martedì 21 aprile 2020

IL NOSTRO BEL LIBRO MESSICANO: "Siglo XXI, La economia del terror?"

Con gli Editori siamo pensando a una nuova edizione ampliata, anche in formato e-book.

https://www.iberlibro.com/9786075250519/SIGLO-XXI-ECONOMIA-TERROR-GIUSEPPE-6075250514/plp


Introduzione (testo in italiano)
SCENARI DELLA CRISI DEL MONDO
Con l’inizio del nuovo secolo, all’orizzonte del nostro futuro si profila una tendenza inquietante, maturata nell’ambito delle oligarchie neoliberiste dell’Occidente: il frequente ricorso alla guerra, anche locale, come risposta ai problemi insorti con la crisi globale. Tale tendenza è insita nella natura violenta, nella stessa dinamica del capitalismo internazionale. Tuttavia, oggi, appare anche come una reazione metodica alle difficoltà crescenti d’imporre il suo modello politico-culturale e consumistico. Più che un fenomeno ciclico, essa parrebbe denunciare una difficoltà, perfino un declino, non tanto del sistema capitalistico in se stesso quanto dell’egemonia occidentale sul terreno dell’economia e della cultura. Siamo a un cambio d’epoca? Si vedrà, nel tempo.
Intanto, appare necessaria un’analisi più puntuale, più precisa dei sanguinosi conflitti aperti in varie parti del pianeta; vere e proprie guerre locali che provocano morte e distruzioni, specie laddove più si concentrano le principali riserve minerarie, di energie fossili (petrolio e gas), di acqua e di beni alimentari. Con questo libro cercheremo di analizzare, in particolare, la situazione di due aree fondamentali del Pianeta, ricche di materie prime e di contrasti sociali, dove tali processi sono in corso d’opera: l’America Latina e la regione Mena (acronimo di “Middle East North Africa” comprendente il Medio Oriente e il Mediterraneo) nelle loro relazioni con le nuove superpotenze dell’economia e della finanza.
C’è chi sostiene che tale conflittualità sia propedeutica al “nuovo ordine internazionale” e pertanto  necessaria per garantire la transizione dal vecchio ordine al nuovo. Eppure, dal crollo dell’Urss e del sistema dei Paesi a economia socialista (Comecon) è passato un quarto di secolo e la “transizione” può dirsi compiuta, almeno sul terreno politico ed economico. Tuttavia, il “nuovo ordine” non è arrivato o, peggio, si presenta come un nuovo, pericoloso disordine internazionale. Ideologicamente, il neo-liberismo ha vinto ed è dilagato anche nei territori ex socialisti. A cominciare dalla Cina che si ostina a proclamarsi socialista seppure la sua economia sia perfettamente inserita nel sistema globale di produzione capitalista.
Sul campo non restano più forze antagoniste organizzate, potenze rivali capaci di contrastare il disegno del vincitore. A seguito di una guerra così lunga e snervante (anche se “fredda”), finita senza spargimento di sangue e con la resa incondizionata del “campo socialista”, (per la prima volta nella storia un “impero” si arrende al nemico senza colpo ferire!), era lecito attendersi che “scoppiasse” la pace, che seguisse un periodo di grande fervore costruttivo, di crescita compatibile con l’integrità degli eco-sistemi e ri – equilibratrice degli storici divari fra Nord e Sud, di benessere condiviso, ecc.
Invece, sta accadendo, esattamente, il contrario. Dopo la “vittoria” del campo neoliberista, probabilmente  truccata [1] , sono scoppiate le guerre regionali, religiose, tribali che insieme fanno una guerra più grande, micidiale, una “ guerra infinita” che per Papa Francesco è la “terza guerra mondiale”, non dichiarata. Venti di guerra soffiano in ogni direzione e alimentano conflitti che sembrano divenuti insanabili, specie in alcune regioni del mondo meno sviluppato (Medio Oriente, Africa, ecc), disegnano scenari terrificanti che generano e alimentano paure e smarrimenti nei popoli.
Secondo “Armed Conflict Database – 2015” dell’IISS (International Institute for Strategic Studies), nel 2014, sono stati 42 conflitti armati fra i più sanguinosi e distruttivi che in diverse regioni del mondo hanno provocato 180.000 vittime (in gran parte civili) e 12.181.000 di rifugiati. Da notare che bel 8 di tali conflitti si svolgono nella regione Mena (Libia, Egitto, Israele – Palestina/Gaza, Iraq, Siria, Libano, Yemen), mentre altri 14 in Paesi asiatici e africani di prevalente/ importante tradizione islamica e dotati di rilevanti risorse petrolifere e di gas (Nigeria,  Nagorno- Karabach, Cecenia, ecc). Si potrebbe pensare a una sottospecie di “guerra all’Islam”, ma così non sembra: la guerra è per l’accaparramento degli idrocarburi che in buona misura si trovano nel sottosuolo dei territori dell’Islam.
Il rapporto indica fra i conflitti più sanguinosi anche quelli in corso in alcuni Paesi dell’America Centrale: nel cosiddetto “Triangolo del Nord” (Guatemala, Honduras, El Salvador), in Colombia e in Mexico (contro i narcotrafficanti) dove il numero delle  vittime (oltre 9.000 nel 2014) ha superato quello dell’Afghanistan (7.430). Nonostante ciò, la globalizzazione neoliberista procede decisa e spietata, senza tener conto delle perdite in vie umane, delle gravissime conseguenze sociali e ambientali, degli squilibri politici e territoriali prodotti. Impropriamente, la chiamano “crisi”, in realtà si tratta di una colossale sistemazione degli assetti produttivi e di poteri che mira al dominio globale,
La “crisi”, infatti, evolve provocando emarginazioni sociali e povertà e nuove concentrazioni di ricchezza, intolleranze razzistiche, politiche di rapina supportate da vili commerci di uomini e di armi, omologazioni culturali e pensiero unico, egoismi e militarismi, ecc. Così procedendo, il XXI°  rischia di caratterizzarsi come il secolo della disuguaglianza e del terrore. Se il XX° fu detto “il secolo breve” (che breve non fu) il XXI°  potrebbe passare come il secolo della guerra endemica, infinita, dell’esplosione degli odi razziali e di nuove povertà. Questa è, oggi, l’atmosfera che sovrasta il mondo e deprime lo spirito pub­blico, soprattutto quello europeo, occidentale. Con l’aggravante che non s’intravvede una via d’uscita.

Non è questa la sede per aprire una riflessione su tali aspetti. Tuttavia, qualche cenno va fatto. I capi delle grandi potenze occidentali tacciono perché non hanno risposte convincenti e pensano di cavarsela, come sempre, a buon mercato, cospargendo l’umanità di vecchi e nuovi “terrori” per meglio imporre il loro dominio e militarizzare il sistema delle relazioni internazionali. Come se questo decadente Occidente, dominato da una sorta di “governo profondo”, uscito dai consigli di amministrazione di banche e di anonime società d’affari, non riuscisse più a esercitare il suo ruolo storico, la sua attrattiva culturale e produttiva, non fosse più capace di elaborare soluzioni alla crisi globale diverse dall’ opzione militare.
Ritorna la domanda: siamo all’ineluttabilità della guerra globale?
Speriamo di no, anche se in giro si avvertono strani sentori.A distanza di un secolo dalla prima guerra mondiale (1914-18) e a settanta anni dalla seconda, anche in Europa si colgono una sorta di stanchezza, un senso di pericolosa insofferenza verso la lunga pace e una tendenza, presente anche in certa pubblicistica, che  non esclude la guerra come soluzione dei problemi di relazione insorti con altri paesi e regioni.
Forse, non si arriverà alla guerra globale per timore della conflagrazione nucleare ossia della “mutua distruzione assicurata”, ma sono ammissibili, fattibili le guerre a livello locale, regionale. E, difatti, si stanno svolgendo in varie parti del mondo accompagnate dalla fanfara della  propaganda psicologica e mediatica di tipo bellicista che va dall’esaltazione del professionismo militare ai lucrosi affari delle agenzie di contractors ossia le nuove compagnie di ventura, dai giochi di guerra alle play- station, alle fiere internazionali degli armamenti, ecc.
Tutto ciò contribuisce a rendere più difficile la gestione politica e diplomatica della “crisi” che sempre più si manifesta anche come crisi del pensiero occidentale. Poiché non c’è dubbio che quando per risolvere un conflitto politico o d’altro tipo si ricorre alla guerra vuol dire che si sta  esaurendo la capacità di mediazione e di ricomposizione delle controversie ossia l’egemonia politica e morale. Crisi culturale, dunque, derivata dai processi di omologazione, dall’infiacchimento della demo­crazia partecipativa e della laicità degli Stati, dalla scomparsa dei grandi partiti di massa e dall’umiliazione della politica oramai asservita ai disegni della finanza e delle con­sorterie economiche internazio­nali, dal dilagare della corruzione e dei poteri criminali.
Soprattutto, pesa la crisi del modello dei consumi (esorbitanti) e della struttura economica dell’Occidente, che si caratterizza per alcune contraddizioni insanabili: non riuscendo più a produrre  le risorse (eccessive) che consuma, continua a importare,  e a sprecare, enormi risorse energetiche, inquinando il Pianeta; e, per procurarsele, tormenta l’umanità più povera con guerre micidiali. Come detto, non si tratta di una vera crisi, ma di una maschera che nasconde un disegno politico ben preciso e mirato a cambiare i rapporti di forza e di produzione a favore delle oligarchie finanziarie.
Le crisi, anche cicliche, ci sono sempre state e, bene o male, sono state affrontate e superate. Questa volta, però, non s’intravede una soluzione a breve termine e in armonia con gli equilibri esistenti. Ai piani alti del potere oligarchico l’arroganza si alterna al nervosismo. Si teme che, a conclusione di questo processo di globalizzazione, probabilmente, l’Occidente non sarà più il principale protagonista della storia.
Siamo in presenza di aspetti controversi, complessi di una strategia unica sulla quale andrebbe approfondita la riflessione e contro la quale suscitare una lotta a livello mondiale, coinvolgendovi, nelle forme possibili, le grandi massi popolari che sono le vittime passive di tali processi. Soprattutto, appare necessario ricominciare a lottare per una vera giustizia sociale, riprendere, su basi nuove e planetarie, la sacrosanta lotta di classe. Uscendo dall’equivoco, alimentato ad arte, se­condo cui la lotta fra le classi è finita con il “crollo del muro di Berlino”, superata dalla storia, dal mercato.
In realtà, la lotta fra le classi non è mai cessata. Oggi, in questo mondo unipolare, questa lotta è nel pieno del suo drammatico svolgimento. La differenza fra il passato e il presente consiste nel fatto che mentre prima si combatteva, ad armi quasi pari, fra un capitalismo non parassitario e la classe operaia e le sue organizzazioni politiche e sindacali, oggi la lotta ha un protagonista unico ovvero le oligar­chie finanziarie e i “loro” governi che infieriscono contro gli operai e i tecnici, i lavoratori dipendenti, i pensionati, i giovani inoccupati lasciati soli e indifesi.
Storicamente, c’è stato un conflitto tra capitale e lavoro. Oggi, di fatto, sono rimaste in campo soltanto le forze del capitale (nelle sue forme inedite e complesse) che continuano ad accanirsi contro i lavoratori mentre i sedicenti rappresentanti politici e sindacali del mondo del lavoro hanno, praticamente, smesso di lottare contro il capitale oppressore e vindice. E, così, vediamo questo neocapitalismo finanziario speculativo, detentore di tutte le principali leve del potere economico, politico e mediatico, massacrare la classe la­voratrice, i ceti medi in ogni regione del pianeta, sia nei paesi  poveri sia in quelli “ricchi”.
La sfrontatezza di tali forze è giunta al punto di spingersi- come ha fatto recentemente la Jp Morgan , società Usa leader nei servizi finanziari globali a proporre  per i Paesi del sud Europa una cura davvero ripugnante oltre che iper – classista: sbarazzarsi delle Costituzioni antifasciste del dopoguerra perché troppo sbilanciate a favore dei diritti dei lavoratori. “I sistemi politici dei paesi del sud, e in particolare le loro costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano una serie di caratteristiche che appaiono inadatte a favorire la maggiore integrazione dell’area europea…Poiché mostrano una forte influenza delle idee so­cialiste, e in ciò riflettono la grande forza politica raggiunta dai partiti di sinistra…e presentano tipicamente le seguenti caratteri­stiche: esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti; governi cen­trali deboli nei confronti delle regioni; tutele costituzionali dei di­ritti dei lavoratori; tecniche di costruzione del consenso fondate sul clientelismo; e la licenza di protestare se vengono proposte sgradite modifiche dello status quo…” (Spataro, 2012).
Tutto ciò, in nome dell’occidentalismo, della globalizzazione neoliberista. Senza mai chiedersi se tale globalizzazione, imposta a tappe forzate e all’insegna dei “valori”del massimo profitto, sia la risposta giusta o stia conducendo l’umanità verso il precipizio. In realtà, il liberismo si sta dimostrando incapace di governare le economie e gli Stati Alla sua prima uscita in pubblico, questo neo capitalismo, liberista solo a parole giacché i conti dei suoi disastri li continua a scaricare sui bilanci degli Stati e dei cittadini (vedi crisi delle borse in Usa, crisi finanziaria greca, ecc.), non è stato all’altezza dei compiti derivati dai processi da esso stesso generati.
Questa è la verità o se si preferisce la sorprendente novità: il neoliberismo è un disastro in campo politico e anche nei campi di sua pertinenza della finanza e dell’economia. Le banche, le borse valori, le società di rating, i manager e i consulenti prezzolati, le teste d’uovo avevano promesso il paradiso in terra, un “nuovo ordine internazionale” più giusto e più equo. Invece, ci ritroviamo con un mondo in disordine e segnato da nuove ingiustizie e disuguaglianze, da mortali pericoli per l’ambiente, per la vita sul pianeta.
Conseguenze insite nel sistema che si producono anche automaticamente come nota Thomas Piketty: “Quando il tasso di rendimento del capitale supera regolarmente il tasso di crescita del prodotto e del reddito- come accadde fino al XIX secolo e come rischia di accadere di nuovo nel  XXI- il capitalismo produce automaticamente diseguaglianze insostenibili, arbitrarie, che rimettono in questione dalle fondamenta i valori meritocratici sui quali si reggono le nostre società democratiche” (Piketty, 2014).
Tali processi, inoltre stanno riducendo gli spazi di democrazia e dei diritti dei singoli e dei popoli. Incapaci di governare il caos e decisi a fuorviare lo spirito pubblico, i “liberisti” cercano a destra gruppi e partiti disponibili ad accendere la miscela esplosiva del nazionalismo deteriore, del neo- nazismo perfino. Nulla di nuovo sotto il sole. E’ questo un gioco vecchio, ma sempre pericoloso per la libertà e la democrazia oggi più svuotata dei suoi valori fondanti, debilitata nei suoi effetti politici. Come se il sistema democratico, invenzione e vanto della borghesia illuminata, stesse troppo stretto agli attuali, anonimi gestori del potere mondiale.  Si profila una sorta di “democrazia illiberale”?
E così, vediamo in varie regioni del mondo riaccendersi nazionalismi, anacronistiche pretese territoriali, intrighi secessionisti, frustrazioni razziste, xenofobe, integralismi religiosi, intolleranze politiche, ecc. Insomma, il neo-liberismo, non potendo completamente addomesticare i popoli e gli Stati ai propri voleri, tenta di frantumarli, di schierarli l’uno contro l’altro. Chissà se, alla fine, non ci esca una bella guerra patriottica e/o di religione?  Per la gioia dei produttori di armi e dei mercanti di morte!
Tendenze e interrogativi drammatici che in Occidente non sembrano sfiorare le “titaniche certezze” della gran parte dei ceti intellettuali, degli economisti e dei partiti sedicenti di “sinistra” e/o di centro- sinistra, in larga misura, asserviti al potere dominante. Tuttavia, la rinuncia, l’abiura di alcuni non significa che siamo al tracollo della sinistra, soprattutto delle sue idee di giustizia sociale. In tanti paesi, soprattutto dell’America latina, forze importanti progressiste e di sinistra stanno combattendo, anche con successo e da posizioni di governo, una dura lotta di libertà e d’indipendenza economica nazionale e regionale. Lottano anche per i popoli, per i lavoratori d’Occidente che sembrano narcotizzati dal falso progressismo o rassegnati alla moderna subalternità.
Tuttavia, qualcosa si muove a sinistra anche in Europa, specie nei paesi più colpiti dalla mannaia neoliberista quali Grecia e Spagna. Anche nel campo dei moderati qualcuno cerca di abbozzare una risposta, un’analisi controcorrente. Ecco- per esempio- cosa scrive Alì Laidi, un giovane studioso maghrebino di tendenze moderate. “L’ideologia del mundialismo pretende che la salvezza dell’umanità si trova nel libero mercato e nella concorrenza libera e perfetta… Intendiamoci bene, non si tratta di rifiutare la mondializzazione né di rigettare i suoi risultati positivi, ma di mostrare che la mondializzazione occidentale è nociva quando si propone come ultimo universalismo…” “E’ in atto una resistenza alla standardizzazione dell’uso del mondo. Ciò che temono i popoli non è la mondializzazione, ma l’assenza del loro punto di vista sul nostro destino comune…Questa mancanza di rappresentanza rende furiosi i più radi­cali e li spinge nella violenza.” D’altronde- continua Laidi – “L’Occidente sa che la generalizzazione del suo modello è una chimera. L’Occidente ha capito che la Terra non sopporterà un’umanità vivente con gli attuali standard occi­dentali. Un mondo totalmente occidentalizzato è un mondo esausto, perduto, morto a breve termine. La vittoria dell’occidentalizzazione del mondo significherà dunque la sua disfatta…”.(Laidí, 2011)
Infine, ci sia consentita una nota a margine per chiarire che la nostra critica, talvolta severa, verso l’ideologia e le pratiche del neo-liberismo non è, non vuole essere “antiamericanismo” di maniera ossia un’avversione preconcetta nei confronti delle politiche delle amministrazioni Usa, ma un’analisi ragionata e motivata, per quanto opinabile, di una nuova forma di dominio egemonico, unilaterale che mette a rischio la convivenza pacifica e il progresso sociale e culturale dell’umanità. E’ necessario saper distinguere, separare gli interessi delle oligarchie finanziarie e militari da quelli della maggioranza del popolo statunitense, la prima vittima delle loro strategie, che bisognerebbe aiutare a liberarsi dell’ipoteca consumistica di tipo neo-imperiale che l’opprime.
Prima o poi la crisi del gigante Usa, che continua a vivere molto al di sopra delle risorse proprie, scoppierà e si dovranno profondamente modificare politiche e comportamenti in contrasto con gli interessi generali nazionali e globali, con la sopravvivenza stessa del Pianeta. Su tale prospettiva bisogna aprire una riflessione generale e feconda, cogliendo taluni segnali interessanti provenienti dall’interno della società statunitense, anche per respingere le comode accuse di chi si rifugia nell’americanismo furbastro per bollare come “antiamericanismo” le analisi preoccupate sulla controversa realtà degli Usa.
Generalmente, chi si spinge in questi “territori” rischia di essere tacciato perfino di razzismo da chi finge di non vedere le odiose pratiche razziste in casa propria. Ovviamente, tale, eventuale accusa non ci tange; la nostra formazione marxista, la nostra educazione umanitaria ci pongono al di sopra di tali meschinità. La nostra critica sottende l’auspicio che il popolo statunitense, che ha dato un contributo notevole alla crescita democratica e allo sviluppo tecnologico mondiali, possa tornare ad essere un soggetto primario del cambiamento, in senso progressista e pacifista, dell’umanità.

Resumen
 Con el comienzo del siglo XXI nuestro horizonte se perfila inquietante, en donde el recurso de la guerra como respuesta a los problemas derivados de la crisis de la economía mundial se inserta en la mismísima naturaleza violenta de las dinámicas del capitalismo por su intento de imponer un modelo político, económico y cultural. Más que un fenómeno cíclico derivado de las constantes crisis que han caracterizado este sistema, parece ser un declive de la hegemonía occidental en el terreno económico y cultural. En ese sentido, ante un escenario de crisis multidimensional de carácter sistémico que ha caracterizado la primera década del siglo XXI, nos encontramos ante un futuro muy incierto que pone de manifiesto el avance de un multilateralismo estratégico que impulsa un nuevo orden económico y político internacional en el que las potencias del Sur han asumido un papel importante.
Este libro pretende analizar los nuevos escenarios que están reconfigurando la geopolítica mundial a partir del papel que los recursos naturales juegan en dos áreas fundamentales, América Latina y la región MENA “Middle East y North Africa” (que incluye al Oriente Medio…






venerdì 10 aprile 2020

L'ULTIMO CRISTO...

Nella foto Ernesto "Che" Guevara ancora vivo circondato dai suoi carnefici i quali, dopo la foto-ricordo, lo uccideranno a sangue freddo, tagliandogli anche le mani.
So che il confronto con l'Altro descritto dai Vangeli (che gode della mia laica ammirazione) potrebbe apparire blasfemo, ma non lo è. Perlomeno non é questa la mia intenzione. Anzi. 
Tuttavia, laicamente parlando, credo si possa dire che il  "Che", visionario e vocato al martirio, sia stato l'ultimo Cristo fra gli uomini... 
(Agostino Spataro)

Quel giorno ad Agrigento il PCI... 
https://www.agoravox.it/Che-Guevara-50-anni-dalla-morte.html


mercoledì 25 marzo 2020

"PANE DURO COME IL MURO- Claudio, fotocronaca di un viaggio"- nuovo libro di Agostino Spataro






Indice

Introduzione
L’amore famigliare                                                                pag. 3
Prima parte                                                                          pag. 7
Da Budapest, sul vecchio Orient-Express                                       
Fra tanta povertà, l’amore di un bambino                                       
Una dolorosa “spartenza”                                                               
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Seconda parte                                                                    pag. 31
Quel prete “pazzo” di Timisoara                                                     
Ioppolo - Bucarest: partiamo in due e torniamo in tre                     
Fondatore del partito liberale rumeno                                             
Il reportage di Claudia D’Angelo per Rai1                                      
Galleria di foto                                                                               
Terza parte                                                                          pag 67
Una giornata tipo di Claudio                                                           
Claudio scopre la…musica                                                             
Claudio bacia la casa                                                                      
1° Maggio a Montefamoso                                                              
La domanda: “È vero che ci avete adottati?”                                  
Il battesimo di Claudio                                                                    
Il primo Natale a Ioppolo                                                                
Galleria di foto                                                                               
Quarta parte                                                                      pag. 95
Pane duro come il muro                                                                  
A Budapest, a spasso con Claudio                                                  
La crisi che ho vissuto
La visita dell’amico pittore. I disegni di Claudio                             
L’altra famiglia                                                                               
Galleria di foto                                                                               
Appendice                                                                         pag.129
Nota riservata del 1983 alla segreteria del Pci sulla drammatica situazione della Romania di Ceausescu.


 Introduzione

L’amore famigliare

Fuori da ogni schema ideologico, oggi la famiglia appare come l’ultimo anello della catena della solidarietà umana cui, in quanto tale, si può attribuire una funzione “rivoluzionaria” in assenza di altri sog­getti sociali rivoluzionari.
 
La nostra bella famiglia, l’altro ieri……

1... È possibile creare una famiglia basata sulla solidarietà umana e non sui vincoli di sangue?
Una domanda complessa che richiede una o più risposte non facili a darsi, poiché dipendono da una serie di fattori personali, ambientali e da implicazioni morali e teoriche.
Probabilmente, la risposta può essere più agevole se si parte da un caso concreto. Per esempio, da un’adozione. Come le due che abbiamo fatto noi che ci consentono di rispondere affermativamente alla domanda, in base alla esperienza vissuta. Ovviamente, siamo consapevoli dell'esistenza di punti di vista differenti che, a volte, possono suscitare vivaci polemiche su cui riflettere.
Specie quando si tratta delle opinioni di certuni che diffidano della famiglia adottiva magari per trattenere negli istituti i bambini abban­donati.
Tema delicatissimo da affrontare con serietà, con senso di responsabilità e non - come avvenuto ultimamente in Italia - con pole-miche strumentali, partitiche e mediatiche, con l’obiettivo di trarne un utile elettorale e di audience.
Al netto di tali, inconfessabili interessi, resta la realtà, nuda e cruda, che evidenzia un dato preoccupante, morale e sociale: in un paese a basso indice di natalità qual è l’Italia c’è una un’infanzia “sfortunata”, proveniente da famiglie disagiate, che si preferisce chiudere negli isti­tuti invece di favorirne gli affidamenti, le adozioni, in aderenza al prin­cipio/guida del benessere del minore.
Uscendo dall’istituto il bambino/a entrerà in una famiglia, dove troverà migliori condizioni di vivibilità, di affettività, di umanità.

2... Ovviamente, si dovrà procedere con la necessaria prudenza e nel rispetto della legislazione vigente, verificando, caso per caso, se il be­nessere del minore può essere assicurato al meglio presso un istituto o presso una famiglia. Il confronto fra le due istituzioni diventa inevita­bile.
In ogni caso, una domanda è ineludibile: perché tante famiglie deside­rose di adottare un bambino sono indotte a rivolgersi all’estero quando negli istituti italiani sono ospitati tantissimi bambini abbandonati o sottratti (per legge) alle famiglie “inadempienti”, solitamente le più povere e/o emarginate della società?
A tal proposito, è necessario riflettere anche su certe tendenze che si fanno strada nella società del “benessere” a proposito di certe tipologie di adozioni, di uteri in affitto e quant’altro non contemplato nella legi­slazione vigente italiana. Sull’intera materia delle adozioni non c’è un’adeguata informazione e preparazione, mentre si fanno campagne mediatiche, petizioni, mobilitazioni popolari per dare una “famiglia” a un cane abbandonato o rinchiuso in un canile.
Magari con il lauto patrocinio di multinazionali e di distributori di pro­dotti per i cosiddetti “animali da compagnia”.
Nessuna campagna, invece, viene promossa per dare una famiglia ai bambini abbandonati e/o chiusi negli istituti.
Strano! In ciò c’è qualcosa che non quadra, che contrasta con l’autentico spirito umanitario che ispira ed informa la legislazione.

3... Comunque realizzata, oggi, la famiglia non è soltanto il luogo privilegiato degli affetti, dell’amore famigliare per l’appunto, ma è anche un rifugio per tanti figli e nipoti indifesi, inoccupati, un presidio di resistenza passiva agli attacchi delle politiche delle oligarchie neoli­beriste.
In questa fase drammatica, si è accresciuto il ruolo sociale della famiglia costretta a sobbarcarsi le conse­guenze della crisi e, in particolare, del progressivo smantellamento dello stato sociale.
Intorno all’uomo si sta facendo un deserto. Smarrito in un mare di cre­scenti disuguaglianze, sempre con meno diritti e senza più un’efficace difesa politica e sindacale, deve affrontare le difficoltà della vita. Solo, contro la perfida genia che comanda il mondo.
Senza più una forte sinistra di classe, con governi e parlamenti asserviti agli oligarchi o da essi direttamente gestiti, la famiglia è divenuta, suo malgrado. il luogo principale di protezione sociale e morale.
Infatti, sono i genitori, i nonni a far fronte alle difficoltà, ai drammi di figli e nipoti precari, senza casa e con pochissimi servizi e, soprattutto, senza un futuro certo, a breve e a medio termine.
Individui smarriti e disarmati, vittime di una guerra asimmetrica scate­nata da mostruose potenze impazzite che stanno portando l’umanità verso il baratro.
La liquidazione “scientifica” dei partiti di massa, delle associazioni democrati­che ha portato alla graduale demolizione del sistema di diritti sociali conquistati e ampliato la platea dei poveri, degli indigenti provocando una disuguaglianza inaccettabile, per favorire un club ristretto di supermiliardari.
Da tutto ciò discende la funzione vitale della famiglia senza la quale molti giovani (ma anche anziani) non saprebbero come sbarcare il lu­nario.
Fuori da ogni schema ideologico, la famiglia appare, oggi, come l’ultimo anello della catena della solidarietà umana cui, in quanto tale, si può attribuire una funzione “rivoluzionaria” in assenza di altri sog­getti sociali rivoluzionari.
Credo che anche Friedrich Engels comprenderebbe tale evoluzione del ruolo della famiglia che, in attesa della realizzazione di una società comunista matura, “va trattata e spiegata in base ai dati empirici esi­stenti…”- [1]
Un mutamento fattuale, quasi obbligato, contro cui, oggi, si accanisce, con tutti i mezzi e i modi possibili, la “perfida genia”, per fiaccarla, snaturarla, emarginarla, per farla sparire dal panorama delle relazioni umane.

4... Ma torniamo a Claudio che è il protagonista di questa nostra bella esperienza famigliare. Con Joliké [2], come del resto fecero tante altre coppie italiane ed europee, scegliemmo la via dell’adozione interna-zionale, perché quella nazionale si presentava piuttosto disagevole, per i motivi di cui sopra.
Chiariamo che il nostro desiderio di adottare un minore non fu dettato da sentimenti di magnanimità o di possesso, ma agimmo, da per­sone comuni, in aderenza ai nostri ideali di umanità e di dignità.
Prima arrivò Monica[3], oggi madre di due bellissimi bambini, Giuseppe e Lucia Migliara, che ci fanno sentire “nonni” felicissimi e appagati; a distanza di quasi un lustro, dopo una serie di sofferenze, sue e no­stre, venne ad allietare la nostra casa Claudio che riuscimmo a tirar fuori dall’inferno di Ceausescu.
Appena in tempo ossia nei giorni, drammatici, del crollo di quel re­gime dittatoriale, familistico che nulla aveva a che fare con le aspira­zioni alla libertà, al progresso dei lavoratori rumeni, con i nostri ideali.
Al nostro Claudio, diletto, dedichiamo questo ricordo. Sperando che la nostra, bella avventura umana, di unione, di amore famigliare aiuti a far riflettere chi di dovere, affinché siano “liberati” tutti i bambini trat­tenuti negli istituti.
Per dar loro un focolare domestico- come si diceva una volta- che sarà sempre più accogliente e più umano di qualsiasi fredda istituzione.
Corri ragazzo, corri… oltre gli orizzonti conosciuti.

                                                               



[1] F. Engels, “L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato”- Editori Riuniti, 1972
[2] Joliké alias Ilona Laky, co-autrice, di fatto, di questo lavoro e, soprattutto, madre dei due nostri figli.
[3] vedi: https://libro.cafe/libro/41713/monica-storia-di-un-infanzia-ritrovata/

 N.B. Chi lo desidera può richiedere, gratuitamente, il PDF dell'anteprima di stampa a: agostinospataro@alice.it


lunedì 16 marzo 2020

COVID 19, UNA "DITTATURA NECESSARIA", MA CI SONO ALCUNE FAGLIE!

di Agostino Spataro *

Ai cittadini italiani va dato atto dell’osservanza delle norme e dei divieti mirati al CONTENIMENTO della diffusione del coronavirus o Covid 19.  
Le persone accettano i sacrifici imposti pur sapendo che siamo di fronte alla sospensione di alcune libertà individuali e sociali, sperando che possano contribuire alla sconfitta del virus e al ritorno alla normalità.
Parliamoci chiaro: il popolo italiano sta accettando uno Stato Eccezionale di Emergenza Sanitaria, una sorta di “dittatura necessaria”, per difendere la salute pubblica.
Tuttavia, qualche dubbio insorge quando si legge di comportamenti abusivi di singoli individui e di “deroghe” - di fatto - ai divieti promulgati che mettono a rischio il conseguimento dell’obiettivo primario del contenimento.
In particolare, preoccupano certa mobilità (soprattutto ferroviaria, stradale, ecc) dalle zone più infette a quelle meno infette del Paese e gli approdi nei porti (specie siciliani e in genere del Sud) di natanti che trasportano gruppi di persone non identificate (leggi clandestine) che vengono sbarcate e distribuite in diversi siti del territorio italiano.
Questa è una EMERGENZA che, per altro, potrebbe aggravarsi tragicamente. 
Perciò il Sistema di prevenzione, di protezione non può permettersi FAGLIE di alcun genere.
Il governo deve saper mobilitare e coordinare tutte le risorse materiali e umane disponibili, a cominciare dal pieno impiego operativo delle Forze armate della Repubblica. Perché no?
Il rigore e la coerenza sono indispensabili, anche per evitare la perdita di fiducia dei cittadini verso l’azione dello Stato e dei suoi organi operanti sul territorio.
E – se permettete- per non frustrare la determinazione, il  sacrificio di tantissimi sanitari e para-sanitari, scienziati, operatori della Protezione civile, volontari, ecc. che in modo ammirevole (talvolta perfino eroico) stanno lavorando per fronteggiare l'emergenza.
Dovrebbe essere superfluo, ma di fronte a certe improvvide evidenze bisogna ribadire che in questa situazione ogni azione deve essere rigorosamente finalizzata al conseguimento dell’OBIETTIVO dichiarato ossia al Contenimento della diffusione del contagio.  Non sono ammesse deroghe di sorta e per nessuno! Tutto ciò che non è coerente, funzionale con le direttive emanate non è ammissibile perché minaccia la salute pubblica. 

*Scrivo da cittadino e da ex deputato nazionale del Pci dei tempi della cd “Prima Repubblica” che, fra le tante buone riforme, varò quella della Sanità che ancora oggi resiste e consente di curare tutti i cittadini, nonostante gli attacchi e le sottrazioni della “seconda” e della “terza” Repubblica.  

venerdì 13 marzo 2020

LA SIGNORA LAGARDE NON HA FATTO UNA GAFFE, MA HA DETTO QUEL CHE PENSA DAVVERO!

di Agostino Spataro

Certi giornali, al soldo del neoliberismo dominante, vogliono stemperare la gravità della gravissima e inopportuna esternazione, assai dannosa per l'Italia, della signora LAGARDE presidente della BCE, la banca di diritto privato, cui gli Stati europei hanno conferito l'enorme potere di stampare e distribuire denaro.
La signora LAGARDE non ha fatto una gaffe, ma é stata sincera. Come fu sincera quando, anni addietro, da direttore del Fondo monetario internazionale (FMI), propose di aumentare l'età pensionabile e di diminuire l'assistenza sanitaria e farmaceutica in favore dei più anziani. Tanto per dire con chi si ha a che fare!
Non a caso la vittima prelibata di tale esternazione sono i Paesi più deboli dell'eurozona e in particolare l'Italia, in questo momento alle prese con una pericolosissima pandemia.
I gridolini, le rampognette mediatiche non servono a nulla, Ci vuole ben altro!
Partendo dal fatto notorio che, da tempo, i beni e i servizi strategici, le "eccellenze" del nostro Paese sono in vendita. Il problema non é solo la signora Lagarde, ma anche tanti altri personaggi, operanti ad alti livelli di responsabilità in Italia e all'estero, che hanno fatto e continuano a fare (con le privatizzazioni e con le manovre di Borsa) di tutto per passare dalla vendita alla "svendita" a prezzi stracciati. Oggi, siamo di fronte a una drammatica accelerazione di tale tendenza, che potrebbe essere agevolata anche dal pauroso crollo della Borsa di Milano di questi giorni. Del resto é comprovato che i grandi gruppi finanziari e industriali francesi sono fra i più interessati al mercato italiano, Semmai, bisognerebbe chiedersi perché di tutto ciò e altro non parlano (e soprattutto non agiscono con fatti concreti) tutti coloro che tengono in pugno il ns Paese: governanti, parlamentari, (di oggi e di ieri), giornalisti di grido o di cortile, capitani d'industria, ecc. 

martedì 10 marzo 2020

COVID 19: INFLUISCE IL FATTORE CLIMA?



di Agostino Spataro

COVID 19: confronto fra i casi accertati in Italia n. 7.375 (su 60 milioni di abitanti) e nelle tre Americhe n. 257 (su oltre 1 miliardo di abitanti.) 

In questi giorni di auto consegna in casa ho cercato di documentarmi su taluni aspetti relativi alla diffusione del coronavirus COVID 19 in Italia e in alcune regioni del mondo, in special modo in quelle dell’emisfero sud, con particolare attenzione ai Paesi del Sud America. *
Una ricerca empirica, meramente statistica e senza pretesa alcuna, per tentare di capire se e come il dato climatico potrebbe influire sulla diffusione del contagio. 
Per altro, tale ipotesi è stata affacciata da alcuni scienziati, ma senza un seguito appropriato.
Chiarisco che non desidero associarmi alla schiera di tuttologi che pontificano sul virus, ma solo auspicare un approfondimento da parte di chi ne ha le competenze e le responsabilità. 
Sperando nella imminente primavera.
La ricerca potrebbe estendersi anche ad altre realtà dell’emisfero Sud del Pianeta. Restando al confronto fra Italia e Sud America si nota che fra le tante diversità esistenti c’é ne una che, in questa emergenza globale, potrebbe fare la differenza : la temperatura.
Poiché  mentre in Italia (e in genere nell’emisfero Nord, contenente la Cina) siamo in inverno, laggiù sono in estate con una temperatura media attestatasi intorno ai + 30 gradi C.
E’ bene  sottolineare che il confronto avviene fra i casi accertati in Italia e nelle Americhe (Nord, Centro e Sud) * ossia fra un Paese di 60 milioni di abitanti e le tre Americhe con oltre 1 miliardo di abitanti.
Confronto impari. Poiché mentre in Italia, secondo il bollettino della Protezione civile dell’8 marzo 2020 (vedi sito sotto), sono stati registrati  7.375 casi e 366 morti, nelle Americhe- secondo la direttrice dell’Ops (Organizzazione panamericana della salute- aggregata all’Oms) i casi, in gran parte importati, al 6 marzo 2020 sono 257,  suddivisi per 10 Paesi e 4 territori regionali.**
**  Situation as of 6 March 2020 - Hasta la tarde de hoy, se confirmaron 257 casos en diez países y cuatro territorios de la región (Argentina, Brasil, Canadá, Chile, Colombia, Costa Rica, Ecuador, Guayana Francesa, Martinica, México, República Dominicana, Estados Unidos, San Bartolomé y San Martín). I morti sono stati 11, tutti negli Usa,  in Washington (10) and California (1).

Fermi restando gli esiti degli studi e degli interventi sulle aree specifiche di contagio (alcune regioni  settentrionali), anche per l’Italia (almeno fino all’8 marzo) si potrebbe configurare una  probabile influenza del fattore climatico. Vedi dati tabella sotto. http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pagineAree_5351_0_file.pdf

* Da notare che fra le due realtà esistono differenze sfavorevoli ai Paesi sudamericani, soprattutto fra i sistemi sanitari: quello italiano ritenuto uno dei migliori al mondo e quelli sudamericani che lasciano molto a desiderare. Tranne il sistema sanitario di  Cuba che, nonostante l’odioso e lunghissimo boicottaggio degli Usa, si è dimostrato uno dei migliori del mondo, anche in questa drammatica vicenda del COVID 19 dandone prova sul campo ossia operando, con successo, nelle regioni infestate della Cina con una rara, solidale ed efficace capacità d’intervento.

** L’occasione è utile per ricordare che vi sono 3 Americhe oppure UNA  contenente 26 Stati sovrani, fra i quali gli Stati Uniti d’America.   


domenica 8 marzo 2020

UNA GESTIONE SPECIALE, CENTRALIZZATA DELL'EMERGENZA CORONAVIRUS


Dichiarazione stampa di on. Agostino Spataro - già parlamentare del Pci.*

Visto come stanno andando le cose (cioé non bene come ci si attenderebbe), per fronteggiare, contenendola, l'emergenza coronavirus (che si teme possa degenerare in  pandemia), si dovrebbe approntare una GESTIONE SPECIALE CENTRALIZZATA - anche sospendendo talune prerogative autonomistiche- dotata di idonei mezzi giuridici, strumentali e di comunicazione capaci d’informare e di coordinare gli interventi e di far rispettare, attuare le direttive emanate dalle autorità preposte.
Per perseguire tali finalità, oltre a mobilitare il personale sanitario, parasanitario e le altre risorse della sanità pubblica e privata, ad attrezzare gli ospedali del Sud (in gran parte sforniti di reparti infettivi), sarebbe necessaria una mobilitazione, coordinata, dei corpi preposti alla sicurezza pubblica, delle stesse Forze armate, ecc.
Purtroppo, l'appello alla "auto-responsabilità", é largamente disatteso, provocando ulteriori, gravissimi rischi di estensione del fenomeno infettivo in regioni (Mezzogiorno) finora, poco colpite.
I divieti devono essere chiari e ben definiti e accompagnati da sanzioni specifiche.
Infine, ritengo che per meglio convincere i cittadini italiani a sobbarcarsi i tanti disagi derivati dalla emergenza (blocco della mobilità, controlli sanitari e d’altra natura, chiusura delle scuole e delle varie attività sociali, culturali, ecc.) e le eventuali sanzioni è auspicabile che il governo sospenda, anche in linea provvisoria, gli ingressi nei porti italiani di naviglio proveniente dall’estero, specie di quello con a bordo persone non identificabili.

8 /marzo/ 2020.