lunedì 30 aprile 2018

Budapest: l'on. Agostino Spataro ricevuto nelle Ambasciate di Argentina e di Palestina

Copertina Edizione Amazon ebook
http://www.repubblica.it/venerdi/articoli/2016/05/25/news/da_palermo_a_palermo_il_tour_di_borges_funebre_e_buffo-140592616/ 

L'on.Agostino Spataro, già membro delle commissioni Affari Esteri e Difesa della Camera dei Deputati, é stato ricevuto il 26 aprile 2018 presso l'Ambasciata della Repubblica Argentina a Budapest dal Signor ambasciatore Maximiliano Gregorio Cernadas (alla presenza dell'attaché signora Alejandra Butti) per un cordiale incontro di cortesia.
L'on. Spataro, che segue da anni e con vivo interesse, mediante viaggi ed articoli, l'evoluzione della realtà argentina ha donato, e illustrato, al Signor Ambasciatore il suo libro "Borges nella Sicilia del mito"- Intervista con Maria Kodama -", un tributo in onore del grande scrittore argentino pubblicato in occasione del 30 ° anniversario della morte avvenuta a Ginevra nel 1986.
Nel libro si raccontano, soprattutto attraverso la parole di Maria Kodama che l'accompagnava , gli aneddoti, le sensazioni e le belle disavventure capitate durante il memorabile viaggio di Jorge Luis Borges in Sicilia nel 1984.

Maria Kodama e Agostino Spataro durante l'intervista all'aeroporto di Buenos Aires


Brano dell'intervista pubblicata in "La Repubblica" del 26/10/2010 : "Il nome di Palermo gli ricordava (a Borges n.d.a.) il suo amato barrio natale, nel quale visse la sua infanzia, dove- come scrive in  "Fundacion mitica di Buenos Aires"- é nata la città. Per Borges, Buenos Aires non nacque a la Boca, ma a Palermo..." 
Anche sulla questione del nome di Palermo dato a questo celebre barrio portegno, ormai la contro-versia sembra essere chiarita: "come anche da noi accertato la Palermo di Buenos Aires prese il nome da Juan Dominguez, uomo d'affari di Palermo che nel 1582 si trasferì dalla Sicilia sulle rive del rio de La Plata..." 





Il 27 aprile 2018, su invito della Signora Maria Antoinette Sedin, ambasciatrice di Palestina, l'on. Spataro, da lungo tempo sostenitore a livello politico e parlamentare della giusta Causa della liberazione del popolo palestinese per la creazione di uno Stato sovrano e riconosciuto dalla comunità internazionale, si é recato presso l'ambasciata di Budapest per donare il suo libro "L'Islam politique - Des origines à Ben Laden",  edizione in francese del suo: "Fondamentalismo islamico, dalle origini a Bin Laden", pubblicato in Italia da "Editori Riuniti" e distribuito da:  (//www.lafeltrinelli.it/fcom/it/home/pages/catalogo/searchresults.html? rkw=Agostino+Spataro+Il+fondamentalismo+islamico+Dalle+origini+a+Bin+Laden+Arafat&cat1=1&prm=&type=1)

Il libro si apre con una pregevole prefazione del Presidente Yasser Arafat da cui é tratto il seguente brano: "E' per questo che apprezzo lo sforzo ammirevole di Agostino Spataro, amico di lunga data del popolo palestinese e conoscitore del mondo arabo, che é riuscito a rendere nei suoi termini oggettivi e storici il lungo e difficile confronto culturale e religioso in corso nelle società musulmane, dando la parola innanzitutto agli arabi ossia ai protagonisti reali di questo dibattito che - lo speriamo- sarà propedeutico per un nuovo futuro di pace e di prosperità..."

lunedì 26 marzo 2018

SULL'ORLO DELLA VERITA ?


CHI FU VERAMENTE GIUDA ISCARIOTA: UN TRADITORE O LO SPECCHIO DI GESU?


                                 (foto da Google)


di Agostino Spataro de Italia (*)

... Per identificare Gesù, un predicatore famosissimo che parlava e operava miracoli davanti a migliaia di persone, non era necessario che Giuda lo indicasse (col famoso bacio) agli sgherri venuti ad arrestarlo…

1… Nei prossimi giorni, i riti della "via crucis" rievocheranno il sacrificio del Cristo e il dramma umano di Giuda, suo apostolo, che secondo i canoni ecclesiastici e la tradizione popolare fu il traditore di Gesù. Traditore per antonomasia, si potrebbe dire. Giacché  il nome dell'iscariota è divenuto sinonimo del più vile misfatto.
Nelle culture retrograde e/o infarcite d’illegalità, talvolta viene assunto in maniera estensiva per bollare di "tradimento" perfino un atto di dovere civico e/o di dissociazione dal male. 
"Giuda", infatti, può essere anche colui che denuncia un reato, un abuso, un "pentito" di mafia, un politico che si allontana da un capo corrotto, ecc. In questo caso, attribuendo, indirettamente, un ruolo, addirittura, divino a un malvivente. 
Ma Giuda fu veramente un traditore o lo specchio di Gesù?
Al terribile dilemma cerca di rispondere il teologo svedese Nils Runeberg  (inventato da Jorge Luis Borges in “Finzioni”, Einaudi, 2004), il quale, nel suo libro “Kristus och Judas”, degli inizi del 1904, s’incaricò di dare una risposta, coraggiosa quanto scandalosa, propendendo per il secondo attributo. Una questione complessa che il celebre scrittore argentino pone al centro del suo saggio, un po' presago, giungendo, addirittura, ad asserire che "non una sola, ma tutte le cose che la tradizione attribuisce a Giuda Iscariota sono false".
Com'era prevedibile, Runeberg - che Borges assicura essere "profondamente religioso " e membro dell'Unione evangelica nazionale- sarà sconfessato e bollato d'eresia dai rappresentanti di tutte le confessioni cristiane che consideravano intollerabili le sue teorie.
Giuda fu condannato alla dannazione eterna o può essere “recuperato”?
Anche su tale interrogativo il dibattito è aperto all’interno della Chiesa. Nel dicembre 2016, un altro eminente argentino, Papa Francesco, parlando di Giuda non lo ha definito “traditore”, dannato, ma “una pecora smarrita”, una sorta di fratello confuso: “Poveretto! Poveretto questo fratello Giuda come lo chiamava don Mazzolari, in quel sermone tanto bello: “Fratello Giuda, cosa succede nel tuo cuore?”   
(in: https://w2.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2016/documents/papa-francesco-cotidie_20161206_giuda-e-pecora-smarrita.html)

2… Probabilmente, Runeberg/Borges giunse sull'orlo della verità e da lì discese- come fanno in pochi- nell'abisso dove vanno a morire le verità più temibili, inconfessabili.
E qui mi fermo, poiché su tali, intricate questioni non intendo addentrarmi per incompetenza, e perché non desidero parteggiare per l'una tesi o per l'altra, entrambe frutto della finzione, della fervida immaginazione di Borges. 
Da lettore del saggio borgesiano, segnalo soltanto alcuni spunti che, se non altro, hanno il merito di conferire dignità intellettuale a una visione inedita che, andando controcorrente, ha osato sfidare l'anatema. 
Pur con il rispetto dovuto al genuino sentimento di religiosità popolare, l'argomento, per nulla blasfemo, merita considerazione quantomeno per l'attualità acquisita dopo la pubblicazione, nel 2005, da parte di National Geographic, del cosiddetto "Vangelo di Giuda " ossia la traduzione del papiro, in lingua coopta, ritrovato in Egitto negli anni '70.
Ma cerchiamo di seguire il ragionamento del (finto) teologo svedese il quale, incalzato da diverse,    convergenti condanne d'eresia, fu costretto a riscrivere il libro per ben tre volte, senza tuttavia abiurare alla sua tesi di fondo.
In primis, egli rileva "la superfluità" del tradimento di Giuda, poiché per identificare Gesù, un predicatore famosissimo che parlava e operava miracoli davanti a migliaia di persone, non era necessario che un apostolo lo indicasse (col famoso bacio) agli sgherri venuti ad arrestarlo.  Osservazione logica che non fa una grinza. Tuttavia- prosegue Runeberg/Borges - il fatto è accaduto e non fu dovuto a mera causalità (inammissibile nella Scrittura), ma " fu cosa prestabilita, e che ebbe il suo luogo misterioso nell'economia della redenzione".

3…  La tesi che giustifica l'incomprensibile accadimento è quella che, il Verbo, incarnandosi, "passò dall'eternità alla storia, dalla felicità senza limiti alla mutazione e alla morte e che per rispondere a tanto sacrificio era necessario che un uomo, in rappresentanza di tutti gli uomini, facesse un sacrificio condegno".
Ecco, dunque, chiarito l'enigma di Giuda Iscariota che l’autore così spiega: egli fu l'unico, tra gli apostoli, a intuire la tremenda missione di Gesù e, da buon discepolo, decise di tradire il suo Maes-tro, abbassandosi alla condizione di delatore e incassando i trenta denari, il prezzo del tradimento, per annichilirsi a livello del peggiore malfattore e così meritarsi la più grande riprovazione.     
Giuda "agì con gigantesca umiltà; si stimò indegno d'esser buono, mortificò il suo spirito. Premeditò con lucidità terribile le sue colpe e scelse quelle cui non visita alcuna virtù: l'abuso di fiducia e la delazione. Giuda cercò l'inferno, perché la felicità del Signore gli bastava. Pensò che la felicità, come il bene, è un attributo divino, che non debbono usurpare gli uomini ".
Runeberg/Borges estremizzò la sua visione fino a identificare Giuda come specchio di Cristo. Per quanto possa apparire assurda, la riportiamo, in estrema sintesi e sulla base del racconto che ne fa Borges: “Dio, per salvarci, avrebbe potuto scegliere uno qualunque dei destini che tramano la perplessa rete della storia; avrebbe potuto essere Alessandro o Pitagora o Rurik o Gesù; scelse un destino infimo: fu Giuda".
Giuda, dunque, l'incompreso, il Dio sconosciuto. Non a caso il libro di Runeberg si apre con una epigrafe, da Borges definita "perfida", che altro non è che un versetto del Vangelo di Giovanni: "Nel mondo era, e il mondo fu fatto per lui, e il mondo non lo conobbe".
(Agostino Spataro)

(*)Tratto da un articolo pubblicato in un periodico argentino:                                                                                       http://palermotour.com.ar/Noticias_2010/noticia_227_judas.htm
                  
PS. Quando non diversamente indicato, i brani virgolettati sono da attribuire alla citata opera di J.L. Borges. 














venerdì 23 marzo 2018

"IL PRIMO DEI NON ELETTI", di Agostino Spataro


(Dopo gli eletti restano in attesa, speranzosi o rancorosi, i primi dei non eletti! Una libera interpretazione di fatti realmente accaduti.)

Il primo dei non eletti*

1…  Tempo di elezioni, di vittorie e di sconfitte, anche personali, tuttavia con meno strascichi, ansie che, vigendo il vecchio sistema pro­porzionale, coinvolgevano gli eletti e i non eletti: i primi perché teme­vano una morte subitanea e i secondi perché, intimamente, si augura­vano ciò che i primi temevano.
Oggi, con i collegi uninominali, questo problema non sussiste: in caso di vacanza del collegio non è previsto il subentro ma é indetta una nuova elezione.
Onestamente, bisogna dire che molti dei “non-eletti” presto si rasse­gnavano e rientravano nell’anonimato. Solo taluni, nei casi più contro­versi, ricorrevano all’Ufficio centrale elettorale o addirittura alle vie legali per ottenere una sentenza riparatrice che non giungeva mai o solo qualche mese prima della scadenza del mandato.
C’era, invece, chi preferiva aspettare…
Attendere gli eventi, talvolta imprevedibili e funesti, confidando nella giustizia divina visto che in quella terrena non c’era molto da spe­rare.
Con quali esiti? Questa storiella, realmente accaduta non tanto tempo fa, è rivelatrice del clima di apprensione, se non di vero e proprio ter­rore, che regnava fra gli eletti nella lista della Democrazia Cristiana per la circoscrizione della Sicilia occidentale.

2…  “Murì, murì! Improvvisamente, stamattina”
“Cu è, cu è ca murì?”
“Giuvanni, Giovanni Fatta”
“Mischinu! E chi ci vinni? Comu fu?”
Quella mattina, c’era molta agitazione davanti alla buvette di Monte­citorio, dove un gruppetto di deputati siciliani stavano commentando, concitati, l’inattesa dipartita dell’on. Giovanni Fatta, deputato democri­stiano di Trapani. Uomo politicamente schivo, quasi muto in Parla­mento. Nessuno sapeva da chi e per quali meriti politici fosse sempre eletto in quella circoscrizione. S’intuiva, si sospettava, ma non si po­teva dire…
Intanto, Giovannino, mutu mutu, si era fatto tre legislature.
La notizia l’aveva portata l’on. Ginesio, democristiano, eletto nella stessa circoscrizione del deputato defunto.
Sopraggiunse un nugolo di giornalisti armati di registratori che fecero cessare, di colpo, quel ronzio di anime in pena. Gli onorevoli si chiu­sero in un terreo silenzio, visibilmente tesi.
Come presto vedremo, ne avevano ben donde.
Soltanto l’on. Ginesio non si dava pace, continuava ad agitarsi.
L’udii sbottare: “Qui c’è la mano di quello …Colpisce ancora stu disgraziatu. A tradimentu.”
Morte, tradimento? Si pensò a una terribile congiura. L’uditorio rag­gelò.
“Quello chi, chi? Il cancro…?” - chiese qualcuno.
“No. Quell’essere spregevole è peggio del cancro”
Peggio del cancro? E chi mai poteva essere quell’individuo dotato di poteri più micidiali della malattia del secolo? Se non…
Tutti capirono a chi stesse alludendo Ginesio, chi fosse il maligno. Tuttavia, nessuno osò pronunciarne il nome. Non per omertà, come vorrebbe una certa vulgata applicata alla morale dei siciliani, ma per la fottuta paura d’incappare nel raggio dell’azione malefica dell’Innomi­nato.
Confesso che a me, eletto in altra lista e pertanto fuori della portata del raggio d’azione del maligno, quelle bocche serrate, quei visi stravolti procurarono un intimo diletto. Erano soltanto vittime di una forma acuta di scaramanzia.
Perciò, stuzzicai Ginesio a rivelare l’abietto nome: “Ma quello chi?”
“Chi! Chi! E non si capisce chi può essere. Sulu iddru nn’è capaci… quel iettatore di Binidittu.”
Sbottò Ginesio con due occhi di fuoco straripanti dalle orbite.

3…  Benedetto Casello, era questo il nome del seminatore di morte e di sciagure. Per tre volte primo dei non eletti, era subentrato alla Ca­mera a seguito del decesso di un deputato in carica.
Sulla sua strada erano caduti due notabili di rango ministeriale, mentre nella precedente legislatura se n’era andato, a meno di due mesi dall’insediamento, l’on. Colavolpe, in odor di mafia e ras della Dc nissena.
Ricordo il suo rientro. Ai primi di settembre, Benedetto lasciò la fossa dei non-eletti, comprò un abito nuovo e si presentò a Montecitorio col suo portamento falsa­mente dimesso e il sorriso malfermo stampato sul volto abbronzato, da sanguigno prevosto di campagna.
Richiesto di un commento diede una risposta raggelante: “U Signori u vonsi e su chiamà…a me ha concesso il tempo di godermi, in santa pace, le vacanze estive.”
Nella casella trovò un telegramma a firma dell’on. Della Loggia, de­cano dei parlamentari dc siciliani, che ringraziava il neo-arrivato per “la scelta oculata”.
Nonostante le tre legislature, la posizione politica di Benedetto restava sempre precaria e incerta la sua futura elezione. Nella campagna eletto­rale nessuno dei suoi colleghi di lista (sbagliando) desiderava appaiarsi con lui. Correva da solo, con l’appoggio di alcuni settori di un sinda­cato cattolico.
Qualsiasi combinazione gli era preclusa: non entrava in alcuna qua­terna, terna e, meno ancora, in ambi. Non stiamo parlando del gioco del lotto, ma di metodi efficacissimi per la ricerca delle preferenze. Solo e segnato col marchio di iettatore, non venne mai eletto in prima battuta.
L’ultima volta la sua stella si era ancor più oscurata; era precipitato al quarto posto della graduatoria dei non eletti. Per rientrare occorrevano ben quattro decessi. Una vera ecatombe!
Con tale pedigrée, era inevitabile che il suon nome divenisse sinonimo di seminatore di morte e di sciagure. Come uno spirito funesto che si placava soltanto dopo la riconquista di uno scanno a Montecitorio.
Effettivamente, nelle legislature considerate, dopo il suo rientro non era morto nessuno degli eletti della circoscrizione.

4…  “Dietro ogni disgrazia c’è lui, ne sono sicuro.”, riprese Ginesio che pareva essersi affrancato dal terrore.
“Per l’amor di Dio, lasciatelo in pace, non lo nominate”, suggerì l’on. Giacomino Arnone, andreottiano, il quale, essendo comprovinciale di Benedetto, più di altri temeva per se stesso.
Ginesio non lo stette a sentire. Era già passato sotto gli influssi male­fici di Benedetto che una brutta “botta” gliela aveva già inviato. Se l’era cavata per miracolo della Madonna delle Catene, protettrice di Porto Empedocle, suo paese natale, della quale era fervente devoto.
“Se sono ancora vivo lo debbo a questa santa Vergine che porto sem­pre con me.” Estrasse dal taschino la piccola immagine e la baciò.
Che cosa era successo?
Mesi prima, durante un dibattito in Aula, Ginesio stramazzò a terra colpito da un infarto violento, improvviso del quale non aveva mai av­vertito alcun segnale premonitore.
L’on. Lello Ruino, il quale essendo medico fu il primo a soccorrerlo nell’Aula, ci raccontò che mentre gli infermieri lo trasportavano in ba­rella, Ginesio, ancora in stato d’incoscienza, ebbe la forza di escla­mare: “Quel disonorato di Binidittu fu. L’ho visto stamattina e mi ha fatto un sorrisetto perfido…”
A dispetto della triste nomea, Benedetto sembrava, almeno così si at­teggiava, una persona mite, pia, scherzosa, paziente e talvolta perfino banale.
Parlava sempre di amicizia e di pace, di Dio e della famiglia che erano i capisaldi della sua concezione morale e politica.
A volte incrociava le braccia al petto, chiudeva le mani in segno di preghiera, come un monsignore durante l’omelia.

5…  Di bassa statura, il suo aspetto attempato non incuteva paura, anzi rassicurava, ispirava fiducia. Non c’è che dire: un simulatore per­fetto.
Tuttavia, quelle morti pesavano e contribuivano a consolidare la sua fama di iettatore cinico, vendicativo, inesorabile. Tanto più che dalla sua aveva anche la fortuna.
Era uno dei pochissimi deputati che viaggiava in treno. Non si capì mai se per prudenza o per spilorceria. Anni prima, il treno sul quale viag­giava alla volta di Roma, giunto nelle Calabrie deragliò. La gran parte dei vagoni finì in un burrone, provocando alcuni morti e tanti feriti. Soltanto gli ultimi tre vagoni non precipitarono. Benedetto si trovava su quello rimasto in bilico, sull’orlo del burrone.
L’episodio fu rubricato come ulteriore prova della sua buona stella.
Quando, raramente, prenotava un posto in aereo, i suoi colleghi face­vano carte false pur di viaggiare sullo stesso volo.
Con lui a bordo non c’era migliore assicurazione.
Ricordo che una sera, non potendo prendere un aereo di linea a causa di uno sciopero dei controllori di volo, il governo apprestò alcuni aerei militari per consentire il rientro a casa dei parlamentari.
Le condizioni meteo erano piuttosto cattive. Molti erano incerti se par­tire o restare a Roma in attesa che terminasse l’agitazione sindacale.
“E poi - disse qualcuno - con questi aerei militari che cadono…”
Meglio aspettare, restare a Roma.
Benedetto, che non aveva di questi timori, fu uno dei primi a iscriversi nella lista di prenotazione. La notizia si sparse in un baleno. Come d’incanto, tutti vinsero la paura e andarono a iscriversi sul foglio dove si era prenotato Casello, per il volo che avrebbe trasportato i parla­mentari della Calabria e della Sicilia.
Effettivamente, il volo fu tormentato dal vento e dalla pioggia. Fulmini contorti illuminavano la notte, ma i viaggiatori apparivano tranquilli. Benedetto si stava facendo un tresette con i colleghi.
Mentre all’esterno imperversava la tempesta, all'interno del DC 9 militare c’era aria di festa.
Evidentemente, si riteneva di essere al riparo da ogni pericolo grazie alla quieta potenza di Benedetto che giocava a carte. Si scherzava, si rideva. Sembravamo un'allegra comitiva che partiva per una gita, per una spensierata vacanza.


6…  Il suo cruccio era di non riuscire eletto in prima battuta. Non essendo un notabile di rilievo, preferiva coltivare il suo elettorato in provincia di Caltanissetta con il soccorso di santa Madre chiesa e sfruttando i canali di un patronato sindacale di cui era dirigente.
Nelle campagne elettorali correva da solo. Gli altri candidati papabili si rifiutavano di averlo insieme nelle combinazioni delle preferenze.
L’on. Casello confidava soltanto sulle proprie forze, ma non riusciva a spuntarla contro le poderose (e ricche) macchine elettorali dei notabili concorrenti, dietro ai quali vi erano grandi correnti di “pensiero” ossia pacchetti rigonfi di preferenze raccattate per mezzo di “amicizie” più che chiacchierate e di stuoli di dirigenti di enti e uffici governativi.
Delle vere e proprie potenze elettorali con le quali egli non poteva competere. Usciva dal confronto sempre schiacciato, umiliato. Al mas­simo, riusciva a piazzarsi come primo dei non-eletti della lista. E da questa posizione iniziava la sua tenace, sorda battaglia per riemergere dal fango e conquistarsi un posto dignitoso a Montecitorio.
“Pazienza. Dove l’uomo non arriva, Dio provvede!”, questo soleva ri­petere ai suoi interlocutori che lo andavano a consolare dopo il risul­tato elettorale.
Con l’aiuto di Dio, Benedetto fece fuori nell’ordine: l’on. Festivo, po­tente ministro e capo corrente siciliano; l’on. Cattarella, altro grosso esponente del sistema di potere isolano e l’on. Colavolpe padrone e despota della Dc nissena.
Tre pezzi da novanta, morti improvvisamente. Il terzo, addirittura, un mese dopo la rielezione.

7…  Un giorno, in una saletta attigua al corridoio dei “passi per­duti”, mi appartai con Giacomino, deputato della corrente di Salvo Lina e unico rappresentante in parlamento della Dc nissena.
Egli sapeva, e vedeva, che ero uno dei pochi che parlavano con Bene­detto e pertanto voleva capire cosa frullasse nella sua mente traviata.
Era letteralmente terrorizzato. Temeva che “iddru” potesse essersi convinto che lui (Giacomino) gli avesse soffiato il posto di deputato della provincia. Il nome non lo pronunciò mai. Benedetto era “iddru” e tanto basta.
Voleva sapere da me se, per caso, “iddru” mi avesse confidato un pen­siero, un sospetto, un’inezia qualsiasi che lo riguardassero. Il poveretto desiderava accertarsi se quel iettatore, in qualche modo, ce l’avesse con lui.
Per tranquillizzarlo, ma non del tutto, gli raccontai di una lunga chiac­chierata che ebbi con Casello all’inizio della legislatura.
Lo incontrai nella sala stampa e gli dissi: “Binidì, temo che stavolta sarà difficile rivederti in Aula.”
Senza scomporsi e con dire serafico, come se volesse misurare le pa­role a una a una, così parlò:
“Vedi mio caro (il “mio caro” non mancava mai nel suo approccio), effettivamente non è facile, davanti ne ho quattro. Non era mai suc­cesso! Tuttavia, non dispero. Con la grazia di Dio, nostro signore On­nipotente, (volse gli occhi al tetto) e se la legislatura dura cinque anni come previsto, potrei anche farcela… Perché come recita il santo Van­gelo: Benedetto è colui che viene nel nome del Signore.”
“Minchia! Così ti disse?” - m’interruppe, sconvolto, Giacomino.
“Benedetto è colui che viene nel nome del Signore…” ripeté.
“Nel nome del Signore…”
Ebbe uno scatto d’ira: “Ma che minchia viene a fare qui ogni quindici giorni stu disgraziatu! Ci vuole spaventare, terrorizzare, farci morire prima del tempo. Ma perché non si resta a casa a godersi la pensione? Assassino…”
“Lui sostiene - ripresi io - che viene a vedere come stanno gli amici in salute…”
Un altro colpo di minchia di Giacomino rimbombò nella saletta. Si portò entrambi le mani ai genitali. Li afferrò stretti e non li volle mol­lare per più attimi. Li strinse a lungo. Per il tempo da lui ritenuto con­gruo per neutralizzare la micidiale scarica di fluido letale che il suo av­versario avrebbe potuto inviargli.

8…  D’altronde, il terrore, gli espedienti scaramantici erano comprensibili, giustificati.
Si era al quarto anno della legislatura ed erano già morti tre importanti notabili democristiani che ostacolavano la sua faticosa risalita: Vito Zicari, primo dei non eletti, ucciso nella sua Castelve­trano; poi era deceduto Giovanni Toia (altro pezzo da novanta) e ora Giovanni Fatta. Bastava un altro decesso e Benedetto sarebbe rientrato. Le condizioni di salute di alcuni superstiti di questa ecatombe lasciavano intravedere qualche spe­ranza. Anche a breve.
Tentai di volgere il discorso in tono scherzoso, ma non ci fu nulla da fare. Arnone aveva perso le staffe e si lasciò andare a una sfuriata nei confronti dell’ignaro Benedetto il quale, a suo dire, era “un cornuto, un uomo inutile che campa sulle sventure degli altri ca lu pani si l’hannu affannatu.”
Per tranquillizzare un poco Giacomino, gli riferii una frottola passabile ossia che Benedetto aveva messo gli occhi sopra due colleghi alquanto malfermi in salute o avanti negli anni: l’on. Ginesio gravemente infar­tuato e l’on. Della Loggia ottantatreenne.
La notizia un po’ lo rasserenò e lo fece riflettere sulla gravità delle ac­cuse prima lanciate. Forse, temendo che io potessi informarne Casello cambiò di tono. Fra il serio e il faceto, così mi disse: “Agustì, tu che sei amico di entrambi e, soprattutto, sei di un altro partito, diglielo a questo santo uomo che non ho nulla contro di lui, anzi che gli voglio bene come a un vero amico. Digli che sono rimasto tanto dispiaciuto per la sua mancata elezione. E non pensi che il posto glielo abbia sof­fiato io! La gran parte delle mie preferenze le ho raccolto a Girgenti e a Palermo grazie agli amici e a Salvo che per me si è svenato. A Calta­nissetta manco diecimila voti ho preso.
Ti prego, spiegagliele tu queste cose, perché se gliele dico io non sarò creduto. Può darsi che a te creda visto che sei fuori di questa terribile contesa.”
Lo assicurai che avrei riferito alla prima occasione utile.

9…  Puntuale, come la morte che portava in serbo, due settimane dopo, Benedetto si presentò a Montecitorio. Prendemmo un caffè alla buvette, sotto gli occhi di tanti colleghi, preoccupati e/o divertiti, e gli riferii le parole di stima e di amicizia profferite da Giacomino.
“Ora ci pensa il signorino! Quannu lu dannu è fattu. Troppo tardi. Mi hanno voluto umiliare. Sono stato il quarto dei non-eletti. Capisci? Il quarto! Una cosa inaudita, mortificante per un deputato uscente. No, no troppo comodo. Ormai, il “meccanismo” è in moto e nessuno può fermarlo. Nessuno. Nemmeno io. Unni arriva arriva.”
Gli chiesi cosa pensasse dell’improvvisa scomparsa dell’on. Fatta.
“Eh, caro mio cosa possiamo fare noi. U Signuri u vonsi e su chiamà. Questa é la prova che Dio esiste, vede, giudica e agisce. Glielo ripeto ai miei colleghi di par­tito. Ma loro non sono cristiani, sono miscredenti.”
Tenni per me la crudele risposta di Benedetto. Non informai Giaco­mino che sicuramente sarebbe precipitato nel più grave sconforto.
“Ah! Se avessimo dato ascolto a Semilia! A quest’ora non saremmo in queste ambasce”, ripeteva Arnone, di tanto in tanto.
L’on. Semilia, detto Lillo, deputato della medesima circoscrizione, a inizio della campagna elettorale, aveva proposto un “consorzio” fra deputati uscenti per impegnare duemila preferenze a testa da riversare a favore di Casello, per farlo risultare eletto in prima battuta.
In sostanza, con tale espediente, Semilia voleva prevenire la nefasta azione di chi per tre volte era risultato primo dei non eletti, con le ben note conseguenze sull’intera rappresentanza parlamentare della Sicilia occidentale.
Stranamente, alcuna morte si registrò fra gli eletti della Sicilia orien­tale. A Oriente, avevano tutti una salute di ferro oppure - come molti malignavano- non avevano un Benedetto alle calcagna.
La saggia proposta cadde nel vuoto. Nessuno si dichiarò contrario e nemmeno favorevole. Fu semplicemente ignorata. E ora Bene­detto, dal fondo della classifica, stava facendo una strage per recupe­rare la sua poltrona a Montecitorio.
Per la storia. La legislatura durò quattro anni, a causa dello sciogli­mento anticipato del parlamento.
Casello, quarto dei primi dei non-eletti, non ce la fece a rientrare per un pelo. Di conseguenza, non fu ricandidato nelle successive elezioni anticipate.
Nel mese di ottobre di quell’anno (1983), ossia quattro mesi dopo le nuove elezioni “politiche”, morì inaspettatamente l’on. Luigi Figlia, deputato dc da cinque legislature.
Non si seppe la causa specifica della sua morte inattesa. Si pensò a quella dura dieta che stava facendo, in una clinica svizzera, a base di te e di mele verdi. Una volta glielo dissi: “E per fare questa dieta che bi­sogno c’è di andare in Svizzera?”.
L’on. Figlia si mostrò soddisfatto dei risultati e proseguì la dieta.
Le solite malelingue sentenziarono che quella morte era dovuta all’effetto programmato, sulla lunghezza dei cinque anni, del meccanismo stritolatore attivato da Benedetto che nemmeno lo scioglimento anticipato delle Camere era riuscito a interrompere, a fermare.
Insomma, se la legislatura fosse durata cinque anni, l’on. Casello sarebbe rientrato in Parlamento.

(Pubblicato, in formato ridotto e con altro titolo, in “La Repubblica” del 24/5/2001)

P.S.
L’ultima sfida “mortale”- è il caso di dire- fra Benedetto e Giacomino si consumò sul finire delle loro esistenze, a Caltanissetta. Entrambi desideravano “accompagnare” il rivale all’ultima dimora. Vinse la sfida Giacomino, per tre mesi.

(*) inserito in: https://it.eurobuch.ch/libro/isbn/9788892326071.html

martedì 20 marzo 2018

QUANTA FRETTA DI UCCIDERE GHEDDAFI INVECE DI PROCESSARLO!

https://www.lafeltrinelli.it/libri/agostino-spataro/osservatore-pci-nella-libia-gheddafi/9788891077394




(da Quotidiano. net, 20/3/2018)

Sarkozy arrestato, l'ex presidente sotto interrogatorio

Le Monde: è in stato di fermo per l'indagine sui presunti finanziamenti illeciti alla campagna elettorale del 2007. "Gheddafi gli fece avere 5 milioni in contanti"

martedì 13 febbraio 2018

LA SICUREZZA E' DI DESTRA O DI SINISTRA?




…La sicurezza dovrebbe essere un diritto, un valore fondante della convivenza civile, condiviso da tutte le forze democratiche. Tuttavia, se proprio le si vuol dare una connotazione politica credo che tutelare la sicurezza dei cittadini sia più interesse della sinistra e delle forze progressiste e meno della destra. Se non altro per il fatto che la domanda di sicurezza proviene, prevalentemente, dai ceti medi e meno abbienti i quali si rivolgono allo Stato poiché, a differenza delle classi agiate, non dispongono di mezzi propri per tutelarsi… 


1…  In questa campagna elettorale, come nelle precedenti, da destra e da sinistra si fa un gran parlare del problema della sicurezza dei cittadini, spesso enfatizzandolo, per sperare di racimolare qualche manciata di voti. Ma, a parte le furbizie elettorali, la questione esiste, in Italia e in altri Paesi, e sarebbe il caso di  occuparsene sul serio e non solo nelle campagne elettorali.
Tuttavia, per quanto populista, demagogico sia l’approccio, sarebbe da stolti non vedere che si tratta di una questione reale e anche urgente.
Purtroppo, i leader e i loro “esperti” dei salotti televisivi puntano sulla paura, sul terrore, provocati da un fatto di cronaca più per commuovere che per far riflettere il pubblico. E quindi dagli al clandestino, allo psicopatico, all’assassino seriale, al guardone, ecc.  Figure che non si possono, certo, ignorare o sottovalutare, ma che non possono diventare il capro espiatorio di responsabilità assai più vaste. 
A tal proposito, bisogna concepire la “sicurezza” in senso lato per comprendere tutti gli aspetti connessi che riguardano la vita dei cittadini.
Insicurezza  non é solo il rischio di essere scippati o abusati, ma anche tutto ciò che mette a repentaglio la salute, la convivenza civile e sociale, la qualità della vita, le sane abitudini dei cittadini onesti che rispettano la legalità e pagano le tasse e i tributi.
Sicurezza deve poter significare anche la possibilità di vivere, lavorare, svagarsi senza essere tartassati da vari tipi di criminalità, da speculatori finanziari, da usurai senza scrupoli, ecc.

2…  Per sicurezza deve intendersi, in primo luogo, la tutela della vita e della salute umane, la prevenzione, la rimozione delle cause che ogni anno provocano in Italia diverse migliaia di morti, di feriti  e d’invalidi.
Penso all’alto numero di vittime provocate dagli incidenti stradali o sul lavoro ai casi di malasanità, dalle aggressioni della microcriminalità alle violenze di quella organizzata, dal bullismo, dalla pedofilia allo sfruttamento della prostituzione, dal mercato nero del lavoro allo smercio di droghe, dagli abusi sessuali ai tanti casi di “femminicidio”, ecc. Cui si sono aggiunti tanti reati commessi da immigrati, soprattutto clandestini. 
Sommando i dati, in Italia le vittime dell’insicurezza sono più di quelle provocata da una guerra mediorientale!
Ora, nessuno s’illude o pretende di vivere in una campana di vetro. Viviamo dentro una società sempre più complicata, impaurita, distratta, egoista, con meno diritti e opportunità di lavoro e con un garantismo peloso, traboccante e a senso unico. Stranamente, non ci si pone il problema delle vittime e delle loro famiglie, ma prevalentemente quello dei loro carnefici.
Per altro, sappiamo, e vediamo, che la sicurezza non é uguale per tutti.
In Italia (e altrove) vi sono taluni, ristretti gruppi di cittadini più tutelati (o auto-tutelati), mentre la gran parte della popolazione è meno o affatto tutelata. Nessuno s’inalberi, poiché, grosso modo- questa è la situazione del nostro Paese, specie in talune regioni del Sud e nelle periferie urbane delle grandi città.
La questione è assai complessa e certo non si può affrontare con un articolo o con una dichiarazione  elettorale. Restano insoluti alcuni interrogativi, mancano seri progetti di riforma. Si spera che la nuova legislatura, invece di occuparsi di frivolezze e di vendette sociali trasversali, metta al centro i veri e più urgenti problemi del Paese e della nostra società.

La sicurezza è di destra o di sinistra?
A mio parere, la sicurezza dovrebbe essere un valore fondante della convivenza civile, condiviso da tutte le forze democratiche. Tuttavia, se proprio si vuol dare una connotazione politica credo che tutelare la sicurezza dei cittadini sia più interesse della sinistra e delle forze progressiste e meno della destra.
Se non altro perché la domanda di sicurezza proviene, prevalentemente, dai ceti medi e meno abbienti i quali si rivolgono allo Stato poiché, a differenza delle classi agiate, non dispongono di mezzi propri per tutelarsi.
Il bisogno di sicurezza, infatti, è venuto crescendo nella società, soprattutto nei settori meno abbienti e perciò meno protetti.  
Uno Stato autorevole, efficiente è la migliore garanzia di equità e di giustizia per i più deboli. Non a caso i ricconi neo liberisti vogliono “meno Stato” e più mercato!

Sicurezza o ordine pubblico democratico?
Per altro, c’è da notare che il termine  “sicurezza” suscita qualche perplessità, specie se non è accompagnata da un’aggettivazione che la definisca nel suo valore politico e in armonia col dettato costituzionale e col diritto internazionale.
Più volte, anche di recente, si è equivocato sul concetto di sicurezza che, forse, più si addice a un edificio, a un’infrastruttura, all’integrità territoriale di un Paese, ecc. e meno a un sistema complesso, a una società in evoluzione, in ebollizione.
Forse, è più opportuno dire “ordine pubblico democratico” che- a mio parere- meglio definisce il sistema, in armonia con la nostra Carta costituzionale.
Perché sia veramente democratico quest’ordine deve essere organizzato sulla base di uno sforzo, coordinato e partecipato, di tutte le istituzioni operanti nel territorio, delle forze sociali e politiche, delle associazioni volontarie di cittadini che affidano allo Stato la funzione precipua di farlo funzionare, secondo giustizia, efficienza ed uguaglianza.
In ogni caso la collaborazione dei cittadini mai deve perseguire soluzioni “fai da te”.
Le ronde, le milizie con le divise o con le camice nere, rosse, verdi, ecc, sono sempre stati al servizio di un progetto politico autoritario. Come il ventennio fascista insegna.
Sul territorio lo Stato è uno. Uno solo! E questo Stato affida il compito del controllo del territorio, dell’ordine pubblico, della sicurezza dei cittadini alle sue forze dell’ordine le quali devono essere strutturate, formate e dotate dei mezzi necessari per adempiere al meglio ai compiti istituzionali. Senza essere distolte per incombenze di tipo amministrativo o, peggio, per garantire una scorta, sovente solo uno status-symbol, a una pletora di esponenti politici e di governo. 

Garantismo o permissivismo?
Tante sono le cause dell’insicurezza che vanno chiarite e rimosse, richiamando la responsabilità della classe dirigente che sembra avere abbandonato la società alla deriva, in balia di un permissivismo eccessivo, contrabbandato per garantismo. Alla luce delle esperienze e delle tendenze (non sempre positive) verificatesi nell’ultimo trentennio, sarebbe utile una rivisitazione dei nuovi codici per correggere certe storture applicative e certi abusi interpretativi. 
Poiché tali “equivoci” hanno creato uno squilibrio fra la giusta esigenza del recupero dei soggetti deviati e la tutela dei diritti dei cittadini vittime delle varie devianze.
Insomma, si è capovolto il senso dello Stato democratico, della sua missione civile che, in primo luogo, è quella di tutelare i diritti dei cittadini onesti e dopo, se compatibili con tale priorità, anche quelli di chi, in vario modo, vi attenta.
Chi aspira a governare il Paese deve parlare e proporre con chiarezza soluzioni idonee. Non bastano le enunciazioni. Soprattutto- ripeto- le forze di sinistra e progressiste le quali, in quanto rappresentanza delle forze sociali più deboli e, di fatto, meno tutelate,  devono farsi carico della prevenzione ma anche della giusta repressione dei reati, della certezza della pena, ecc.
Per non regalare alla destra, al centrodestra il monopolio della sicurezza. 

Agostino Spataro 14 /2/2018


lunedì 22 gennaio 2018

ISRAELE, IL DIRITTO INCATENATO

Ahed Tamimi in catene...

CON QUESTO SORRISO E CON LE CATENE AI POLSI AHED HA VINTO!

I SUOI OPPRESSORI HANNO PERSO ! 

Il Tribunale militare decreta il carcere per Ahed Tumimi (16 anni) e per la madre, eroiche donne palestinesi che hanno osato ribellarsi all'occupazione dell'esercito israeliano. La foto é stata diffusa dal giornale (
+972 Magazine) di un'associazione israeliana per i diritti umani. Laggiù c'è ancora qualcuno che osa indignarsi per le "prodezze" delle forze occupanti! 
Rare voci isolate dentro un mare di ottuso silenzio. 
Silenzio incomprensibile che pervade l'Italia, l'Europa e il Mondo. 
Il sorriso di questa ragazzina riaccende le speranze del popolo palestinese alla libertà, alla dignità e alla sovranità statuale. (a.s.)