venerdì 19 luglio 2013

IL "PIZZINO" DELLE PRIVATIZZAZIONI

Perché, invece di andare in giro con il “pizzino” delle nuove privatizzazioni (leggi svendita di quel che resta del patrimonio pubblico del popolo italiano) i grandi leader di governo e dell’opposizione non spiegano ai cittadini le cause vere, strutturali della crisi italiana e la loro mancanza d’idee e di progetti per superarla?.
Certo, si può tener conto dei verdetti delle società di rating e/o degli andamenti, talvolta bizzarri, dei mercati borsistici, ma non fino al punto di farsene scudo per chiedere le dimissioni di un governo. Poiché, oggi, toccherebbe a Berlusconi, domani un altro potrebbe subire l’indebita pressione.
Le scelte economiche, politiche, le elezioni anticipate non si possono decidere sull’onda delle reazioni emotive provocate dai verdetti di società di rating straniere o degli umori delle borse valori.
Sarebbe come affidare le sorti del Paese a potentati stranieri senza volto e senza alcuna legittimità politica democratica.
Più che un “errore”, questo sarebbe un comportamento dissennato che cambierebbe il senso e la sostanza della democrazia.
In Italia, i governi si cambiano con le lotte politiche e sociali e con il voto degli elettori!
La politica, le scelte si fanno alla luce del sole, nel Parlamento e nelle altre istituzioni repubblicane, sulla base del confronto democratico delle idee fra le forze in campo.
               Agostino Spataro
9 ottobre 2011

in "Il Portale del Sud"

AD AGRIGENTO, CON L'ACQUA NON SI BEVE MA SI MANGIA!!!




 Segnalo questo articolo pubblicato in "La Repubblica" del 27 febbraio 2009, e ripreso dal "forum italiano dei movimenti per l'acqua ". Già allora era percepibile lo sventurato disegno, ma quasi tutti lo sostennero, apertamente o col silenzio, in barba ad ogni etica pubblica e al semplice buon senso. 
Il risultato è sotto gli occhi di tutti.
              a.s.




Fonte : La Repubblica (Palermo)

Agrigento - Acqua : la privatizzazione autoritaria

di Agostino Spataro
Di questo passo, la privatizzazione della gestione dell’acqua in provincia d’Agrigento si farà solo con l’intervento di commissari e della forza pubblica.
Esagerazione ? Per giudicare basta seguire la lunga e controversa procedura d’aggiudicazione alla società “Girgenti acque” della gestione trentennale e i più recenti, contrastati episodi di consegna obbligata delle reti locali ai funzionari di detta società.
L’altro giorno, a Burgio e a Villafranca Sicula gli incaricati di “Girgenti acque” si sono scontrati con le popolazioni dei due piccoli centri asserragliate al municipio per impedire la consegna delle reti cittadine.
I funzionari si sono arresi contro quel muro umano e, scortati dai carabinieri, si sono rifugiati in un bar. Lì, su un tavolino, hanno formalizzato gli atti dell’avvenuta consegna.
Roba d’anteguerra che ci riporta al clima delle insurrezioni popolari contro il malgoverno e l’autoritarismo.
Si, perché, a parte la questione specifica, in questa vicenda, unica in Sicilia e forse anche in Italia, vi sono elementi e comportamenti che - a mio parere- mettono in discussione taluni diritti fondamentali che la Costituzione attribuisce alle autonomie locali, soprattutto in materia di gestione dei servizi locali. Senza dimenticare il particolare che lo Statuto siciliano prevede anche per l’organizzazione di tali servizi la costituzione dei “liberi consorzi dei comuni” che dovrebbero prendere il posto delle attuali province.
Ma dove si vuole arrivare ? Si tratta di diritti inalienabili di fatto mortificati da talune leggi nazionali e regionali quasi sempre approvate in sordina (con emendamenti cammellati) da maggioranze “trasversali”.
Trasversalità che, ormai, nessuno capisce, specie quando serve per imporre la privatizzazione di servizi essenziali, popolari come la gestione dell’acqua che è un bene comune e la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti.
Leggi raffazzonate, contorte, difficili da applicare, se non per mezzo di commissari a ripetizione e domani, chissà, di battaglioni di carabinieri.
Tutto ciò accade in una regione con uno Statuto di autonomia molto speciale, con un governatore che è leader di un Movimento per l’autonomia. Evidentemente, tutta questa traboccante autonomia
si ferma a Palermo, ad esclusivo appannaggio di una cerchia ristretta di politici e potentati, e non arriva ai municipi, ai cittadini i quali, dopo lo sconcio dei 27 Ato-rifiuti, dovrebbero ingoiare, anche per il servizio idrico, una deficitaria gestione e le esose tariffe d’improvvisate società private.
Come, appunto, sta accadendo in provincia di Agrigento dove, da tempo, è in atto uno scontro durissimo fra la maggioranza dei sindaci (30 su 43) e la quasi totalità delle popolazioni contro la presidenza dell’Ato idrico, l’Agenzia regionale per l’acqua e i rifiuti (ex commissariato) e la società Girgenti acque, alla quale è stata aggiudicata, con atto d’imperio fra Natale Capodanno del 2006, la gestione trentennale dei servizi idrici dell’intera provincia.
Un affare per centinaia di milioni di euro sbloccato mediante l’intervento sostitutivo di un commissario ad acta inviato da un commissario superiore.
Insomma, per ogni passaggio un commissario, un intervento impositivo. Tutto ciò non è accettabile.
Perciò l’aggiudicazione fu contestata e impugnata dai sindaci con ricorso tuttora pendente presso il Cga di Palermo. Nell’attesa del pronunciamento, la situazione resta in movimento (e che movimento !) e per nulla scontata.
Infatti, nel frattempo, è cresciuta la protesta popolare e diversi hanno cambiato parere sulla privatizzazione. E’ cambiato il presidente della Provincia (che è anche presidente dell’Ato idrico). Il nuovo, Eugenio D’Orsi del Mpa, che almeno sembra avere il dono di parlar chiaro, ha pubblicamente dichiarato che quel contratto natalizio “è stato fatto con i piedi…perché penalizza l’utenza invece di avvantaggiarla”.
Ai controversi passaggi giuridici e formali, bisogna aggiungere - ci dice Rosario Gallo, sindaco di Palma Montechiaro - l’anarchia funzionale che caratterizza questa prima fase di gestione della Girgenti acque (molti sindaci prima favorevoli ora chiedono la rescissione del contratto per gravi e ripetute inadempienze o disservizi), l’inaffidabilità sul piano economico e finanziario delle stessa, le tariffe salatissime, i conflitti di competenze fra società, comuni ed Eas per l’utilizzo e la sistemazione del personale addetto e la gestione delle reti e degli impianti, ecc.
Un quadro a dir poco preoccupante che non lascia ben sperare per il futuro di questa provincia che soffre la sete anche in questo periodo in cui le riserve idriche, grazie al cielo, sono in esubero.
Perciò è ripartito, più forte di prima, il movimento trasversale dei sindaci e dei consigli comunali che, a stragrande maggioranza, chiedono di tornare alla gestione pubblica.
Sabato 28 se ne discuterà ad Agrigento nel corso di una manifestazione pubblica, cui parteciperanno anche diversi sindaci e consiglieri comunali di altre province siciliane.
Sarà presentata anche una bozza di proposta di legge d’iniziativa popolare per ripristinare la facoltà dei comuni di poter scegliere fra gestione pubblica e privata. Una scelta di libertà, già ripristinata con legge dal Consiglio regionale della Lombardia.
Domanda : a sostegno della richiesta plebiscitaria dei cittadini non si potrebbe presentare all’Ars una proposta di legge d’iniziativa parlamentare “trasversale”, magari chiedendo la procedura d’urgenza ?

martedì 16 luglio 2013

LA DANZA DEL VENTRE NELLA CASBAH DI SANA' A

                                                                                                           (Perlina colorata n. 4)

LA DANZA DEL VENTRE

Nel muffredge (1) la festa era già cominciata. Un centinaio di avventori erano riuniti intorno a lunghe tavolate.
Masticavano foglie di qat (2) e sorseggiavano te, pizzicavano mandorle e pistacchi, che qui chiamano "fastukas" come da noi in Sicilia. I loro occhi brillavano di una gioia fuggevole, provocata dagli effetti del qat e dai languori per quel simulacro di donna.
Era una musayiena, (3) avvolta in una lunga chioma nera come la lava, che danzava per loro scuotendo, freneticamente, un pingue bacino e un seno traboccante.
Danzava e rideva la musayiena, eccitando l’euforia dei suoi ammiratori…li fissava con due occhi di fuoco  e poi con le braccia protese l’invitava a seguirla. Ma dove?
Era l’eterno gioco dell’amore che lei rappresentava su quel palcoscenico, mandando la platea in visibilio…
Molti si alzavano e con mani anelanti cercavano di toccarla, di almeno sfiorarla, le inviavano baci e sussurri di accesa passione.
La bella danzatrice li tentava, li eccitava con un andirivieni del suo corpo conturbante, levigato di creme e di sudore. Poi si ritraeva, lasciandosi dietro una scia di sospiri, di grida e di canti.
Il muffredge scoppiò in applausi e in urla fragorose... Il fortunato infilò una banconota di 50 rials nel reggiseno della musayiena.
Altri uomini agitavano vistose banconote e invocavano il suo nome “Bahia! Bahia!”
Karim, il mio accompagnatore yemenita, mi tradusse quel nome in “Bellezza splendente”.
Offrire banconote alla danzatrice è una piacevole consuetudine, un modo elegante per premiare la sua maestria e, al contempo, sfiorare il suo desiato corpo.
Bahia, carica di soldi come una Madonna siciliana, scomparve dal salone avvolta in un sudario.
Accesi una sigaretta e domandai a Karim quali fossero le origini della danza del ventre.
“Più correttamente si dovrebbe chiamare “danza dei veli” -egli esordì- “Questa danza è nata, molto tempo fa, nelle rigogliose contrade dell’antica Persia e non nel deserto come generalmente si crede.
La leggenda narra di una principessa bellissima di nome Ishtar, in seguito venerata come dea dell’amore e della fertilità, la quale, rimasta vedova in giovanissima età, volle mantenere una intimità amorosa col suo adorato marito defunto.
Ishtar fece erigere un sepolcro di marmo nel giardino dei melograni, intorno al suo palazzo.
Nelle notti di luna, scendeva furtivamente in giardino, vestita soltanto di sette veli di seta finissima del Katai.
Avanzava leggiadra come una farfalla, danzando tra i filari dei melograni vermigli per penetrare nel mondo degli inferi ed allietare la notte infinita del suo principe sposo.
Ad ogni melograno che sfiorava Ishtar lasciava cadere un velo, fino a giungere al sepolcro tutta nuda.
Qui, la sua danza diveniva frenetica, sensuale, eccitante. Danzava per ore, convinta che il suo amante la stesse ammirando. Movimenti e ritmi che evocavano le virtù elette di una donna, l’amore impetuoso e gli amplessi al chiaro di luna.
Oggi, la Persia è divenuta Iran, culla dell’integralismo più fanatico, dove si vorrebbero ripristinare valori e costumi risalenti al tempo di Alì e aborrire quant’altro contrasti con tale concezione.
La danza dei veli o del ventre, che dir si voglia, è stata la prima vittima dei furori dello sciitismo elevato al rango di governo”. Concluse malinconico il mio amico.     

Note:
(1) locale per ascoltare musica nella casbah  
(2) droga tipica dello Yemen e di altri Paesi del Mar Rosso
(3) appellativo yemenita di danzatrice                           

(tratto da: Agostino Spataro- “La notte dello sceicco- Reportage dallo Yemen”, Edizioni Associate, Roma, 1994)

mercoledì 10 luglio 2013

LA GUERRA DELL'ELEFANTE



                                                                                              (Perline colorate n. 3)

LA GUERRA DELL’ELEFANTE

Poco tempo prima dell’avvento dell’Islam, un principe abissino di nome Abraha mosse guerra alle tribù dello Yemen e le sottomise alla religione di Cristo.
Egli edificò la sua residenza reale a Sana’a che fu eletta capitale del nuovo regno cristiano.
Vi costruì anche una sontuosa cattedrale e diede ordine che questa dovesse essere la mèta del pellegrinaggio e non più la “pietra nera” custodita nel santuario meccano della Kaaba.
Non tutti però accettarono l’imposizione di Abraha e continuarono a rivolgere il loro pensiero e il loro pellegrinaggio verso l’antico tempio della Mecca.
Qualcuno, addirittura, osò oltraggiare la nuova cattedrale e sfidare la terribile ira del re cristiano.
Un giorno giunse a Sana’a, in pellegrinaggio, un beduino, proveniente dalla città di Mecca, il quale domandò di restare a pregare nella chiesa anche di notte.
I sacerdoti, lusingati da tanta devozione da parte di un meccano, acconsentirono alla richiesta.
Questi, che in realtà era venuto con intenzioni empie, malefiche, rimasto sol, avvolto nell’oscurità del tempio, invece che raccogliersi in preghiera si diede a defecare ed insozzò di escrementi le pareti e gli ornamenti più sacri della cattedrale.
L’episodio suscitò grave scandalo e il furore incontenibile di Abraha il quale, convintosi che questa fosse la risposta dei meccani al suo appello di preghiera, mosse guerra contro la Mecca con l’intento di distruggere personalmente il santuario della “pietra nera”.
Raccolse un esercito numeroso e agguerrito, con alla testa un elefante da combattimento che in altre battaglie aveva incusso il terrore fra le schiere nemiche.
Al solo sentire dell’imminente arrivo di Abraha e del suo elefante sterminatore, l’esercito meccano si ritirò sulle colline, abbandonando la città e il santuario alla mercé degli invasori.
Stando alla sura del Corano detta, appunto, “dell’elefante”, il principe abissino marciò dritto sulla Kaaba per distruggerla, ma quando si trovò al suo cospetto si verificò il miracolo.
Alla vista della “pietra sacra”, il pachiderma cadde per terra e non volle più saperne di rialzarsi.
Gli abissini restarono attoniti e smarriti e fra loro si diffusero il panico e la confusione, molti volsero in ritirata.
Improvvisamente, il cielo si rabbuiò. Non erano nuvole cariche di pioggia, ma stormi, fittissimi, di uccelli neri che giungevano dal mare lontano in soccorso della sacra Kaaba.
Ogni uccello stringeva fra gli artigli due piccole pietre acuminate che lasciava cadere sulle teste dei soldati invasori.
Chi era colpito periva all’istante. Il re abissino morì prima di far ritorno a Sana’a, dilaniato da un morbo rarissimo che gli spappolò il corpo atrocemente.
Così la Kaaba e la città della Mecca furono salve per volere divino.
Questo miracolo accadde nell’anno 570 d.C.
In quello stesso anno, proprio alla Mecca, nacque Maometto, il profeta di Allah.

(Agostino Spataro- “La notte dello sceicco-Reportage dallo Yemen”, Edizioni Associate, Roma, 1994)

lunedì 8 luglio 2013

IL CAIRO NON E' BERLINO

Se può interessare, segnalo il file di questo mio articolo  
"Il Cairo non è Berlino" pubblicato sul giornale on line "L'altra Agrigento" (per queste materie ci è preclusa la carta stampata). E' del dicembre 2012, ma credo conservi una certa validità d'analisi rispetto ai tragici avvenimenti in corso al Il Cairo e in Egitto. Cordialmente. a.s.

http://www.laltraagrigento.it/index.php?option=com_content&view=article&id=5430:qil-cairo-non-e-berlinoq-di-agostino-spataro&catid=54:notizie-dal-mondo&Itemid=499

articolo correlato in:
www.infomedi.it/rivolta-egitto.htm

venerdì 5 luglio 2013

I MIGLIORI OSPEDALI ITALIANI? NESSUNO IN SICILIA, IN CALABRIA, IN SARDEGNA, IN LUCANIA, IN ABRUZZO




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Agostino Spataro

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内容紹介

Agostino Spataro, giornalista ed esperto di politica estera, direttore di "Informazioni dal Mediterraneo" ( www.infomedi.it), già componente delle commissioni Esteri e Difesa della Camera dei Deputati, traccia un inedito contesto euro-arabo - mediterraneo in formazione, dopo le “primavere arabe” e il crollo del regime di Gheddafi.
Più volte inviato del PCI in Libia, racconta alcune fasi della lunga dittatura di Gheddafi nei suoi rapporti con l’Italia e i suoi leader di governo e di opposizione: Aldo Moro, Giulio Andreotti, Bettino Craxi, Enrico Berlinguer, Giovanni Spadolini, Giancarlo Pajetta, Giorgio Napolitano, Silvio Berlusconi, ecc.