sabato 18 settembre 2021

IL PERIPLO DELLE CINQUE LUNE- Lavori in corso / Bozza di copertina

 

 

 

 

Agostino Spataro

 

Il periplo delle cinque lune

 

 

 


Note di viaggio per la Sezione esteri del PCI

 

 

 

 


 

 

 


sabato 11 settembre 2021

 

USA 2001-2021                                                                                                       UN FALLIMENTO NEL MEDITERRANEO E NEL MEDIO ORIENTE

di Agostino Spataro

Ora che anche il compagno Massimo D’Alema, finalmente, ha ricominciato a parlare chiaro (intervista al “Il Domani” del 11/9/21) si può, forse, aprire una riflessione nella sinistra italiana su tutto un periodo, lungo e sanguinoso, che ha visto il Mediterraneo e il Medio Oriente messi a ferro e a fuoco, da parte degli Usa, della Nato e di talune organizzazioni terroristiche. Con esiti militari e politici a dir poco disastrosi.                                                                                                                                                    In questo passaggio dell’intervista di D’Alema c'é la sintesi del fallimento di un ventennio giocato sull’orlo dell’avventurismo e della sleale collaborazione.



“La risposta occidentale all’attacco terroristico delle Twin Towers aveva un contenuto militare, che ha ottenuto qualche risultato.Ma aveva soprattutto un forte disegno politico-culturale: l’idea che attraverso l’espansione della democrazia nel mondo islamico si sarebbero costruiti anticorpi in grado di debellare il fondamentalismo antioccidentale e il terrorismo. Questo progetto è fallito”. Ma soprattutto “non solo con le armi, è fallita l’idea che la democrazia si possa esportare” e “sono fallite anche le primavere arabe, che era l’espansione della democrazia sull’onda di un movimento popolare. L’omologazione culturale non funziona”.

Tutto ciò non è avvenuto a caso, ma è iniziato 20 anni fa, con la vittoria, contestatissima, di Bush junior (con vicepresidente Cheney) insediatosi nel 2001.                                                                                        Queste date e questi nomi mi fanno tornare alla mente un “discorso” premonitore che ascoltai a La Valletta, nel 1988, dall’amico Alex Sceberras Trigona, già ministro degli esteri maltese con Dom Mintoff, secondo il quale negli Usa erano stati elaborati dei piani per nuovi interventi nel Mediterraneo e nel Medio Oriente da attuare con l’insediamento del nuovo Presidente.. 

 

                                             Alex Scebarras Trigona interviene all’Assemblea delle Nazioni Unite


Negli Usa era ancora in auge Bill Clinton che si apprestava a celebrare i 50 anni della creazione della Nato (1999) e nessuno prevedeva una vittoria di Bush jr alle presidenziali del 2000. Tranne, forse, i grandi strateghi Usa che avevano i mezzi per ottenerla comunque, come poi l’ottennero.

Il cambio era necessario per attuare i “piani” di cui mi parlò Trigona (vedi pagina del libro*) mirati a un controllo più diretto degli Usa nel Mediterraneo e nel Medio Oriente ora unificati sotto il nome di “regione Mena” ossia una nuova entità geo-strategica che ridimensionava, mortificava il tradizionale ruolo dell’Europa nell’area con il suo bagaglio di accordi multilaterali (Barcellona, ecc.) e bilaterali.   *Ma ecco le pagine del mio libro “Nella Libia di Gheddafi”







                                               Agostino Spataro con Alex e consorte ad Agrigento, 2013






mercoledì 16 giugno 2021

IMMIGRAZIONE, LE PROPOSTE DEL PCI ANCORA VALIDE: LEGALITA' E SOLIDARIETA: CHIUDERE CON GLI SBARCHI CLANDESTINI, ACCORDI DI COOPERAZIONE CON GLI STATI -

 






LA PROPOSTA DI LEGGE DEL PCI DI ENRICO BERLINGUER



PARI DIGNITA' FRA LAVORATORI ITALIANI E IMMIGRATI 



SANZIONI SEVERE PER CHI FAVORISCE GLI INGRESSI ILLEGALI IN ITALIA...




 

Immigrazione: gli opposti estremismi

Nel 1981, quando l'ex compagno Matteo Salvini aveva 8 anni, presentammo la proposta di legge n. 2990* mirata a riconoscere agli immigrati regolari tutti diritti e i doveri attribuiti agli emigranti italiani soprattutto in Europa.

di Agostino Spataro *

Certo, oggi, il contesto politico nazionale e internazionale è mutato, tuttavia i valori restano. L’immigrazione è necessaria, ma va regolata, accolta nella legalità e nella solidarietà. 

In Italia siamo di fronte a un grave dilemma politico. Da un lato, l’ex compagno Salvini avrà tenuto a mente la citata proposta di legge e oggi, nella veste di leader della Lega nord (non più secessionista?), la usa a suo vantaggio elettorale, dopo averla depurata del suo carattere umanitario e solidaristico.

Dall’altro lato, gli “eredi” del Pci l’avranno dimenticata lasciandosi fagocitare da una lettura equivoca, distorta della crisi del mondo, da una visione destabilizzante del dramma delle migrazioni che non può essere affrontato nella logica degli interessi delle oligarchie finanziarie. I sedicenti “eredi” del Pci ragionano sulla complessa materia (anche da posizioni di governo) come se l’Italia e l’Europa si trovassero nel migliore dei mondi possibili quando, invece, sono vittime di scandalose disuguaglianze e delle pretese oligarchiche del neoliberismo dominante. 

Insomma, due “opposti estremismi” (razzismo e buonismo) cui contrapporre una terza via possibile, da costruire nell’ambito di una vera politica di cooperazione Nord-Sud, nella legalità e nella solidarietà.

Oggi, i “nuovi schiavi” non vengono cacciati e incatenati come i loro antenati, ma sospinti, incoraggiati, talvolta anche finanziati, a emi­grare clandestinamente verso questa vecchia Europa, opulenta e mo­rente, dove saranno usati come manodopera irregolare in taluni settori dell’economia locale.

Partono, all’avventura. Soprattutto quelli che sono in grado di pa­gare l’esoso passaggio ai trafficanti della “prima catena” (che si snoda dal luogo di residenza alle coste europee), di sobbarcarsi mi­gliaia di km per deserti inospitali, mesi e mesi di permanenza in ter­ribili campi di concentramento, traversate a bordo di natanti precari e rischiosi, ecc. E, finalmente, quando i più fortunati riescono ad ap­prodare in Europa li attende una seconda, variegata catena di pro­fittatori.

Importare il terzo mondo nel primo

In realtà, questi flussi sono anche incoraggiati dalle grandi oligar­chie globalizzate che perseguono un obiettivo chiaro “importare il terzo mondo nel primo” per produrre a costi da terzo mondo e vendere a prezzi da primo mondo.

Tutto ciò è umano? Chi è il vero razzista: il lavoratore preoc­cupato di perdere il posto di lavoro, la vecchia signora che si lamenta per certi disagi che riscontra nel suo quartiere o chi or­ganizza e/o sponsorizza tali traffici per trarne vantaggi e profitti scandalosi?

La questione non è nominalistica ma di sostanza ed ha un risvolto specificamente italiano. C’è, infatti, un dato drammatico, largamente sottovalutato, ignorato, che segnala una fragorosa ripresa dell’emigrazione italiana. I numeri sono davvero allarmanti. Dai media si ap­prende che, negli ultimi anni, sono emigrati all’estero 265.000 citta­dini italiani.                                       

I “corridoi umanitari” invocati possono lenire parte delle sof­ferenze ma non estinguerle.

Ci vogliono accordi di cooperazione con i Paesi d’origine, per legalizzare i flussi e sottrarli alle catene di pro­fittatori

Pertanto, é inaccettabile questa conflittualità da “opposti estremismi” che impedisce una discussione libera e proficua…Della serie: chi più blatera ha più ha ragione.

In realtà, siamo in presenza di una colossale mistificazione che vor­rebbe dividere gli italiani in razzisti e buonisti!

Si tratta di due rumorose minoranze, due opposti che alla fine con­vergono: da un lato una subcultura di tipo razzistico, xenofobo che rifiuta l’immigrato per principio, cui si contrappone una subcultura di stile “buonista”, per usare una fraseologia impropria, che non si fa carico di tutti i problemi (e dei diritti) delle comunità d’origine e di accoglienza.

In questo crogiuolo di posizioni convivono posizioni “in buona fede” e mire inconfessabili di carattere elettorale e venale. 

Il problema è uscire da questa logica paralizzante e ragionare, lottare per una giu­sta accoglienza nella legalità. A certa “sinistra” impellicciata si deve ricordare che - così agendo - si finisce per favorire l’affermazione elettorale (e culturale) delle destre in Europa e non solo.

Un’Europa dominata dalle destre non sarebbe un buon viatico, prima di tutto per gli emigrati.

L’attuale flusso migratorio non è un’emergenza, ma un dato costante e destabilizzante

Un’emergenza si apre e si chiude entro breve tempo. Quando supera l’arco dei decenni diventa qualcos’altro che abbiamo il diritto di ca­pire e, se del caso, regolamentare per correggerne le storture.

I governi devono governare i fenomeni non assecondarli

Compito dei governi è, per l’appunto, governare anche i fenomeni così complessi. Su come e con quali proposte si può discutere.

In attesa delle nuove regole, l’Unione Europea, invece di limitarsi a gestire malamente i flussi, dovrebbe attivarsi per costruire, insieme ai Paesi d’origine, una soluzione politica duratura e condivisa. Po­trebbe promuovere una Conferenza intergovernativa sulle migrazioni per giungere ad accordi, bilaterali e multilaterali di regolamen-tazione dei flussi, di cooperazione, di aiuto ai Paesi più poveri, finan­ziando programmi per uno sviluppo auto-centrato e diversificato.

A tale fine, appare necessario riformulare gli strumenti d’intervento della cooperazione internazionale, introdurre nuove norme per riqualificare la spesa di settore e rimodulare e re-indirizzare il ruolo delle Ong le quali devono produrre, in loco, istru­zione, formazione e, soprattutto, assistenza allo sviluppo economico, occupazione e cultura democratica, ecc..

Il dibattito resta aperto, senza dimenticare un diritto umano fondamentale che ho richiamato nel testo: “Se il mondo fosse più giusto e solidale, dovrebbe riconoscere, e attuare, come primo diritto umano quello di non- emigrare ossia non costringere gli uo­mini e le donne del Pianeta ad abbandonare la propria casa, la pro­pria terra in cerca di un lavoro, di una vita migliore. Per chi lo desidera, dovrà sempre esserci un diritto a emigrare, di spostarsi liberamente, per scelta non per costrizione. Purtroppo così non è.”

 

* già parlamentare del Pci, membro commissione Esteri della Camera dei Deputati, autore di "Immigrazione, la moderna schiavitù" (2018)

https://www.lafeltrinelli.it/libri/...

 

.

 





martedì 8 giugno 2021

OGGI 37° ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI ENRICO BERLINGUER / Achille Occhetto : "Pajetta ha parlato contro Berlinguer". Un ricordo di Agostino Spataro *

 


                                                                                                                                   Ioppolo Giancaxio , 11 giugno 1984 

 Oggi, è morto all’ospedale di Padova il compagno Enrico Berlinguer. Vi era stato ricoverato il 7 u.s. per un ictus cerebrale che lo ha colpito durante lo svolgimento del comizio. Una lunga e triste agonia, senza speranza di ripresa. In ogni caso, politicamente era morto. Questa mattina, verso le 10,00, mi telefona Siso Montalbano, della segreteria Fed, per comunicarmi di aver parlato con il Comitato regionale (C.R.) che gli avevano detto che Berlinguer era praticamente morto e che i funerali erano stati previsti per mercoledì 13 a Roma.

Brano autografo del diario dal mio quaderno n. 3 

In serata si dovevano tenere assemblee di commemorazione al chiuso. Non capii e chiesi: “Ma è morto o no”. Siso era imbarazzato. M’invitò a recarmi subito in federazione.   “Dunque, hanno deciso di tirare la spina?”- replicai.                                                            Accesi la radio, mentre mi preparavo per partire. Su Rai/1 davano una emissione sulla vicenda di Luther King. Alcun riferimento al dramma di  Berlinguer.                       Giunto in federazione (verso le ore 11,000) trovo esposta al balcone la bandiera rossa del nostro destino, listata a lutto. Non c’era più dubbio Enrico era morto. Eppure la radio non aveva detto nulla! Forse per non interrompere le trasmissioni programmate?              Dopo King, seguì un concerto di musiche italiane degli anni ’50.                                      In Federazione trovai tanti compagni e compagne in evidente apprensione. Volti tesi, scuri. Niente lacrime.                                                                                                        Origliai fra i vari capannelli. Parole bisbigliate, spezzate. Praticamente, capii che la morte di Berlinguer era avvenuta, ma non era stata ancora ufficialmente annunciata.        I compagni mi dicono che è morto stamattina intorno alle 9,30 che, però, la segreteria nazionale del partito ha deciso di annunciarne il trapasso verso le ore 13,00.                      Insomma, ufficialmente, era ancora vivo anche se erano stati programmati i funerali. Non capisco la ragione di tale strano (forse un po’ stupido) comportamento del Centro del partito. Mi dicono che, forse, prendono tempo per preparare il testo del comunicato.   Osservo che il comunicato si può emettere anche qualche ora dopo la morte. Intanto bisognava darne l’annuncio.                                                                                                   Il povero Gildo Mocada, cui sfuggiva il complicato ingranaggio di cui sopra, da vecchio partigiano pensò bene di esporre dal balcone la bandiera a lutto. Le due cose non reggevano: la bandiera confermava la morte che però non era stata annunciata. Si decise di ritirare la  bandiera.                                                                                             Qualcuno ri-telefona a Roma per avere ragguagli. Nulla di nuovo: è morto e la morte sarà comunicata più tardi. Ascoltiamo il Tg/uno delle 12,00. Il conduttore dice che “le condizioni di salute dell’on. Enrico Berlinguer si sono aggravate... L’elettrocardiogramma è piatto...ci sono pochissime speranze di ripresa.”             L’annunciò della morte verrà dato da Achille Occhetto al Tg/2 e rilanciato nell’edizione del Tg/1. Ancora non c’è un comunicato della Direzione. Sarà emanato in serata. Viene ri-esposta la bandiera a lutto. A questo punto non si capisce perché questa sceneggiata in cui sono state raggiunte punte di crassa stupidità che ometto per carità di ... partito.

La sera vado a Favara a tenere la commemorazione. Assemblea molto partecipata. Sono presenti delegazioni di altri partiti: Psi, Dp e Dc (guidata dall’on. Angelo La Russa).        Parlo a braccio. Non ho avuto tempo per preparare un discorso. Dico quel che sento, che ricordo del caro compagno Berlinguer che ebbi l’onore di presentare (10 anni prima, il 25 aprile 1974) alla grande manifestazione pro-divorzio del nostro Partito che tenemmo nella piazza Stazione di Agrigento.

Agrigento 25 Aprile 1974. Agostino Spataro introduce la grande manifestazione in piazza Stazione che darà conclusa con un discorso di Enrico Berlinguer.

Con il segretario generale capitava di vederci di tanto in tanto in Commissione esteri della Camera, di cui entrambi facevamo parte, e più spesso nell’Aula di Montecitorio, dove gli sedevo vicino. Tale vicinanza, fu resa possibile a seguito dal mio trasferimento dal settore contiguo a quello dei radicali, dopo che ebbi con l'on. Roberto Cicciomessere uno scontro piuttosto pesante ma necessario per fermarlo mentre stava per aggredire fisicamente la compagna Nilde Iotti che presiedeva la seduta.                                          
In genere, Berlinguer parlava poco. Preferiva ascoltare. Raramente rideva.

Luglio 1976, Agostino Spataro, accanto a Enrico Berlinguer, durante l'ovazione per l'elezione di Pietro Ingrao a Presidente della Camera dei Deputati. (foto da "l'Unità")

La direttiva del Centro, e quindi anche della Federazione, era quella di limitarsi a fare la commemorazione al chiuso e di evitare, fino al giorno dei funerali, discorsi elettorali. Mi parve una direttiva sbagliata, per altro, in contrasto con quanto ci raccomandò Berlinguer già colpito dall’ictus: “Continuate a lavorare, andate casa per casa...”                      Ripresi questo accorato appello e invitai i compagni a intensificare la mobilitazione elettorale. Almeno a Favara quella direttiva restò inapplicata.

AI FUNERALI DI BERLINGUER                                                                           Achille Occhetto : "Pajetta ha parlato contro Berlinguer"

Roma, 14 giugno 1984.                                                                                                     Ho assistito dal palco delle autorità istituzionali, in Piazza San Giovanni, a Roma, alla imponente manifestazione di popolo, del nostro popolo comunista, svoltasi per dare l’estremo saluto al compagno Enrico Berlinguer.                                                           Una manifestazione davvero grandiosa che- a detta degli esperti- ha superato tutte le precedenti per partecipazione. Senza offesa per nessuno.

Roma,13 giugno 1984- Veduta parziale della piazza San Giovanni per i funerali di Enrico Berlinguer.

Bella, calda, commossa la piazza, quanto scialbi, freddini i discorsi commemorativi di Nilde Iotti, di Marco Fumagalli (Fgci) e di Giancarlo Pajetta che era quello ufficiale, principale. Già sul palco circolavano critiche soffuse, leggere insofferenze verso le parole di Pajetta che continua ad atteggiarsi come il primo della classe.                              Uno che - come diceva Leo Longanesi di Curzio Malaparte - al matrimonio vuole essere la sposa e al funerale il caro estinto.                                                                     L’indomani (14/6), in partenza per Palerno, incontro all’aeroporto di Fiumicinio  Occhetto e la sua compagna. Con loro c’è anche Ammavuta.                                   Achille (che oggi quando m’incontra finge di non riconoscermi- ndr) si lascia andare, arrivando addirittura a sentenziare che “Pajettta ha parlato contro Berlinguer”.              Un giudizio eccessivo anche se, in effetti, dal suo discorso è venuto fuori un ritratto non pienamente corrispondente alla personalità del segretario del Pci, sicuramente, il più amato, e rispettato, dentro e fuori del Partito. In alcuni passaggi, a braccio, si lasciò sfuggire degli accenni critici (indiretti) alla più recenti posizioni di Berlinguer contro il decreto Craxi per il taglio della scala mobile e ai tentativi di ricerca di punti di contatto, di convergenza con la Dc, allusivi alla vicenda dell'on. Aldo Moro, non citato per nome.                                                                                                                                                   E' inutile negarlo, nel Pci c’e una corrente di pensiero (e d’azione) che flirta con il craxismo anche quando questo opera per ridimensionare il Pci, per capovolgere, in suo favore, i rapporti di forza all’interno della sinistra.                                                   Secondo questo pensiero in simil pelle, la grande forza popolare, democratica, elettorale del Pci costituisce in Europa un’anomalia da eliminare, quantomeno da ridimensionare.     Non è un mistero che, per quanto non dichiarata, tale tendenza si polarizza, si organizza intorno alla “corrente” migliorista a cui anche Pajetta si richiama.                                 Anche in questo drammatico frangente, Giancarlo Pajetta si è dimostrato un esibizionista, per altro senza più quella verve polemica, ironica che, in passato, lo ha contraddistinto nello scontro politico e parlamentare.                                                        E' vecchio, eppure non mostra alcuna intenzione di “far posto ai giovani”. Sostiene che vuole “morire sul campo” ossia non mollare gli incarichi di alta e delicata  responsabilità, specie nel settore esteri, che detiene da una vita.                                                              Pur sapendo di sfidare l’ira del nostro popolo, a piazza San Giovanni anche la Iotti ha voluto ringraziare, pubblicamente, Bettino Craxi, (per che cosa poi?) l’uomo che nel recente congresso del Psi, a Verona, non ha fischiato Berlinguer solo “perché non sapeva  fischiare”. Com’era prevedibile, al solo udire il nome di Craxi la piazza di San Giovanni insorse, fece partire una marea di fischi che annichilirono il serioso presidente del Consiglio seduto in prima fila sulla tribuna d’onore.                                              Posizioni di ostentato dissenso rispetto alla linea del defunto segretario nei rapporti con Craxi che creano confusione e disagio nel partito e consentono al leader del Psi di poter affermare che “non tutti nel Pci condividono la linea della scontro” e a Martelli di blaterare che Berlinguer è un “neurocomunista”.

Tutta “robetta” che non possiamo accettare passivamente. Perciò su tali aspetti nel Pci è aperto uno scontro duro, destinato ad aggravarsi dopo la morte, precoce e inattesa, di Enrico Berlinguer.                                                                                                            Chi sarà il nuovo segretario? Al momento nessuno può dirlo. Tutto è affidato alla direzione del partito che speriamo non sbagli la scelta. Delicatissima.                             La Direzione, con la “D” maiuscola, è una sorta di Olimpo del nostro partito, dove si concentra quasi tutto il potere decisionale di una forza che vanta circa due milioni d’iscritti e oltre dodici milioni di voti. Un dato - a dir poco- anacronistico, di fatto, prevaricante rispetto ai diritti democratici di partecipazione degli iscritti e degli elettori.    Non è più ammissibile tale, alta concentrazione del potere nelle mani di un gruppo ristretto di compagni, per altro non tutti e non sempre affidabili nella gestione. Non è solo un problema di uomini, ma di sistema, del meccanismo di formazione della decisione e della sua gestione politica, interna ed esterna, che bisognerebbe riformare il più presto possibile. Speriamo! Altro non possiamo dire. Speriamo!                                    La stragrande maggioranza dei compagni con i quali ho parlato in questi giorni si sono pronunciati per Pietro Ingrao e/o per Alfredo Reichlin. Eppure sappiamo che nessuno dei due potrà essere eletto segretario. Staremo a vedere... (a.s.)

Articolo connesso: 

https://www.welfarenetwork.it/che-cosa-ci-faceva-un-austriaco-armato-dietro-la-porta-di-berlinguer-agonizzante-agostino-spataro-20201123/

* queste note, tratte da uno dei miei 49 quaderni, sono state scritte in quei giorni drammatici. 

Biografia: it.wikipedia.org/wiki/Agostino_Spataro

  

 

 

 

 

 

giovedì 3 giugno 2021

IL PREMIO ANCHE AI MAFIOSI?

di Agostino Spataro

Forse non ci crederete, ma per scrivere l'articolo qui allegato sono partito da alcune solide ragioni politiche e sociologiche maturate a metà degli anni '80 e "suffragate" da un detto della medicina popolare che fu una pratica diffusa nella società contadina: "U muzzicuni du cani si sana cu lu pilu di lu propriu cani". Traduco per i palati più fini: "Il morso (del cane) si guarisce con il pelo del cane aggressore." Così succedeva che bisognava inseguire quel cane rancoroso per strappargli un ciuffo del suo pelame che - lo sciamano-  avrebbe applicato sulla ferita. Stiamo parlando di pratiche antichissime sopravvissute fino agli '50 del secolo scorso. 

Che dire? Talvolta tale metodo funzionava, altre volte no, provocando conseguenze ben più gravi del morso canino. 

Fuor di metafora, l'articolo, pubblicato in prima pagina da "Il Manifesto" del 30 ottobre 1984, credo rivesta una qualche importanza se non altro per il fatto che per la prima volta un deputato nazionale del PCI esponeva in pubblico un pensiero che correva fra le file del partito che però nessuno si decideva a esternare e magari a tramutare (siano a due anni dall'assassinio di Pio La Torre) in proposta di legge. In quei giorni, scosso anche da un episodio di mafia, feroce e terribile, accaduto a Palermo, scrissi il pezzo e lo inviai al Manifesto con il quale collaboravo per i temi di politica estera.

Fu pubblicato in "prima" e pertanto fece un certo scalpore nell'ambiente politico e parlamentare. Alcuni del mio partito dissero che era "una fuga in avanti" (la solita solfa di chi non vuole smuovere nulla), altri ch'era opportuno discuterne prima negli organismi (campa cavallo), altri ancora (più numerosi) vennero a congratularsi, senza farlo sapere in giro. Però. Fra questi un deputato che oggi siede sull'alto scanno della Corte Costituzionale.

Anche molti  "avversari", compresi alcuni membri del governo, vennero a complimentarsi in modo palese o sottobanco. Insomma, l'articolo aveva un pò scosso le acque stantie della politica in quel terribile frangente.

Un contributo sincero da certuni non gradito, forse perché si pensava che noi lì, in Parlamento, fossimo solo dei buoni monaci portatori d'acqua ossia di voti che, intruppati nei loro ordini debbono servire tacendo.   

Dopo l'articolo non successe nulla di concreto sul terreno politico e parlamentare. Bisognerà aspettare il 1991 quando, con la collaborazione assai qualificata dei magistrati dr. Giovanni Falcone e Antonio Scopelliti, il governo, presieduto dall'on. Giulio Andreotti, con Claudio Martelli ministro della Giustizia, emanò un decreto legge (n. 82 del 15 marzo 1991) che introduceva una efficace normativa premiale mirata a favorire la collaborazione con gli organi di giustizia dei cd. "pentiti" di tutte le mafie. Di tale normativa ne hanno usufruito in tanti, fra cui Giovanni Brusca.

Ma eccovi l'articolo:





    

  

sabato 22 maggio 2021

La solitudine d'Israele

 

Vittime palestinesi di un recente bombardamento israeliano su Gaza (foto da "Internazionale")

di Agostino Spataro 

 1... Sembrerà strano, ma nel momento in cui i governanti israeliani, responsabili della nuova ondata di  attacchi, micidiali e asimmetrici, e di centinaia di morti (fra cui molti bambini e anziani) fra la popolazione di Gaza, incassano il massimo sostegno dei governi e dei media di quasi tutti i paesi occidentali, in Italia e nel mondo si coglie, a livello popolare, un sentimento di rifiuto che accresce la solitudine della posizione annessionistica d’Israele.                                                                                                                                                                    Le  tantissime manifestazioni spontanee in tutto il mondo a favore dei diritti alla vita e alla dignità nazionale del popolo palestinese, (quasi del tutto ignorate dai soliti media occidentali) evidenziano un altro elemento da non sottovalutare ossia che la solidarietà elitaria a favore di Netanyahu ha come risvolto l'isolamento d'Israele nel cuore della gente comune, dei lavoratori, degli intellettuali liberi.                                                                                                     Solitudine anche all'interno d'Israele, dove la grande maggioranza del popolo non condivide tali, impietosi atti di guerra e continua a far sentire, anche con il non voto, la sua contrarietà e volontà di pace.      Tutto questo e altro non fa che debilitare la manovra, la credibilità dei capataz al potere, osannati all’estero e sempre più isolati anche in patria. Una condizione anomala, poco rassicurante e, alla fine, perdente.  Fino a quando potrà essere sopportata?                                                                                                                            Forse gli strateghi trascurano due fattori rilevanti di novità: l'entrata in campo, a fianco dei palestinesi, della Turchia di Erdogan che potrà mettere in crisi i fumosi e venali "accordi di Abramo" con le petro-monarchie arabe del Golfo e la prospettiva (a medio/lungo termine) che la partita più grande, decisiva del nuovo ordine mondiale, possa giocarsi nell'area del Pacifico, da cui Israele é assai lontano.  E, davvero, non ci si può consolare- come fa qualcuno- che questa sia la solitudine “dei numeri uno” o quella classica del potere. No. Questa è la solitudine di chi prevarica e non rispetta i diritti dei più deboli.

 La tragica asimmetria dei morti fra palestinesi e israeliani. (fonte “Haaretz”)

Tabella riassuntiva pubblicata dal più diffuso quotidiano israeliano “Haaretz” e ripresa da “Internazionale”   https://www.internazionale.it/opinione/amira-hass/2021/05/20/gaza-palestinesi-famiglie

2... Tutto ciò spiega anche la deprimente realtà politica ed elettorale d’Israele, dove il signor Netanyahu continua a governare, imperterrito, senza una maggioranza parlamentare.                                                                              E per farlo deve cedere alle pretese delle forze più retrive e reazionarie. Antisemitismo? Queste e tante alte cose le hanno denunciate con manifestazioni imponenti parti importanti della popolazione israeliana e tantissime personalità ebree della cultura, della politica, perfino militari, e la gran  parte della stampa israeliana, fra cui il prestigioso, e letto, quotidiano “Haaretz”.                                                                                                                    In molti casi la condanna degli ebrei, residenti all’interno d’Israele e/o all’esterno, (vedi le coraggiose parole di Moni Ovadia) è più dura e netta dei critici "laici", per non dire di quella assai blanda di certi commentatori e governanti nostrani.                                                                                                                                      Comunque si giri la “frittata” questa non è strada che spunta. Dopo l’accanimento contro la popolazione di Gaza, ma anche contro le famiglie palestinesi di Gerusalemme Est, può sembrare che Netanyahu abbia il mondo intero dalla sua parte e si stia godendo la sua imbarazzante impunità.                                                                            Così non è se vi pare. In questa situazione bizzarra si può applicare il saggio detto “Dai nemici mi guardi Iddio, dagli amici mi guardo io”, poiché questi leader che oggi si spellano le mani per applaudire i bombardamenti di Netanyahu sono pronti a cambiare parere, e cavallo, al primo stormir di foglie.                                                    Oltre alle esternazioni di Biden e altri suoi omologhi, ha fatto impressione la penosa sfilata elettoralistica vista in Italia, dove a difendere gli ebrei c’erano i neofascisti, i leghisti, e taluni personaggetti che debbono nascondere le loro ascendenze familiari, per poter partecipare a simili raduni. 

3... Per quanto che riguarda l'ampio fronte dei movimenti pacifisti pro-palestinesi, a  parte alcuni casi estremi da isolare, si può affermare che non agisce per odio, per “antisemitismo”, ma per amore di pace, appunto, per garantire al popolo palestinese il diritto, sancito dall’Onu, ad avere, finalmente, una patria e uno Stato sovrani.      Giusta o sbagliata che sia, la decisione dell'Onu del 1947 sulla partizione della Palestina oggi è accettata dalla opinione pubblica mondiale e pertanto va rispettata e soprattutto attuata.                                                              Nel corso di questi 75 anni, ci sono stati errori da entrambe le parti, tuttavia chi, oggi, ostacola tale progetto è soprattutto il potere dominante d’Israele che- di fatto- ha modificato l’obiettivo dei padri fondatori: si é passati, infatti, dai due popoli e due Stati all’annessionismo (in corso) di parti fondamentali dei territori assegnati al popolo palestinese. Che esiste e resiste!                                                                                                                     Chiunque oggi nel mondo, dentro e fuori la Palestina storica, ha senso della responsabilità politica e morale non può che sostenere la decisione dell’Onu. Diversamente, si mette contro la volontà del massimo organo della legalità internazionale. Punto.                                                                                                                             Perciò cresce, a vista d’occhio, la solidarietà con il popolo palestinese, con i suoi morti (molti bambini e vecchi) e in contemporanea cresce l’isolamento, la solitudine dei gruppi dominanti israeliani e dei loro sponsor.

4... No. Non si tratta di odio, ma di rifiuto della violenza, di desiderio di pace, di un nuovo sentimento popolare che sta rinascendo in Italia e nel mondo. Le opinioni pubbliche occidentali e d’altri angoli del Pianeta solidarizzano con i palestinesi di Gaza e chiedono la fine dell’occupazione dei territori palestinesi. Senza dimenticare il Golan siriano. In questi territori deve nascere il loro Stato. Dopo 75 anni i palestinesi ne hanno il pieno diritto, nella libertà e nella democrazia e nella  sicurezza di entrambi gli Stati che dovrebbero provare a convivere in cooperazione reciprocamente vantaggiosa.                                                                                                                                         Pertanto sono da disapprovare sia gli attacchi aerei israeliani sia quelli missilistici di Hamas che- bisogna ricordarlo- fu creata con lo zampino d’Israele che mirava a rompere l’unità palestinese- guidata da Yasser Arafat- e oggi se la ritrova contro. La pace fra israeliani e palestinesi é necessaria, anche per rafforzare la pace e la cooperazione economica e culturale in tutta l’area mediterranea e mediorientale che rischia di entrare in un vortice assai pericoloso.                                                                    .                                                   Desidero concludere ricordando un detto saggio che usiamo dalle nostre parti: se un tuo amico sta sbagliando non devi elogiarlo, sostenerlo, ma devi richiamarlo, aiutarlo a correggere l’errore.                                                          Nel mio passato di parlamentare del Pci, ho seguito da vicino talune vicende e, soprattutto, le giuste lotte del popolo palestinese che abbiamo sostenuto perché era dalla parte del giusto.                                                        Oggi è la parte debole del conflitto e noi amiamo solidarizzare con i più deboli: ieri con gli ebrei massacrati dai nazifascisti, oggi con i palestinesi.  Tutto ciò facciamo in coerenza con la nostra concezione politica e ideale secondo cui nel mondo vive una sola razza: quella umana. Che ci comprende tutti. Anche coloro che, in base alle favole bibliche (smentite dai più prestigiosi storici e studiosi ebrei) si auto-compiacciono di essere “popolo eletto”, ritenendo, evidentemente, che gli altri popoli siano “primi dei non eletti”. (a.s)

 

Segue un mio articolo del 2010 (https://www.agoravox.it/La-solitudine-di-Israele.html ) contenente alcune considerazioni che, dopo quasi 11 anni, si attagliano benissimo alla situazione attuale del conflitto israelo - palestinese. Segnalo alcuni brani:

Le vittime ci sono più care dei loro oppressori.

Ho scritto queste note né per la gloria né per un padrone, ma solo per dovere civile e morale verso la tragedia umana e politica del popolo palestinese. Per tali materie mi è negato l’accesso alla “carta stampata”.

Ci accontentiamo del web che possiede grandi potenzialità comunicative, in crescita, e soprattutto consente il privilegio d’interloquire con i giovani i quali, prima o poi, si desteranno dal torpore alienante del consumismo e chiederanno conto e ragione di tutte le ingiustizie del mondo.

Perciò, per quanto difficile sia il tempo presente, ognuno dovrebbe far sentire la propria voce. In ballo ci sono il destino, il benessere di tanti popoli, il futuro della pace nel Mediterraneo e nel mondo.

Parlare e agire, anche a costo di attirarci il facile anatema dell’antisemitismo, come qualche volta (mi) è accaduto. Sì, perché, da un certo tempo, in Italia e non solo, è invalsa la cattiva abitudine di bollare come “antisemita” chi dissente e osi criticare certe scelte e condotte dei governanti israeliani.

Un’accusa ormai abusata, vagamente intimidatoria e, per altro, imprecisa. Secondo il racconto biblico, “semiti” dovrebbero essere anche gli arabi.

In ogni caso, tale accusa non mi tange perciò la respingo al mittente. Io sono onoratissimo di seguire le idee di Kartl Marx (uno degli ebrei più importanti del mondo, realmente esistiti) e in quanto tale considero il razzismo una delle più miserabili espressioni della subcultura umana.

Rivendico la mia, la nostra, libertà di pensiero e di critica secondo i principi della Costituzione italiana e non secondo i canoni di questa o quell’altra religione. La mia cultura e pratica di vita non è razzista ma solidaristica verso tutti gli uomini e le donne che costituiscono l’unica razza di questo Pianeta.

Se in questa dolorosa vicenda spesso mi sono spesso ritrovato dalla parte dei palestinesi e dei loro leader più prestigiosi (fra i quali l’indimenticato Yasser Arafat) non è per contrarietà preconcetta verso il popolo israeliano, ma per solidarietà verso il popolo martire di Palestina ancora occupato, assediato dagli eserciti di Netanyahu.

Insomma, le vittime ci sono più care dei loro oppressori. Capita. Come sempre mi è capitato, e con grande commozione, di fronte alle immagini, anche cinematografiche, della “shoah”, della terribile tragedia degli ebrei massacrati dai nazisti e dai fascisti europei. E se tutto ciò non dovesse bastare, aggiungo che sono orgoglioso di essere figlio di un operaio siciliano, insignito della Medaglia d’onore del Presidente della Repubblica italiana, che fu ristretto in alcuni lager della Germania nazista per essersi rifiutato, dopo l’8 settembre 1943, di combattere con gli eserciti nazi-fascisti.   

 DOCUMENTAZIONE: Gerusalemme: la lunga lista delle violazioni israeliane

Questi i fatti recenti che giornali e tv hanno illustrato, anche se non si son presi la briga di spiegare perché si è giunti a un punto così critico.

Per giustificare le nuove colonie ebraiche nella “città santa” Netanyahu ha detto in Usa, e continua a ripetere in patria, che “Gerusalemme non è una colonia, ma la capitale d’Israele”.

Una bella frase a effetto che però sorvola sull’iter doloroso, sanguinoso che ha segnato questa città negli ultimi decenni e sulle numerose decisioni di condanna assunte dall’Onu, da altri organismi intergovernativi, dallo stesso Vaticano.

Il discorso sarebbe troppo lungo, perciò ci fermiamo. Del resto, chi desidera documentarsi sulla materia può consultare la vasta documentazione prodotta dalle Nazioni Unite e da altri organismi internazionali.

Per agevolarne l’approccio, segnaliamo, di seguito, i passaggi più significativi di un documento elaborato e diffuso dall’Onu (“Le statut de Jérusalem”, New York, 1997) che ricostruisce l’exursus storico e politico della questione di Gerusalemme.  

 

Pag. 1: Un regime internazionale speciale per Gerusalemme

“L’Onu, che tende a dare una soluzione permanente al conflitto (arabo-israeliano n.d.r.), adotta nel 1947 un piano di spartizione della Palestina che prevede la divisione della Palestina in uno Stato arabo e uno Stato ebraico e la costituzione della città di Gerusalemme in corpus separatum sotto regime internazionale speciale, amministrata dal consiglio di tutela dell’Onu.” 

 

Pag. 2: La comunità internazionale considera nulla l’annessione della “Città santa” 

“Dopo la guerra del 1967, Israele s’impadronisce di Gerusalemme-est (settore arabo n.d.r.) e dei territori palestinesi e fa sparire la linea di demarcazione fra i settori est e ovest…Israele che ha già annesso Gerusalemme – est, proclama, nel 1980, “Gerusalemme intera e riunificata la capitale d’Israele”…

“Tuttavia, la pretesa israeliana su Gerusalemme non è riconosciuta dalla comunità internazionale che condanna l’acquisizione dei territori mediante la guerra e considera come nullo e non avvenuto ogni cambiamento sul terreno”.

 

Pag. 9: Gli arabi disposti ad accettare il regime internazionale su Gerusalemme

“La commissione di conciliazione (di cui alla risoluzione n. 194 adottata dall’Assemblea generale dell’Onu l’11 dicembre 1948) fa sapere che le delegazioni arabe erano, nell’insieme, pronte a accettare il principio di un regime internazionale per la regione di Gerusalemme a condizione che l’Onu ne garantisse la stabilità e la permanenza. Israele, dal suo lato, riconoscendo che la Commissione è legata alla risoluzione 914 dell’Assemblea generale, dichiara che non può accettare senza riserve che i Luoghi santi siano posti sotto un regime internazionale o sottomessi a un controllo internazionale.”

 

Pag. 11: Gerusalemme, corpus separatum

“…l’Assemblea generale (dell’Onu ndr) riafferma le disposizioni del piano di ripartizione secondo il quale Gerusalemme sarà un corpus separatum amministrato dalle Nazioni Unite, l’Assemblea invita il Consiglio di tutela a concludere la messa a punto dello Statuto di Gerusalemme…e chiede agli Stati interessati d’impegnarsi formalmente a conformarsi alle disposizioni della risoluzione…(n. 333)”

 

Giordania e Israele contrari all’internazionalizzazione di Gerusalemme

“Il Consiglio di tutela adotta uno Statuto dettagliato per la città di Gerusalemme nel gennaio 1950… Il consiglio fa sapere che la Giordania non è disposta a discutere alcun progetto d’internazionalizzazione. Per parte sua, Israele si oppone all’internazionalizzazione della regione, ma resta disposto a accettare il principio di una responsabilità diretta dell’Onu sui Luoghi santi…”

“Israele dichiara che lo Statuto non può essere applicato a causa della creazione dello Stato d’Israele e del fatto che la parte occidentale di Gerusalemme fa parte ormai del suo territorio..”

 

Pag. 12: Dayan, occupa Gerusalemme

Il generale Moshe Dayan, vincitore della guerra lampo detta dei “sei giorni” dichiara il 7 giugno 1967: “le forze armate israeliane hanno liberato Gerusalemme. Noi abbiamo riunificato questa città divisa, capitale d’Israele. Siamo rivenuti nella Città santa e non ce ne andremo più”

 

Pag. 13: le autorità d’occupazione sciolgono il consiglio municipale di Gerusalemme est

Secondo un rapporto di M. Thalmann, (rappresentante personale del segretario generale dell’Onu per Gerusalemme) il 29 giugno 1967 un ordine della difesa militare (israeliana ndr) ha sciolto il Consiglio municipale composto di 12 membri che assicura la gestione di Gerusalemme - est sotto l’amministrazione giordana…Il Consiglio municipale di Gerusalemme - ovest, composto da 21 membri tutti israeliani, assorbe il vecchio consiglio, il personale tecnico arabo del municipio di Gerusalemme- est viene incorporato nei servizi corrispondenti della nuova amministrazione.”

 

Pag. 15: la Knesset proclama Gerusalemme riunificata capitale d’Israele

Il 29 luglio 1980, malgrado l’opposizione della comunità internazionale, la Knesset (parlamento israeliano ndr) adotta la “Legge fondamentale” su Gerusalemme che proclama Gerusalemme, intera e riunificata, capitale d’Israele, sede della presidenza, della Knesset, del governo e della Corte suprema.”

 

Pag. 20: nuove colonie ebraiche nelle terre dei palestinesi 

“Si apprende che la gran parte dei beni palestinesi di Gerusalemme - est e dei dintorni è stata sottratta dalle autorità israeliane (mediante espropri e confische) in cinque tappe:

Gennaio 1968, circa 400 ettari nel quartiere Sheikh Jarrah dove vengono impiantate le prime colonie ebraiche per un totale di 20.000 persone;

Agosto 1970, circa 1.400 ettari in favore delle colonie di Ramat, Talpiot-est, Gilo e Neve Ya’acov dove vivono attualmente circa 101.000 ebrei;

Marzo 1980, circa 440 ettari destinati all’impianto della colonia di Pisgat Ze’ev destinata ad accogliere 50.000 ebrei;

Aprile 1991, circa 188 ettari per la realizzazione della colonia di Har Homa per un totale di 9.000 appartamenti;

Aprile 1992, circa 200 ettari sono destinati alla creazione della nuova colonia di Ramat Shu’fat per un totale di 2.100 nuovi appartamenti.

 

 

Pag. 27: il Consiglio di sicurezza dell’Onu esige il ritiro d’Israele dai territori occupati

“Nella famosa risoluzione n. 242 del 22 novembre 1967, il Consiglio di sicurezza dell’Onu… sottolinea l’inammissibilità dell’acquisizione di territori mediante la guerra e afferma che il rispetto dei principi della Carta delle Nazioni Unite esige il ritiro delle forze armate israeliane dai territori occupati e il rispetto della sovranità, dell’integrità e dell’indipendenza politica di ogni Stato della regione.”

 

Pag. 28: Israele non applica la Convenzione di Ginevra

“Israele non ha riconosciuto l’applicabilità della Convenzione di Ginevra ai territori occupati dopo il 1967 col pretesto che non esiste alcuna sovranità legittima su questi territori dopo la fine del mandato britannico…”

 

“Il Consiglio di sicurezza nel 1979 ribadisce che la quarta Convenzione di Ginevra era applicabile ai territori arabi occupati da Israele dopo il 1967, compresa Gerusalemme…La decisione presa da Israele nel 1980 di promulgare una legge per l’annessione ufficiale di Gerusalemme est e che proclama la città unificata come capitale d’Israele è stata fermamente respinta non solo dal Consiglio di sicurezza e dall’Assemblea generale dell’Onu, ma anche da diverse organizzazioni.

 

Pag. 30: l’Europa riconosce il diritto dei palestinesi all’autodeterminazione

I Paesi europei hanno avanzato proposte che riconoscono il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese; essi hanno sottolineato che non accettano “alcuna iniziativa unilaterale che ha lo scopo di mutare lo statuto di Gerusalemme” e che “ ogni accordo sullo statuto della città dovrà garantire il diritto di libero accesso per tutti ai Luoghi santi

(Dichiarazione di Venezia del 13 giugno 1980 dei vertice dei Capi di stato e di governo della Cee)

 

Pag. 31: l’OLP, dichiara l’indipendenza della Palestina e riconosce lo stato d’Israele

Nel 1988, dopo la decisione della Giordania di rompere i suoi legami giuridici e amministrativi con la Cisgiordania, il Consiglio nazionale palestinese (Parlamento palestinese in esilio) ha adottato la Dichiarazione d’indipendenza e pubblicato un comunicato politico dove dichiara di accettare la risoluzione n.181 dell’Assemblea generale dell’Onu (sulla divisione del territorio ndr) e la risoluzione n. 242 (del 1967) del Consiglio di sicurezza e proclama “la nascita dello Stato di Palestina sulla terra palestinese, con capitale Gerusalemme”

 

Pag. 33: il consiglio di sicurezza chiede a Israele di smantellare le colonie

“La risoluzione n. 465 del 1 marzo 1980 contiene la dichiarazione più dura che il Consiglio di sicurezza ha adottato sulla questione delle colonie di popolamento. In questa dichiarazione, il Consiglio deplora vivamente il fatto che Israele ha rigettato le sue risoluzioni precedenti e rifiutato di cooperare con la Commissione ( Onu)…

Il Consiglio qualifica la politica e le pratiche volte a impiantare nuove colonie di popolamento una “violazione flagrante” della quarta Convenzione di Ginevra e dice che sono “un grave ostacolo” all’instaurazione della pace in Medio Oriente; chiede al governo e al popolo israeliani di revocare le misure prese, di smantellare le colonie esistenti e di cessare subito ogni attività di colonizzazione. Chiede anche a tutti gli Stati di non fornire a Israele alcuna assistenza che sarà utilizzata specificamente per le colonie di popolamento dei territori occupati”.