Il libro, autori Paolo Gentiloni, Alberto Spampinato e Agostino Spataro, si avvale di una prefazione, pregevole e schietta, di Achille Occhetto ed è in vendita in varie librerie fra le quali:
http://www.libreriauniversitaria.it/missili-mafia-sicilia-dopo-comiso/libro/9788835928485
sabato 1 novembre 2014
"MISSILI E MAFIA"
Il libro, autori Paolo Gentiloni, Alberto Spampinato e Agostino Spataro, si avvale di una prefazione, pregevole e schietta, di Achille Occhetto ed è in vendita in varie librerie fra le quali:
http://www.libreriauniversitaria.it/missili-mafia-sicilia-dopo-comiso/libro/9788835928485
HALLOWEEN? QUANT'ERA BELLA LA NOSTRA FESTA DEI MORTI!
di Agostino Spataro
I MORTI VOLANTI ovvero la nostra, favolosa “festa dei morti”
1... Stamattina siamo andati al cimitero, a visitare i nostri morti. Non avendo defunti intimi colà residenti, le nostre visite si svolgono serenamente, quasi in allegria. Per me sono anche l’occasione per rivangare, guardando i nomi e le foto, le vicende del nostro paesino. I nostri morti sono nonni, zii e parenti piuttosto larghi, ai quali portiamo un fiore e accendiamo una candelina, per ravvivarne il ricordo, come vuole la tradizione. I nonni paterni, purtroppo, sono finiti nella fossa comune e non possiamo onorarli. Mi sarebbe tanto piaciuto conoscere mio nonno Calogero Spataro, amante dei viaggi e del buon vino. Di lui non so nulla, poiché nessuno ne parla in famiglia, credo per vergogna. La vox populi racconta ch’era un viaggiatore indefesso e avventuroso. Partiva da Joppolo, con pochi soldi e con mezzi di fortuna, per lunghi viaggi in nave o in groppa ad un ronzino. Memorabile è rimasto il viaggio in Tunisia dove si recò per andare a comprare un… asino di una razza speciale ossia di quelli che lavorano tanto e mangiano poco. Non lo trovò e ritornò, dopo più di un mese, senza soldi e senz’asino. Insomma, un vero precursore della cooperazione siculo-araba! O l’altro, a cavallo, alla volta della Spagna interrotto per mancanza di viveri e mezzi a Civitavecchia da dove telegrafò alla famiglia per tranquillizzarla e chiedere soccorso. Il nome della cittadina laziale colpì talmente la fantasia dei paesani che glielo appiopparono come “ngiuria”. E fu questo soprannome l’unica eredità che il nonno lasciò a figli e nipoti, quando mori alla bella età di 85 anni. Alla faccia dei suoi detrattori e critici che, in gran parte, lo precedettero nell’unico “viaggio” da quale non si torna.
2... La sera precedente avevamo parlato di questa visita. Le avevo detto che se avesse portato i fiori ai nonni la notte successiva questi sarebbero venuti in volo a portarle tanti regalini. Bastava mettere le scarpine fuori della finestra. Le spiegai che i morti volano senza avere le ali, non entrano nelle case, si avvicinano alle finestre e depositano i regalini soltanto dentro le scarpe dei bambini bravi. Monica appariva perplessa, non tanto sulla capacità di volare dei morti, quanto per le sue scarpette che, essendo piccole, non potevano contenere molti regalini. Mi propose: “perché non mettiamo anche gli stivali tuoi, della mamma che sono grandi?” Mi parve una buona idea e così facemmo. I morti volanti, i loro doni! Una favola bellissima che ancora resiste (per quanto ancora?), che rinsalda il legame fra i vivi e i morti e offre della morte una rappresentazione naturale, umana. Da ricordare non come un evento tragico ma con una festa, per l’appunto. A nessuno piace morire, tuttavia la morte è ineluttabile e pertanto bisognerebbe imparare ad accoglierla senza terrore, con naturalezza. Prima era così. Ho visto vecchi contadini in punto di morte, serenamente seduti al centro del letto, impartire alle mogli, ai figli e ai nipoti le ultime raccomandazioni a tutela della famiglia e della proprietà; inviare saluti ai parenti lontani; ricevere ambasciate e saluti da recapitare agli amici defunti che sicuramente avrebbero incontrato nel “viaggio”. Veri testamenti morali, quando non proprio patrimoniali. Oggi, temiamo, aborriamo la morte perché ci siamo troppo innamorati della vita! Perciò, desidero che Monica viva questa ricorrenza come una festa. Come l’abbiamo vissuta noi, da bambini. Ricordo l’attesa dei morti volanti e le suggestioni che s’impadronivano della nostra mente: il fruscio, lieve, delle loro tuniche bianche, la ricerca della scarpa giusta dove infilare il regalo corrispondente. “Ascolta, ascolta! Questa mi pare la zia Rosina. Speriamo che non sbagli scarpa! Era sbadata in vita figurarsi da morta”.
3... In certe notti ventose, ci stringevamo intorno al tavolo, in cucina. Avevamo paura del vento, del suo atroce sibilo. Mia madre diceva che quello non era il vento, ma il brusio dei morti che ritornano in paese a cercare le case dove hanno vissuto, a portare i regali ai loro bambini. E l’indomani mattina presto tutti a guardare dentro le scarpe. Ne uscivano pupi di zucchero, melegranate dai chicchi dolcissimi e vermigli, taralli e biscotti al vino cotto, panareddri (panierini) impreziositi con semi di “diavolina” e con un uovo sodo al centro. Doni semplici confezionati in casa e frutti della nostra terra generosa. Soprattutto, c’era grande attesa per i “pupi di zuccaru”, una sorta di giocattolo commestibile, nelle sembianze di vigorosi paladini di Francia o di fieri cavalieri saraceni. Eroi-pupi, di zucchero o di latta, che ancora si contendono il nostro destino! I pupi c’entrano sempre nella tradizione siciliana, nella vita come nella festa dei morti. Da loro deriva anche un verbo “pupiddriari” usato per declinare gli effetti cinetici di un barbaglio agli occhi. Il pupo è la chiave per aprire lo scrigno delle nostre finzioni, dei nostri camuffamenti, dei nostri trucchi. È una maschera, che indossiamo per la vita. Siamo tutti pupi, secondo Pirandello. Ancora lui! Non so quanto sia vero tale assunto che potremmo anche accettare solo se fossimo pupi liberi di vivere nel mondo del fantastico e schivare la pessima realtà che ci circonda. Ma nemmeno questa libertà ci è consentita: dietro o sopra i pupi c’è sempre un puparo che tira i fili. A Palermo sono maestri nel fabbricare pupi di zucchero e di altro materiale. Ne ho comprato uno per Monica. Rappresenta una principessa araba e il suo spavaldo cavaliere con elmo e sciabola. Domattina, lo troverà nella sua scarpina, sulla finestra…
Foto: Xochitla (Messico): la noche de los Muertos
Tratto da “Monica, storia di un’infanzia ritrovata” di Agostino Spataro in:
www.lafeltrinelli.it/libri/spataro-agostino/monica/9788891016836
martedì 28 ottobre 2014
L'ANGOSCIA DI CHI CERCA L'ERRORE E NON LO TROVA

Le terribili notizie che giungono dal Medio Oriente creano sgomento nell’opinione pubblica. Oltre alle stragi e alla pericolosa destabilizzazione della regione, questa strana guerra dell’IS sta provocando un’ondata di odio antioccidentale e rinfocolando la mai sopita tendenza all’islamofobia che, certo, lasceranno il segno nelle relazioni euro- arabe. Peccato.
Fino a qualche tempo fa, si operò da ambo le parti , e con qualche risultato, per rafforzare la convivenza pacifica mediante la cooperazione economica e culturale fra Italia, Europa e Mondo arabo, anche sul terreno del dialogo inter-religioso. Un caso esemplare (anche se travagliato) fu quello della costruzione a Roma, sede del Vaticano capitale della cristianità, della più grande moschea d’Occidente.
Com’è noto, anche noi del Pci demmo un significativo contributo per renderla possibile: desidero ricordare in particolare, l’impegno profuso dal sindaco di Roma, on. Ugo Vetere, e di un gruppo di parlamentari del dirigenti dell’Associazione nazionale di amicizia italo-araba. Un contributo “incredibile” il nostro, e, forse, perciò più gradito, apprezzato dal principe Amini, massima autorità islamica allora operante in Italia.
Il progetto della moschea era frutto del dialogo con il mondo arabo portato avanti, in Italia, da un vasto schieramento di forze politiche, sindacali e culturali. Comprese diverse componenti del mondo cattolico che, sulla scia del percorso tracciato da Aldo Moro, da Giorgio La Pira, s’impegnarono attivamente in quel grandioso sforzo di pace e di cooperazione.
Oggi, i rapporti fra i due mondi sono cambiati, volgono verso il conflitto, la guerra. La maledizione della “guerra fra le civiltà” aleggia sopra gli ignari popoli. I fanatici non mancano, da ambo le parti: due agguerrite minoranze (razzista in Occidente e integralista in Oriente) vorrebbero imporre a due sterminate maggioranze il loro disastroso punto di vista. Per la gioia dei mercanti di armi e di petrolio e di certe banche che ne regolano gli affari.
Queste cose le abbiamo dette e scritte per tempo, per avvertire di tali pericoli. Purtroppo, stanno prevalendo le intolleranze, i biechi interessi di pochi. Ci siamo illusi? Sbagliammo? Oggi, questo è il nostro cruccio maggiore. In coscienza, credo proprio di no. Poiché agimmo in ossequio al dettato della nostra Costituzione, democratica e antifascista, e in sintonia con la tradizione umanitaria, solidaristica, pacifista della sinistra italiana.
Il problema, semmai, insorge ogni qual volta viene negata la medesima reciprocità di trattamento alle persone e/o ai culti di fede diversa dall’Islam e alle varie espressioni del pensiero laico. Ritengo che per sanare il conflitto in corso, militare e culturale, bisognerebbe riproporre quella politica, magari in visione aggiornata, per la cooperazione e la pacifica convivenza fra arabi ed europei.
Il discorso potrebbe continuare, ma mi fermo perchè desidero proporre una mia nota che un pò rende l’idea di quei rapporti, della loro cordialità, della comprensione reciproca, dello spirito di libertà, nostra e altrui, cui un po’ tutti si anelava.
Quando un ateo favorisce la costruzione di una moschea
“Un giorno fui invitato per un colloquio dal principe Abdelghassem Amini, aristocratico afghano e persona di fiducia dei sauditi e, in quanto tale, presidente del Centro culturale islamico d’Italia intestatario del progetto di costruzione della moschea di Roma, la più grande d’Europa.
L’andai a trovare nel suo ufficio. Dopo il caffè e un po’ di convenevoli, mi rivolse alcune domande a bruciapelo.
“Lei è un deputato del Pci? ” “Certamente”, risposi.
“Perciò è un marxista?” “Sicuro”.
“Voglio dire ateo?” “Si, sono ateo”.
Domande pleonastiche le sue (sapeva benissimo chi fossi), propedeutiche a quella più impegnativa: “Allora mi spieghi perché un ateo, com’è lei si dichiara, si è tanto adoperato per favorire, consentire la realizzazione della moschea? “
Il principe non si capacitava di tanta (mia) “incoerenza” o forse immaginava i comunisti come orde di barbari dediti alla distruzione dei luoghi di culto.
Lo assicurai che, in generale sono una persona rispettosa dei sentimenti religiosi autentici, e che nel caso della moschea di Roma, mi ero semplicemente adoperato, da deputato comunista, per garantire ai lavoratori, ai credenti di religione islamica il diritto ad avere un luogo di raccoglimento e d’incontro. Esattamente come postula la nostra Costituzione per tutte le religioni, purché non s’ingeriscano nella politica e negli affari di Stato.
Il principe mi strinse entrambe le mani e mi volle insignire di una medaglia e regalare un bellissimo esemplare del Corano, che conservo gelosamente, con una sua dedica riconoscente: “All’on. Agostino Spataro…per tutto l’aiuto che ha dato all’Islam”. Aggiunse: “Lo consideri un passaporto sempre valido…”
Insomma, c’eravamo capiti. Purtroppo, col tempo, ho dovuto costatare che da parte di certi settori islamici radicali non ci sono né tolleranza né reciprocità di comportamento nei confronti dei diritti fondamentali delle persone di altre religioni e, ancor meno, verso i non credenti. E tutto ciò mi amareggia assai.”
(nel mio “Il giardino d’Oriente”- http://www.lafeltrinelli.it/libri/spataro-agostino/pensieri-corti/9788891078278)
La dedica del principe Amini
giovedì 23 ottobre 2014
domenica 12 ottobre 2014
martedì 7 ottobre 2014
USA, LE GUERRE NON VINTE
di Agostino Spataro
“La fiction cinematografica ci ha abituati a vedere gli eserciti Usa uscire vincitori da ogni conflitto. L’idea che molti si son fatti è quella di una sorta d’invincibilità quasi dovuta alla prima grande potenza militare del Pianeta.
Tuttavia, a ben guardare la realtà storica, non è difficile accorgersi che gli Usa hanno perduto o vinto a metà tutte le guerre intraprese dopo il secondo conflitto mondiale.
Negli ultimi 70 anni, infatti, si è andati dalla mezza sconfitta di Corea (1953) a quella totale e umiliante del Vietnam (1975), seguita dalle mezze vittorie (o mezze sconfitte?) dell’Afghanistan, dell’Iraq, della Somalia, della Libia, ecc.
Insomma, a parte qualche colpo di stato in giro per il terzo mondo, con particolare propensione verso l’America latina, e la “gloriosa” occupazione dell’isoletta di Grenada, il pedigrèe della costosa macchina da guerra Usa non è poi molto esaltante.
D’altra parte, l’alta percentuale di suicidi tra i veterani è una clamorosa conferma della sconfitta, morale e politica, della crudele iniquità di queste guerre.
Rispetto e ammiro il popolo statunitense che ha dato all’umanità un grande contributo nei campi della ricerca scientifica e tecnologica.
Perciò, gli auguro che i tanti “insuccessi” militari inducano i suoi governanti a lavorare per la pace e non più per la guerra.
L’egemonia globale è pura follia.”
(http://www.amazon.com/GIARDINI-NOBILE-BRIGATA-Italian-Edition-ebook/dp/B00JLD0AAW#reader_B00JLD0AAW)
domenica 5 ottobre 2014
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Copertina flessibile: 140 pagine
Editore: Edizioni Associate (28 febbraio 1987)
Collana: Osservatorio internazionale
ISBN-10: 8826701326
ISBN-13: 978-8826701325
Peso di spedizione: 222 g
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