi ci rende come il dono più pregiato di questo suo libro di memorie.
Al solo sentir il fratello Franco parlare di una lettera inedita di Aldo Moro ebbi come un sussulto, pensando a ben altre lettere che lo statista scrisse durante quei terribili 55 giorni di prigionia, prima di essere assassinato dalle Brigate rosse.
Si tratta, invece, di corrispondenza fra commilitoni che la guerra aveva allontanato. Una lettera del settembre 1942, sincera e amichevole, dalla quale traspare il disagio, l'avver-sione contro una guerra assurda e contro la dittatura che l'ave-va provocata.
"Alla tua anima, sconvolta, smarrita e desolata per aver troppo capito - scrive Moro a Saviano-  ho osato avvicinare la mia che conosceva uno stesso dolore..." 
Un passaggio molto significativo nel quale, oltre al richiamo ad un comune sentire, si può apprezzare il senso di una rara sensibilità politica e morale che quando non è temperata dall'autocensura può sfociare nel dramma.
Giacché il "troppo capire" può diventare un azzardo, quando capir non si deve, né troppo né poco, ma solo obbedire ed eseguire! Ieri come oggi. Specie se il troppo capire ti spinge a osare oltre certi limiti.

Forse un giorno sapremo, o sapranno, la verità 
La verità sul caso Moro è ancora lontana. Un caso o un affaire come lo definì Leonardo Sciascia col quale più volte ebbi a parlare quando veniva a Montecitorio.
Lo scrittore aveva ragione: quel tragico evento non poteva es-sere ridotto a un "caso", perché caso non era, ma un delitto politico complesso, ideato e programmato in tutti i suoi aspet-ti militari e politici.
Forse, un giorno sapremo (o sapranno) tutta la verità sul-l'affaire Moro. Tuttavia, credo si possa senz'altro affermare che Egli è caduto per avere troppo capito e troppo osato.
E qui mi fermo, perché desidero aggiungere al ricordo di Agostino Saviano alcune mie impressioni sull'atmosfera che si respirava in Parlamento durante quei 55 giorni e sulla figura e sul ruolo dell'on. Aldo Moro col quale- chiarisco- non ho avuto alcuna relazione diretta, ma solo qualche scambio di saluti.
Confesso che io, approdato giovanissimo in Parlamento nel 1976 sull'onda della clamorosa avanzata elettorale del Pci, percepivo il gruppo dirigente della Dc come un blocco dominante composito, talvolta anche rissoso, che, al bisogno, sapeva far quadrato a difesa di un potere gretto, fine a se stesso che si voleva conservare al governo, in eterno.
Un punto di vista piuttosto diffuso, giacché un po' questo era il volto del potere democristiano, soprattutto in Sicilia e nel meridione.
Erano quelli i tempi del "governo dell'astensione" (del Pci). Una formula per molti di noi deludente, indigeribile anche perché basata, sostanzialmente, solo su un'intesa riservata, quasi sulla parola, fra Berlinguer e Moro.
Quell'accordo, tuttavia, produsse un clima di rasserenamento, di relativa fiducia tra i partiti, soprattutto fra Dc e Pci che insieme disponevano di quasi l'80% della rappresentanza parlamentare. Insieme i due partiti rappresentavano l'anima popolare della società italiana, una vera superpotenza politica capace di riformare finalmente il Paese. E le riforme- si sa- suscitano grandi speranze ma anche grandi paure in chi se ne sente minacciato.
Preoccupazioni che si propagarono anche nel cuore dei principali centri decisionali internazionali.
Saranno state la sorpresa e/o la paura del cambiamento o altro, fatto sta che taluni settori della classe dirigente italiana si mostrarono poco convinti, quando non ostili, nell'affrontare un passaggio così innovativo.
Cercai di capire questo travaglio. Ogni occasione era buona per scandagliare atteggiamenti e comportamenti della classe dirigente.
Una mattina, partecipando a una seduta della commissione esteri della Camera, mi trovai davanti  tutti i segretari e i presidenti dei partiti, di governo e d'opposizione: Berlinguer, Craxi, Zaccagnini, Rumor, Piccoli, De Martino, Spinelli, Ugo La Malfa, Pajetta, La Pira, Malagodi, Tanassi, Giolitti, Colombo, Forlani, Aldo Moro...
Li scrutai da vicino, a uno ad uno. Osservai i loro sguardi, i loro tic, i movimenti minimi del viso, delle mani. Volevo ca-pire cosa si nascondesse dietro quei volti formali, impenetra-bili. Arroganza, paura, inquietudine, solitudine?
Insomma, la prospettiva che si andava ad aprire come e quanto influenzava i loro comportamenti, le loro stesse perso-nalità?
L'esame fu necessariamente sommario. A parte La Pira, che già poteva considerarsi avviato verso la beatitudine celeste, mi colpirono soprattutto Berlinguer e Moro per la loro espres-sione sofferta, quasi mesta. Era un po' il loro carattere, ma - credo- vi influisse la consapevolezza del peso delle  responsa-bilità che si erano assunti in quel frangente.
In quel consesso di capi-partito e di corrente vidi le stimmate di un potere fatto di voti e presidenze. Moro e Berlinguer, invece, mi apparvero spogli di poteri siffatti e perciò leader autentici che fondavano il loro carisma sulla forza delle idee e dell'etica.
Un solo esempio. Aldo Moro capeggiava una fra le più piccole correnti democristiane, eppure era stato l'architetto delle grandi svolte politiche della "balena bianca" e ora stava realizzando la sua ultima, più impegnativa fatica per il completamento del disegno democratico tracciato dalla Costituzione. Glielo hanno impedito ricorrendo alla strage, a un delitto atroce.

Quella mattina alla Camera
La notizia della strage e del sequestro giunse veloce e terribile a Montecitorio di prima mattina.
Ricordo lo smarrimento di capi e gregari democristiani, il nostro sgomento.
Nel "transatlantico" le urla di pochi soverchiavano i silenzi atterriti di tanti.
Antonello Trombadori, deputato comunista ed ex gappista romano, correva come un pazzo avanti e indietro gridando "al muro, al muro". Perfino un uomo misurato come Ugo La Malfa giunse a invocare in Aula la pena di morte.
Il giorno non fu scelto a caso: quel 16 marzo 1978 la Camera era stata convocata per votare la fiducia al quarto governo Andreotti. Per la prima volta, dopo trent'anni, il Pci entrava nella maggioranza anche se non rappresentato nel governo. Un altro voto difficile per noi, ma necessario per  realizzare il secondo passaggio dell'intesa strategica fra Moro e Berlinguer.
I nemici occulti di tale strategia decisero di fermarla al secondo passaggio, giacché al terzo, che avrebbe visto i comunisti al governo, sarebbe stato altamente rischioso.
Un disegno funesto, devastante, ideato da forze potenti, tuttora ignote, ben più potenti delle Br che l'hanno eseguito. Almeno così in molti leggemmo la vicenda sulla quale pesano ancora tante stranezze operative e alcuni interrogativi riguardanti la sua gestione politica, per altro molto riservata e accentrata.
Aldo Moro fu colpito perché unico leader in grado di traghettare la Dc verso questa svolta  decisiva. Salvando lui si sarebbe dovuto salvare anche il progetto politico di cui era co-protagonista, ufficialmente condiviso da circa il 90% delle forze parlamentari.
Perché, dunque, non si tentarono tutte le possibili vie di sal-vezza? La cosiddetta "fermezza", anche se invocata in buona fede, non era in fondo una condanna a morte del sequestrato?
Interrogativi angoscianti che in quei giorni convulsi non tro-varono risposte esaurienti.
Perciò, mi parve quantomeno illogico respingere la "tratta-tiva" che avrebbe consentito, se non altro, di far scoprire le carte dei sequestratori. Se fosse stato un bluff, come molti temevano, le Br avrebbero confermato il diffuso sospetto di essere al servizio di un disegno più grande di loro, mirato soltanto all'eliminazione fisica dell'on. Aldo Moro.
Purtroppo, le cose andarono per un altro verso. Moro sarà barbaramente assassinato. Il danno fu grande per la sua famiglia e per la democrazia italiana che, d'allora, appare sempre più contratta, fiacca, vacillante.
Concludo, con un passaggio illuminante, pedagogico direi, contenuto nella lettera a Saviano, in cui  Moro conferisce un senso altissimo al sacrificio umano "mi pare che nella vita per fare qualcosa di grande e di buono, e perciò di duraturo, occorra saper pagare di persona, facendosi attori e veri partecipi poi del grande dramma."
Parole dolenti nelle quali si possono intravedere i segni premonitori del suo tragico destino.

( in “Vuoto a perdere”,  dicembre 2008)

* Questo articolo non ha un legame diretto con le vicende mediorientali, tuttavia potrebbe offrire uno spunto di rifles-sione sugli effetti tragici, umani e politici, provocati in Italia dai terrorismi di ogni “colore”.









  











Capitolo terzo

MEDIORIENTE: IL CONFLITTO INFINITO





    Yasser Arafat riceve Agostino Spataro, Roma, Albergo Excelsior, 1998









PER UNA VERA PACE IN MEDIO ORIENTE

Equivicinanza o solidarismo a senso unico?
La politica del governo Berlusconi continua a caratterizzarsi per il suo appiattimento acritico, talvolta perfino connivente, rispetto alle scelte aggressive del governo di Sharon.
Un allineamento immotivato, forse poco convinto, che stride con una lunga e condivisa tradizione di equidistanza attiva (o di "equivicinanza" come dice D'Alema) della nostra politica mediorientale.
Il governo italiano, infatti, è andato oltre ogni pessimistica previsione, oltre le stesse posizioni e forse anche le richieste, dell'amministrazione Bush da cui trae ispirazione: è l'unico al mondo ad avere approvato la costruzione del muro israeliano della vergogna.
Un solidarismo sospetto, perché troppo politico e a senso unico, esibito ogni qual volta ci sono da commemorare vittime israeliane provocate dagli attentati dei gruppi terroristici palestinesi, mentre vengono regolarmente ignorate quelle palestinesi provocate dalle indiscriminate e sanguinose rappresaglie dell'esercito di occupazione israeliano.
Come se le vittime israeliane fossero "più innocenti" che quelle palestinesi, per altro molto più numerose.

Un mutamento dell'approccio negoziale
Inoltre, tale inusitato appiattimento sta modificando, in nega-tivo, la percezione che dell'Italia democratica e progressista si è avuta nel mondo arabo, sia sul terreno politico e culturale sia su quello economico e commerciale.
Anche questi sono danni (e che danni!) che lasciano il segno e che, prima o poi, bisognerà cominciare a conteggiare.
Perciò, D'Alema, oltre a fare chiarezza sulle responsabilità, invoca un mutamento della prospettiva politica generale, di approccio e di conduzione del negoziato, riaffermando e rilanciando valori e propositi della sinistra democratica, largamente condivisi in Europa e nel mondo.
Un accordo di pace fra palestinesi e israeliani per essere equo e duraturo dovrà fondarsi, in primo luogo, sul principio dei "due popoli, due Stati", indipendenti e, possibilmente, fra loro cooperanti. Poiché, non è scritto in nessun "libro" che arabi ed ebrei debbano percepirsi come irriducibili nemici e farsi la guerra in eterno.
L'ideale sarebbe la convivenza in uno stesso Stato, ma questa prospettiva, al momento irrealistica, è percepita come una minaccia.
Addirittura, il premier palestinese Abu Ala l'ha presentata (ieri, 8/1/04) come una opzione polemica, come una sorta di ritorsione, in caso di fallimento della "road map".
Tutto ciò, a dispetto della millenaria esperienza storica che ha visto i due popoli (entrambi biblicamente "semiti") convivere in pace in Palestina e in varie parti del mondo arabo-islamico.
Un breve inciso. Ancora nel 2004, siamo alle prese col biblico Sem e i suoi pretesi discendenti (semiti) proposti come un riferimento discriminante nella moderna politica internazionale.
E perché nessuno si ricorda di Cam, l'altro figlio di Noè e capostipite degli africani? Forse, perché l'Africa non interessa proprio a nessuno!
Anche questo è un problema notevole che crea odio e alimenta fanatismi.
Se arabi e israeliani avessero lasciato la religione fuori dalla politica forse la tragica vicenda mediorientale si sarebbe risolta da un bel pezzo.

Noi, uomini e donne, della sinistra...
Tuttavia, se proprio se si vuole insistere su questo tasto, più che di "antisemitismo" bisognerebbe, parlare di "antiebrai-smo", circoscrivendone la dimensione ai fenomeni effettivi, provati, che bisogna combattere, senza generalizzazioni controproducenti, con le leggi (che esistono) e soprattutto con un’azione di corretta informazione e con l’impegno dei movi-menti culturali e umanitari.
L'antiebraismo, infatti, è un odioso sentimento razzista, nato e sviluppatosi in Europa e in genere nell'Occidente cristiano, che ha provocato le conseguenze gravissime e inaccettabili che sappiamo e che la visita di Fini in Israele (in cerca di legittimità) non può far dimenticare.
Noi, uomini e donne della sinistra, non abbiamo dimenticato l'immane tragedia della Shoa. Ancora oggi ci commoviamo quando vediamo un documentario o un film sui campi di sterminio.
Spero che altri non dimentichino che, insieme ai milioni di ebrei, la follia del nazismo e del fascismo deportò e trucidò centinaia di migliaia di comunisti, socialisti, anarchici e di sinceri democratici, di zingari, religiosi cristiani, di soldati antifascisti, ecc.
Un tremendo campionario di morte formulato, scientemente, sulle base di deliranti motivazioni, non solo razziali, ma politiche e culturali.
Massimo D'Alema giustamente rivendica alla sinistra italiana "una tradizione di dialogo con Israele e le sue classi dirigenti".
Aggiungo che noi, per tradizione e per educazione, non abbiamo mai coltivato sentimenti di tipo razzista né contro gli ebrei né contro altri popoli del mondo. Siamo per l'uguaglianza e per la fratellanza fra tutti gli uomini e i popoli. Perciò non ci tange la "bolla antisemita" che potrebbe
essere emanata da qualche fanatico o da qualche fascistello convertito.
Siamo convinti che così parlando e scrivendo, e talvolta ma-nifestando, difendiamo il vero diritto d'Israele alla sicurezza nella pace.
Come fanno - esponendosi a gravi conseguenze - i pacifisti e i soldati israeliani che, sempre più numerosi, si rifiutano di massacrare la popolazione civile palestinese dei Territori occupati.



La "road map" non fa un passo avanti
Purtroppo, la pace appare ancora lontana, difficile da con-quistare mediante un negoziato paritario e internazionalmente garantito. La "road map" non riesce a fare un passo avanti, anche perché impantanata dentro un'ipotesi procedurale atipi-ca, non perfettamente definita, che ognuna delle parti inter-preta secondo la propria convenienza politica.
Addirittura, come accade nel Likud, secondo gli interessi di corrente e gli equilibri interni del partito di Sharon, il quale più si ostina nella sua politica avventuristica più disastri combina.
E in primo luogo, a danno dell'immagine dello stato d'Israele e dell'avvenire del suo popolo.
I recenti sondaggi svolti in Europa e negli USA, frettolosa-mente cestinati sulla base dell'abusata e generica formula dell'antisemitismo, confermano l'esistenza di un crescente e diffuso sentimento di disapprovazione e di forte e giustificata preoccupazione verso la politica dei governanti
israeliani.
Se questo si pensa in Occidente, figurarsi in Oriente!
Invece d'interrogarsi per capire il senso e la natura di tale preoccupazione (se, per esempio, la causa non sia da indivi-duare nell'attuale politica di Sharon), si pretende di zittire e di bollare chiunque, profittando della contingenza, apparente-mente, favorevole.
Bando - dunque - ai sondaggi e guai a chi osa criticare i governanti israeliani! Così facendo non si programma un futuro di pace e di sicurezza, ma un nuovo disastro.
Liquidare come"antisemita" la maggioranza degli europei e il 40% degli americani "rei" di pensare che la principale minac-cia alla pace mondiale venga dall'attuale politica israeliana, mi pare una colpevole e arrogante miopia.

Per il bene d'Israele non serve il facile anatema dell'antisemitismo
Come può uno Stato, l'unico al mondo nato per decisione dell'Onu e il primo al mondo che non rispetta le tante deliberazioni dell'organismo che lo generato, che da oltre 50 anni si trova in guerra con i popoli confinanti, che è circondato dall'ostilità del mondo islamico, liquidare con
tanta superficialità un sentimento fortemente maggioritario nell'opinione pubblica occidentale?
Una dirigenza responsabile dovrebbe, invece, preoccuparsene e avviare una seria riflessione per cercare di capire se c'è qualcosa che non funziona nell'ingranaggio della politica e, se del caso, correggere quanto c'è da correggere. Finché c'è tempo.
Fare quadrato attorno all'attuale governo israeliano, come sta avvenendo, è l'errore più grave che si possa compiere, poiché s'identifica il destino d'Israele (che per fortuna non è un blocco monolitico) con quello del governo oltranzista di Sharon.
Per il bene d'Israele, l'Italia, l'Europa, gli stessi Stati Uniti non possono assecondare le politiche avventuriste di Sharon. E' semplicemente umiliante per un Paese democratico e civile qual è l'Italia che il suo governo avalli la costruzione del muro della vergogna e dell'apartheid.
Anche contro l'accorato grido del Papa ("ponti e non muri") che per i ministri cattolici del governo dovrebbe costituire un richiamo morale indefettibile.
Così come, per il bene del popolo martire di Palestina, biso-gna ricordare alla dirigenza palestinese l'esigenza di una più incisiva trasparenza amministrativa, di una maggiore coesi-one politica per una lotta più decisa, senza giustificazionismi, contro il terrorismo, suicida e non, dei gruppi più oltranzisti.
Per risparmiare vite innocenti e per non fornire nuovi alibi all'azione dilatoria ed equivoca di Sharon che - come osserva D'Alema - "mette nelle mani dell'ultimo gruppo terrorista la possibilità della pace".
(in "Informazioni dal Mediterraneo" gennaio 2004)




MORTO (UCCISO?) ARAFAT, ARRIVERA’ LA VERA PACE?

Sarà pace o una nuova “guerra dei cent’anni”?
Che cosa riserverà ai palestinesi il dopo- Arafat?
Sorgerà, finalmente, uno Stato indipendente palestinese?
E, soprattutto, si chiuderà l'annoso conflitto arabo-israeliano?
Sono questi alcuni interrogativi che frullano nella mente di ciascuno cui dovranno rispondere la politica e la diplomazia internazionali e, in primo luogo, le leadership israeliana e palestinese.
In campo politico si registrano due fatti nuovi che potrebbero avviare una dinamica inedita nelle relazioni israelo-palestinesi: il varo del governo minoritario di "unità nazio-nale" in Israele, voluto dal falco Sharon per attuare la deci-sione del ritiro dell'esercito israeliano dalla striscia di Gaza e l'elezione a presidente dell'Autorità nazionale palestinese di Abu Mazen.
Un leader importante il quale, però, prima che dagli attacchi degli estremisti palestinesi, deve difendersi dalle sperticate lodi di Bush e dei governanti israeliani che rendono difficilissimo il percorso per giungere ad un'ampia intesa unitaria con i gruppi di resistenza, necessaria per tentare la ripresa del negoziato.
Segnali interessanti ma insufficienti per sperare in un accordo imminente. Poiché si devono superare punti di contrasto mol-to seri e, soprattutto, la reciproca sfiducia e gli odi accumula-tisi in quasi 40 anni d' occupazione militare e di conseguente attività di resistenza, anche di stampo terroristico.  
Bisogna, infatti, rimuovere le cause profonde di un conflitto atipico che non è la classica lotta di liberazione anticoloniale (anche se c'è di mezzo un'occupazione militare), ma una guerra irriducibile fra un popolo che si sente vittima di una grande ingiustizia (i palestinesi) e un altro che pretende di essere risarcito a danno dei palestinesi per una tragedia (la Shoa) subita dagli ebrei in Europa.
Un conflitto caricato di significati e valori che, andando oltre l'oggetto specifico della contesa, ha acquisito risvolti a carat-tere geo-economico e geo-strategico, i cui esiti potrebbero condizionare il "nuovo equilibrio" che si vorrebbe creare (o imporre?) in un'area vitale del mondo, baricentrica fra Europa, Mediterraneo e il Medio Oriente, dove insistono le più grandi riserve mondiali d'idrocarburi.
Questi e altri interessi e ragioni spiegano la lunga durata (il tempo di tre generazioni) del conflitto, malgrado l'enorme sforzo negoziale profuso dagli organismi internazionale.
C'è chi parla di una nuova "guerra dei cent'anni". Speriamo proprio di no, anche se non possiamo dimenticare che sono già passati 57 anni. Inutilmente. 

Visioni arcaiche e moderni interessi strategici
In questa tragica esperienza c'è qualcosa che non quadra. Si coglie l'impressione che alla base dello scontro vi siano visioni arcaiche antagoniste che nulla hanno a che fare col moderno diritto internazionale dei popoli e che per affermarsi si appellano - come nel caso delle associazioni ebraiche ortodosse- alla politica del fatto compiuto e al libro della Genesi.
Fino quando la politica non riuscirà a liberare il campo di tali assurde pretese, sarà difficile conseguire la pace, poiché dall'una e dall'altra parte non si cercherà l'accordo, ma l'annientamento del nemico.
Volendo, c'è un dato politico importante da cui partire: le decine di risoluzioni delle Nazioni Unite che impongono il ritiro degli eserciti israeliani dai territori palestinesi occupati e il ritorno ai confini ante 1967, il riconoscimento dello Stato d'Israele e la creazione dello Stato palestinese indipendente e uno status speciale per Gerusalemme, città-simbolo delle tre principali religioni monoteiste, garantito dalla comunità internazionale.
Paradossalmente, Israele, unico Stato al mondo creato da una decisione dell'Onu, è il primo Stato al mondo che non rispetta quasi nessuna delle decisioni dell'organismo che lo ha generato.
Come se nulla fosse accaduto, in tutti questi anni, i governan-ti israeliani, di varia estrazione politica, hanno proseguito la politica di occupazione e di colonizzazione dei Territori e di sanguinosa rappresaglia che ha distrutto interi villaggi, fatto stragi di donne, vecchi e bambini e spinto molti giovani pale-stinesi nelle braccia di un terrorismo "preventivo", sorto
principalmente per contestare il ruolo dirigente dell'Olp e per ostacolare, con le autobombe e i kamikaze, il processo di pace.   
Terrorismo che va condannato senza mezzi termini poiché, oltre a provocare stragi d'innocenti e a innescare l'odiosa rappresaglia israeliana, non fa avanzare di un passo la giusta causa palestinese. 


Occupazione dei Territori: promesse bibliche o vile profitto?
D'altra parte, c'è da notare che la mancata nascita di uno Stato palestinese consente all'economia israeliana, largamente finanziata da ingenti flussi di capitali e d'aiuti stranieri, di sfruttare alcuni milioni di lavoratori palestinesi senza diritti di cittadinanza, costituenti una massa enorme di forza-lavoro a bassissimo costo e, quindi, un fattore decisivo della celebrata competitività israeliana.
Comodo, troppo comodo! Invece d'importare manodopera clandestina dal Terzo mondo, come fa l'Europa che almeno deve sobbarcarsi il “fastidio” di accoglierla e di stabilizzarla, il capitalismo israeliano ha scoperto il suo "terzo mondo" a due passi di casa, nei Territori occupati.
Milioni di operai e di braccianti palestinesi che ogni mattina fanno ordinatamente la fila al cheik-point per andare a lavo-rare in Israele e la sera rientrano nei loro fatiscenti campi profughi. 
Non è, dunque, solo una questione di sicurezza o di promesse bibliche, ma un problema di vile profitto. Per fermare i più riottosi, Sharon sta costruendo un lungo e mastodontico muro della vergogna verso est, mentre a sud della striscia di Gaza, a Rafah, vorrebbe scavare una gigantesca trincea (4,5 km di lunghezza), profonda 10 metri e larga diverse decine di metri.
Certo che uno Stato che si circonda di muri e di trincee non manifesta una grande propensione a convivere in pace con i vicini o quantomeno resta prigioniero di una psicosi di massa fondata sulla "paura" dell'annientamento. Tutto ciò dispiace poiché trasforma la vita degli israeliani in uno strazio quotidiano.

Israele, fra democrazia e integralismo
Israele è sicuramente uno dei pochi paesi democratici e plu-ralisti del M.O. Tuttavia, vive queste e altre contraddizioni, sovente non evidenziate da certi autori molto ligi al richiamo dell'appartenenza e poco a quello di una corretta informazio-ne.
Pochi sanno, per esempio, che lo Stato israeliano, a 57 anni dalla sua creazione, non ha una Costituzione, poiché anche i partiti progressisti (come i laburisti) temono che potrebbe essere varata una Carta di tipo confessionale. Quindi, meglio non averla che ritrovarsi con un predominio codificato del diritto rabbinico.
Anche questo è un grande problema che bisognerà affrontare in Israele dove stanno crescendo, anche sul piano elettorale, taluni partiti "ortodossi", integralisti e fanatici e soprattutto propugnatori della teoria del "grande Israele", ossia un destabilizzante proposito che, oltre all'annessione dei territori palestinesi, mira ad espandere lo stato ebraico dal Nilo al-l'Eufrate, secondo la geo-politica del vecchio Testamento. 
Questo spiega anche il fatto che diversi gruppi israeliani e della diaspora, settori consistenti del Parlamento non desi-derano un accordo equo con i palestinesi, fondato sul con-cetto "due popoli due Stati".
Chi, come il primo ministro Rabin, ha tentato, seriamente, la via della pace ha pagato con la vita la sua scelta coraggiosa, per mano di un integralista ebraico. In qualsiasi altro paese, l'uccisione del primo ministro avrebbe comportato un forte sommovimento politico e morale, avrebbe determinato un'ec-cezionale azione investigativa per scoprire le eventuali impli-cazioni e connivenze. Invece, nel democratico Israele il caso è stato archiviato con la condanna del solitario assassino, reo confesso.    

Palestinesi, ragioni e contraddizioni di un popolo sotto occupazione
Nel campo politico arabo e palestinese, seppure in un contesto contraddittorio, si è registrata una lenta evoluzione. Si è passati dal totale rifiuto di riconoscere l'esistenza d'Israele, e quindi delle stesse deliberazioni dell'Onu a riguardo, all'instaurazione di normali relazioni diplomatiche fra diversi paesi arabi e lo Stato ebraico. Grazie alla svolta è avvenuta ad Algeri, nel 1988, a conclusione del consiglio nazionale dell'Olp che, mediante una modifica dello statuto, sancì il riconoscimento delle risoluzioni dell'Onu relative alla nascita e alla sicurezza d'Israele, entro i confini antecedenti al 1967.
Purtroppo, non tutti i governi, i partiti e i movimenti arabi hanno maturato una scelta così netta, mentre nel variegato fronte integralista islamico permane una forte avversione che continua a minacciare "la distruzione d'Israele".
Tuttavia, nella gran parte dell'opinione pubblica araba è cresciuta la predisposizione a vivere in pace con gli israeliani.
Addirittura in una prospettiva condivisa di rinascita economica e civile, purché cessi l'occupazione militare dei Territori palestinesi e del Golan siriano (anche qui sono state impiantate colonie ebraiche) e lo stato di sanguinosa tensione al confine con il Libano.  
Nonostante tutto, la pace è possibile. Grazie anche all'opera di Yasser Arafat, grande politico e grande patriota, che è riuscito a dare una dignità di popolo ai palestinesi dei territori occupati e della diaspora e gettato le basi per un accordo equo e duraturo.
A Gaza, a Ramallah, a Hebron si agitano le bandiere della Palestina, ma non c'è ancora lo Stato indipendente. Questo è il compito della seconda fase della lotta palestinese che comincia col dopo- Arafat.
Spetta ai nuovi dirigenti, eletti democraticamente, tentare di rilanciare il processo di pace, senza dimenticare di costruire una solida democrazia attraverso la partecipazione e il pluralismo politico, all'insegna dell'efficienza amministrativa e della trasparenza morale che, purtroppo, ha difettato negli ultimi anni.
Un esempio operante che sia da riferimento anche per gli altri Stati arabi che purtroppo sono molto lontani dalla frontiera democratica.
A volte mi assale il sospetto che in M. O. si sia consumata un'odiosa congiura a danno del popolo martire di Palestina. Come se governanti israeliani e dittatori arabi si fossero ac-cordati sottobanco per impedire la nascita di uno Stato pales-tinese laico e pluralista che, esaltando l'intelligenza e l'intra-prendenza dei palestinesi, potrebbe entrare in concorrenza con Israele e dall'altro lato costituire un esempio pericoloso per le petromonarchie e per i tanti rais assolutisti del mondo arabo.

L'equidistanza attiva dell’Italia e della U.E.
La comunità internazionale, in primo luogo la defilata Unione Europea, ha il dovere di sostenere con fatti concreti lo sforzo dei nuovi dirigenti palestinesi, per rafforzare la speranza di pace in una tormentata regione contigua.
Si deve al popolo martire di Palestina che non può sopportare oltre l'occupazione straniera e ai bambini palestinesi e israeliani della terza generazione.
Affinché almeno loro possano crescere e vivere in pace e nella prosperità, senza più guerre, terrorismi e fanatismi.   
L'Europa non può lasciare mano libera agli Usa in M.O. L'Italia di Berlusconi sta facendo di peggio appiattendosi sul-le scelte di Bush e sostenendo in maniera acritica il governo Sharon.
Un allineamento immotivato che stride con la "equidistanza attiva" della nostra tradizionale politica mediterranea e mediorientale, che genera un solidarismo sospetto, univoco.
Un accordo di pace fra palestinesi e israeliani per essere equo e duraturo dovrà fondarsi, in primo luogo, sul principio dei "due popoli, due Stati". L'ideale sarebbe la convivenza in uno stesso Stato, ma al momento questa prospettiva è irrealistica, quantunque per millenni i due popoli, entrambi biblicamente "semiti", abbiano convissuto in pace in Palestina e altrove.

La fallace scorciatoia della bolla antisemita
Oggi, quando non si hanno argomenti per confutare le critiche verso l'avventurismo dei governanti israeliani, si ricorre alla facile e abusata accusa dell'antisemitismo, quasi sempre evocando l'immane tragedia della Shoa.
Una fallace scorciatoia, fumo negli occhi per coprire le  frequentazioni di taluni settori dell'ebraismo di partiti e movimenti eredi "pentiti" di chi ha decretato le odiose leggi razziali del 1938 e deportato gli ebrei nei campi di sterminio.   
Come detto, il semitismo non è un attributo da riferire esclusivamente agli ebrei, ma, secondo le diverse leggende scaturite dal racconto biblico, semiti sono anche gli arabi e anche la fortezza di Sem si troverebbe sul monte Nogum che domina la città di Sana'a, nello Yemen.
Ma questa è leggenda! La scienza moderna invece ci dice che tutti i popoli che si affacciano sulle rive del Mediterraneo (compresi gli ebrei) hanno comuni basi biologiche e culturali e un forte grado d'affinità genetica. (in "Le risorse umane del Mediterraneo", Ed. Il Mulino, 1990).
Perciò, è più corretto parlare di "antiebraismo" ossia di un odioso sentimento razzista, nato e sviluppatosi in Europa e in genere nell'Occidente cristiano.
Soprattutto, noi, uomini e donne della sinistra, non abbiamo dimenticato l'immane tragedia della Shoa. C’è da sperare che altri, specialmente la gran parte degli ebrei democratici, non dimentichino che, insieme a milioni di loro correligionari, la follia del nazismo e del fascismo deportò e trucidò centinaia di migliaia di comunisti, socialisti, anarchici e di sinceri de-mocratici, di zingari, religiosi cristiani, di soldati antifascisti, ecc.
Un tremendo campionario di morte formulato, scientemente, sulle base di deliranti motivazioni, non solo razziali, ma poli-tiche e culturali.
La sinistra, per tradizione e per educazione, non ha mai col-tivato sentimenti di tipo razzista, né contro gli ebrei né contro altri popoli del mondo.
Siamo convinti che così agendo difendiamo il vero diritto d'Israele alla sicurezza nella pace, al pari di tanti sinceri paci-fisti israeliani.
  
(in rivista "Il Grandevetro", febbraio 2005)




















ANDREOTTI TERRORISTA?

Terrorismo e resistenza
Ormai, la guerra e il terrorismo (conseguente o precedente?) dominano la scena mediatica, sono entrati di prepotenza nelle nostre case, condizionano pesantemente l'esercizio della de-mocrazia e le libertà degli individui, influenzano le relazioni fra gli Stati e gli affari delle grandi concentrazioni globaliz-zate che, a loro volta, orientano governi e masse ingenti d'investimenti.
Poiché tutto si tiene nel nome della lotta al terrorismo.
Che grandiosa invenzione quella del terrorismo planetario, sempre incombente! Sicuramente, il suo inventore o fomen-tatore passerà alla storia come un genio della strategia poli-tica al servizio della finanza d'arrembaggio che sta destrut-turando il mondo a suo favore. 
Inventato o foraggiato o scelto come metodo di lotta politica, il terrorismo è una realtà drammatica con la quale bisogna fare i conti, ogni giorno.
Perciò, bisogna condannare, certo, la guerra ma alla stessa stregua il terrorismo di qualsiasi natura e colore, anche quando agita le bandiere della lotta per l'indipendenza dei popoli.
La Resistenza deve ripudiare il ricorso all'assassinio e alla strage per dimostrare la sua superiorità politica ed etica rispetto all'oppressore che, addirittura, si dovrà incaricare di redimere.
In ogni caso, deve marcare una netta distinzione fra nemici armati e civili innocenti. 
Questione delicata e complessa sulla quale è intervenuto, recentemente, il senatore a vita Giulio Andreotti che, par-lando davanti alla prestigiosa platea internazionale del World Political Forum svoltosi a Torino, ha detto testualmente: "Se fossi nato in un campo profughi del Libano, forse sarei diventato anch'io un terrorista".
(intervista a Renato Rizzo in "La Stampa" del 7/3/05)
Parole chiare che, a prima vista, potrebbero far pensare a uno scatto d'ira, ad un'imprudenza che non si addicono al perso-naggio.
In realtà, si è trattato dell'esternazione, in forma indiretta, di un diffuso sentimento di comprensione verso la giusta causa dei palestinesi sotto occupazione israeliana e di quelli della diaspora dei campi profughi ai quali si nega perfino la speranza del ritorno.
Parole pesanti che assumono un valore emblematico quando a pronunciarle è un cattolico moderato che è stato sette volte presidente del Consiglio e quasi sempre titolare di dicasteri - chiave.
Ci si aspettava una reazione furiosa da parte della folta schiera di politici, analisti e opinionisti blasonati pronti ad azzannare qualsiasi preda che va controcorrente.
Invece nulla. Stranamente, sono rimasti muti. Forse hanno reputato il silenzio la "migliore risposta", secondo la tecnica dello struzzo che, a volte, può rivelarsi più efficace di certi cacofonici stridii. 

La confusione sul terrorismo
A dare un certo risalto alla notizia è stata la "Stampa" che, però, ha teso a banalizzare la portata di quella dichiarazione presentandola come una "provocazione", sia nell'occhiello del citato articolo sia nella risposta di Marcello Sorgi a un lettore.
Una provocazione, dunque? 
Solitamente, si usa questo termine, magari con intento bene-volo, per togliere dall'imbarazzo qualcuno che ha pronunciato una battuta infelice o, furbescamente, per attenuare la gravità di una verità scomoda che non si doveva profferire in pubblico. 
In entrambi i casi impropriamente, giacché, nella sua acce-zione lessicale, la parola "provocazione" non contiene alcun significato attenuante. Anzi. Secondo il Tommaseo, "la pro-vocazione viene da uomo ad uomo, e con intenzione d'offen-dere, e trarre lo sdegno altrui ad atti nemici...", anche per il Devoto- Oli è un "atto diretto a provocare una reazione irritata o violenta"; diventa circostanza attenuante soltanto nel caso di una reazione "in stato d'ira determinato da un fatto ingiusto, cioè giuridicamente illecito, altrui".
Se la frase di Andreotti fosse stata una provocazione sarebbe da considerare un atto davvero ostile, mentre a me è parsa un invito che il senatore ha rivolto alla comunità internazionale, ed in primo luogo al paese occupante, ad una seria riflessione sulle cause che inducono migliaia di giovani palestinesi a militare nelle varie formazioni di resistenza, che non possono essere definite indistintamente "terroriste".

Terrorismo, a chi giova ?
Tuttavia, credo che il migliore interprete di Andreotti sia Andreotti medesimo. Perciò, lasciamo a lui il compito di chiarire il pensiero, seguendo alcuni passaggi contenuti nella citata intervista alla Stampa, nella quale:
a) opera una distinzione fra terroristi e resistenti "in un paese dove si lotta per ottenere l'indipendenza i detentori del potere chiamano in questo modo (terroristi n.d.r.) i patrioti. Proprio come accadeva anche in Italia, del resto, all'epoca della Resistenza".
Ai finti smemorati bisogna ricordare che i partigiani italiani, che qualcuno vorrebbe equiparare moralmente ai collabora-zionisti fascisti, erano bollati come "terroristi" da giustiziare senza pietà e che in quell'eroico esercito di "terroristi" anti-fascisti militavano operai, contadini, soldati e intellettuali. Insomma, il fior fiore della nostra democrazia: dagli umili padri di famiglia ai padri fondatori della Repubblica, fra i quali alcuni Presidenti come Sandro Pertini e l'attuale, Carlo Azeglio Ciampi.
b) precisa che "non è vero che tutti i terroristi siano islamici così come non è vero che tutti gli islamici siano terroristi. Anche se c'è gente che su questo equivoco ha costruito la propria fortuna politica..."
Una verità ovvia che purtroppo ha bisogno di essere riaffermata. Sarebbe interessante, a questo proposito, scavare in questa confusione, artatamente creata, per scoprire quanti (e chi) ne hanno approfittato per costruirsi fortune politiche e d'altra natura.
c) ribadisce il rifiuto dell'uso della forza come inutile, poiché può "avere successo, ma non riusciranno mai a costruire nul-la...E poi anche Adolf Hitler, quando si decise di occupare la Finlandia, si giustificò affermando che era lì esclusivamente come protettore di quel popolo".
Da qui, semmai, si origina un interrogativo tremendo: chi è il nuovo Hitler? Provate a darvi una risposta.

Quando l'Italia aveva una politica estera
Insomma, un'intervista coraggiosa e sensata al tempo stesso che offre spunto e materia per riflettere ed eventualmente correggere posizioni in conflitto con i principi della legalità internazionale sanciti dalla Carta dell'Onu e per richiamare governo e forze politiche a riprendere il filo della nostra tradizionale politica estera di pace e di cooperazione con i Paesi arabi e del Mediterraneo.
Perciò, bisognerebbe ringraziare il "provocatore" Andreotti, per avere egli esternato, in un momento così opaco, un sentimento ampiamente condiviso che, purtroppo, ad altri non è consentito esplicitare pena la facile accusa di antisemitismo e/o di sostenitore del terrorismo, ecc, ecc.
Un Andreotti ritrovato, dunque, che tanto assomiglia allo sta-tista che, per un certo tempo, anch'io ho osservato "da vicino" (non conosciuto: chi può dire di conoscere davvero l'on. Andreotti?), soprattutto durante la sua presidenza della com-missione esteri della Camera dei deputati di cui ero membro.
No, non credo che quelle parole gli siano "scappate". Le avrà ben meditate e soppesate prima di pronunciarle, com'è (o dovrebbe essere) nello stile di un uomo di stato.
D'altra parte, stiamo parlando di una personalità politica poliedrica che, pur essendosi caratterizzata per un ruolo politico talvolta controverso, ha dato un importante contri-buto all'elaborazione e all'attuazione della politica estera italiana, in particolare negli ultimi decenni del secolo trascorso.
Certo, egli dovette muoversi entro ambiti geo-politici ristretti, così come imponeva la situazione internazionale vigente, tuttavia quella era una politica estera.
Era la politica estera di un Paese democratico e in crescita che, da membro attivo della Nato, riusciva a dialogare con l'Urss, così come con israeliani e palestinesi e con tutti i Paesi arabi.
Tutto ciò fu reso possibile dal fatto che quella politica traeva ispirazione, forza e autorevolezza dal larghissimo schiera-mento politico e parlamentare che la sosteneva.
Non si trattò di un episodio di mera trasversalità, ma dell'esito di una convergenza consapevole maturata in Parla-mento che, scavalcando i confini fra maggioranza e mino-ranza, assicurò all'Italia una fattiva presenza nello scenario mondiale.

Antisemitismo e diritto di critica
Fino allora, l'Italia aveva avuto le "mani legate" a causa della "guerra fredda" e del piatto allineamento agli interessi Usa che non gli consentiva di svolgere un ruolo nemmeno davanti alla porta di casa, ossia nel Mediterraneo e nel vicino Oriente.
E fu, in particolare, su questo versante che fra maggioranza e opposizione di sinistra si realizzò una sostanziale condordan-za che talvolta ci fece dimenticare di essere all'opposizione su tutto il resto.
Una condizione politica molto speciale che si avvertiva quan-do passavamo dal microclima unitario dell'auletta della com-missione esteri (al quarto piano del Palazzo di Montecitorio) all'Aula dell'assemblea dove si consumavano durissimi scon-tri sulle politiche sociali portate avanti da vari governi: Cossiga, Forlani, Spadolini, Fanfani.
Oggi, di fronte al dilettantismo subalterno del governo di centro-destra, molti, in Italia e fuori,  rimpiangono quella po-litica estera.
Almeno sotto questo profilo, va dato atto ad Andreotti di avere operato, con spirito unitario e di pace, per sviluppare il dialogo fra Stati e popoli e far regredire le minacce di guerra. Credo che a questo spirito s'informi la "provocazione" di Torino.
A proposito della quale desidero fare un'ultima notazione, sulla base della seguente domanda: cosa sarebbe successo se questa frase l'avesse pronunciata un esponente dei movimenti pacifisti e/o di sinistra?
Si sarebbero aperte le cateratte dell'intolleranza per subissare il malcapitato con fiumi d'inchiostro acido, condito con ipocrite professioni di fede filo-israeliana. 
E chissà, se qualcuno non avrebbe proposto di perseguirlo ai sensi della confusa legge sull'antiterrorismo. Non c'è da scherzare. Purtroppo, in Italia si corrono questi pericoli.
A criticare, e ancor più a condannare, l'azione del governo israeliano (oggi amico, ieri un po' meno) si rischia di subire l'attacco concentrico, e dal sapore intimidatorio, da parte di un nugolo di forze che non si sa bene quali valori abbiano in comune.
Andreotti, invece, l'ha fatto e n'è uscito indenne. Buon per lui. Evidentemente, con lui, non attaccano le facili etichette. In democrazia il diritto di critica deve poter essere esercitato da tutti, liberamente e responsabilmente.
                                                
(in "Reporter Associati" 10 marzo 2005)













IL MASSACRO ELETTORALE ISRAELIANO A GAZA

Sventurato quel popolo che si affida a leader così cinici che,  per vincere le elezioni, gareggiano a chi si mostra più spietato nel massacrare il popolo limitrofo.
Ma ancor più sventurato, disgraziato direi, è quel popolo che, per ironia della storia, si trova a vivere in contiguità del pri-mo e quindi a subire un'oppressione pluridecennale, il con-centramento obbligato nei nuovi lager della miseria e della disperazione (come sono Gaza e i tanti campi profughi pales-tinesi) e, di tanto in tanto, le ire funeste di governanti miopi che non riescono a vedere oltre la canna del fucile o, se si preferisce, del mirino di un F16.
Avrete capito che stiamo parlando degli israeliani e del popolo martire palestinese, ancora una volta vittima della democrazia bellicista d'Israele e delle sue bombe criminali che mietono vittime a centinaia fra la popolazione civile ossia bambini, madri e padri e vecchi.
Uomini e donne in carne ed ossa, come lo siamo noi che assistiamo impotenti e sgomenti alla carneficina program-mata e deliberata per esigenze di campagna elettorale.
Insomma, agli elettori israeliani non si promettono solo stra-de, servizi, pensioni, nuovi ospedali, ma anche bombe, a vo-lontà, contro i palestinesi.
Chi più ne sgancia più voti prenderà.  
E' questa la vera, terribile novità dell'attuale confronto elet-torale israeliano che si svolge fra un'accozzaglia di partiti che tirano a destra: movimenti integralisti religiosi e formazioni nate dalle ceneri del vecchio Likud.
La sinistra laburista, moderata e talvolta equivoca, è stata scientemente atrofizzata, disarticolata, liquidata dai suoi stes-si dirigenti che si sono lasciati fagocitare in cambio di qual-che poltrona.
Chi oggi tira le fila, anzi le bombe, di questa carneficina è un autorevole esponente laburista: il ministro della difesa Ehud Barak.
Gaza trasformata in “camera della morte”
La striscia di Gaza è un inferno, un lager per oltre un milione di palestinesi chiuso da tutti i lati per meglio esercitare le più brutali angherie, le persecuzioni e oggi questo ennesimo massacro.
E bravi, bravi davvero! Ci vuole un grande coraggio a massa-crare, dal cielo, vecchi, donne e bambini, famiglie intere, scuole, ospedali, case. Per capire la tragedia dei palestinesi e giudicare i comportamenti degli attori in campo, credo che non servano tanti discorsi.
Basterebbe che ciascuno s' immaginasse nei panni di un pale-stinese che, da 60 anni, vive esiliato nei campi profughi o nella striscia di Gaza oggi trasformata in una sorta di "camera della morte".
Sì, come quella che, prima della "mattanza", s'appronta nelle tonnare siciliane, dentro la quale vengono spinti e ammassati i tonni e, dopo averla chiusa per bene, affinché nessuno possa fuggire dalla "camera", comincia il massacro, la mattanza per l’appunto.
Si possono avere tutte le ragioni di questo mondo, ma quando una "democrazia" ricorre a tali metodi per attirare il consenso degli elettori, evidentemente disponibili a concederlo, vuol dire che c'è qualcosa di patologico che la consuma dall'inter-no e l'ha spinge sulla via dell'avventura guerresca.
Si apre, cioè, una prospettiva grave, inquietante, per Israele, per i popoli della regione ed in generale per l'Europa che, seppur con qualche distinguo diplomatista, continua a sostenere in modo unilaterale i governanti israeliani anche in questa sanguinosa aggressione.
Il gioco è sempre lo stesso: mettere sullo stesso piano le responsabilità di Hamas e quelle storiche, e ben più gravi, dei governi israeliani, senza mai chiarire chi sono gli occupanti e chi gli occupati, le enormi differenze tecnologiche e di difesa fra le parti in conflitto.
Si evita di far la conta dei morti, dei feriti, delle distruzioni giacché i totali sarebbero davvero imbarazzanti per Israele e per i suoi sostenitori.

Quanto dovrà durare il conflitto israelo - palestinese?
Certo, Hamas ha le sue responsabilità e nessuno vuole smi-nuirle o dimenticarle. Tanto meno noi.
Tuttavia, bisognerebbe ricordare agli smemorati che la nasci-ta di questa organizzazione islamista, oggi definita "terro-rista", è stata favorita da settori dei governi e dei servizi israe-liani per usarla in funzione anti-Arafat e poi magari liquidar-la, in un modo o nell'altro.
Un giochetto rischioso, riuscito solo in parte. Arafat, alla fine, è stato messo fuori gioco e così Israele si è scelto il "nemico" col quale trattare.
Ma Hamas c'è ancora, anzi è divenuta padrona del campo, confortata da un'ampia legittimità popolare ed elettorale.
Un po' quello che è successo fra gli Usa e Bin Laden in Afghanistan. Perciò è da irresponsabili pensare di non coin-volgerla nelle trattative riguardanti il futuro di una popola-zione che, piaccia o meno, a  maggioranza, si riconosce in Hamas.
Una posizione realistica, perfino ovvia, che mira alla pace e non a mantenere aperto il conflitto in eterno. Perciò, fa specie sentire qualche grillo parlante della maggioranza di centro-destra accusare Massimo D'Alema, che ieri ha sostenuto tale posizione in Parlamento, di flirtare con gli esponenti di Hamas. Al contrario, la posizione di D'Alema costituisce, specie in questa fase opaca della vita politica italiana e di smarrimento delle forze democratiche e di sinistra, un fatto importante ed equilibrato di sintesi politica, in sintonia con il punto di vista prevalente nell'opinione pubblica italiana e internazionale. E non perché si vuole difendere Hamas, ma perché si desidera arrivare, finalmente, alla pace tra israeliani e palestinesi!     
Agli smemorati bisognerà sempre ricordare come stanno le cose nei "Territori" che sono palestinesi e occupati non da schiere di angeli giulivi calati dal cielo, ma da poderosi eserciti israeliani che dal 1967 (da oltre 40 anni!) sono là a sfidare l'odio delle popolazioni sottomesse e le numerose risoluzioni delle Nazioni Unite che ne chiedono lo sgombero.
Quando ancora potrà durare questo tira e molla? Quali conseguenze ne potranno derivare per la stabilità della regione, del Mediterraneo e della stessa Europa?

Oltre la tregua, una pace equa, globale e duratura
Non basta la tregua, per quanto necessaria per fermare il mas-sacro. La soluzione vera, ragionevole è la pace equa, globale e duratura.
Per raggiungerla bisogna, però, parlar chiaro e non fare sconti a nessuno.
In primo luogo, devono farlo i governanti europei ed Usa i quali non possono continuare ad agire in modo unilaterale, in contrasto perfino col punto di vista prevalente nelle rispettive opinioni pubbliche le quali- è notorio- stanno dalla parte delle vittime palestinesi e non dei loro aggressori.
E' questa la verità, anche statistica, ma non si può dire perché si rischia d'incorrere nell'anatema dell'intolleranza, di essere bollati come "antisemiti". Comodo, troppo comodo ricorrere a questo epiteto per evitare di entrare nel merito.
Per quanto mi riguarda, preciso che tale eventuale accusa non mi tange. La nostra esperienza politica e parlamentare, la nostra cultura di sinistra, certamente superiore a ogni bassezza di tipo razzista, sono lì a dimostrare esattamente il contrario. Quindi, per favore, si lascino da parte gli anatemi e si vada al concreto.    

( in “Mondoarabo” del 31/12/2008)







GERUSALEMME, LA SOLITUDINE
D’ ISRAELE  


Quando il figlio disattende le decisioni del padre.
Paradossalmente, Israele è il primo Stato al mondo creato dalle Nazioni Unite ed è il primo nella graduatoria degli Stati che più disattendono le decisioni dell’Onu ossia dell’organis-mo che l'ha generato.
Non è superfluo ricordare che l’Onu, nonostante l’indeboli-mento provocato dall’unilateralismo statunitense praticato da Reagan a Bush, resta l’unica fonte, universalmente riconos-ciuta, della legalità internazionale.
Qualsiasi governo è tenuto a osservare le sue decisioni e raccomandazioni.
A maggior ragione dovrebbe osservarle Israele, uno Stato che è figlio diretto di una decisione dell’Onu.
Ma, così non è stato e non è. Soprattutto nella gestione dei suoi difficili rapporti con i popoli e gli Stati vicini (palesti-nesi, Siria, Libano, Giordania).
Negli ultimi giorni, è riemersa, con forza e preoccupazione, la questione degli insediamenti ebraici nella parte araba di Gerusalemme.
Il problema cioè di vecchie e nuove colonie di popolamento che violano lo status internazionale speciale di Gerusalemme, così come configurato dall’assemblea generale dell’Onu nel quadro della risoluzione n. 181 del 29/11/1947, anche a tutela del libero accesso ai “luoghi santi” delle tre principali religioni monoteiste (ebraica, cristiana e mussulmana).

L’occupazione, il torto più grande
Per altro, bisogna rilevare che all’epoca detta risoluzione fu accettata dai rappresentanti israeliani e respinta da vari paesi arabi.
Rifiuto politicamente inopportuno, forse affrettato, tuttavia umanamente comprensibile giacché qualunque altro popolo della Terra si sarebbe rifiutato di accettare di essere cacciato, senza colpa, dalle sue terre e dalle sue case, dove aveva vissuto per secoli e millenni, per far posto a un altro popolo sventurato e vittima non dei palestinesi, ma del razzismo fascista e nazista.
Da allora a oggi, si sono avute tre guerre disastrose, centinaia di migliaia di morti, ma nessun accordo definitivo di coesistenza pacifica.
A 63 ani da quella storica decisione, le parti si sono invertite. I palestinesi e gli arabi l’hanno accettata mentre i vari governi israeliani, chi più chi meno, l’hanno violata a più riprese, con l’obiettivo di modificare a loro favore il piano di ripartizione della Palestina e della stessa città di Gerusalemme.
Con ciò non si vuol dire che i torti, gli errori stiano tutti da una parte e le ragioni tutte dall’altra. Torti e ragioni si riscon-trano in entrambe le parti, anche se non in egual misura.
Tuttavia, il torto dell’occupante è sempre più grave e inaccet-tabile che quello commesso dall’occupato, sovente per dispe-razione.
L’occupazione di un altro popolo è per se stessa un’ingiusti-zia insopportabile, per chiunque.  
Per capire meglio la tragedia dei palestinesi, forse, bisogne-rebbe provare a mettersi nei panni di questo popolo prima cacciato dalle sue terre e case, esiliato e ghettizzato in vari paesi del Medio Oriente e poi occupato, diviso, discriminato, affamato e, di tanto in tanto, massacrato da uno degli eserciti più potenti della terra. Credo che nessuno in Occidente o altrove si sarebbe rassegnato a subire, per così lungo tempo, una siffatta umiliazione.

Riesplode la questione di Gerusalemme
Siamo di fronte una situazione pericolosamente bloccata, sempre più gravida di tensioni che rischia di esplodere da un momento all’altro. Giacché più la pace si allontana più la guerra si avvicina.
E così, fra le tante questioni irrisolte, è ritornata, drammatica e urgente, quella di Gerusalemme, del presente e del futuro di questa martoriata città che, dopo cinque mila anni di storia, fa ancora parlare di se.
Città “santa”. culla delle tre principali religioni monoteiste. Città dolente dove a brevi periodi di pace si sono alternati lunghi periodi di tensioni e di conflitti così distruttivi e san-guinosi da far dubitare, talvolta, della sua santità. Pur con tutto il rispetto dovuto ai luoghi santi e agli autentici sentimenti religiosi.
Ma lasciamo la storia e andiamo alla vicenda attuale di questa città di nuovo al centro di una dura polemica fra palestinesi e israeliani per la decisione di quest’ultimi di autorizzare la costruzione di una serie di nuove abitazioni nella zona est di pertinenza della popolazione arabo-palestinese.
Non è questa la prima violazione della partizione di Gerusa-lemme. Probabilmente, non sarà nemmeno l’ultima visto che il ministro degli esteri israeliano, Lieberman, ha annunciato la costruzione di altri 1600 appartamenti nei mesi a venire.
Com’è noto, il focoso ministro integralista con tale annuncio ha inteso dare il “benvenuto” a Biden, vicepresidente Usa, nel giorno in cui sbarcava in Israele per invitare alla prudenza i suoi dirigenti, a modificare la pericolosa rotta intrapresa.

Netanyahu è riuscito dove gli arabi non hanno potuto
Insomma, una sfida altezzosa anche nei confronti del potente e fidato alleato di sempre.
E’ altrettanto noto che tale programma è stato confermato e solennemente ribadito dal premier Netanyahu a Washington di fronte al Congresso e ai principali esponenti dell’Ammini-strazione Usa, presidente Obama compreso.
Questo viaggio resterà memorabile visto che Netanyahu è riuscito dove mai gli arabi, anche i più moderati, avevano potuto: raffreddare le relazioni politiche fra Usa e Israele e quindi accrescere il suo isolamento internazionale. 
Percezione più che evidente specie dopo l’incontro col pre-sidente Obama cui, per la prima volta, non è seguito un comunicato congiunto.
Del resto, meglio così. Altrimenti si sarebbero dovute registrare, pubblicamente e per iscritto, le gelide distanze fra amministrazione Usa e governanti israeliani a proposito degli annunciati nuovi insediamenti ebraici a Gerusalemme est.
Se ci fate caso, mai un leader israeliano s’era spinto a tanto. Strano! Poiché questa sfida azzardosa potrà determinare l’isolamento pressoché totale d’Israele nel mondo e rischia d’indebolire il sostegno degli Usa ossia dell’unica potenza sua alleata strategica.

L’auto-isolamento e la sicurezza d’Israele
Un comportamento inaudito che fa sorgere più di una per-plessità e qualche domanda.
Così procedendo la sicurezza d’Israele si rafforza o s’inde-bolisce? Che ne sarà del processo di pace con i palestinesi? E anche con la Siria, con il Libano? Se dovesse saltare il “processo di pace” cosa potrà succedere in Medio Oriente, nel Mediterraneo?
Senza dimenticare che resta aperta, drammaticamente, l’intri-cata questione nucleare iraniana che i dirigenti israeliani si riservano di risolvere unilateralmente, alla loro maniera.
Considerazioni e domande che evidenziano il pericolo di un isolamento d’Israele, anzi di un auto-isolamento, indotto dall’inedita arroganza del duo Lieberman-Netanyahu.
Insomma, il governo Netanyahu, così procedendo, non credo che stia rendendo un buon servizio alla causa della pace in quella tormentata regione e alla stessa sicurezza d’Israele.
All’interno della coalizione di destra sembra essersi attivata una dinamica concorrenziale fra estremisti religiosi e estre-misti politici a chi la spara più grossa, contro i palestinesi.
Insomma, una dinamica avventurista che, oltre a violare pesantemente i diritti delle popolazioni dei territori occupati, mortifica, vanifica gli sforzi anche di coloro che nel campo palestinese hanno gestito, un po’ prosaicamente in verità, il dopo - Arafat.
Una pericolosa impasse che fa nascere altre domande preoc-cupanti. Se Abu Mazen dovesse abbandonare o essere rimos-so chi verrà al suo posto? I governanti israeliani potranno continuare a “scegliersi” il nemico?

La “guerra fredda” è finita e Israele è lontano dal l’area del Pacifico
Forse, i dirigenti israeliani confidano troppo nella loro supe-riorità militare, convenzionale e nucleare, e poco o nulla sulla soluzione politica e diplomatica.
Speriamo di no. Tuttavia, si deve sapere che un’eventuale op-zione militarista innalzerebbe, e di molto, il livello del rischio per la pace in M.O. e nel Mediterraneo.
Scelta miope, oltre che avventurosa, che non tiene conto dei mutamenti intervenuti sul terreno degli assetti economici e commerciali e degli equilibri geo-strategici mondiali.
I governanti israeliani, forse, dimenticano che l’evoluzione del loro piccolo, bellicoso Stato è, in gran parte, frutto della “guerra fredda” (Est-ovest) che è finita da un pezzo.
Lo spostamento del baricentro degli interessi fondamentali del mondo verso l’area del Pacifico inevitabilmente farà perdere valore al ruolo strategico sin qui giocato da Israele.
Anche all’interno dello scacchiere mediorientale dove gli Usa conservano ottimi rapporti con le petro-monarchie del Golfo e, avendo liquidato Saddam Hussein e il suo regime (per altro senza il concorso d’Israele), hanno rimosso il principale ostacolo sulla via del pieno controllo delle immense risorse d’idrocarburi irachene e dell’intera regione. Tranne quelle dell’Iran. Ma questa è un’altra storia che interessa tantissimo la Cina.
Insomma, le carte e gli interessi si stanno rimescolando. E Gerusalemme è lontana, molto lontana dall’oceano Pacifico ossia dall’area dove si svolgeranno, nel bene e nel male, le nuove sfide destinate a segnare il nuovo secolo.

La popolazione di Gaza in semischiavitù
Per altro, c’è da notare che i governanti israeliani non sono, certo, i campioni dei diritti umani e della legalità interna-zionale. Quantomeno, non hanno tutte le carte in regola.
Giacché non si possono occupare militarmente, per 43 anni, territori di altri popoli, ridurre in condizioni di semischiavitù la popolazione palestinese di Gaza, massacrarla con operazio-ni sanguinose come quella famigerata denominata “piombo fuso” che ha fatto strage di circa duemila persone fra vecchi, donne e bambini.
Così come non si possono trattare con piglio obiettivamente razzistico i popoli più deboli della regione (palestinesi, liba-nesi, ecc).
Se ricordate, nel 2006, prima della brutale operazione “piombo fuso” (severamente condannata dagli inviati del-l’Onu), il governo israeliano aveva scatenato una terribile tempesta di fuoco su Beirut e sul Libano meridionale per liberare due suoi soldati fatti prigionieri da Hezbollah sull’incerta linea di confine israelo - libanese.
Una guerra-lampo (che non fece molto onore ai suoi promotori nemmeno dal punto di vista militare) che per liberare due soldati provocò enormi devastazioni e più di 1.300 vittime libanesi, in gran parte civili.
Evidentemente, per i dirigenti israeliani la libertà di due loro uomini vale più della vita di migliaia di altri uomini. Una concezione che puzza d’intolleranza, di disprezzo per la vita degli altri. Qualcosa che abbiamo già visto in altre parti del mondo e in altri tempi a danno di altri popoli e degli stessi ebrei.

Berlusconi: un’amicizia a corrente alternata
Il metodo terrorista islamista e di altra natura e coloritura è da condannare e combattere senza riserve, in Israele e altrove. Su questo non c’è dubbio. Il terrorismo comunque e da chiunque esercitato, anche quello di Stato che massacra più gente innocente, va prevenuto e rimosso dai nostri orizzonti. La politica non si può fare, davvero, con gli attentati e le bombe dal cielo. La violenza ci ripugna, tuttavia se proprio a questa si deve ricorrere allora che la guerra si faccia fra eserciti regolari e di liberazione. Poiché nemmeno una grande causa come la libertà del popolo autorizza il ricorso al metodo terrorista indiscriminato.
Anche se non tutto può essere ridotto a “terrorismo”, ma va fatta una distinzione fra chi mette le bombe nei mercati o sui bus e chi combatte con altre armi per liberare la propria terra occupata da eserciti stranieri.   
Comunque sia, c’è una grande sproporzione nelle rappresa-glie israeliane. Tutti i numeri delle carneficine lo stanno a dimostrare. Un’inquietante asimmetria che si spiega soltanto con una scarsa considerazione del valore della vita delle sue vittime di turno: palestinesi, libanesi, ecc.
Una linea di condotta disdicevole che è stata ripetutamente condannata dalla comunità internazionale e perfino da ampi settori della società israeliana i cui esponenti rischiano, ancora oggi, la discriminazione e la galera per difendere i valori umani e di pace posti a base della fondazione dello Stato d’Israele.     
E’chiaro che, di questo passo, ci si aliena la solidarietà internazionale. Al massimo si potrà ottenere qualche dichiarazione di amicizia a corrente alternata, come quella che ha fatto, recentemente, Berlusconi alla Knesset.
Purtroppo, e lo diciamo con tristezza, in questa vicenda un prezzo lo sta pagando anche l’Italia in termini d’immagine e di credibilità della sua politica estera che, fra baciamano (a Gheddafi) a Tripoli e amicizie a corrente alternata fra Gerusalemme e Ramallah, sta compromettendo la dignità di una tradizione in cambio di non si sa bene cosa.

Gerusalemme: la lunga lista delle violazioni israeliane
Questi i fatti recenti che giornali e tv hanno illustrato, anche se non si son presi la briga di spiegare  perché si è giunti a un punto così critico.
Per giustificare le nuove colonie ebraiche nella “città santa” Netanyahu ha detto in Usa, e continua a ripetere in patria, che “Gerusalemme non è una colonia, ma la capitale d’Israele”.
Una bella frase a effetto che però sorvola sull’iter doloroso, sanguinoso che ha segnato questa città negli ultimi decenni e sulle numerose decisioni di condanna assunte dall’Onu, da altri organismi intergovernativi, dallo stesso Vaticano.
Il discorso sarebbe troppo lungo, perciò ci fermiamo. Del resto, chi desidera documentarsi sulla materia può consultare la vasta documentazione prodotta dalle Nazioni Unite e da altri organismi internazionali.
Per agevolarne l’approccio, segnaliamo, di seguito, i passaggi più significativi di un documento elaborato e diffuso dall’Onu (“Le statut de Jérusalem”, New York, 1997) che ricostruisce l’exursus storico e politico della questione di Gerusalemme.   

Pag. 1: Un regime internazionale speciale per Gerusalemme
“L’Onu, che tende a dare una soluzione permanente al conflitto (arabo-israeliano n.d.r.), adotta nel 1947 un piano di spartizione della Palestina che prevede la divisione della Palestina in uno Stato arabo e uno Stato ebraico e la costituzione della città di Gerusalemme in corpus separatum sotto regime internazionale speciale, amministrata dal consiglio di tutela dell’Onu.” 

Pag. 2: La comunità internazionale considera nulla l’annessione della “Città santa” 
“Dopo la guerra del 1967, Israele s’impadronisce di Gerusalemme-est (settore arabo n.d.r.) e dei territori palestinesi e fa sparire la linea di demarcazione fra i settori est e ovest…Israele che ha già annesso Gerusalemme – est, proclama, nel 1980, “Gerusalemme intera e riunificata la capitale d’Israele”…
“Tuttavia, la pretesa israeliana su Gerusalemme non è riconosciuta dalla comunità internazionale che condanna l’acquisizione dei territori mediante la guerra e considera come nullo e non avvenuto ogni cambiamento sul terreno”.

Pag. 9: Gli arabi disposti ad accettare il regime internazionale su Gerusalemme
“La commissione di conciliazione (di cui alla risoluzione n. 194 adottata dall’Assemblea generale dell’Onu l’11 dicembre 1948) fa sapere che le delegazioni arabe erano, nell’insieme, pronte a accettare il principio di un regime internazionale per la regione di Gerusalemme a condizione che l’Onu ne garantisse la stabilità e la permanenza. Israele, dal suo lato, riconoscendo che la Commissione è legata alla risoluzione 914 dell’Assemblea generale, dichiara che non può accettare senza riserve che i Luoghi santi siano posti sotto un regime internazionale o sottomessi a un controllo internazionale.”

Pag. 11: Gerusalemme, corpus separatum
“…l’Assemblea generale (dell’Onu ndr) riafferma le disposizioni del piano di ripartizione secondo il quale Gerusalemme sarà un corpus separatum amministrato dalle Nazioni Unite, l’Assemblea invita il Consiglio di tutela a concludere la messa a punto dello Statuto di Gerusalemme…e chiede agli Stati interessati d’impegnarsi formalmente a conformarsi alle disposizioni della risoluzione…(n. 333)”

Giordania e Israele contrari all’internazionalizzazione di Gerusalemme
“Il Consiglio di tutela adotta uno Statuto dettagliato per la città di Gerusalemme nel gennaio 1950… Il consiglio fa sapere che la Giordania non è disposta a discutere alcun progetto d’internazionalizzazione. Per parte sua, Israele si oppone all’internazionalizzazione della regione, ma resta disposto a accettare il principio di una responsabilità diretta dell’Onu sui Luoghi santi…”
“Israele dichiara che lo Statuto non può essere applicato a causa della creazione dello Stato d’Israele e del fatto che la parte occidentale di Gerusalemme fa parte ormai del suo territorio..”

Pag. 12: Dayan, occupa Gerusalemme
Il generale Moshe Dayan, vincitore della guerra lampo detta dei “sei giorni” dichiara il 7 giugno 1967: “le forze armate israeliane hanno liberato Gerusalemme. Noi abbiamo riunificato questa città divisa, capitale d’Israele. Siamo rivenuti nella Città santa e non ce ne andremo più”

Pag. 13: le autorità d’occupazione sciolgono il consiglio municipale di Gerusalemme est
Secondo un rapporto di M. Thalmann, (rappresentante personale del segretario generale dell’Onu per Gerusalemme) il 29 giugno 1967 un ordine della difesa militare (israeliana ndr) ha sciolto il Consiglio municipale composto di 12 membri che assicura la gestione di Gerusalemme - est sotto l’amministrazione giordana…Il Consiglio municipale di Gerusalemme - ovest, composto da 21 membri tutti israeliani, assorbe il vecchio consiglio, il personale tecnico arabo del municipio di Gerusalemme- est viene incorporato nei servizi corrispondenti della nuova amministrazione.”

Pag. 15: la Knesset proclama Gerusalemme riunificata capitale d’Israele
Il 29 luglio 1980, malgrado l’opposizione della comunità internazionale, la Knesset (parlamento israeliano ndr) adotta la “Legge fondamentale” su Gerusalemme che proclama Gerusalemme, intera e riunificata, capitale d’Israele, sede della presidenza, della Knesset, del governo e della Corte suprema.”

Pag. 20: nuove colonie ebraiche nelle terre dei palestinesi  
“Si apprende che la gran parte dei beni palestinesi di Gerusalemme - est e dei dintorni è stata sottratta dalle autorità israeliane (mediante espropri e confische) in cinque tappe:
Gennaio 1968, circa 400 ettari nel quartiere Sheikh Jarrah dove vengono impiantate le prime colonie ebraiche per un totale di 20.000 persone;
Agosto 1970, circa 1.400 ettari in favore delle colonie di Ramat, Talpiot-est, Gilo e Neve Ya’acov dove vivono attualmente circa 101.000 ebrei;
Marzo 1980, circa 440 ettari destinati all’impianto della colonia di Pisgat Ze’ev destinata ad accogliere 50.000 ebrei;
Aprile 1991, circa 188 ettari per la realizzazione della colonia di Har Homa per un totale di 9.000 appartamenti;
Aprile 1992, circa 200 ettari sono destinati alla creazione della nuova colonia di Ramat Shu’fat per un totale di 2.100 nuovi appartamenti.


Pag. 27: il Consiglio di sicurezza dell’Onu esige il ritiro d’Israele dai territori occupati
“Nella famosa risoluzione n. 242 del 22 novembre 1967, il Consiglio di sicurezza dell’Onu… sottolinea l’inammissibilità dell’acquisizione di territori mediante la guerra e afferma che il rispetto dei principi della Carta delle Nazioni Unite esige il ritiro delle forze armate israeliane dai territori occupati e il rispetto della sovranità, dell’integrità e dell’indipendenza politica di ogni Stato della regione.”

Pag. 28: Israele non applica la Convenzione di Ginevra
“Israele non ha riconosciuto l’applicabilità della Convenzione di Ginevra ai territori occupati dopo il 1967 col pretesto che non esiste alcuna sovranità legittima su questi territori dopo la fine del mandato britannico…”

“Il Consiglio di sicurezza nel 1979 ribadisce che la quarta Convenzione di Ginevra era applicabile ai territori arabi occupati da Israele dopo il 1967, compresa Gerusalemme..-La decisione presa da Israele nel 1980 di promulgare una legge per l’annessione ufficiale di Gerusalemme est e che proclama la città unificata come capitale d’Israele è stata fermamente respinta non solo dal Consiglio di sicurezza e dall’Assemblea generale dell’Onu, ma anche da diverse organizzazioni.

Pag. 30: l’Europa riconosce il diritto dei palestinesi all’autodeterminazione
I Paesi europei hanno avanzato proposte che riconoscono il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese; essi hanno sottolineato che non accettano “alcuna iniziativa unilaterale che ha lo scopo di mutare lo statuto di Gerusalemme” e che “ ogni accordo sullo statuto della città dovrà garantire il diritto di libero accesso per tutti ai Luoghi santi
(Dichiarazione di Venezia del 13 giugno 1980 dei vertice dei Capi di stato e di governo della Cee)
   
Pag. 31: l’OLP, dichiara l’indipendenza della Palestina e riconosce lo stato d’Israele
Nel 1988, dopo la decisione della Giordania di rompere i suoi legami giuridici e amministrativi con la Cisgiordania, il Consiglio nazionale palestinese (Parlamento palestinese in esilio) ha adottato la Dichiarazione d’indipendenza e pubblicato un comunicato politico dove dichiara di accettare la risoluzione  n.181 dell’Assemblea generale dell’Onu (sulla divisione del territorio ndr) e la risoluzione n. 242 (del 1967) del Consiglio di sicurezza e proclama “la nascita dello Stato di Palestina sulla terra palestinese, con capitale Gerusalemme”

Pag. 33: il consiglio di sicurezza chiede a Israele di smantellare le colonie
“La risoluzione n. 465 del 1 marzo 1980 contiene la dichiarazione più dura che il Consiglio di sicurezza ha adottato sulla questione delle colonie di popolamento. In questa dichiarazione, il Consiglio deplora vivamente il fatto che Israele ha rigettato le sue risoluzioni precedenti e rifiutato di cooperare con la Commissione ( Onu)…
Il Consiglio qualifica la politica e le pratiche volte a impiantare nuove colonie di popolamento una “violazione flagrante” della quarta Convenzione di Ginevra e dice che sono “un grave ostacolo” all’instaurazione della pace in Medio Oriente; chiede al governo e al popolo israeliani di revocare le misure prese, di smantellare le colonie esistenti e di cessare subito ogni attività di colonizzazione. Chiede anche a tutti gli Stati di non fornire a Israele alcuna assistenza che sarà utilizzata specificamente per le colonie di popolamento dei territori occupati”.
           
PS: le vittime ci sono più care dei loro oppressori.

Ho scritto queste note né per la gloria né per un padrone, ma solo per dovere civile e morale verso la tragedia umana e politica del popolo palestinese.
L’articolo è lungo, ma nessuno è obbligato a leggerlo e/o a pubblicarlo. D’altronde, io non sono una grande firma, ma solo un osservatore solitario dei fatti del mondo.
Dietro e davanti a me non c’è nessuno. Per queste materie mi è negato l’accesso alla “carta stampata”.
Perciò, per comunicare ho creato un giornalino on line (www.infomedi.it) cui affido queste note, sperando che arrivi-no da qualche parte.
Una piccola goccia d’acqua che batte sopra un enorme blocco di granito. Anche se l’acqua possiede una misteriosa capacità di penetrazione che, a lungo andare, riesce a perforare anche il granito.
D’altra parte, il web possiede, già oggi, grandi potenzialità comunicative che sempre più si accresceranno e soprattutto consente un privilegio che altri non hanno: interloquire con i giovani i quali, alla fine, si desteranno dal torpore alienante del consumismo e chiederanno conto e ragione di tutte le ingiustizie del mondo.
Perciò, per quanto difficile sia il tempo presente, ognuno dovrebbe far sentire la propria voce. In ballo ci sono il destino, il benessere di tanti popoli, il futuro della pace nel Mediterraneo e nel mondo.
Parlare e agire, anche a costo di attirarci il facile anatema dell’antisemitismo, come qualche volta (mi) è accaduto. 
Sì, perché, da un certo tempo, in Italia e non solo, è invalsa la cattiva abitudine di bollare come “antisemita” chiunque dissenta e osi criticare certe scelte e condotte dei governanti israeliani.
Un’accusa ormai abusata, vagamente intimidatoria e, per altro, imprecisa (secondo il racconto biblico, “semiti” dovreb-bero essere anche gli arabi) che certo non aiuta la libera circolazione delle opinioni.
In ogni caso, tale accusa non mi tange perciò la respingo al mittente. Rivendico la mia, la nostra, libertà di pensiero e di critica secondo i principi della Costituzione italiana e non secondo i canoni di questa o quell’altra religione. La mia cultura e pratica di vita non sono razziste, ma solidali con tutti gli uomini e le donne del pianeta.
Se in questa dolorosa vicenda spesso mi sono spesso ritrovato dalla parte dei palestinesi e dei loro leader più prestigiosi (fra i quali l’indimenticato Yasser Arafat) non è per contrarietà preconcetta verso il  popolo israeliano, ma per solidarietà ver-so il popolo martire di Palestina ancora occupato, assediato dagli eserciti israeliani.
Insomma, le vittime ci sono più care dei loro oppressori. Capita. Come sempre mi è capitato, e con grande commo-zione, di fronte alle immagini, anche cinematografiche, della “shoah”, della terribile tragedia degli ebrei massacrati dai nazisti e dai fascisti europei.
Personalmente, mi commuovo per gli ebrei massacrati, ma anche per i palestinesi occupati e spesso bombardati dagli israeliani.
Quelli che invocano “l’antisemitismo” non hanno mai mos-trato pietà per le vittime palestinesi. Mai una parola di con-danna contro i raid e di solidarietà con le centinaia e migliaia di donne, bambini, vecchi palestinesi privati della loro terra e spesso anche della loro vita.
Qui sta la differenza!
E se tutto ciò non dovesse bastare, aggiungo che sono orgoglioso di essere figlio di un operaio siciliano che fu ristretto nei lager della Germania nazista per essersi rifiutato, dopo l’8 settembre 1943, di combattere con gli eserciti nazi-fascisti.
E per questo insignito (purtroppo alla memoria) della Medag-lia d’onore del Presidente della Repubblica italiana.

(in “SudTerrae” del 10/4/2010)


QUANDO GLI ISRAELIANI FECERO
SALTARE LA “NAVE DEL RITORNO” DEI PALESTINESI

Scudi umani per fermare la violenza israeliana
Credo che il tragico, inammissibile assalto di questa notte, in acque internazionali, delle forze speciali israeliane contro la nave della solidarietà che portava viveri e medicine alla po-polazione assediata di Gaza, sia un altro punto all’attivo dell’attuale governo di Netanyahu per giungere… al com-pleto isolamento d’Israele in M.O. e nel mondo.
Tuttavia, non è un commento che qui vorrei fare, piuttosto ricordare una precedente, analoga iniziativa organizzata, ai primi di febbraio del 1988, dall’Olp di Yasser Arafat e sostenuta da un vastissimo schieramento internazionale di forze politiche, culturali, sindacali e associazioni pacifiste: “la nave dei ritorno” dei palestinesi esiliati che doveva partire dal Pireo con destinazione il porto israeliano di Haifa.
Per una serie di oscure e drammatiche circostanze, quella nave, alla fine, non partì né dal Pireo né dal porto di Limassol (Cipro) e così fu evitata una tragedia forse più grave di quella attuale.
Ma andiamo con ordine, sulla base degli appunti presi in quelle concitate giornate.
Ad Atene convenimmo circa 1500 persone, la gran parte vec-chi rifugiati palestinesi e famiglie cacciati dalle loro case dopo la prima guerra arabo-israeliana del 1948 e dispersi nei campi profughi di Giordania, Siria, Libano ed Egitto.   
Ad accompagnarli in questa pericolosa missione, che il governo di Shamir considerava “una compagnia di assassini” da bloccare con ogni mezzo, c’erano centinaia di rappresen-tanti di partiti, sindacati, giornalisti, di associazioni umani-tarie e pacifiste di molti paesi in gran parte europei e occi-dentali.
Sapevamo che, oltre alla solidarietà, la nostra funzione su quella nave sarebbe stata anche quella di scudo umano per scoraggiare la reazione violenta degli israeliani.
La delegazione italiana era composta: dal sottoscritto (per il PCI), da Raniero La Valle (per Sin. Indipendente), La Chiara (per PSI), Nordio (Acli), Ferrucci (Ass. giuristi democratici).
C’erano anche diversi giornalisti fra i quali ricordo: F. Isman, (Messaggero) L. Tersini (Tg3), I. Gagliano (Tg2), G. Beren-son (Repubblica) e un giornalista dell’Ansa.
Con noi viaggiò anche mons. Hilarion Cappucci, da lungo tempo esiliato a Roma per imposizione del governo d’Israele al Vaticano, che- come altri profughi palestinesi- desiderava ritornare nella sua terra.  
Ci era stato assicurato che la nave (noleggiata dall’armatore Vassiliké) era pronta a salpare l’indomani (il 10 febbraio). Giunti in hotel, non disfacemmo le valigie per tenerci pronti per l’imbarco. Invece, nessuno ci convocò per la partenza. L’attesa cresceva e si propagava, tramite i media, nell’opi-nione pubblica internazionale.

E la nave partirà…
L’Olp si stava giocando una carta, certo, rischiosa, ma che poteva avere un impatto favorevole davvero eclatante. Nessuno, nel mondo, avrebbe potuto negare a questa gente il diritto al ritorno.
Tranne, gli israeliani che forse non volevano cedere il copyright acquisito con la loro “nave del ritorno”.
Alla prima conferenza-stampa (affollatissima di giornalisti e operatori tv), Bitar, rappresentante  Olp ad Atene, si diffuse sul significato dell’iniziativa, ma nulla disse sulla mancata partenza della nave. Intuimmo che c’erano difficoltà.
Ma quali? Andammo alla ricerca d’informazioni, di dettagli.
I capi palestinesi apparivano imbarazzati e nervosi e soprat-tutto muti. Dopo alcuni giorni d’inutile attesa, riuscimmo a capire qualcosa: le pressioni congiunte israeliane e Usa avevano fatto breccia sul governo greco del socialista Papandreu (papà dell’attuale premier) per bloccare l’inizia-tiva.
Con gli armatori gli israeliani furono chiari: se avessero noleggiato la nave, rischiavano di vederla affondare.
Fra le delegazioni straniere si diffuse una certa sfiducia. La pressione israeliana si fece sentire anche all’interno del nostro hotel. Soprattutto, nei confronti dei giornalisti stranieri ai quali fu imbucato, sotto la porta della camera, un ciclosti-lato anonimo fortemente dissuasivo.
Le agenzie fecero sapere che i Lloyd di Londra non intende-vano assicurare la nave eventualmente noleggiata.
Il pomeriggio del 13, lo sceicco Sayed, presidente del Con-siglio nazionale dell’Olp, annunciò alle delegazioni e alla stampa che “lunedì la nave partirà...da Cipro”.
La notizia fu accolta con un fragoroso applauso. A me ven-nero alla mente le note della celebre canzone di Endrigo.

Una telefonata nella notte a Giorgio Napolitano
I capi palestinesi altro non dissero “per evidenti motivi di sicurezza”. Assicurarono che la nave sarebbe partita da Cipro e che avrebbe impiegato 4 - 5 giorni per la traversata. Insomma, la missione era salva.
Ricominciarono le discussioni sui rischi. Si soppesarono attentamente le parole contenute nella dichiarazione della “colomba” Peres, ministro degli esteri, il quale aveva avverti-to che la nave del ritorno dei palestinesi era “un atto di ostili-tà contro lo Stato d’Israele” ossia un atto di guerra che li autorizzava a difendersi, attaccando l’imbarcazione.
Per il Primo ministro, il “falco” Shamir, la nave non avrebbe avuto scampo, l’avrebbero affondata in mare aperto.
L’indomani (14/2), i dirigenti dell’Olp ci informarono che a Larnaka era stata fatta saltare col plastico un’auto con dentro cinque uomini dei servizi palestinesi di “Forza 17”.
Era il biglietto da visita degli israeliani.
Ci dissero che, nonostante tutto ciò, presto saremmo partiti per Cipro a bordo di due aerei presi a nolo. Insomma, la minaccia israeliana cominciava a prendere corpo, tragica-mente.
Sale la tensione anche nella delegazione italiana che decide d’inviare, tramite il nostro ambasciatore ad Atene, Marco Pisa, un telegramma al Presidente della Repubblica, al presidente del Consiglio Goria e al ministro degli esteri Andreotti per chiedere passi adeguati nei confronti di Shultz, segretario di stato Usa, che l’indomani avrebbero incontrato a Roma.
Nella notte, telefono a Giorgio Napolitano, responsabile del settore esteri del Pci, per informarlo della situazione e chie-dere consiglio. Si mostra preoccupato e vuol sapere delle presenze dei rappresentanti d'altri partiti progressisti europei. Rispondo che non erano tante, qualcuno era già rientrato.
Sul che fare non sa dirmi, avrebbe voluto consultare altri dirigenti del partito.
Ci saremmo risentiti domani, ma- come vedremo - non sarà più necessario poiché la situazione sarebbe precipitata da lì a poco.
L’indomani, infatti, intorno alle 11,00, scendemmo con le valigie nella hall, pronti a partire, in aereo, alla volta di Larnaka. Già un nutrito gruppo di rifugiati palestinesi ci aveva preceduto.
L’attesa si faceva snervante, i bus non arrivavano. Tememmo nuovi rinvii. I dirigenti dell’Olp c’invitarono a partecipare a un’improvvisata conferenza stampa.
Abu Sharif, il portavoce dell’Olp, annunciò che la “nave del ritorno”, ancorata nel porto di Limassol, era stata fatta saltare in aria dagli israeliani qualche ora prima.
La nave non era stata noleggiata, ma addirittura acquistata dall’Olp con l’aiuto dei sauditi.
Fu a questo punto che ci convincemmo che la missione era decorosamente fallita e decidemmo di prendere il primo aereo per Roma.
(in “Agoravox” 1/6/ 2010)

L’ITALIA RICONOSCA LO STATO PALESTINESE


1.. Mentre ri-esplodono gli scandali delle frequentazioni not-turne e diurne di Silvio Berlusconi, permettetemi di ricordare che il suo governo si è assunto la grave responsabilità di vota-re contro la richiesta, avanzata all’Onu da Abu Mazen, per il riconoscimento pieno dello Stato del popolo martire di
Palestina entro i territori del 1967.
Chiariamo, per chi si attarda a capire, che tali “territori” sono da intendere come palestinesi a tutti gli effetti anche in base alla ripartizione decisa dall’Onu nel 1947 e confermati dalla risoluzione n. 242/1967 del CdS che chiedeva l’immediato sgombero delle forze d’occupazione israeliane.
Purtroppo, in Italia, questo grande problema rischia di passa-re sotto silenzio, come tanti altri urgenti, sociali e politici, affogati nella brodaglia dello scandalismo suscitato e alimen-tato dai discutibili stili di vita del presidente del Consiglio.
Insomma, il “no” detto da Berlusconi ai palestinesi credo sia molto più importante e grave di quello che egli avrebbe rice-vuto da Emanuela Arcuri.
Perciò, parliamone e soprattutto agiscano i responsabili politici e parlamentari per evitare questo nuovo errore che sbilancia, pesantemente, la posizione dell’Italia a favore della parte occupante.
Al ministro Frattini che considera un errore la richiesta dei rappresentanti dell’Autorità nazionale palestinese del rico-noscimento del loro Paese quale 194° membro della Nazioni Unite, bisogna dire che il “vero errore” è quello commesso dal governo italiano che nega tale riconoscimento, senza portare motivazioni convincenti. 
Il governo, infatti, non può rifiutare, in nome del popolo italiano, una richiesta legittima e dolorosamente motivata da 63 anni (sì, sessantatre anni, avete letto bene!) di spoliazioni di beni, espulsioni, diaspore, massacri, occupazioni militari, distruzioni di abitazioni, repressione, incarceramenti, sfrut-tamento della forza lavoro, miseria, privazioni di ogni sorta e persino tentativi di distruzione della identità culturale ed etnica.

2.. Esagerazioni? Faziosità? Per una verifica di tali afferma-zioni, rimando agli scritti di diversi pacifisti israeliani che le documentano.
Per tutti cito “Sacred Landscape” opera di Meron Benvenisti, esponente israeliano della prima ora, a lungo amministratore di Gerusalemme, ampiamente richiamato da Riccardo Cristi-ano nel suo  “La speranza svanita” (Editori Riuniti, 2002).
In questo testo, scritto non da un arabo facinoroso, fazioso, ma da uno “dei più grandi figli d’Israele”, troverete quello che mai nessun giornalista e commentatore occidentale ha detto sui metodi adottati dagli israeliani per cacciare dai loro villaggi, dalle loro terre gli arabi palestinesi e privarli di ogni diritto.
Dopo è venuto il “terrorismo” palestinese, che personalmente condanno, ossia la risposta disperata di alcuni gruppi al per-manere dell’occupazione israeliana.
Per altro, non bisognerebbe dimenticare che in Palestina il terrorismo l'hanno introdotto e, sanguinosamente sperimen-tato, le bande armate di Begin (che diventerà primo ministro d’Israele) ai danni degli arabi e delle forze di garanzia inglesi che esercitavano il mandato internazionale.

3.. Ho accennato a questi gravissimi precedenti solo per ricor-dare a certi “benpensanti”, che enfatizzano i “limiti” dell’Au-torità palestinese, com'è  nato e si è affermato lo Stato d’Is-raele che,  nel prosieguo, ha realizzato anche tanti fatti posi-tivi;  quanto è stato lungo il “calvario” del popolo palestinese al quale, dopo 63 anni, non si può chiedere di aspettare anco-ra, magari altri 40, per vedere riconosciuto il diritto ad avere uno Stato.
Tale, iniquo trattamento è stato applicato soltanto ai danni dei palestinesi.
Mentre, cioè, l’intero terzo mondo si liberava dal giogo coloniale, nascevano nuovi Stati (l’ultimo, il Sud Sudan, è nato un mese fa) e confederazioni di stati, soltanto il popolo palestinese è rimasto senza Stato. Perché? Che cosa ha fatto di male?
In realtà, i palestinesi il male lo hanno subito, nell’indifferen-za generale del mondo; hanno perfino rischiato di essere can-cellati dalla faccia della terra, di perdere la loro dignità di popolo che solo grazie all’opera di Yasser Arafat e dell’Olp è stata salvaguardata e rilanciata come una “questione” prima-ria della politica internazionale.
Se tutto ciò è vero, ognuno si chiede: perché questo popolo al quale è stata sottratta metà della sua terra sulla quale viveva da millenni per insediarvi lo stato d’Israele, che da oltre 40 è sotto occupazione militare israeliana, non debba avere il diritto a creare uno Stato nei territori assegnati dall’Onu?
Domanda semplice e al contempo tremenda, ineludibile, alla quale l’Italia, l’Europa e il mondo intero sono chiamati a rispondere il 22 settembre a New York.

4.. Votare "no" vuol dire negare ai palestinesi, solo a loro nel mondo, il sacrosanto diritto alla libertà e alla sovranità statua-le. Di fronte a questo diritto, non reggono gli speciosi argomenti per aggirarlo e tanto meno le minacce di taluni esponenti israeliani che dimenticano che Israele è uno Stato creato dall’Onu per un risarcimento da altri dovuto, che ovviamente ha diritto di esistere e di vivere in pace con i suoi vicini, ma non di occuparli.
Quanto è difficile fare capire le ragioni dei deboli! Soprattutto, a certi esponenti politici e analisti, che, spesso, sbagliano l’analisi come l’ultima sulla “primavera araba” che per cacciare il tiranno ha aperto, magari senza volerlo, la por-ta del dragone.
Forse, per capirle servirebbero più spirito di comprensione e anche uno sforzo d’immaginazione: in questo caso, provando a mettersi nei panni dei palestinesi.
Non può esserci confronto fra chi oggi è vittima di un’occu-pazione e chi paventa di poterlo diventare domani.
Perciò, spiace che gli Stati Uniti di Obama, invece di dare corso alle speranze che egli stesso aveva acceso anche riguardo alla questione palestinese, continuano a minacciare incomprensibili veti.
L’Italia e l’Europa sono altra cosa; non possono consentire il perdurare di questa grave ingiustizia. Il "no" risulterebbe incomprensibile a tutti i Paesi della Lega araba.
E pregiudicherebbe le possibilità di una ripresa, su basi di equità e di solidarietà (non con la petropolitica e con i bombardamenti della Nato, per intenderci), delle relazioni euro arabe che costituiscono il baricentro, il punto di snodo della prospettiva di pace e di progresso nel Mediterraneo, nel Medio Oriente, in Africa e in Europa. 

5.. Infine. Il voto contrario dell’Italia andrebbe contro il sen-timento della maggioranza degli italiani che, da sempre, hanno perorato i diritti d’Israele e quelli (purtroppo disattesi) del popolo palestinese: due Stati per due popoli che potreb-bero convivere in pace e in cooperazione.
Su questa scia è andata avanti, anche se pavidamente, la politica estera del nostro Paese.
Oggi una piccola, ibrida minoranza di deputati chiede al go-verno di votare "no", nel 1982 presentammo al governo una richiesta unitaria, sottoscritta dalla stragrande maggioranza dei  deputati (450, fra i quali i tre segretari di Dc, Pci, Psi: Zaccagnini, Berlinguer e Craxi ossia i rappresentanti di circa il 90% dell’elettorato italiano), con la quale si chiedeva il riconoscimento dei diritti nazionali del popolo palestinese.
La mozione fu approvata dalla Camera, ma il governo, allora presieduto dal troppo filo atlantico Spadolini, non volle dare seguito alla decisione parlamentare.
Non so se si possa fare un confronto fra la maggioranza parlamentare di allora e la minoranza attuale.
So di sicuro che il no annunciato dal governo Berlusconi è il vero errore che bisognerebbe evitare.
                                         
(in “Città Futura” 16/9/2011)



 Capitolo quarto

GUERRA ALLA LIBIA






http://1.bp.blogspot.com/-zPquFvUb690/TdGEPjTbzaI/AAAAAAAAA40/zLbIB88mArw/s1600/G8%2BL%2BAquila%2BSummit%2B2009%2BGheddafi%2BBerlusconi%2BObama%2BMedvedev%2BSarkozy.jpg
Al G8 de L’Aquila (2009), Gheddafi fra gli “amici” che, mesi dopo, ne decreteranno la fine. (da Google)









SI PUO' ANCORA TRATTARE COL REGIME LIBICO?

Un accordo costoso e pasticciato fra Italia e Libia
L'accordo sottoscritto fra Berlusconi e Gheddafi per il risarcimento dei gravissimi danni inflitti al popolo libico dal colonialismo italiano (specie durante la spietata repressione d'epoca fascista) più che consensi ha suscitato perplessità e strascichi polemici.
Soprattutto, a proposito dei suoi contenuti un po’ pasticciati e dei costi molto più elevati del previsto.
Tuttavia, il dato più grave, che nessuno ha evidenziato, è  che la Libia è nelle mani di una leadership che si è autoaccusata degli attentati terroristici contro due aerei civili, nei quali perirono diverse centinaia di persone innocenti.
Ma andiamo con ordine. Cominciamo dai cinque miliardi di euro (in 20 anni) accordati alla Libia. Sono molti, sono pochi, sono una cifra equa?
Di fronte alla gravità dell'eccidio, nessuna somma può essere considerata risarcitoria, proporzionata. Nessun ragioniere al mondo potrà mai quantificare il valore di una vita umana. Figurarsi l'entità venale di un eccidio del quale poco si è parlato e scritto nel nostro Paese.
Fino al punto d'impedire, in tempi di Repubblica antifascista, la circolazione nelle sale italiane del film libico "Il leone del deserto" che tratta di alcuni episodi della resistenza libica, con al centro l'eroica figura di Omar Muktar che Graziani fece impiccare alla veneranda età di quasi 80 anni.
In questo caso stiamo parlando di un accordo diplomatico fra Stati e non possiamo, certo, pretendere una contabilità al centesimo. Sono le parti a stabilirne la congruità secondo logiche e criteri, talvolta, inconfessabili e sempre secondo la "ragion di Stato" che è ben altra cosa rispetto alla "ragion dei popoli". C'era chi dalla firma di quest' accordo si attendeva l'immediato blocco delle partenze dalle coste libiche dei barconi adibiti al vergognoso traffico di esseri umani. Registriamo, al momento, che le carrette del mare continuano a partire dalla Libia e ad arrivare, come il solito, a Lampe-dusa e in altre località costiere siciliane e meridionali. 
Si tratta di aspetti complessi di un rapporto difficile, altalenante fra i due Paesi che si auspica siano chiariti ed affrontati in sede di ratifica parlamentare.

Un lungo negoziato in cui le parti hanno giocato al rinvio
Semmai vi sono altri problemi, prevalentemente politici, che governo e partiti  dovrebbero chiarire.
A cominciare dal grave ritardo col quale si è pervenuti all'accordo. Certo, vi sono state difficoltà negoziali, tuttavia la storia di questa pluridecennale trattativa ci dice che d'ambo le parti si è giocato al rinvio.
Anche perché il negoziato è stato usato in modo improprio, come carta vincente in un gioco un po' cinico nel quale, per mezzo secolo, si sono intrecciati i destini del regime libico con i più concreti interessi italiani d'industrie di stato e di esportatori al seguito.
Il capitolo delle relazioni fra l'Italia e la Jamahjriya (Libia) del colonnello Gheddafi, anche durante l'embargo, è in gran parte da scrivere. Comunque siano andate le cose, un fatto è certo: la vituperata "prima Repubblica" riuscì a maturare sulla questione libica, come in generale su quelle araba e mediterranea, un orientamento ampiamente condiviso, ben oltre i confini delle maggioranze parlamentari. La politica estera italiana aveva, almeno verso questo scacchiere, un orientamento. Oggi, invece, appare disorientata, tentennante e perciò si affida all'affarismo spicciolo e alle pacche sulle spalle. Nel caso specifico della Libia, quella politica estera riuscì a tutelare i legittimi interessi nazionali e a mantenere aperto un canale di dialogo con un regime messo alla gogna.
Strano, però! Fino a quando Gheddafi si è dichiarato estraneo alle pesanti accuse di terrorismo, fu mantenuto un durissimo embargo contro la Jamahjriya, quando (nel 2003) si è dichiarato colpevole l'embargo è stato revocato. Come se la dichiarazione di colpevolezza fosse la chiave per aprire le porte di un club esclusivo.
Viene da chiedersi: come mai ora che, finalmente, si è trovato un terrorista reo confesso invece d'isolarlo si fa la fila per incontrarlo, per contrattare affari miliardari?

La corsa per il controllo delle riserve libiche d'idrocarburi
Una bizzarria etica e anche politica poiché contrasta con l'im-perativo categorico della lotta al "terrorismo internazionale" divenuta la bandiera dell'amministrazione Bush e di tanti go-verni europei, fra cui il nostro.
E' chiaro che tale comportamento si spiega con l'esigenza di assicurarsi i rifornimenti di petrolio e di gas e le lucrose commesse generate dalla parte libica. Così com'è evidente il gioco delle grandi potenze (dalla Russia agli Usa, dalla Francia all'Italia) per accaparrarsi addirittura le enormi riserve libiche d'idrocarburi e la loro commercializzazione.
Perciò la coerenza politica, l'etica vanno a farsi benedire e tutti corrono alla fiera di Tripoli.
A queste priorità sono state piegate i ruoli dei governi e della stessa diplomazia che, ormai, sembrano prendere ordini direttamente dalle multinazionali e dai potentati finanziari.
Dentro questo scenario diventano possibili, e accettabili, le più incredibili acrobazie.
L'ultima, la più clamorosa è la contraddizione - prima rilevata- che non impedisce alla "comunità internazionale" di aprire al regime del colonnello Gheddafi dopo che ha ammesso le sue terribili responsabilità e risarcito le famiglie delle vittime.
Più che a una svolta politica siamo di fronte ad un clamoroso controsenso, giacché l'ammissione della colpa non ne annulla la gravità. Non siamo nel confessionale!




E' stata detta tutta la verità?
Ma questa confessione ha ristabilito la verità? Nessuno può dirlo. Per il momento, dobbiamo accontentarci di queste verità contrattate, mercificate, monetizzate. Tanto a dollari.
Salvo che non venga pubblicamente esplicitato ciò che si sussurra sottobanco o si lascia immaginare: ossia la voce che il regime libico sia stato obbligato ad autoaccusarsi. Da chi? Per che cosa?
Anche questo è possibile. Perciò i dirigenti libici hanno il dovere di parlare chiaro, d'informare l'opinione pubblica internazionale e soprattutto coloro che, in buonafede e in assenza di prove convincenti, hanno considerato ingiusto l'embargo, a suo tempo decretato, contro il popolo libico.
Fra i tanti, modestamente anch'io che, come membro delle commissioni Esteri e Difesa della Camera dei deputati, ho lavorato, con colleghi di diverso orientamento politico, per mitigare gli effetti di un embargo che pareva studiato più per colpire le buone relazioni commerciali italo - libiche che il regime di Gheddafi.
Il chiarimento è necessario anche per evitare che la nostra buonafede sia scambiata per qualcos'altro. Confesso che le ammissioni di colpevolezza degli esponenti libici hanno suscitato in me amarezza, delusione, oltre che la più decisa condanna. Mi sento ingannato!
Certo, il mio stato d'animo conta poco o nulla, tuttavia un'ul-tima considerazione desidero farla.
Nella vita tutti possiamo sbagliare. Ma se noi, ignari della verità, abbiamo sbagliato per eccesso di garantismo, i nuovi amici del colonnello stanno sbagliando, consapevolmente, per eccesso di affarismo.
(in “Aprileonline” del 15/9/2008)
        






 PETROLIO E DITTATURE

Il potere petrolifero soffoca la democrazia
Esiste una relazione di causa ed effetto fra petrolio e dittatura?
Esiste, e da sempre, in tutti i Paesi grandi esportatori d’idrocarburi. Ora, la crisi libica e più in generale le rivolte arabe la stanno facendo emergere con maggiore nettezza. Come un problema prioritario e urgente che richiede la necessità di una riflessione sulle condizioni di vita, sui diritti umani e di libertà nei principali paesi esportatori di petrolio.
Dall’esistenza di tale nefasta relazione discendono altre domande inquietanti e ineludibili: perché fra petrolio e democrazia c’è antitesi? in che misura il potere “petrolifero”, locale e internazionale, condiziona l’economia, la politica, la finanza mondiali?
Da questi, e altri, interrogativi insoluti derivano una sfilza di problemi pratici per la vita di centinaia di milioni di uomini e donne che solo gli ipocriti e le penne servili fingono di non vedere.
Per “petrolio” s’intende, soprattutto, il potere derivato dalla sua gestione politica e finanziaria, dalla ricerca (permessi) all’estrazione, dall’esportazione ai consumi finali, dagli incassi locali alla speculazione internazionale.
Una gestione quasi sempre dispotica, garantita da regimi autoritari, assolutistici che fanno del petrolio la loro princi-pale merce di scambio con l’Occidente (ora anche con la Cina e l’India) e della rendita petrolifera la fonte di arric-chimenti scandalosi e di un potere assoluto e arbitrario.
Per mantenere un simile “status quo” la dittatura si rende necessaria, magari accompagnata da un paternalismo cor-ruttore che elargisce prebende e tangenti tutt’intorno.  
Come si può ben vedere nella sottostante tabella (n.1), tali processi non riguardano solo la Libia, ma la gran parte dei Paesi esportatori, arabi e no.
La Libia di Gheddafi fa parte dell’ingranaggio, ma non è sola in questo panorama desolante composto di Paesi dove la democrazia, il pluralismo o non esistono o sono solamente di facciata. Anche nell’Iraq del dopo- Saddam, grande espor-tatore di petrolio e importatore di democrazia.
Tab.1
REGIMI POLITICI VIGENTI NEI PRIMI 10 PAESI OPEC (2011)
ARABIA SAUDITA

Indipendente dal 1932- Monarchia assoluta della tribù dei Saud. Non esistono la Costituzione né un Parlamento eletto
IRAN

Dal 1979, Repubblica islamica (teocratica) di tendenza sciita- Esiste il Parlamento. Le ultime elezioni politiche sono state contestate per brogli
EMIRATI ARABI
UNITI
Federazione di 7 emirati. Nel 2009, il consiglio degli emiri ha rieletto  all’unanimità presidente l’emiro Khalifa bin Zayid

NIGERIA
Ind. dal 1960- Repubblica pluriconfessionale. Nel 2007, il partito del presidente ha ottenuto l’85% dei voti. Nelle province del nord vige la legge islamica. Frequenti i massacri fra islamici e cristiani.
KUWAIT

Ind. dal 1961- Emirato da sempre governato dalla famiglia Al- Sabah.
ANGOLA

Ind. dal 1975- Repubblica popolare- dal 1979, presidente José Eduardo Dos Santos. Durissime guerre fra fazioni politiche e tribali.
ALGERIA

Ind. dal 1961- Repubblica popolare basata sul diritto islamico e francese- dal 1999 è presidente Abdelaziz Bouteflika, esponente del FLN.
LIBIA

Ind. dal 1951- fino al 1969 monarchia senussita- Dal 1969 Jamahiriya guidata dal colonnello Muammar Gheddafi.
VENEZUELA

Ind. dal 1811- Repubblica bolivariana- Presidente dal 1999 il colonnello Hugo Chavez.

IRAQ
Dal 1958 Repubblica. Nel 2003, occupazione militare occidentale, guidata dagli USA, ancora presente a ranghi ridotti. Governo di “unità nazionale” parziale (solo sciiti e kurdi)- Costituzione nel 2005, Parlamento eletto nel 2010.
(fonte: nostra ricostruzione su dati CIA- Central Intelligence Agency)

Quasi che fra petrolio e democrazia ci fosse uno iato, un’incompatibilità, evidentemente procurata. 
A parte la differenza di denominazione (petro- monarchie e “repubbliche ereditarie”), questi Paesi si dividono fra quelli che passivamente onorano i lauti patti, purché ci sia regolarità all’incasso, e alcuni che di tanto in tanto fanno la voce grossa. A questi ultimi può capitare, com’è capitato più volte nella storia del petrolio, di essere risucchiati nel vortice del gioco fra le potenze, dei riequilibri del mercato e pertanto di entrare nel tritacarne della destabilizzazione, della guerra. Gli esempi non mancano: Iran (1952), Algeria, Iraq, e oggi, forse, la Libia; domani chissà se non di nuovo l’Iran, fino al Venezuela.

Tab. 2 ENTRATE E RISERVE PETROLIFERE PRIMI 10 PAESI OPEC ESPORTATORI (2010) (valori in US $)

     Paese

Entrate Annue
(mld US $)
Entrate capita      (US $)
PIL capita (US $)
Riserve stimate  %  Mondo     
ARABIA Saudita
          184
      6.298
      23.742
  19,58
IRAN
            64
         959               
      11.024
  11,10
EAU
            61
    12.191
      36.973
    7,25
NIGERIA
            60
         415
        2.398
    2,69
KUWAIT
            52
    18.795
      38.293
    8,71
ANGOLA
            50
      3.824
        6.412
    0,67
ALGERIA
            50
      1.449
        7.103
    0,90
IRAQ
            43

      1.305

        n.d.

    9,10
LIBIA
            39
      6.124
      14.878
   3,24
VENEZUELA
            37
      1.358    
      11.889        .
  15,65   

        

       

(Fonte: nostra elaborazione su dati EIA, US Energy Information Administration)

Un più equo rapporto con i Paesi petroliferi
In Occidente, in Italia, grande importatrice d’idrocarburi, la percezione delle realtà di questi Paesi è duplice o meglio inficiata da un senso d' ipocrita doppiezza.
Da un lato le opinioni pubbliche, molto influenzate dai media, che s’indignano per gli aspetti immorali e dittatoriali dei regimi e dall’altro lato la società politica e, soprattutto, quella degli affari  che vanno diritte al sodo pur di garantirsi nuove forniture e quote di mercato sempre più appetibili.
Una doppia morale, dunque, un gioco di specchi concavi e convessi che dilatano o rimpiccioliscono le responsabilità diverse, ma in buona sostanza condivise. E’ inutile fingere! Tutti sappiamo che solo grazie a questi contratti, sottoscritti fra grandi multinazionali e longevi dittatori, possiamo assi-curarci enormi quantitativi di petrolio a copertura del nostro crescente fabbisogno energetico.
Cinismo politico, corruzione, affarismo? Certo. Tuttavia, le grandi multinazionali dell’energia ci ricordano che al “momento” non esiste un’altra via praticabile per assicurarsi un approvvigionamento sicuro, costante e a prezzi sostenibili.
In linea teorica, ci sarebbero altre vie per un diverso rapporto di scambio con i paesi petroliferi, ma nessuno, fino ad oggi, le ha voluto percorrere. Questo è il nodo stringente che sof-foca la democrazia in tanti Paesi e che nessuno ha interesse di sciogliere. Almeno fino a quando gli idrocarburi costitui-ranno la base principale della nostra produzione energetica.

L’opinione pubblica fra indignazione e rassegnazione
A parte gli annunci, poco si sta facendo per ridurre la forte dipendenza dal petrolio. Sia sul versante del risparmio energetico, sia su quello delle energie pulite e rinnovabili.
Insomma, vogliamo, come si suole dire, “la botte piena e la moglie ubriaca” ossia il massimo possibile di benessere e, al contempo, il diritto d’indignarci quando accade qualcosa “d’incivile” nei Paesi nostri fornitori. Pura ipocrisia!
Accecati dalla nostra spocchia euro centrista, fingiamo di non vedere il nesso di causa ed effetto esistente fra petrolio e dittature; il ruolo decisivo giocato da questi despoti, corrotti e sanguinari quanto si vuole, che, però, continuano a soddisfare le nostre necessità.
Grazie a queste politiche, alle nostre disattenzioni è cresciuto, a dismisura, un potere petro-finanziario che condiziona le sorti politiche ed economiche del Pianeta. E guai a chi osi disturbare il manovratore! Chi ci ha provato ci ha rimesso la carriera e talvolta anche la vita.
Le vie del petrolio sono molto scivolose e infide. Molti vi so-no caduti. Anche in Italia vi potrebbero essere state vittime illustri: da Enrico Mattei, primo presidente dell’Eni, a Pier Paolo Pasolini, autore di “Petrolio”, come parrebbe dagli in-dizi acquisiti dalle nuove inchieste sulle loro morti violente.

Qualità della vita: un privilegio solo per i Paesi consumatori
Questo mio scritto non vuol essere un saggio sistemico o un’analisi dotta dei fattori…Bla, bla, bla.
Questo compito lo lascio volentieri ai competenti, agli studiosi ben retribuiti dai committenti e sempre ben ospitati dalle più prestigiose testate giornalistiche e televisive.
A me interessa soltanto tentare un approccio del problema-petrolio diverso rispetto ai modelli tradizionali, tentare un ragionamento di tipo introspettivo che, forse, ciascuno dovrebbe fare prima d’indignarsi per le nefandezze compiute da altri nei paesi dai quali provengono le nostre importazioni d’idrocarburi.
Poiché, a ben pensarci, il problema nasce da noi, dalle nostre esigenze, legittime ma esorbitanti.
Per rendersene conto non sono necessari studi complessi: basterebbe rifletterci sopra, la mattina, davanti allo specchio.
Quanto energia consumiamo, sprechiamo. Tutto deve essere elettrico: il rasoio, lo spazzolino, l’asciugacapelli, lo scalda-bagno, la casa riscaldata o refrigerata secondo la stagione, una o più automobili in garage, ecc.
La chiamano “qualità della vita”. In realtà, è un privilegio riservato solo a  una buona parte delle società occidentali.
Paradossalmente, da tale privilegio restano esclusi la gran parte degli abitanti dei Paesi nostri fornitori d’idrocarburi, dove la qualità della vita è vicina allo zero. Come se un coltivatore d’agrumi vietasse ai suoi figli di mangiare un’arancia del suo giardino perché la deve vendere al mercante straniero. Incredibile, assurdo?
In realtà, così è fra le masse diseredate del mondo arabo e africano. Così è stato anche in Italia, in Sicilia, non molto tempo fa. Ricordo che, da bambino, un giorno, mi toccò ascoltare, fremente di rabbia, il figlio del capo dell’ufficio postale tessere le lodi delle carni, tenere e squisite, del nostro unico capretto, col quale giocavo spesso e volentieri, che mio padre aveva venduto al signor direttore.

Si allarga la forbice fra consumi e produzione
Nel 2009, le più grandi potenze economiche e commerciali del Pianeta (Usa, UE, Cina, India, Brasile) hanno consumato 43,3 milioni di barili il giorno(mb/g) di petrolio contro una produzione propria complessiva di 18,5 mb/g. Con un saldo negativo, fra produzioni e consumi, di circa 25 milioni di b/g.
Tab. 3
 PRINCIPALI PAESI PRODUTTORI E CONSUMATORI DI PETROLIO (Anno 2009) (valori in milioni di b/a)
                   
Produttori
      M b/g
di cui export
Consumatori
M b/g
RUSSIA
        10,1
        5,4
USA
       18,6
ARABIA Saudita
          9,7
        8,7
UE
       13,6
USA
          9,0
        1,7
CINA
         8,2
IRAN
          4,1
        2,4
GIAPPONE
         4,3
CINA
          3,9
        0,3
INDIA
         2,9
CANADA
          3,2
        n.d.
RUSSIA
         2,7
MESSICO
          3,0
        1,2
BRASILE
         2,4
EAU
          2,7
        2,7
ARABIA Saudita
         2,4
BRASILE
          2,5
        n.d.
COREA Sud
         2,1
KUWAIT
          2,4
        2,3
CANADA
         2,1
VENEZUELA
          2,4
        2,1


IRAQ
ALGERIA
LIBIA
NIGERIA
          2,3
          2,1
          1,7
          2,1
        1,9
        1,8
        1,5
        n.d.


( Fonte: nostra elaborazione su dati Cia, US Central Intelligency Agency)     

Un mare di petrolio che deve, comunque, arrivare nei nostri impianti, pena un’incontrollata impennata dei prezzi e il rallentamento drastico dell’economia.
Senza questi volumi importati, infatti, l’economia, la vita dei nostri Paesi si fermerebbero o, comunque, dovrebbero subire una pesante caduta di ritmo e del livello della qualità di vita.
Figurarsi se i nostri figli e nipoti accetterebbero una regres-sione così repentina che ci riporterebbe ai tempi dell’econo-mia rurale primitiva: roba non di tremila anni fa, ma realtà esistita, almeno dalle mie parti, fino agli anni ’50 del secolo scorso.
Ogni tanto lo ricordo, ma quasi nessuno mi crede. Ci riprovo. A quei tempi, nel mio paese, non avevamo il gas né altri combustibili. Per accendere il lume si usava il “grassolio”, un sottoprodotto del petrolio, o l’olio d’oliva.
Non avendo legna e tanto meno gas, per alimentare il fuoco delle cucine si andava a cercare nei campi le “merdavuse” ossia le feci essiccate di bovini e equini che erano dei combustibili preziosi, ad elevato contenuto calorico.
La cerca non era free, ma si poteva fare solo previa autorizza-zione dei proprietari terrieri. Sì, perché, allora, in Sicilia, i “terratenientes” esercitavano il loro dominio anche sulla…  merda animale.    

Cresce il fabbisogno, calano le risorse proprie
Per la gran massa dei poveri, braccianti e manovali, erano quelli tempi tristissimi.
La loro condizione è migliorata con l’arrivo delle prime rimesse degli emigrati e degli idrocarburi, sotto forma di gas in bombole e benzine.
Nonostante il grande balzo in avanti, il mio non vuol essere un elogio del petrolio il cui uso eccessivo tanti guasti ha pro-vocato all’equilibrio ambientale e alla salute umana, ma solo una constatazione oggettiva della sua necessità, speriamo momentanea.
Comunque sia, il petrolio non è il combustibile del futuro. Sia a causa dei suoi effetti devastanti sull’ecosistema (e sulla democrazia) sia a causa del suo prevedibile esaurimento.
Le stime non concordano: vanno dal mezzo secolo al secolo intero. Questo sembra essere il tempo concesso all’umanità per affrancarsi da questa dipendenza.
Anche se le tragiche notizie delle esplosioni della centrale nucleare che giungono dal Giappone devastato dal terribile sisma ci dicono che non sarà agevole la fuoriuscita dagli idrocarburi. Vedremo. Intanto un fatto è certo: per molti anni ancora, l’Occidente dovrà continuare a barcamenarsi tra un fabbi-sogno crescente di petrolio e un calo progressivo delle risorse proprie disponibili.
Tab. 4
RISERVE PETROLIFERE STIMATE PRINCIPALI PAESI CONSUMATORI- (anno 2010)  Quota % mondo
--------------------------------------------------------------------------
USA                  1,58
CINA                1,19
BRASILE          0,94  
INDIA               0,42
EU 0                  0,42
TOTALE     4, 55
(fonte: EIA, US Energy Information Administration)

Il ruolo del petrolio libico
Nasce da qui la corsa verso i paesi detentori delle riserve più rilevanti per accaparrarsi  permessi di ricerca, nuovi contratti pluri miliardari e stock importanti di petrolio e di gas.
Basta scorrere la lista dei primi dieci Paesi OPEC esportatori di petrolio (Tab. 2) per accorgersi dell’importanza strategica, vitale direi, che le riserve (accertate e/o stimate) di questi Paesi hanno per l’approvvigionamento futuro del mercato mondiale. Abbiamo già notato che le cinque superpotenze commerciali accu-sano un deficit di 25 milioni di b/g.
E, fatto ancor più grave, anche per il futuro (50-60 anni?) dipenderanno dalle riserve dei Paesi Opec giacché le proprie sono irrisorie.
Insieme, Usa, Cina, Brasile, India e UE dispongono del  4,55% delle riserve mondiali di petrolio. Ossia un dato di poco maggiore delle riserve della sola Libia (3,24%) e circa la metà di quelle che le stime attribuiscono al piccolo emirato del Kuwait (8,71%).         
Oltre ai grandi giacimenti di gas (e di acqua sotterranea), da questi dati (di fonte USA) si evince l’importanza delle produzioni e delle riserve libiche di petrolio, per altro di ottima qualità e di più agevole trasporto.
Inoltre, come si può osservare nel grafico sottostante, la Libia è di gran lunga il primo Paese dell’Africa per riserve petroli-fere: ben 46 miliardi di barili contro i 4,4 dell’Egitto. 
Questa enorme ricchezza strategica credo un po’ spieghi le ragioni delle tante lotte e intrighi per controllarla dall’esterno e dall’interno: dal colpo di Stato di Gheddafi del 1969 all’at-tuale, improvvisa insurrezione armata della Cirenaica.
 2.011 titolari di Top riserva africana


Multinazionali: uno strapotere fuori controllo
Il controllo del ciclo del petrolio è imperniato su due poli molto autoritari: il potere locale e quello delle grandi multina-zionali euroamericane, russe e cinesi.
Entrambi i soggetti sanno perfettamente che da questa risorsa strategica, in esaurimento, dipendono le sorti dello sviluppo del pianeta per almeno un altro mezzo secolo. 
Sulla qualità di questo sviluppo ci sarebbe molto da opinare. Ma non è questa la sede.
La faccenda, comunque, ci riguarda da vicino, visto che l’Italia e in genere l’Occidente sono i consumatori finali della gran parte degli idrocarburi esportati. 
Per altro, l’Italia, a causa di una politica estera economica a dir poco disinvolta, accusa oggi una dipendenza eccessiva (46%) da regimi non certo campioni di democrazia come quelli della Russia di Putin e della Libia di Gheddafi.
Tuttavia, a essere onesti, bisogna riconoscere che il problema o la contraddizione non riguarda soltanto questi due Paesi ma- ribadisco- tutti i principali esportatori d’idrocarburi.
E se, dunque, si volesse affrontarlo sul serio, non con le guerre, ma con gli strumenti della politica e della diplomazia, bisognerebbe ampliare lo spettro delle nostre ipocrite indignazioni all’intero orizzonte delle petro- dittature.

Dittatori scomodi e dittatori amici
Di converso, si richiede una verifica, una ridefinizione anche giuridica del ruolo straripante, finanziario e politico, delle multinazionali del petrolio, per ridurre o eliminare l’influenza esercitata sulle forze politiche e sociali, sui media e perfino sui governi degli Stati.
Per altro, c’è da rilevare come in questo mondo anonimo, popolato di banche e società d’affari e di capitali, la regola è il dirigismo.
Non esiste, infatti, alcuna forma di democrazia partecipativa, a parte le assemblee dei soci che di solito ratificano, specie in presenza di buoni dividendi.
Mai il capitalismo finanziario, sovente parassitario, ha avuto tanto potere sul mondo!
La domanda che si pone è la seguente: possono queste poten-ze continuare a decidere i destini dell’umanità?
Nelle loro mani è concentrato un potere enorme, senza con-trollo democratico pubblico, spesso derivato da affari illeciti, e gestito sulla base dell’intesa oligopolistica (il cartello) per meglio dominare il mercato mondiale degli idrocarburi e con-dizionare i regimi dispotici e corrotti che li producono.
Fino a quando in questo campo le cose resteranno inalterate, sarà difficile sciogliere il grumo rappresentato dalla scanda-losa combine petrolio/dittatura.
Se proprio si vuol fare, la via non è quella delle guerre pre-ventive, umanitarie o d’altro tipo, disastrose quanto incon-cludenti, che si vorrebbero scatenare, o solo minacciare, contro i dittatori scomodi, lasciando indisturbati i dittatori amici.
                                                     
(in “Terranews” 21/3/2011)
















LIBIA: ITALIA DE NUEVO EN GUERRA

La desinformacion: un falso positivo
Bien, también Italia entró en la guerra de Libia. Directamente. Sí, guerra. Leyeron bien. Otros términos son solamente miserables eufemismos. Tiene razón el eminente Cardenal de Milán, Dionigi Tettamanzi, en llamar la atención de “aquellos que hacen la guerra y la llaman con otro nombre o que la quisieran edulcorar con adjetivos enga-ñosos que son una ofensa al sentido común y a la realidad atroz de las tantas guerras humanitarias dispersas por el mun-do (desde Somalía a Afganistán).
Se continúa jugando con el error de la desinformación, como están haciendo nuestros gobernantes, periódicos y periodi-stas, aún los más notables, que desde hace poco dejaron de usar el lenguaje de la verdad y de la denuncia de los horrores y de la responsabilidad de los que hacen la guerra en todas partes y de cualquier modo.
Se trata del clásico “falso positivo”, o sea, de una manipu-lación de la verdad con fines políticos que, por tal, está desti-nada a romperse en el impacto contra la conciencia civil de la Nación.
Una nueva guerra, a cien años exactos desde la ocupación colonial de 1911 que llevó con los cañones, la “civilización” a los habitantes de la “cuarta orilla”.
También aquella debía ser un pic-nic y terminó durando más de veinte años.
La terminó a comienzos de los años treinta el fascismo, a su modo, recurriendo a asesinatos en masa, a bombardeos ani-quiladores aún con el uso de gases letales, con la disemina-ción de minas en abundancia (todavía hoy en Libia se puede saltar por los aires por causa de una vieja mina italiana), a las deportaciones y a los ahorcamientos en público de patriotas y combatientes por la libertad.
Como aquella, verdaderamente indigna, de Omar Muktar, un jefe de tribu octogenario, que el general Rodolfo Graziani quiso asesinar para hacer un trofeo de su sucia guerra exterminadora.
Por aquel entonces, la izquierda y las fuerzas progresistas pusieron obstáculos a la guerra, en cambio hoy, no se ven banderas en los balcones, no se oye el sonar de una tromba en el centroizquierda y la oposición (a la guerra) la está haciendo el mejor aliado de Berlusconi: el partido de Bossi.

La guerra anunciada el 25 abril: dia simbolo de la paz
Una página negra de Italia que lamentablemente no se hubiera querido leer jamás. Ni aún durante los años dorados de nuestra República, democrática y anticolonial. Se llegó al absurdo que estuvo prohibida, no obstante nuestros pedidos formales en la sede parlamentaria, la circulación en Italia de un muy buen film que evoca la trágica suerte de aquel viejo héroe de la libertad libia, y también de la nuestra.
La historia es larga y no podemos narrarla aquí por cuestiones de espacio. De todas formas todos la pueden entender aún sin estudiarla en profundidad: bastaría un esfuerzo de imaginación y ponerse en el lugar de las víctimas, de quien la guerra de ocupación la sufrió y la continúa sufriendo.
Un esfuerzo que en primer lugar deberían cumplir los gobernantes, los altos dignatarios de esta guerra absurda, asimétrica, los soldados que deberán hacerla, en el momento en el que descolgarán desde alturas seguras, los misiles y las bombas asesinas sobre ciudades y pueblos habitados por gente simple que está a punto de ver transformado su petróleo, de fuente de relativo bienestar, en una maldición que los precipitó primero en una dictadura y hoy en una guerra.
Burla entre las burlas, el anuncio de la participación en la guerra Berlusconi lo hizo en un día símbolo de la paz: la tarde del 25 de abril, una fecha memorable para nuestra libertad y dignidad nacional. Una Fiesta para la paz recobrada y, bien o mal, conservada hasta hoy, a la que sin embargo no participa el jefe de gobierno. Según una inexplicable “tradición” que habla mucho sobre la cultura de quien hoy comanda en Italia y también de quien debería controlarlo.

La guerra electoral de Sarkozy e premio Nobel de la paz
Y también Italia que cuenta (en sentido aritmético, sólo sus buenos negocios) saludó el anuncio del premier como “la desembocadura natural de una posición…”, como “la salida del pantano”, la superación de una inercia injustificada respecto a la audaz gesta de la “tríada gloriosa”.
O sea Sarkozy, Cameron y Obama (premio Nobel de la paz) los que recurren a la guerra para poner una hipoteca sobre el petróleo libio y también para esperar salir de las ínfimas posiciones que les asignan las encuestas.
El héroe de Arcore, en un principio, no quería hacerle la guerra a su amigo Kadafi tal vez porque en las encuestas viaja más tranquilo que sus colegas francés y norteamericano, y también porque una cuota importante de petróleo libio se la había asegurado mediante los discutibles acuerdos bilaterales y los más densos (programados hasta mitad de siglo) suscriptos por el ENI con la NOC.
Resistió a las presiones provenientes de todas partes, aún de quienes no las debían realizar. Al fin, debió ceder rompiendo su mayoría y arriesgándose a una crisis para él fatal.

Uu unanimismo provinciano
De verdad es curioso este unanimismo provinciano. En Italia todos están divididos, sobretodo sobre las cuestiones judiciales y/o de crónica rosa del premier; sólo las guerras, las costosas misiones militares en el extranjero y los abultados presupuestos de defensa llegan a unir a casi todos los partidos políticos (en este caso la Lega Nord e Italia dei Valori no adhirieron), el gobierno y las más altas autoridades del Estado.
El libreto se repite también en la cuestión libia. Sorprenden estas fuerzas de oposición que, en lugar de llamar a una solución negociada del conflicto de poder interno en Libia (porque de ello se trata), presionaron a Berlusconi para hacerlo abandonar su inicial reticencia a alinear a Italia junto a los tres países atacantes.
Aun con los dientes apretados, debemos destacar la calculada prudencia de la Lega de Umberto Bossi que también esta vez (después de los Balcanes) frenó los entusiasmos primarios, distinguiéndose del unanimismo guerrero de la clase política italiana.
Como sea, Berlusconi intervino en forma pesada con el juego comenzado, alineando a Italia en una posición arriesgada, unilateral, que la pone fuera de los ambiguos límites de la resolución de la ONU.

¿Un nuovo Vietnam a dos pasos de Sicilia?
En resumen, Italia se está metiendo en un serio problema que podría convertirse en un largo y sangriento conflicto, a dos pasos de las costas sicilianas.
Hay quien habla o amenaza un nuevo Vietnam. Difícil hacer previsiones. Aún recuerdo que también en Vietnam la aventura de los Estados Unidos comenzó con bombardeos de apoyo a las tropas del Sur y el envío de consejeros militares que luego aumentaron a más de medio millón de soldados. Aquella guerra duró quince años y la perdieron los Estados Unidos y sus aliados fantoches. Desde aquella memorable derrota comienza el actual declinar de la potencia americana.
Vietnam o no, un conflicto internacionalizado a aproxima-damente trescientas millas de las costas sicilianas (a 200 de la isla de Lampedusa) no es, por cierto, para Sicilia y para Italia una buena noticia.
Proveer de armas a los rebeldes, enviar nuestros bombar-deros, significa apoyar a una parte contra la otra en este conflicto fratricida para el control del poder interno.
Todo esto es inmoral además de contraproducente. Especialmente para Italia que, verdaderamente, no puede volver a bombardear el suelo de una ex colonia que todavía se lame las terribles heridas producidas por las fuerzas de ocupación italianas.

La buena noticia: en Addis Abeba conversaciones por la paz
Nadie, ni el supremo Custodio de la Constitución, se acordó del artículo 11 que con respecto al tema es más que claro: “Italia repudia la guerra como medio de resolución de controversias internacionales”
A ninguno se le ocurrió proponer a Roma como sede de una tratativa entre las partes en conflicto para llegar a un acuerdo de reconciliación nacional para una transición democrática, sin Kadafi, pero también sin sus ex ultra fieles ministros y jefes militares que se pusieron a la cabeza de los “rebeldes” (la gran mayoría seguramente jóvenes de buena fe) después de haber servido por cuarenta y dos años al dictador.
¿Pero realmente Frattini y otras autoridades de mayor jerarquía creen que los italianos se creen la historieta de la guerra necesaria para defender la “virginidad democrática” de personas que por cuatro décadas estuvieron en lo más alto del poder en Libia?
¡Otra que guerra! Italia, también para rescatar su triste pasado colonial y a la luz de los recientes acuerdos bilaterales, debía comprometerse a desarrollar un rol pacificador, de conciliación, y sostener cada sincera intención hacia un cambio democrático en Libia.
El Parlamento, si quisiera, podría corregir la dirección de las cosas: proclamando una moratoria de la intervención directa de Italia en el conflicto y proponer a Italia como sede para tratativas de paz ente las partes, o por lo menos sostener el tentativo de paz en curso en Addis Abeba, donde la Unión Africana llegó a reunir en la misma mesa a los representantes del Consejo de los insurgentes y del gobierno de Kadafi para poner en marcha conversaciones por la reconciliación nacional.
Una buena noticia, casi desconocida en Italia, ya que no es del agrado del establishment que pretende la guerra y en tal sentido, impartió órdenes precisas a los medios de comunicación de referencia.     

¿Los bombardeos protegen o danan los intereses italianos ?
Algunos, para motivar su propio belicismo, sostienen que Italia debe bombardear para después participar en el banquete de los dividendos de la guerra. Una lógica sin pudor, inmoral, que sin embargo circula y genera adeptos. En realidad, en la crisis libia, Italia pone en riesgo cuestiones económicas y comerciales. Hay de hecho una importante consecuencia que podría resultar desfavorable.
Libia constituye un aspecto muy especial para la economía italiana. Además de hacerse cargo de los graves y discutibles problemas sobre la inmigración, nos provee notables cantidades de hidrocarburos, capitales preciosos para nuestras fábricas, bancos y un floreciente mercado para las empresas de servicios y manufacturas.
Sólo de petróleo (de óptima calidad y fácil transporte) Italia, a través del ENI, importa alrededor del 23% (en valor) de su necesidad total y ocho mil millones de metros cúbicos de gas anuales, a través del gasoducto submarino que desemboca en Gela, Sicilia.
En resumen, el ENI se está jugando parte de su futuro en esta guerra fratricida fomentada por potencias que compiten con Italia en el campo energético.
Por este motivo, además del miedo que genera la guerra, especialmente en los territorios más próximos como Sicilia y las otras regiones meridionales, la gente se hace preguntas que hasta ahora nadie respondió.
¿Qué podría suceder en Italia y en Sicilia si estos contratos y suministros un día se caen?
¿Con la intervención militar directa el gobierno protege o daña los intereses italianos?


Italia no podrà recuperar lo que està perdiendo en estas horas
No sabemos qué garantías (si las hay) la tríada ofreció a Berlusconi para removerlo de su inicial inactividad e inducirlo a enviar los bombardeos en Libia.
Una duda que es válida, y existen aún más de una. Por eso además de denunciar los aspectos políticos e (in)morales de la guerra, haría falta hacer un poco de cuentas también del lado de la conveniencia “nacional”, visto que Italia es el primer socio comercial de Libia.
Probablemente, los estrategas italianos no habrán considerado la mutabilidad de los hombres y de los intereses en juego, los probables resultados del conflicto y los escenarios que se podrán determinar en Libia y en el tablero de ajedrez que es el Mediterráneo.
En particular, dos aparecen dignos de hacer referencia: una victoria de los “rebeldes” de Cirenaica (que el ministro Frattini se apresuró en reconocer como los únicos y legítimos representantes del pueblo libio) o un acuerdo unitario nacional entre todas las partes en conflicto, a lo que como se dijo, se trabaja en Addis Abeba.
Si debieran vencer los “rebeldes”, difícilmente olvidarán los honores rendidos a Kadafi y el ENI deberá ir a París o a Washington para rehacer los importantes acuerdos suscriptos con la NOC libia. Y pagar las tasas a los arrogantes carteles del petróleo.
Si, en cambio, venciera Kadafi o se llegase a un acuerdo unitario nacional será difícil hacer olvidar al Coronel y sus secuaces el cambio de posición de Italia, para peor con la guerra ya comenzada.
En resumen, en ambos casos Italia tendrá mucho que hacer para recuperar todo lo que está perdiendo en estas horas.

(in “El Corresponsal”, Buenos Aires, maggio 2011)



SICILIA- LIBIA, UN’ILLUSIONE MEDITERRANEA

 Agostino Spataro e Oliviero Di Liberto alla presidenza della Conferenza mediterranea, Tripoli 1982

I libici in Sicilia
C’era un tempo, non molto remoto, nel quale Sicilia e Libia si guardavano con grande simpatia reciproca.
L’Isola, la più grande del Mediterraneo, definita da Occhetto “l’unico Stato arabo che non aveva dichiarato guerra a Israele”, ha sempre attratto i leader nordafricani e arabi in genere per il suo splendido passato islamico e per il suo inquieto presente autonomistico.
Figurarsi Gheddafi che, avendocela di fronte, desiderava estendere la sua rivoluzionaria influenza.
Dall’altro lato, la Sicilia, le sue inconcludenti classi dirigenti che speravano di salvare l’Autonomia capovolgendo le coordinate dello sviluppo: dal nord che aveva deluso al sud dei paesi rivieraschi e soprattutto alla Libia ossia a quell’ex colonia italiana che galleggia sopra un mare di gas e di petrolio.
Dalla Jamahirja si aspettavano capitali e commesse miliar-darie e lavoro per gli operai e i tecnici isolani.
Da entrambi le parti c'era un certo fervore. I libici aprirono a Palermo un consolato generale, un centro culturale e una casa editrice.
Mentre i rappresentanti dei tre principali partiti (Pci, Dc, Psi) fondammo la sezione regionale dell’Associazione di amicizia e cooperazione italo - araba che promosse a Palermo alcune importanti iniziative, fra cui la prima conferenza nazionale sull’immigrazione araba in Sicilia e in Italia, patrocinata dal Ministero dell’interno.

A Palermo il primo periodico bilingue arabo-italiano
Questo era il clima che caratterizzava i rapporti siculo-libici negli anni ’70 e ’80.
Certo, alla luce dei massacri attuali perpetrati dai pretoriani del colonnello Gheddafi, tutto questo può apparire incredi-bile.
Effettivamente, quello che oggi vediamo è il volto peggiore di un regime morente. Ma non è stato sempre così.
Nel suo primo ventennio il regime non appariva così corrotto, dispotico e familistico. La “rivoluzione” del 1969 (in realtà un golpe militare) si presentava al mondo con un carattere popolare, anche se un po’ confuso, e con un progetto di radi-cale cambiamento basato su una distribuzione più equa della rendita petrolifera, oggi appannaggio di gruppi ristretti tribali e familiari.
Insomma, grazie al petrolio (abbondante e di ottima qualità) la Libia presto divenne un enorme cantiere, un mercato inte-ressante per le nostre manifatture, una grande opportunità di sviluppo anche per la Sicilia.
Imprese, lavoratori e tecnici siciliani furono tra i primi a intuire quelle potenzialità e a tentare di cogliere le disponi-bilità dichiarate dai dirigenti libici. 
Tutti in Libia, dunque, e sempre accolti come ospiti graditi, anche quando si trattava  d'improbabili esponenti dell’indi-pendentismo, soprattutto etneo, che si nascondevano dietro una moschea finanziata dai libici.
Anche la sinistra siciliana, nel suo naturale slancio terzo-mondista, si mostrò parecchio interessata. “L’Ora” di Vittorio Nisticò realizzò un inserto bilingue (arabo-italiano), il primo in Italia e in Europa, curato dalla pasionaria  Cris Mancuso, che diede un grande impulso allo scambio delle informazioni e alle iniziative economiche fra la Sicilia, la Libia e gli altri paesi rivieraschi.

Un controverso protocollo di cooperazione fra Sicilia e Jamahiyrja libica
Si creò un clima di speranzosa attesa, di fervore costruttivo che indusse il presidente della Regione, on. Angelo Bon-figlio, a intraprendere, nel novembre del 1977, una visita ufficiale a Tripoli nel corso della quale fu sottoscritto un vero e proprio protocollo d’intesa e costituita una commissione mista per dare corso a una serie d’ipotesi di cooperazione in diversi settori economici e culturali.
Il viaggio provocò un certo clamore sulla stampa e una repri-menda pubblica del governo di Roma che non riconosceva alla regione la potestà di firmare un trattato con  uno Stato estero.
Le polemiche continuarono ed anche le visite di delegazioni di autorità ed operatori economici.
Come sempre accade in questi frangenti, ci furono alcuni che colsero l’occasione per realizzare affari privati senza averne titoli o per dare sfogo in Libia a certe frustrazioni secessioni-ste in Sicilia cadute in disuso.
Nell’apparato libico c’era, infatti, una corrente che dava cor-da a tendenze del genere, inconsistenti quanto imbarazzanti, che creavano equivoci e seri disagio sul piano politico.
Ricordo che nell’agosto del 1984, unitamente a parlamentari di altri partiti e nazionalità, ci recammo a Tripoli per parteci-pare (io come osservatore del Pci) ad una conferenza interna-zionale sul 15° anniversario della “rivoluzione” libica.
Senza saperlo, mi ritrovai sullo stesso aereo e nello stesso albergo con un avvocato catanese che in Libia passava per “autentico rappresentante dell’irredento popolo siciliano”. 
Lo squattrinato Billy Carter nelle mani di due compari catanesi
Un personaggio piuttosto colorito che aveva svolto un certo ruolo anche nella famosa vicenda del “Billygate” ossia del fratello del presidente Usa, Jimmy Carter.
Com’è noto, lo squattrinato Billy fu adescato ad Atlanta da tale Mario Leanza, immobiliarista d’origine catanese, il quale intrigando con il compaesano avvocato lo condusse a Tripoli dove, in cambio di un prestito, si abbandonò ad elogi sperti-cati del regime libico che suo fratello presidente (in carica) aveva duramente condannato e messo all’indice.
Lo stravagante Billy ebbe in Libia il suo momento d’oro: continuava a rilasciare interviste, a farsi fotografare anche in occasioni solenni come quella della parata militare di Bengasi in cui lo vidi, abbronzato e col suo vistoso cappello da cow-boy, sul palco d’onore, a fianco di Gheddafi.
In Libia bisognava essere prudenti, stare attenti ai passaggi politici e anche evitare d’inciampare in personaggi del genere che affollavano il parterre della “rivoluzione”.

Con Susanna Agnelli in visita al porto militare di Homs
Perciò, chiedemmo all’ambasciatore Shalgam (oggi ministro degli esteri libico) di non includere l’ingombrante avvocato etneo nella delegazione italiana, anche perché con noi c’erano l’ambasciatore Alessandro Quaroni e l’on. Susanna Agnelli, sottosegre-tario agli esteri, con i quali c’intrattenemmo in interessanti conversazioni politiche e anche per una piacevole visita delle incantevoli rovine di Leptis Magna e… del cantiere dell’Impregilo (partecipata del gruppo Fiat) che stava costruendo a Homs un porto militare che ci parve troppo grande per le esigenze della marina libica.

Teatro romano di Leptis Magna, 1984, da sin. on. S. Agnelli, amb. A. Quaroni e on. A. Spataro

Per tutta risposta, l’avvocato approntò una delegazione che già in albergo si qualificò di nazionalità “siciliana”; tuttavia questa volta mi parve più dignitosa della precedente ch’era composta di svolazzanti donnine inneggianti all’Isola irreden-ta, per la gioia di certi dirigenti dei comitati popolari libici.
A parte questi episodi, le relazioni fra la Sicilia e la Libia proseguirono con altre visite tra cui quella del presidente della regione Rino Nicolosi, rimasta famosa più per il bacio di Gheddafi che per gli accordi sottoscritti.
Sì, perché i rapporti fra Sicilia e Libia furono intensi ma poco proficui.
Nessun progetto proposto dalla Sicilia sarà realizzato.
Ci fu un tentativo d’investire nel turismo a Pantelleria, ma abortì sul nascere.
Le compagnie libiche i grandi affari li hanno fatti fra Roma, Torino e Milano e, ancora più lontano, fra Londra e la Sviz-zera.
In Sicilia di libico ci sono solo enormi quantità di petrolio e di gas che raffiniamo per mandare avanti l’economia delle re-gioni del nord. E un consolato (a Palermo) di cui non si riesce ad afferrarne l’utilità.
                                        
( in “la Repubblica” del 25/2/2011)

L’ITALIA E LA CRISI LIBICA

1.. Più i giorni passano più la storiella della “guerra umanita-ria” contro il dittatore Gheddafi (fino a ieri amico e socio in affari dei belligeranti) si scioglie come neve caduta sulle ari-de dune dei deserti libici.
Le ultime notizie dicono che, a fronte di un quadro politico e militare a dir poco incerto, crescono le titubanze, i dissensi anche nell’opinione pubblica dei tre Paesi interventisti (Fran-cia, USA, e GB), perfino nelle loro espressioni di vertice.
Un' importante conferma di tale disagio ci sembra la decisio-ne assunta dall’amministrazione Usa di ritirare le squadriglie aeree dalle operazioni in Libia.
A poche settimane dall’inizio dei bombardamenti aerei, la situazione, dunque, sembra evolvere in una direzione esattamente contraria a quella auspicata da Sarkozy e soci, ossia verso la ricerca di un cambiamento politico in Libia, concertato fra le parti in conflitto e garantito dalla comunità  internazionale. Vedremo.
Peccato, però, che tale evoluzione non l’abbia intuita, colta il governo italiano che, come il solito, sbaglia tempi e proposte.
Nello stesso giorno in cui gli americani decidevano il ritorno a casa, il ministro degli esteri Frattini si è precipitato a riconoscere come “unico interlocutore legittimo” il comitato degli insorti della Cirenaica al quale, invece di raccomandare uno sforzo di pace e di concordia nazionale, ha promesso armi ed assistenza militare per dare nuovo impulso alla carneficina.
Una mossa a dir poco avventata (o concordata con gli Usa?), irresponsabile che brucia e annulla le pur minime cautele che il governo aveva manifestato nel corso della crisi, soprattutto in risposta al sospetto interventismo della Francia.

2.. In realtà, Berlusconi questa guerra contro l’amico Gheddafi l’ha subita; non l’ha voluta anche perché sapeva perfettamente che il cambio di regime a Tripoli avrebbe messo in discussione accordi chiacchierati ma importanti per l’Italia e per alcuni gruppi in particolare.
A lui (ovvero all’Italia) la gloriosa Triade ha lasciato la sola possibilità di accodarsi, di fornire assistenza militare e di pagarne le conseguenze, come stiamo vedendo a Lampedusa.
Parliamoci chiaro: agli attori di questa nuova tragedia non interessano i diritti umani, le condizioni politiche illiberali, le sofferenze dei cittadini libici o di altri Paesi arabi in subbuglio.
Pura ipocrisia, propaganda per spiriti semplici!
Per risolvere la crisi libica (sostanzialmente una spaccatura in seno al gruppo dominante autore del colpo di stato del 1969), la comunità internazionale poteva, può ancora, tentare la via del cambiamento politico nel rispetto dei principi democratici e della concordia nazionale libica.
L’Italia, tutta l’Italia, di maggioranza e d’opposizione, dove-va sostenere questo tentativo proposto non da Gheddafi ma da Paesi importanti come i cinque astenuti (Germania, Bra-sile, Russia, India e Cina), anche per meglio tutelare i suoi enormi, legittimi interessi minacciati da certe mire (sostitu-tive) che si nascondono dietro l’intervento “umanitario” del signor Sarkozy.
Forse, un bel dì si conosceranno i veri interessi della triade interventista. Ma già all’inizio della rivolta in Cirenaica (l’unica armata fra le tante scoppiate nei paesi arabi, particolare che fa la differenza) non era difficile intuirli specie da parte delle persone responsabili che hanno gli strumenti e le informazioni per farlo.

3.. Perciò, meravigliano, non solo le contraddizioni del governo Berlusconi, ma anche le posizioni di quanti, ai vertici della politica e delle istituzioni repubblicane, non considerando adeguatamente gli interressi primari della pace nel Mediterraneo e quelli nazionali dell’Italia, hanno tifato per l’intervento militare di Sarkozy e compagnia briscola.    
Per altro, isolando e dileggiando la posizione responsabile, sensata del governo tedesco della democristiana Angela Merkel che ha rifiutato l’opzione militare e proposto la soluzione politica del conflitto interno alla Libia.
Come, del resto, vuole il diritto internazionale che, in caso di conflitto interno, non autorizza nessuno a intervenire militar-mente dall’esterno, per altro a favore di una parte contro l’altra.
Per decenni sono stati i contingenti di “caschi blu” sotto co-mando ONU a interporsi fra le parti in conflitto per rappacifi-carle non per aizzarle.
Negli ultimi anni, alcuni Paesi, in primis gli Usa, profittando della crisi (provocata) dell’Onu, hanno preso la brutta abitu-dine d’intervenire in alcuni Paesi, soprattutto di tradizione islamica (dall’Afghanistan all’Iraq, dalla Somalia alla Libia), in contrasto col diritto internazionale e con esiti davvero catastrofici. Compreso quello di far crescere ed espandere il terrorismo, invece di ridurlo.

4.. Interventi siffatti sono un abuso evidente che, se non sanzionato, rischia di creare precedenti pericolosi per tutti i Paesi che hanno problemi di unità interna.
E la lista di questi Paesi è molto lunga. A cominciare da alcuni europei quali: la Francia, la Gran Bretagna, la Spagna, la Polonia, l’Ungheria, la Serbia e gli altri Sati balcanici, la Grecia, la Macedonia e anche l’Italia dove, ai vecchi separatismi “in sonno”, si è aggiunto quello più inquietante del partito leghista al governo.
Così come molto lunga è lista dei Paesi dominati da regimi dittatoriali, tirannici che, però, nessuno disturba.
Attenti, dunque, a non scherzare col fuoco, poiché l’incendio potrebbe risultare incontrollabile.
Perciò, queste degnissime persone dovrebbero chiarire al-l’opinione pubblica italiana le vere ragioni del loro tifo pro-intervento militare che ancora chiare non sono.
Altrimenti, si accrediterà l’idea che tutto si fa in funzione dell’antiberlusconismo che, per quanto giustificato, non può giungere a motivare scelte così delicate di politica estera.
Specie quando in ballo ci sono- come nel caso libico- gli equilibri di pace nel Mediterraneo e gli interessi fondamen-tali, per certi aspetti vitali, dell’Italia.
Prima o poi, Berlusconi passerà. Come passeranno i suoi avversari che oggi affollano, senza gran costrutto, la scena politica italiana.
Resterà l’Italia con i suoi problemi e le sue speranze, col suo patrimonio di relazioni politiche, economiche e culturali internazionali costruito, con tutti paesi dell’area mediterra-nea, nel segno della convivenza pacifica e della collabora-zione reciprocamente vantaggiosa.

5 .. Sappiamo che nel mondo l’Italia conta poco, ancor meno oggi con l’attuale governo. Tuttavia, nel Mediterraneo un ruolo è riuscita a svolgerlo, talvolta con esiti brillanti, anche col contributo decisivo della sinistra italiana.
Guai a indebolirlo per ripicca contro questo o quello o a gio-carselo per confermare o ricercare vecchie e nuove subalter-nità!
Il rischio sarebbe un infiacchimento dell’autonomia nazionale e la destabilizzazione del Mediterraneo e del Medio Oriente con conseguenze incalcolabili.
Un saggio premonitore si può ricavare da questi pochi giorni d’intervento “umanitario” che, oltre agli effetti micidiali sulle popolazioni locali, sta provocando conseguenze insoppor-tabili per l’Italia: dall’insicurezza dei rifornimenti energetici all’esodo migratorio che approda a Lampedusa e si dirama nel resto del Paese. E siamo solo agli inizi!
In pratica, l’Italia da sola deve sobbarcarsi un’emergenza colossale e drammatica (e relativa spesa) provocata e/o comunque accelerata dai bombardamenti del signor Sarkozy, il quale, per tutta risposta, ha chiuso le frontiere agli immi-grati che sbarcano in Italia ma desiderano andare in Francia. Alla faccia della solidarietà umana, europea, atlantica e di altre solidali ipocrisie!
(in”Il Dialogo”5/4/2011)

LIBIA: LA NATO PUO’ VINCERE LA GUERRA, MA PERDERE IL DOPOGUERRA

Decennale 9/11: invece del processo si celebrerà una vendetta di Stato
Gheddafi farà la stessa fine di Osama Bin Laden? Probabilmente, sì. Alcuni lo auspicano, taluni lo minacciano, apertamente.
Se ciò dovesse accadere, non sarà certo per “spirito di vendet-ta degli insorti”. Quali ragioni avrebbero di vendicarsi quei suoi sodali che fino all’altro ieri, per 42 anni, hanno coman-dato e condiviso col dittatore potere e ricchezza?
Sarebbe ucciso per tappargli la bocca, per evitare che in un processo equo e pubblico potesse chiamare in correità i suoi ex amici, libici e internazionali.
Del resto, la soluzione sarebbe in linea con la sorprendente decisione assunta dalla presidenza Usa di far assassinare
Osama Bin Laden, facendone addirittura sparire il corpo.
Per tale decisione molti hanno esultato. La gran parte dei cit-tadini Usa e del mondo intero, invece, hanno visto in questo atto fin troppo sbrigativo la negazione di un loro diritto fon-damentale: quello di poter processare un capo terrorista che- secondo la versione ufficiale- è stato l’autore del più devas-tante attentato della storia che ha provocato circa tremila vittime innocenti statunitensi. Insomma, il diritto alla verità, alla giustizia vera, non sommaria.
Quale migliore celebrazione del Decennale che quella di aprire il prossimo 11 Settembre,  a New York, il processo a Osama Bin Laden per l’accertamento pieno delle respon-sabilità e della verità?
Invece, sarà celebrata soltanto un’oscura vendetta di Stato.

 Con Gheddafi bisognava chiudere qualche anno fa. Invece…
Con Gheddafi il copione potrebbe ripetersi, per evitare che, parlando in un processo, possa creare molti imbarazzi e bloccare fulminanti carriere politiche in Libia e all’estero.
Soprattutto, di tanti capi di Stato occidentali i quali, nonos-tante il dittatore libico avesse ammesso la tremenda respon-sabilità per i due attentati agli aerei civili nei quali perirono circa 600 persone innocenti, lo hanno premiato accogliendolo nel club esclusivo dei loro amici e protetti.
Con Gheddafi, bisognava chiudere allora, isolandolo e invo-cando il principio di giustizia. Invece, non se ne fece nulla. (1) Nemmeno al Tribunale dell’Aja hanno aperto un fascicolo di atti relativi.
E’ bastato che il colonnello pagasse un indennizzo alle famig-lie delle vittime, (una conferma agghiacciante della sua responsabilità) per fare esattamente il contrario di quanto andava fatto.
Si avviò, infatti, fra i capi di Stato e di governo dell’Occi-dente una sorta di gara a chi per prima riusciva a “sdoganare” un terrorista reo confesso, a riceverlo presso le più prestigiose cancellerie. Tutti, non solo Berlusconi che è arrivato anche al baciamano.
Compresi, cioè, i signori Sarkozy, Obama e i premier inglesi che, come “cadeau”, gli hanno consegnato libero l’unico im-putato libico detenuto in Gran Bretagna per la strage di Looc-kerbie.
Il problema, dunque, che si pone non è nominalistico, ma di coerenza politica e morale e di rispetto dei principi della lega-lità internazionale e della nostra civiltà giuridica che condan-nano le ingerenze esterne e la barbarie delle esecuzioni som-marie e i processi-farsa. Oggi, in Libia si corre questo rischio. Il popolo libico, nell’ambito della propria legislazione, ha il diritto di processare Gheddafi per le colpe e i reati attribuiti-gli e anche quegli esponenti che hanno cooperato col dittatore.
Un processo equo sarebbe una vittoria della giustizia e una condizione basilare per avviare, con idee e uomini veramente nuovi, una riforma in senso democratico dello Stato e dell’economia libici.

Interventi “umanitari” più disastrosi delle malefatte dei dittatori
Andiamo ora a questo ennesimo intervento militare “uma-nitario” che in realtà si sta dimostrando essere una guerra della Nato, con gli “insorti” al seguito, i quali, come ha detto efficacemente Edward Luttwak, “sparano per i cameraman delle televisioni”
E poi, conti alla mano, si è dimostrato che questi interventi hanno provocato più morti e distruzioni di quelle provocate dai carnefici che si vorrebbero bloccare e punire.
Basta guardare l’abisso in cui sono stati trascinati la Somalia, l’Afghanistan e ora la Libia.
Il caso dell’Iraq è davvero emblematico: Saddam Hussein è stato impiccato perché accusato di avere ordinato la strage di alcune migliaia di poveri sciiti, mentre la guerra di Bush junior, fino ad oggi, ha provocato diverse centinaia di miglia-ia di innocenti vittime irachene.
C’è chi parla di circa 600.000!
Anche la soppressione ingiusta di una sola persona dovrebbe far inorridire la coscienza di ognuno di noi. Tuttavia, se i numeri e la vita degli uomini hanno ancora un senso, tremila o cinquemila vittime di Saddam non sono la stessa cosa delle trecento o cinquecentomila provocate dall’invasione militare di Bush e della coalizione internazionale che- com’è provato- hanno deliberatamente falsato le prove per invadere l’Iraq.
Se Saddam ha pagato i suoi crimini con l’impiccagione, perché non devono pagare coloro che hanno provocato questo più grande sterminio? Perché l’ineffabile tribunale dell’Aja non ha aperto un fascicolo, un’inchiesta?

 La guerra come sola risposta alla crisi globale?
A queste e ad altre drammatiche domande nessuno dei responsabili risponde.
Forse, i capi delle grandi potenze occidentali pensano di cavarsela sempre a buon mercato, impunemente, cospargendo l’umanità di vecchi e nuovi terrori, anche inesistenti, per meglio imporre il loro dominio e militarizzare il sistema delle relazioni internazionali.
Come se questo nostro Occidente, in decadenza e in mano a poteri forti e invisibili, eletti solo dai consigli di amminis-trazione di banche e società d’affari, non riuscisse più a elaborare risposte a questa crisi globale, epocale, diverse dall' opzione militare. Siamo all’ineluttabilità della guerra?
Speriamo, sinceramente, di sbagliare l’analisi, ma in giro si avvertono strani sentori.
C’è una crisi anche del pensiero politico occidentale? Sicuramente, pesano l’infiacchimento della democrazia rap-presentativa, l’umiliazione della politica oramai asservita ai disegni della finanza e delle consorterie economiche interna-zionali, il dilagare dei poteri criminali.
Sopra di tutto, pesa la crisi del ruolo economico dell’Occi-dente che non riesce più a produrre la ricchezza (tanta) che consuma, che importa e spreca risorse energetiche, inquinan-do il Pianeta e devastandolo con guerre micidiali e infinite per procurarsele.
Come sta facendo in Libia, in Iraq e altrove.
Sappiamo che le crisi ci sono sempre state e, bene o male, sono state superate. Questa volta, però all’orizzonte del nostro futuro prossimo non s’intravede una soluzione degna e condivisa, a garanzia del benessere e della convivenza pacifi-ca mondiali. Qui sta il punto di novità ineludibile: con la glo-balizzazione, l’Occidente non è più il principale protagonista della storia.

 Italia: finché c’è guerra (non) c’è speranza
L’Italia, da almeno un ventennio, sembra essersi avviata su questa china. Siamo un Paese bellissimo, ma pieno di debiti e di storture che si da arie da grande potenza.
Partecipiamo a tutte le missioni militari all’estero, a tutte le guerre in giro per il mondo, acquistiamo sistemi d’arma costosissimi come se dovessimo entrare in guerra con la Cina o con gli Usa.
Insomma, una spesa militare enorme (insopportabile per un paese come l’Italia che sta tagliando scuole, ospedali e assis-tenza ai più deboli) per partecipare alla folle corsa al riarmo ripresa su scala planetaria.
Un solo esempio: l’Italia ha impegnato ben 15 miliardi di euro (mezza manovra di Tremonti) per l’acquisto di un centi-naio di bombardieri F35.
Domanda: oggi che la crisi incalza, perché non si annulla, non si rinvia o almeno non si sospende questa colossale com-messa?
Insomma, finché c’è guerra c’è speranza. Di questo passo, quante altre guerre ci vorranno? Oggi è il turno della Libia. Ieri è stato quello della Costa d’Avorio. Domani, chissà, forse quello del Venezuela, di Cuba, ecc.
L’Italia, per la sua tradizione, per la sua Costituzione pacifis-ta e antifascista, per i suoi interessi nazionali, non può acco-darsi supinamente all’interventismo altrui.
Ieri a quello disastroso di Bush, oggi a quello avventuroso del presidente francese che tanto preoccupa l’opinione pubblica mondiale ed europea ed allarma molti governi legittimi, in Africa e in Medio Oriente, che lo percepiscono come una seria minaccia d’ingerenza e d’instabilità internazionale. Insomma, nessuno si sente più sicuro in casa propria!

La guerra a debito delle grandi potenze
Tutto ciò è inaccettabile, immorale per una società libera e democratica. Si stanno devastando i bilanci degli Stati, con-traendo debiti sopra debiti per finanziare guerre, nient’affatto umanitarie.
Perché deve essere chiaro che queste “grandi potenze” fanno le guerre a debito ossia con i soldi prestati dalla Cina e dai piccoli risparmiatori locali.
Questa notazione vale in particolare per gli Usa, meno per l’Italia il cui debito pubblico (sproporzionato) è prevalen-temente finanziato dal risparmio interno ed europeo.
Inoltre, ripeto che l’Italia, partecipando alla guerra in Libia, ha solo da perdere sul piano dell’immagine politica e su quel-lo delle sue relazioni economiche e commerciali. Per certi aspetti, questa guerra è anche contro l’Italia.
Ovviamente, il nostro discorso è prima tutto politico, umanitario; coerente con il pacifismo insito nell’articolo 11 della nostra Costituzione che non può essere oscurato da quel vergognoso codicillo introdotto per vanificarlo.
Oggi, anche i grandi giornali italiani che hanno incitato alla guerra scrivono, allarmati, di come si potrà spartire il “botti-no” ossia il tesoro del popolo libico: i grandi giacimenti d’idrocarburi e- a quanto si dice- le cospicue riserve finanzia-rie, anche in oro, e in titoli azionari, ecc.
Tutto sarà deciso a Parigi, su iniziativa di Sarkozy, il principale promotore del progetto “insurrezionale”, che vorrà fare la parte del leone, in accordo con gli altri due paesi della triade bellicista (GB e USA).

Si può vincere la guerra, ma perdere il dopoguerra
Non sappiamo che cosa sia stato promesso alle più alte Autorità italiane per indurle a far entrare il Paese in questa avventura, mettendo a disposizione navi, aerei e diverse basi italiane.
A quanto si vede, gli “insorti” preferiscono trattare con la triade e trascurano il governo italiano.
Se la tendenza fosse confermata, si aprirebbero scenari molto problematici per l’Italia.
Il governo e il ceto politico italiano (di destra e di centro-sinistra), stranamente unito in questa scelta improvvida, sape-vano a quali conseguenze si andava incontro e avrebbero dovuto chiarirlo al Paese, al Parlamento. Non è stato fatto. Perciò, crescono le inquietudini nell’opinione pubblica.
E’ tempo che i nostri responsabili rispondano ai tanti quesiti che la gente si pone e fra questi alcuni davvero pregnanti e prioritari:
1) Quale sarà il futuro dei nostri rifornimenti d’idrocarburi derivati dalla Libia (circa il 25% del fabbisogno totale italiano)?
2) Quali squilibri si potranno determinare nella bilancia commerciale italo-libica, unica in equilibrio con un paese petrolifero?
3) Che fine faranno gli ambiziosi programmi d’investimento (in ricerca e produzione) di Eni e il ruolo stesso di questo colosso dell’energia (al 70% privatizzato) che fa ombra a molti all’estero e purtroppo anche in Italia?
4) Cosa ne sarà dell’accordo d'indennizzo e di cooperazione firmato da Berlusconi e Gheddafi con un costo per l’Italia di cinque miliardi di euro in 20 anni?
5) Come spiegano, infine, il rifiuto della Germania, paese membro della Nato e locomotiva dell’Unione Europea, di partecipare all’avventura libica. Insensibilità o preveggenza della signora Merkel?
Le risposte, probabilmente, non verranno poiché questi signori si sentono invincibili con… i deboli. Attenzione, però, che si può vincere la guerra, ma perdere il dopoguerra.              
                                       
(in “Emigrazione Notizie” 15/6/2011)


























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