sabato 22 maggio 2021

La solitudine d'Israele

 

Vittime palestinesi di un recente bombardamento israeliano su Gaza (foto da "Internazionale")

di Agostino Spataro 

 1... Sembrerà strano, ma nel momento in cui i governanti israeliani, responsabili della nuova ondata di  attacchi, micidiali e asimmetrici, e di centinaia di morti (fra cui molti bambini e anziani) fra la popolazione di Gaza, incassano il massimo sostegno dei governi e dei media di quasi tutti i paesi occidentali, in Italia e nel mondo si coglie, a livello popolare, un sentimento di rifiuto che accresce la solitudine della posizione annessionistica d’Israele.                                                                                                                                                                    Le  tantissime manifestazioni spontanee in tutto il mondo a favore dei diritti alla vita e alla dignità nazionale del popolo palestinese, (quasi del tutto ignorate dai soliti media occidentali) evidenziano un altro elemento da non sottovalutare ossia che la solidarietà elitaria a favore di Netanyahu ha come risvolto l'isolamento d'Israele nel cuore della gente comune, dei lavoratori, degli intellettuali liberi.                                                                                                     Solitudine anche all'interno d'Israele, dove la grande maggioranza del popolo non condivide tali, impietosi atti di guerra e continua a far sentire, anche con il non voto, la sua contrarietà e volontà di pace.      Tutto questo e altro non fa che debilitare la manovra, la credibilità dei capataz al potere, osannati all’estero e sempre più isolati anche in patria. Una condizione anomala, poco rassicurante e, alla fine, perdente.  Fino a quando potrà essere sopportata?                                                                                                                            Forse gli strateghi trascurano due fattori rilevanti di novità: l'entrata in campo, a fianco dei palestinesi, della Turchia di Erdogan che potrà mettere in crisi i fumosi e venali "accordi di Abramo" con le petro-monarchie arabe del Golfo e la prospettiva (a medio/lungo termine) che la partita più grande, decisiva del nuovo ordine mondiale, possa giocarsi nell'area del Pacifico, da cui Israele é assai lontano.  E, davvero, non ci si può consolare- come fa qualcuno- che questa sia la solitudine “dei numeri uno” o quella classica del potere. No. Questa è la solitudine di chi prevarica e non rispetta i diritti dei più deboli.

 La tragica asimmetria dei morti fra palestinesi e israeliani. (fonte “Haaretz”)

Tabella riassuntiva pubblicata dal più diffuso quotidiano israeliano “Haaretz” e ripresa da “Internazionale”   https://www.internazionale.it/opinione/amira-hass/2021/05/20/gaza-palestinesi-famiglie

2... Tutto ciò spiega anche la deprimente realtà politica ed elettorale d’Israele, dove il signor Netanyahu continua a governare, imperterrito, senza una maggioranza parlamentare.                                                                              E per farlo deve cedere alle pretese delle forze più retrive e reazionarie. Antisemitismo? Queste e tante alte cose le hanno denunciate con manifestazioni imponenti parti importanti della popolazione israeliana e tantissime personalità ebree della cultura, della politica, perfino militari, e la gran  parte della stampa israeliana, fra cui il prestigioso, e letto, quotidiano “Haaretz”.                                                                                                                    In molti casi la condanna degli ebrei, residenti all’interno d’Israele e/o all’esterno, (vedi le coraggiose parole di Moni Ovadia) è più dura e netta dei critici "laici", per non dire di quella assai blanda di certi commentatori e governanti nostrani.                                                                                                                                      Comunque si giri la “frittata” questa non è strada che spunta. Dopo l’accanimento contro la popolazione di Gaza, ma anche contro le famiglie palestinesi di Gerusalemme Est, può sembrare che Netanyahu abbia il mondo intero dalla sua parte e si stia godendo la sua imbarazzante impunità.                                                                            Così non è se vi pare. In questa situazione bizzarra si può applicare il saggio detto “Dai nemici mi guardi Iddio, dagli amici mi guardo io”, poiché questi leader che oggi si spellano le mani per applaudire i bombardamenti di Netanyahu sono pronti a cambiare parere, e cavallo, al primo stormir di foglie.                                                    Oltre alle esternazioni di Biden e altri suoi omologhi, ha fatto impressione la penosa sfilata elettoralistica vista in Italia, dove a difendere gli ebrei c’erano i neofascisti, i leghisti, e taluni personaggetti che debbono nascondere le loro ascendenze familiari, per poter partecipare a simili raduni. 

3... Per quanto che riguarda l'ampio fronte dei movimenti pacifisti pro-palestinesi, a  parte alcuni casi estremi da isolare, si può affermare che non agisce per odio, per “antisemitismo”, ma per amore di pace, appunto, per garantire al popolo palestinese il diritto, sancito dall’Onu, ad avere, finalmente, una patria e uno Stato sovrani.      Giusta o sbagliata che sia, la decisione dell'Onu del 1947 sulla partizione della Palestina oggi è accettata dalla opinione pubblica mondiale e pertanto va rispettata e soprattutto attuata.                                                              Nel corso di questi 75 anni, ci sono stati errori da entrambe le parti, tuttavia chi, oggi, ostacola tale progetto è soprattutto il potere dominante d’Israele che- di fatto- ha modificato l’obiettivo dei padri fondatori: si é passati, infatti, dai due popoli e due Stati all’annessionismo (in corso) di parti fondamentali dei territori assegnati al popolo palestinese. Che esiste e resiste!                                                                                                                     Chiunque oggi nel mondo, dentro e fuori la Palestina storica, ha senso della responsabilità politica e morale non può che sostenere la decisione dell’Onu. Diversamente, si mette contro la volontà del massimo organo della legalità internazionale. Punto.                                                                                                                             Perciò cresce, a vista d’occhio, la solidarietà con il popolo palestinese, con i suoi morti (molti bambini e vecchi) e in contemporanea cresce l’isolamento, la solitudine dei gruppi dominanti israeliani e dei loro sponsor.

4... No. Non si tratta di odio, ma di rifiuto della violenza, di desiderio di pace, di un nuovo sentimento popolare che sta rinascendo in Italia e nel mondo. Le opinioni pubbliche occidentali e d’altri angoli del Pianeta solidarizzano con i palestinesi di Gaza e chiedono la fine dell’occupazione dei territori palestinesi. Senza dimenticare il Golan siriano. In questi territori deve nascere il loro Stato. Dopo 75 anni i palestinesi ne hanno il pieno diritto, nella libertà e nella democrazia e nella  sicurezza di entrambi gli Stati che dovrebbero provare a convivere in cooperazione reciprocamente vantaggiosa.                                                                                                                                         Pertanto sono da disapprovare sia gli attacchi aerei israeliani sia quelli missilistici di Hamas che- bisogna ricordarlo- fu creata con lo zampino d’Israele che mirava a rompere l’unità palestinese- guidata da Yasser Arafat- e oggi se la ritrova contro. La pace fra israeliani e palestinesi é necessaria, anche per rafforzare la pace e la cooperazione economica e culturale in tutta l’area mediterranea e mediorientale che rischia di entrare in un vortice assai pericoloso.                                                                    .                                                   Desidero concludere ricordando un detto saggio che usiamo dalle nostre parti: se un tuo amico sta sbagliando non devi elogiarlo, sostenerlo, ma devi richiamarlo, aiutarlo a correggere l’errore.                                                          Nel mio passato di parlamentare del Pci, ho seguito da vicino talune vicende e, soprattutto, le giuste lotte del popolo palestinese che abbiamo sostenuto perché era dalla parte del giusto.                                                        Oggi è la parte debole del conflitto e noi amiamo solidarizzare con i più deboli: ieri con gli ebrei massacrati dai nazifascisti, oggi con i palestinesi.  Tutto ciò facciamo in coerenza con la nostra concezione politica e ideale secondo cui nel mondo vive una sola razza: quella umana. Che ci comprende tutti. Anche coloro che, in base alle favole bibliche (smentite dai più prestigiosi storici e studiosi ebrei) si auto-compiacciono di essere “popolo eletto”, ritenendo, evidentemente, che gli altri popoli siano “primi dei non eletti”. (a.s)

 

Segue un mio articolo del 2010 (https://www.agoravox.it/La-solitudine-di-Israele.html ) contenente alcune considerazioni che, dopo quasi 11 anni, si attagliano benissimo alla situazione attuale del conflitto israelo - palestinese. Segnalo alcuni brani:

Le vittime ci sono più care dei loro oppressori.

Ho scritto queste note né per la gloria né per un padrone, ma solo per dovere civile e morale verso la tragedia umana e politica del popolo palestinese. Per tali materie mi è negato l’accesso alla “carta stampata”.

Ci accontentiamo del web che possiede grandi potenzialità comunicative, in crescita, e soprattutto consente il privilegio d’interloquire con i giovani i quali, prima o poi, si desteranno dal torpore alienante del consumismo e chiederanno conto e ragione di tutte le ingiustizie del mondo.

Perciò, per quanto difficile sia il tempo presente, ognuno dovrebbe far sentire la propria voce. In ballo ci sono il destino, il benessere di tanti popoli, il futuro della pace nel Mediterraneo e nel mondo.

Parlare e agire, anche a costo di attirarci il facile anatema dell’antisemitismo, come qualche volta (mi) è accaduto. Sì, perché, da un certo tempo, in Italia e non solo, è invalsa la cattiva abitudine di bollare come “antisemita” chi dissente e osi criticare certe scelte e condotte dei governanti israeliani.

Un’accusa ormai abusata, vagamente intimidatoria e, per altro, imprecisa. Secondo il racconto biblico, “semiti” dovrebbero essere anche gli arabi.

In ogni caso, tale accusa non mi tange perciò la respingo al mittente. Io sono onoratissimo di seguire le idee di Kartl Marx (uno degli ebrei più importanti del mondo, realmente esistiti) e in quanto tale considero il razzismo una delle più miserabili espressioni della subcultura umana.

Rivendico la mia, la nostra, libertà di pensiero e di critica secondo i principi della Costituzione italiana e non secondo i canoni di questa o quell’altra religione. La mia cultura e pratica di vita non è razzista ma solidaristica verso tutti gli uomini e le donne che costituiscono l’unica razza di questo Pianeta.

Se in questa dolorosa vicenda spesso mi sono spesso ritrovato dalla parte dei palestinesi e dei loro leader più prestigiosi (fra i quali l’indimenticato Yasser Arafat) non è per contrarietà preconcetta verso il popolo israeliano, ma per solidarietà verso il popolo martire di Palestina ancora occupato, assediato dagli eserciti di Netanyahu.

Insomma, le vittime ci sono più care dei loro oppressori. Capita. Come sempre mi è capitato, e con grande commozione, di fronte alle immagini, anche cinematografiche, della “shoah”, della terribile tragedia degli ebrei massacrati dai nazisti e dai fascisti europei. E se tutto ciò non dovesse bastare, aggiungo che sono orgoglioso di essere figlio di un operaio siciliano, insignito della Medaglia d’onore del Presidente della Repubblica italiana, che fu ristretto in alcuni lager della Germania nazista per essersi rifiutato, dopo l’8 settembre 1943, di combattere con gli eserciti nazi-fascisti.   

 DOCUMENTAZIONE: Gerusalemme: la lunga lista delle violazioni israeliane

Questi i fatti recenti che giornali e tv hanno illustrato, anche se non si son presi la briga di spiegare perché si è giunti a un punto così critico.

Per giustificare le nuove colonie ebraiche nella “città santa” Netanyahu ha detto in Usa, e continua a ripetere in patria, che “Gerusalemme non è una colonia, ma la capitale d’Israele”.

Una bella frase a effetto che però sorvola sull’iter doloroso, sanguinoso che ha segnato questa città negli ultimi decenni e sulle numerose decisioni di condanna assunte dall’Onu, da altri organismi intergovernativi, dallo stesso Vaticano.

Il discorso sarebbe troppo lungo, perciò ci fermiamo. Del resto, chi desidera documentarsi sulla materia può consultare la vasta documentazione prodotta dalle Nazioni Unite e da altri organismi internazionali.

Per agevolarne l’approccio, segnaliamo, di seguito, i passaggi più significativi di un documento elaborato e diffuso dall’Onu (“Le statut de Jérusalem”, New York, 1997) che ricostruisce l’exursus storico e politico della questione di Gerusalemme.  

 

Pag. 1: Un regime internazionale speciale per Gerusalemme

“L’Onu, che tende a dare una soluzione permanente al conflitto (arabo-israeliano n.d.r.), adotta nel 1947 un piano di spartizione della Palestina che prevede la divisione della Palestina in uno Stato arabo e uno Stato ebraico e la costituzione della città di Gerusalemme in corpus separatum sotto regime internazionale speciale, amministrata dal consiglio di tutela dell’Onu.” 

 

Pag. 2: La comunità internazionale considera nulla l’annessione della “Città santa” 

“Dopo la guerra del 1967, Israele s’impadronisce di Gerusalemme-est (settore arabo n.d.r.) e dei territori palestinesi e fa sparire la linea di demarcazione fra i settori est e ovest…Israele che ha già annesso Gerusalemme – est, proclama, nel 1980, “Gerusalemme intera e riunificata la capitale d’Israele”…

“Tuttavia, la pretesa israeliana su Gerusalemme non è riconosciuta dalla comunità internazionale che condanna l’acquisizione dei territori mediante la guerra e considera come nullo e non avvenuto ogni cambiamento sul terreno”.

 

Pag. 9: Gli arabi disposti ad accettare il regime internazionale su Gerusalemme

“La commissione di conciliazione (di cui alla risoluzione n. 194 adottata dall’Assemblea generale dell’Onu l’11 dicembre 1948) fa sapere che le delegazioni arabe erano, nell’insieme, pronte a accettare il principio di un regime internazionale per la regione di Gerusalemme a condizione che l’Onu ne garantisse la stabilità e la permanenza. Israele, dal suo lato, riconoscendo che la Commissione è legata alla risoluzione 914 dell’Assemblea generale, dichiara che non può accettare senza riserve che i Luoghi santi siano posti sotto un regime internazionale o sottomessi a un controllo internazionale.”

 

Pag. 11: Gerusalemme, corpus separatum

“…l’Assemblea generale (dell’Onu ndr) riafferma le disposizioni del piano di ripartizione secondo il quale Gerusalemme sarà un corpus separatum amministrato dalle Nazioni Unite, l’Assemblea invita il Consiglio di tutela a concludere la messa a punto dello Statuto di Gerusalemme…e chiede agli Stati interessati d’impegnarsi formalmente a conformarsi alle disposizioni della risoluzione…(n. 333)”

 

Giordania e Israele contrari all’internazionalizzazione di Gerusalemme

“Il Consiglio di tutela adotta uno Statuto dettagliato per la città di Gerusalemme nel gennaio 1950… Il consiglio fa sapere che la Giordania non è disposta a discutere alcun progetto d’internazionalizzazione. Per parte sua, Israele si oppone all’internazionalizzazione della regione, ma resta disposto a accettare il principio di una responsabilità diretta dell’Onu sui Luoghi santi…”

“Israele dichiara che lo Statuto non può essere applicato a causa della creazione dello Stato d’Israele e del fatto che la parte occidentale di Gerusalemme fa parte ormai del suo territorio..”

 

Pag. 12: Dayan, occupa Gerusalemme

Il generale Moshe Dayan, vincitore della guerra lampo detta dei “sei giorni” dichiara il 7 giugno 1967: “le forze armate israeliane hanno liberato Gerusalemme. Noi abbiamo riunificato questa città divisa, capitale d’Israele. Siamo rivenuti nella Città santa e non ce ne andremo più”

 

Pag. 13: le autorità d’occupazione sciolgono il consiglio municipale di Gerusalemme est

“Secondo un rapporto di M. Thalmann, (rappresentante personale del segretario generale dell’Onu per Gerusalemme) il 29 giugno 1967 un ordine della difesa militare (israeliana ndr) ha sciolto il Consiglio municipale composto di 12 membri che assicura la gestione di Gerusalemme - est sotto l’amministrazione giordana…Il Consiglio municipale di Gerusalemme - ovest, composto da 21 membri tutti israeliani, assorbe il vecchio consiglio, il personale tecnico arabo del municipio di Gerusalemme- est viene incorporato nei servizi corrispondenti della nuova amministrazione.”

 

Pag. 15: la Knesset proclama Gerusalemme riunificata capitale d’Israele

“Il 29 luglio 1980, malgrado l’opposizione della comunità internazionale, la Knesset (parlamento israeliano ndr) adotta la “Legge fondamentale” su Gerusalemme che proclama Gerusalemme, intera e riunificata, capitale d’Israele, sede della presidenza, della Knesset, del governo e della Corte suprema.”

 

Pag. 20: nuove colonie ebraiche nelle terre dei palestinesi 

“Si apprende che la gran parte dei beni palestinesi di Gerusalemme - est e dei dintorni è stata sottratta dalle autorità israeliane (mediante espropri e confische) in cinque tappe:

Gennaio 1968, circa 400 ettari nel quartiere Sheikh Jarrah dove vengono impiantate le prime colonie ebraiche per un totale di 20.000 persone;

Agosto 1970, circa 1.400 ettari in favore delle colonie di Ramat, Talpiot-est, Gilo e Neve Ya’acov dove vivono attualmente circa 101.000 ebrei;

Marzo 1980, circa 440 ettari destinati all’impianto della colonia di Pisgat Ze’ev destinata ad accogliere 50.000 ebrei;

Aprile 1991, circa 188 ettari per la realizzazione della colonia di Har Homa per un totale di 9.000 appartamenti;

Aprile 1992, circa 200 ettari sono destinati alla creazione della nuova colonia di Ramat Shu’fat per un totale di 2.100 nuovi appartamenti.

 

 

Pag. 27: il Consiglio di sicurezza dell’Onu esige il ritiro d’Israele dai territori occupati

“Nella famosa risoluzione n. 242 del 22 novembre 1967, il Consiglio di sicurezza dell’Onu… sottolinea l’inammissibilità dell’acquisizione di territori mediante la guerra e afferma che il rispetto dei principi della Carta delle Nazioni Unite esige il ritiro delle forze armate israeliane dai territori occupati e il rispetto della sovranità, dell’integrità e dell’indipendenza politica di ogni Stato della regione.”

 

Pag. 28: Israele non applica la Convenzione di Ginevra

“Israele non ha riconosciuto l’applicabilità della Convenzione di Ginevra ai territori occupati dopo il 1967 col pretesto che non esiste alcuna sovranità legittima su questi territori dopo la fine del mandato britannico…”

 

“Il Consiglio di sicurezza nel 1979 ribadisce che la quarta Convenzione di Ginevra era applicabile ai territori arabi occupati da Israele dopo il 1967, compresa Gerusalemme…La decisione presa da Israele nel 1980 di promulgare una legge per l’annessione ufficiale di Gerusalemme est e che proclama la città unificata come capitale d’Israele è stata fermamente respinta non solo dal Consiglio di sicurezza e dall’Assemblea generale dell’Onu, ma anche da diverse organizzazioni.

 

Pag. 30: l’Europa riconosce il diritto dei palestinesi all’autodeterminazione

“I Paesi europei hanno avanzato proposte che riconoscono il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese; essi hanno sottolineato che non accettano “alcuna iniziativa unilaterale che ha lo scopo di mutare lo statuto di Gerusalemme” e che “ ogni accordo sullo statuto della città dovrà garantire il diritto di libero accesso per tutti ai Luoghi santi”

(Dichiarazione di Venezia del 13 giugno 1980 dei vertice dei Capi di stato e di governo della Cee)

 

Pag. 31: l’OLP, dichiara l’indipendenza della Palestina e riconosce lo stato d’Israele

Nel 1988, dopo la decisione della Giordania di rompere i suoi legami giuridici e amministrativi con la Cisgiordania, il Consiglio nazionale palestinese (Parlamento palestinese in esilio) ha adottato la Dichiarazione d’indipendenza e pubblicato un comunicato politico dove dichiara di accettare la risoluzione n.181 dell’Assemblea generale dell’Onu (sulla divisione del territorio ndr) e la risoluzione n. 242 (del 1967) del Consiglio di sicurezza e proclama “la nascita dello Stato di Palestina sulla terra palestinese, con capitale Gerusalemme”

 

Pag. 33: il consiglio di sicurezza chiede a Israele di smantellare le colonie

“La risoluzione n. 465 del 1 marzo 1980 contiene la dichiarazione più dura che il Consiglio di sicurezza ha adottato sulla questione delle colonie di popolamento. In questa dichiarazione, il Consiglio deplora vivamente il fatto che Israele ha rigettato le sue risoluzioni precedenti e rifiutato di cooperare con la Commissione ( Onu)…

Il Consiglio qualifica la politica e le pratiche volte a impiantare nuove colonie di popolamento una “violazione flagrante” della quarta Convenzione di Ginevra e dice che sono “un grave ostacolo” all’instaurazione della pace in Medio Oriente; chiede al governo e al popolo israeliani di revocare le misure prese, di smantellare le colonie esistenti e di cessare subito ogni attività di colonizzazione. Chiede anche a tutti gli Stati di non fornire a Israele alcuna assistenza che sarà utilizzata specificamente per le colonie di popolamento dei territori occupati”.

 

venerdì 30 aprile 2021

COME LA PROPOSTA DI LEGGE “LA TORRE” DIVENNE “ROGNONI –LA TORRE”

di Agostino Spataro
Sulla base di documenti pubblici e di appunti privati - da cui si può ricavare una cronologia degli ultimi giorni di Pio La Torre, fra Roma e Palermo- sto cercando di ricostruire alcune vicende e passaggi, politici e parlamentari, che precedettero l’assassinio di Pio La Torre e di Rosario Di Salvo. Non prevedo nuove rivelazioni, solo precisazioni rispetto ad alcune inesattezze riportate, nel tempo, su diversi organi di stampa e perfino in alcuni libri dedicati. Così come mi terrò a debita distanza dai tanti processi relativi di cui sconosco le carte e anche per rispetto del lavoro autonomo dei magistrati che- come mi disse, un giorno, il giudice Giovanni Falcone *, che si occupò del delitto La Torre, “i politici, i giornalisti possono fare ipotesi, pubblicarle, noi magistrati dobbiamo attenerci ai fatti, alle prove”. Giustissimo! Il riferimento era all’ipotesi- da noi prospettata nel libro “Missili e Mafia” **- in cui fra le cause del delitto affacciammo anche quella della lotta contro i missili nucleari di Comiso, di cui La Torre fu un animatore indefesso e unitario. Con la presente nota cercherò di chiarire, per quanto possibile, come si giunse alla fusione fra la proposta di legge "La Torre e altri" e il disegno di legge governativo a firma dei ministri Rognoni (Interno), Darida (Giustizia) e Formica (Finanze). Un passaggio-chiave, politicamente assai rilevante nella strategia dello Stato nella lotta al crimine organizzato. In Sicilia e altrove. Per agevolare la lettura di tali passaggi è necessario procedere in base alle date di svolgimento. 31 Marzo 1980: è presentata alla Camera dei Deputati la proposta di legge del Pci, "La Torre e altri" che, purtroppo, restò bloccata nelle commissioni Giustizia e Affari costituzionali per lungo tempo.
La situazione si mise in movimento, soltanto 1 anno e mezzo dopo, esattamente l’11 novembre 1981, a seguito di un incontro assai importante (vedi sotto articolo de l’Unità) fra il ministro dell’Interno on. Virginio Rognoni e una delegazione del Pci, composta dagli onn: Ugo Pecchioli (resp/bile problemi della sicurezza del partito), da Pio La Torre (segretario reg. Pci) e da Salvatore Corallo, Agostino Spataro e Aldo Rizzo (Sin. ind.).
Come ci aveva preannunciato nell’incontro, pochi giorni dopo, esattamente 20 novembre 1981, il ministro Rognoni presentò al Senato di un disegno di legge governativo.
Il ddl di Rognoni era importante perché affermava, finalmente, il ruolo dello Stato e, al contempo, era assai preoccupante per i destinatari dei provvedimenti. Per la prima volta nella storia repubblicana, un governo a direzione non democristiana (presieduto dall’on. Giovanni Spadolini) manifestava, concretamente, una chiara volontà di lotta alla mafia e, per giunta, su un terreno assai delicato come quello del patrimonio. Inspiegabilmente, però, Rognoni presentò il Ddl al Senato e non alla Camera, dove giaceva il nostro progetto cui poteva essere abbinato per unificare la discussione e assicurarne una rapida approvazione. Insorsero diverse questioni procedurali. Passarono mesi prima di trasferire il Ddl alla Camera, durante i quali un po’ tutti ci attivammo per chiedere al ministro Rognoni di effettuare il trasferimento. Nel mio piccolo, da membro della Direzione del gruppo parlamentare del Pci alla Camera e di coordinatore dei deputati comunisti siciliani a Roma, più volte sollecitai in tal senso l’on. Rognoni, della cui amicizia mi onoro fin dai tempi della sua presidenza dell’influente e unitaria (Dc, Pci, Psi e altri) Associazione nazionale di amicizia italo-araba, della quale fui componente della presidenza in rappresentanza del Pci. Con il trasferimento alla Camera del ddl governativo si rianimò un po’ l’attenzione ma non la discussione. La stampa colse l’occasione per appioppare al testo unificato il titolo di proposta (e poi) di legge “Rognoni-La Torre”. Francamente, non ho mai capito perché non “La Torre-Rognoni” visti la cronologia e- soprattutto il fatto che la proposta La Torre era molto più completa e impegnativa. Ma non ne facemmo una questione nominalistica. Importante era aver acquisito l’impegno concreto del governo. Com’è noto, l’approvazione avverrà, un po’ in fretta e furia, il 13 settembre 1982, dopo i due più efferati eccidi di Palermo: di Pio La Torre e Rosario Di Salvo (30 aprile 1982) e del gen. Carlo Alberto Dalla Chiesa, della moglie Emanuela Setti Carraro e dell’agente di scorta Russo (3 settembre 1982). Erano trascorsi due anni e otto mesi per giungere all’approvazione. Nel frattempo, si era inasprita la recrudescenza del fenomeno in Sicilia. Soprattutto a Palermo c’era il finimondo! I morti ammazzati si contavano a centinaia. Nessuno capiva che cosa stesse accadendo all’interno di Cosa nostra. Era in atto una gran resa di conti (quali conti?) o un sommovimento, un cambio di regime all’interno della mafia? Uno dopo l’altro, caddero i capi delle “famiglie” palermitane più potenti e decine, centinaia di gregari. Non c’era dubbio: quando la guerra di mafia raggiunge tali livelli di scontro non può essere un “aggiustamento” interno, ma una “rivoluzione” mirata a creare un nuovo assetto di potere interno ed esterno. (a.s.) (30 aprile 2021) --------------------------------------------------------------------------------------- * In un incontro casuale nella trattoria dell’hotel Patria di Palermo. ** “Missili e Mafia”, di Paolo Gentiloni (1), Alberto Spampinato, Agostino Spataro- Prefazione di Achille Occhetto. Editori Riuniti, 1985 (1) Paolo Gentiloni è il futuro Capo del governo italiano e l'attuale commississario UE all'Economia. Articoli connessi: https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2002/05/03/cosi-la-torre-scrisse-quella-legge.html http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2003/04/29/la-pista-dei-missili.html

lunedì 19 aprile 2021

PAROLE CHIARE SULL'UNGHERIA / Perché Orban ha conquistato la maggioranza assoluta?

 di Agostino Spataro *

 

1… Orban fuori dal PPE: l’asse Budapest, Varsavia, Milano

Nelle settimane scorse, con l’uscita dei parlamentari ungheresi del Fidesz dal gruppo del Partito popolare europeo (Ppe), si è consumato il divorzio fra Viktor Orban e il raggruppamento dei popolari che fa riferimento al partito di Angela Merkel.    

Victor Orban, fondatore e leader maximo del Fidesz, per la quarta volta a capo del governo magiaro, ha ritirato la sua delegazione, forse per prevenirne l’espulsione, ed è alla ricerca di nuove alleanze per creare un nuovo raggruppamento politico e parlamentare nell’area del centro-destra europeo.

Una crisi di appartenenza, sfociata nella rottura (anche se priva di evidenze drammatiche), in un  distacco irreversibile- e da non sottovalutare- foriera di conseguenze, anche serie, sugli equilibri interni allo schieramento prevalente nel Parlamento europeo.

Così come vanno valutate le probabili conseguenze economiche dell’atto compiuto da un piccolo Paese, in difficoltà, che dal punto di vista economico, commerciale dipende più dalla Germania che dalla UE.

Vedremo gli sviluppi, anche per ciò che riguarda i risvolti con la situazione italiana, dove figurano almeno due partiti di centro-destra (Lega e Fratelli d’Italia) assai interessati alle evoluzioni di Orban. 

Sembra essersi delineato un nuovo scenario sull’asse Varsavia- Budapest- Milano attorno al quale aggregare altre forze europee conservatrici e di centro-destra.

Nel disegno del nuovo asse sarà imbarazzante far posto alle formazioni più nettamente di destra di origine neofascista quali il partito della Le Pen in Francia e FdI di Giorgia Meloni in Italia.

Certo, si tratta di supposizioni, d’ipotesi da verificare.

Tuttavia, così a fiuto, non è da escludere , l’offerta di una sponda politica ai movimenti spontanei (meno) di rivolta sociale causati dalle conseguenze drammatiche della pandemia che in Europa è stata gestita piuttosto male.

 2… Orban amico e nemico dell’ungherese George Soros

In quanto a fiuto politico Orban ha dimostrato di possederne tanto. Quando, a metà degli anni ‘90,  fece le prime apparizioni questo giovanotto, sostenuto dal miliardario George Soros (alias Gyorgy Schartz, ebreo ungherese di Budapest e noto speculatore della finanza internazionale), chiesi ragguagli al mio amico Robert Laszlo, ebreo ungherese di Pecs anch’egli costretto a cambiare il cognome di nascita- Roth, per salvarsi dalle retate nazifasciste, grande giornalista e personalità influente, di fiducia del vecchio regime e poi del partito socialista, il quale mi rispose: “Attenti a questo! è ambizioso, ha fiuto politico e vede lontano… E sa comunicare, sa parlare al pubblico…” 

Viktor Orban e George Soros 

      

Qualunque sia il giudizio, credo che non si possa liquidare il ruolo di Orban con la solita accusa  della “democrazia illiberale”- da lui stesso coniata- senza chiarirne il senso e la portata. Un’assurdità gratuita, ad effetto, poiché alla democrazia non può essere accostato un aggettivo così degradante come “illiberale”.

Un ossimoro, una contraddizione evidente che ancor più complica una lettura corretta dell’attuale realtà politica ungherese, incomprensibile a molti. Anche perché sull’Ungheria si sconta un deficit di conoscenza, di corretta informazione, locale ed esterna. Nel senso che si continua a polarizzare l’attenzione sull’effetto ossia sull’enorme potere acquisito da Viktor Orban e si trascurano le cause che lo hanno determinato.

Oggettivamente, non è agevole scriverne specie per chi, venendo da fuori, si accontenta di farsi raccontare (anche per telefono) i fatti salienti dall’amico giornalista magiaro per confezionare il pezzo sulla falsariga di un collaudato cliché. Senza spiegare al lettore europeo come e perché Viktor Orban, alla fine, riesce perfino ad assicurarsi la maggioranza assoluta (l’ultima volta nel 2018) del voto popolare.

Senza dimenticare che stiamo parlando di un piccolo Paese promotore del gruppo detto di “Visegrad” (composto da Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia) che consente a Orban e agli altri leader (oggi, soprattutto il polacco) di esercitare una pressione, al limite della rottura, verso l’UE che pure è molto generosa nei finanziamenti nei loro confronti.

Così come, Orban non disdegna la cooperazione con alcune superpotenze mondiali (extra Nato) addirittura in settori strategici: con la Russia (gas e centrali nucleari), con la Cina (“Nuova via della seta e tecnologie informatiche). Ma questo in un’economia di pace (nella quale siamo) non dovrebbe essere una colpa. Semmai un segno di distensione, di convivenza pacifica.    

Inoltre, aggiungo che nella piccola Ungheria (10 mln di abitanti) dietro agli attori locali, protagonisti del confronto politico, operano forze esterne consistenti e munifiche che mirano a condizionare il Paese per portarlo dalla parte dei loro interessi economici e strategici. La questione ungherese si gioca su più tavoli!

 3… Insoddisfacenti i risultati dei governi della sinistra

Una situazione davvero complessa che nemmeno chi- come me che la vive da oltre mezzo secolo per ragioni familiari-  riesce a decifrare, a leggere correttamente.

A volte capita di parlarne con persone che accusano Orban di clientelismo, di favoritismo, di autoritarismo. Avranno pure una qualche ragione, ma non spiegano perché in elezioni democratiche (non ci sono state mai grosse accuse di brogli) la maggioranza degli ungheresi vota per il Fidesz. Taluni svicolano per la tangente, riproponendo la solita solfa di un popolo magiaro  attratto da una ideologia destrorsa, neo razzista, ecc. Ovviamente, esiste una componente di tal fatta. Come del resto in altri paesi, in Europa e nel mondo, dove la paura dell’estinzione delle identità nazionali, etniche induce molti a rifugiarsi nel cd “sovranismo” che ancora troneggia, come principio inalienabile, nelle  Costituzioni democratiche, prima fra tutte in quella italiana che assegna la sovranità al popolo ossia la più grande conquista della storia umana. Chiaro o no?

Riflettendo sulla storia travagliata del popolo ungherese- uscito da mezzo secolo di regime  a partito unico, dalla tragica insurrezione del ’56, nata come protesta degli operai (comunisti) dell’isola di Csepel contro lo stalinista Rakosi-  si rileva che dopo l’89 ha dato, per ben tre volte, la maggioranza ai partiti e agli uomini della sinistra provenienti dal vecchio Posu kadariano.

Evidentemente, i risultati dei governi di sinistra non furono soddisfacenti se una parte consistente dell’elettorato cambiò cavallo e optò per le posizioni di Viktor Orban che, per quanto demagogiche e spregiudicate, riescono a intercettare il malcontento, le preoccupazioni, a sintonizzarsi con le paure e le aspirazioni di una gran parte della popolazione.

 

Il nuovo leader del MSZP 

In politica nulla nasce per caso o per la mala sorte! Ogni fenomeno ha una sua ragion d’essere, una spiegazione. Basta cercarla. Dai dati della tabella allegata si possono notare le due parabole elettorali del confronto fra i due principali partiti alternativi ungheresi.

Il Partito socialista (Mszp) che parte da un 33% del 1994, sale al 43% nel 2006 e crolla all’11% nel 2018, mentre il Fidesz (di Orban) parte da un 29% nel 1998, sale al 52% nel 2010 e si attesa al 49,5% nel 2018. Comunque la si giri il dato è impietoso: 49,5% Fidesz , 11,9% Mszp.  

 4… In Ungheria non c’è stato un pregiudizio antisocialista

Schematizzando, si può dire che nell’ultimo mezzo secolo (1970-2020) in Ungheria sono avvenuti cambiamenti radicali riguardanti il regime politico, le alleanze internazionali - a carattere militare ed economico- e un po’ anche i costumi e le tendenze culturali.

Questo periodo può essere suddiviso in due: il ventennio (terminale) 1970-90 del regime di partito unico, guidato dalla figura pragmatica (realismo socialista) di  Janos Kadar e il trentennio post comunista (1991-2020) caratterizzato da governi democratici (espressioni di libere elezioni) che, per un certo tempo, si sono alternati alla guida del Paese.

Fino a un certo punto si realizzò sorta di “democrazia dell’alternanza” che s’interruppe con la gestione di Orban il quale, forte della maggioranza assoluta, proclamò la nascita della “democrazia illiberale”.

Nel dettaglio dalla tabella n. 1, si nota che per ben quattro volte (1994,1998, 2002, 2006) il neo Partito socialista è risultato il primo partito e per tre volte i suoi esponenti, provenienti dalle fila del  Posu ossia dal partito degli ex comunisti, hanno guidato i governi del paese.

La qualcosa dimostra che nel popolo magiaro non c’è una diffusa pregiudiziale antisocialista, ma un giudizio politico sulla condotta dei governi.

La gente avrà modificato l’orientamento elettorale alla luce dei risultati prodotti dai governi di “sinistra”, purtroppo poco impegnati sul fronte dei problemi dei diritti sociali e assai di più nella colossale opera di privatizzazione, a prezzi stracciati, del patrimonio pubblico, industriale e d’altro tipo, a favore di certi gruppi locali “amici” ed esteri, soprattutto dell’area del marco tedesco.

 5… Una “sinistra” che governa per conto della destra

Spiace rilevarlo, ma l’impressione che se ne trae è quella di un comportamento utilitaristico, furbastro da parte delle oligarchie neoliberiste le quali hanno appoggiato e poi usato i governi di sinistra per attuare politiche di destra. Come è successo in vari paesi europei, dove anche la sinistra “riformista”, socialdemocratica è stata ridimensionata, addomesticata e posta al servizio della finanza e del grande capitale speculativo.                 A questa specie di sinistra, cui sono stati cambiati i connotati politici tradizionali, sono state affidate importanti funzioni di governo per fare il “lavoro sporco” che alla destra risulterebbe difficile fare. Una funzione innaturale, perversa, tanto da far dire che in Europa c’è una “sinistra” che governa per conto della destra.                         Fatte le privatizzazioni esplose la crisi della politica della sinistra ungherese che spianò la strada all’avvento del giovane Viktor Orban, ben visto dai democristiani tedeschi e sostenuto dal suo mentore George Soros, oggi rinnegato e tenuto alla larga. Chissà Orban cosa avrà visto di male in Soros che noi non vediamo? Per un certo tratto anche il Jobbik, formazione ultranazionalista, è stato alleato/concorrente di Orban. Insieme al governo le due formazioni di centro-destra attuarono programmi che da un lato davano “mano libera” e super agevolazioni fiscali agli investitori e dall’altro lato perseguivano una chiusura assurda, politica e culturale, di stampo nazionalistica, mirando a riaccendere i sentimenti nazionalistici latenti. Ovviamente, anche i “sacri furori” di Jobbik non fermarono, anzi agevolarono, i piani di conquista politica di Orban che si affrancò dall’alleanza con Jobbik grazie alla maggioranza assoluta conquistata nelle ultime elezioni legislative.                                                                                                                                   Oggi, Jobbik fa “autocritica” ed è corso a iscriversi al fronte eterogeneo anti Orban, accanto al  partito socialista suo acerrimo avversario, per non dire nemico. Dunque, tutti contro Orban alle prossime elezioni legislative del 2022. Nulla è scontato. Orban ha messo in campo la sua poderosa macchina del potere e del consenso. Il “fronte”potrebbe vincere la guerra elettorale, ma  perdere il dopoguerra della gestione del governo. Vedremo.

 6… Unione Europea: la grande incompiuta

Il mutato scenario indusse gran parte dell’opinione pubblica ungherese, specie delle campagne,

della pustza profonda, a rifugiarsi nel nazionalismo, anche esasperato, che è una tendenza di ritorno soprattutto in quelle situazioni dove i popoli più piccoli (demograficamente) si sentono minacciati, nelle loro identità culturali e storiche, dal dilagare della (in)civiltà del neoliberismo globalista che sta imponendo il livellamento verso il basso delle società, dei ceti sociali, anche medio/ alti, costretti ad adorare, per sopravvivere, i nuovi idoli del “mercato”, del denaro, espressioni di una concezione malefica del progresso che-come i suoi stessi teorizzatori ammettono)- sta "resettando"   il mondo secondo i suoi interessi culturali e materiali.

 

Viktor Orban con Giorgia Meloni e Matteo Salvini

Il nazionalismo, dunque, come paura verso una minaccia concreta. E la paura.- si sa- può generare chiusure verso l’altro, reazioni inconsulte, irrazionali che facilmente si aggrappano a chi si presenta, demagogicamente, come il combattente strenuo che difende la cittadella assediata.

Oggi, tutto ciò accade in Ungheria, in Polonia, ecc. Se non si corregge la rotta neoliberista, non si sconfigge la sua pretesa di dominio è probabile che tali tendenze potranno affermarsi, dilagare perfino, in altri Paesi europei, con  conseguenze imprevedibili, sicuramente assai pericolose per la convivenza pacifica, per la tenuta democratica delle nazioni, del continente.

E la “sinistra” che fa, che farà? Quale Europa vuole: quella dei banchieri e degli affaristi o quella dei popoli, democratica e socialmente equa?

Si tratta di due progetti alternativi, ognuno dovrà scegliere da che parte stare. L’unica cosa che non si potrà più fare è quella di restare, a gambe divaricate, con un piede in uno e un piede nell’altro. Questo è il punto politico dirimente in Ungheria e nel resto dell’Europa, nel mondo.

Il gioco, dunque, è davvero grande, complesso. Non è una faccenda che riguarda soltanto gli ungheresi, gli intrighi di potere dominanti nella politica del Paese, ma la prospettiva generale, politica e culturale, di questa Unione europea, purtroppo, subalterna e incompiuta.

 

Ungheria, le otto elezioni legislative nazionali

La prima consultazione si ebbe nel 1990 e fu vinta dal Forum Democratico di Joszef Antall che divenne primo ministro, con l’appoggio del partito dei “piccoli proprietari contadini”.

Successivamente, ve ne sono state altre sette di cui:

tre furono vinte dal Partito socialista (Mszp, aderente all’I. S.) negli anni: 1994, 2002, 2006. Capi di governo furono, nell’ordine,: Gyula Horn (ex ministro esteri governi vecchio regime); Peter Medgyess, seguito da Ferenc Gyurcsany (ultimo segretario nazionale della gioventù comunista del vecchio regime); ancora Ferenc Gyurcsany;

quattro (1998, 2010, 2014, 2018) sono state vinte da Fidesz e alleati, con primo ministro sempre Viktor Orban, fondatore e leader del Fidesz.

Tabella n. 1

Andamento del consenso elettorale dei due principali partiti alternativi: 1994-2018

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Anno                    Partito socialista                          Fidesz

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1994                           33%                                      Inesistente

1998                           33,9 %                                    29, 4%

2002                           42%                                        41%

2006                           43%                                        42%

2010                           19,3%                                     52,7%

2014                           25%                                        44,8%

2018                           11,9%                                     49,5%

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 Nota a margine.

Politicamente sono assai lontano dalle idee di Viktor Orban che- come scritto in altro articolo-  ebbi la ventura di salutarlo in due occasioni ufficiali: durante una visita in Vaticano a Papa Giovanni Paolo II e a Budapest durante la visita di Massimo D’Alema a Budapest presidente del consiglio italiano. Aggiungo che a  differenza delle due persone citate che- pur avendo intrapreso percorsi assai diversi- si dichiarano entrambe ex comunisti, io sono quel che sono stato e che spero di restare: un comunista. Punto.

Ho scritto questa “cosina” senza pretesa alcuna, tantomeno di essere esaustivo, ma solo per offrire un punto di vista, un contributo alla comprensione di taluni aspetti della realtà politica ungherese che si dibatte fra democrazia e tendenze autoritarie.

D’altra parte, stiamo parlando di una democrazia giovane, da consolidare e far crescere, in un Paese che dopo un lungo periodo di servaggio sotto l’impero “austro-ungarico”, fu trascinato nella sconfitta della prima guerra mondiale che pagò con un alto tributo di morti e con la perdita di gran parte del suo territorio nazionale, come deciso con il trattato di Trianon. Una “punizione” davvero eccessiva!

Nel 1919 ci fu un sussulto rivoluzionario, la breve parentesi della “repubblica dei consigli” di Bela Kun, che fu repressa nel sangue. A questa seguì un periodo di gravi turbolenze, di repressioni sedate dalla ventennale dittatura dell’ammiraglio fascistoide Horti, amico e subalterno di Benito Mussolini, che in cerca di una rivincita sulla storia, condusse l’Ungheria all’abbraccio, mortifero, con il nazifascismo e al disastro della seconda guerra mondiale. Una lunga storia di sconfitte quella dell’Ungheria che continuò anche dopo la vittoria degli eserciti alleati che a Yalta si spartirono l’Europa. I paesi del centro-est furono assegnati all’area d’influenza dell’Urss.

Massimo D’Alema e Viktor Orban sfilano davanti al picchetto d’onore in piazza Kossuth a  Budapest. (io il primo alla sin. Con il  bavero alzato)

Il nuovo regime di chiara obbedienza staliniana subì il primo scossone nel 1956 con rivolta operaia e popolare che sarà repressa nel sangue dagli eserciti dei paesi del Patto di Varsavia. Dopo il ’56, i nuovi esponenti del regime tentarono la via delle riforme moderate, adottando una linea pragmatica e tollerante che arrivò asl 1989, anno del “crollo” del muro di Berlino che, nel volgere di poco tempo, si portò dietro tutti i regimi appartenenti al Patto di Varsavia.

A conti fatti, l’Ungheria ha iniziato a conoscere, a praticare il sistema democratico solo negli ultimi 30 anni. L’esercizio della democrazia autentica non è cosa facile e richiede tempo e la libera partecipazione dei cittadini, nel rispetto di tutte le espressioni politiche e culturali.

(Ioppolo Giancaxio- 20 Aprile 2021)

 * Biografia: https://it.wikipedia.org/wiki/Agostino_Spataro

 Articoli connessi:

https://www.agoravox.it/Budapest-la-fabbrica-del-populismo.html

http://www.cittafutura.al.it/sito/delegazione-dal-papa-lex-compagno-victor-orban/

 

Budapest, marzo 2000- Agostino Spataro ricevuto da Goncz Arpad, Presidente della Repubblica d’Ungheria.. 


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venerdì 16 aprile 2021

UNA NUOVA GUERRA ITALO-TURCA PER IL CONTROLLO DELLA LIBIA? (articolo di Agostino Spataro)

 



di Agostino Spataro*

E’ auspicabile che l’attuale “querelle” italo- turca si chiarisca, e si superi, al più presto possibile, nell’esclusivo interesse della pace e della cooperazione fra tutti i popoli del Mediterraneo.              Altrimenti che cosa facciamo: una nuova, disastrosa guerra italo-turca per il controllo della Libia?                                                                                                                                                      Ricordo che la prima fu iniziata dal governo Giolitti nel 1911 e, a dispetto della patacca commemorativa, fu conclusa nel 1931 (20 anni dopo !) solo a forza dei criminali bombardamenti del generale fascista Graziani, il quale ebbe “carta bianca da Mussolini, e usò i gas letali, i massacri e le deportazioni di massa delle popolazioni libiche, soprattutto della Cirenaica, che sostenevano la resistenza guidata da Omar al Mukhtar, impiccato dagli occupanti colonialisti italiani alla bella età di 74 anni.                                                                                                                  Nel 1911, l’uomo che diede inizio alle ostilità fu il sen. Antonino Paternò Castello, marchese di San Giuliano, ministro degli esteri di Giolitti (dal 1910 al 1914), nato a Catania (nel 1852) da un'antica famiglia originaria, come il cognome stesso suggerisce, di Paternò.                                                     Il ministro legò il suo nome all’occupazione coloniale italiana della Libia e delle isole del Dodecaneso. Già allora: la Libia e il Dodecaneso, le isolette vicine alla costa della Turchia, oggi ri-divenute oggetto di una preoccupante contesa con la Grecia.                                                                                        Memorabile rimase l’ultimatum trasmesso, il 27 settembre 1911, alla Sublime Porta (al “Diwan”, divano per intenderci!) col quale s’ingiungeva al governo ottomano di abbandonare la Libia entro 24 ore e senza condizioni. Una dichiarazione di guerra pretestuosa, immotivata nella quale si annunciava l’occupazione italiana, da tempo decisa, affinché (cito dal testo) “giunga a fine lo stato di disordine e di abbandono in cui la Tripolitania e la Cirenaica sono lasciate dalla Turchia…”                            Insomma, buoni propositi e cattive maniere: l’Italia occupò la Libia per far rispettare l’ordine pubblico in quel paese!                                                                                                                              Il ministro giolittiano, forte di un accordo spartitorio con Francia e Gran Bretagna (anche allora!), rifiutò ogni proposta di chiarimento, ogni offerta di concessioni da parte turca e puntò dritto alla guerra, intimando al governo imperiale di dare “gli ordini occorrenti affinché essa (l’occupazione militare n.d.r.) non incontri, da parte degli attuali rappresentanti ottomani, alcuna opposizione…” ( in “La Stampa” del 30/9/1911)                                                                                                                                                                Il resto è noto. Il 4 novembre i contingenti italiani sbarcarono a Tripoli. Ma la guerra si protrasse per vent'anni a causa dell’accanita resistenza delle tribù libiche.                                                                    La concluse, nel 1931, il generale fascista Graziani con azioni di straordinaria ferocia, compresi i bombardamenti con i gas letali e le deportazioni delle popolazioni nei campi di concentramento allestiti anche in Italia.

Foto ricordo con il vecchio Omar al Mukhtar (“Il leone del deserto”) condotto al patibolo.

Altri tempi, altri uomini! O forse no. A mio parere, fra la guerra del 1911 e quella del 2011 la differenza sta in un “neo”, nel senso che la prima fu una guerra coloniale, mentre l’attuale è di stampo neo-coloniale.                                                                                                                             Nel 2011, davvero catastrofiche furono la decisione italiana di entrare nel conflitto anti-Gheddafi e la sua gestione politico-militare e diplomatica. Prima di tutto a danno del mite popolo libico, oggi vittima di una guerra (in) civile voluta e foraggiata da ben note potenze straniere, e in secondo luogo per l’Italia, per i suoi interessi politici ed economici che sono stati seriamente intaccati.                                Il caso volle che nel 2011, fu Ignazio La Russa, un altro ministro originario di Paternò, a gestire la partecipazione militare italiana nella guerra, scatenata da alcuni paesi della Nato, contro la Libia di Gheddafi che- come detto- fu anche una guerra contro l’Italia ossia contro gli interessi italiani in Libia. Quegli interessi che, oggi si sta cercando, faticosamente, di recuperare. O no!                                             Insomma, due guerre alla Libia, a distanza di un secolo (1911-2011) in cui due ministri siciliani ebbero un certo ruolo. Solo una singolare coincidenza o c’è qualcosa che ci sfugge?                                       A ben pensarci, tanta solerzia potrebbe essere spiegata dal richiamo di un legame antico, ancestrale fra la Sicilia e la Libia, risalente addirittura alla fondazione di Tripoli (tre polis) che, secondo Sallustio: “Oeaque trinacrios afris permixta colonos” cioè “Oea, l’attuale Tripoli, sarebbe stata fondata da coloni siciliani insieme ad africani “. (proff. Mastino e Zucca in: www.infomedi.it)                                                         Quasi che i due ministri siciliani, muovendo da questa fondazione mitica, avranno, forse, pensato di accampare qualche pretesa sulla Libia.                                                                                                      Speriamo che così non sia. Altrimenti qualcun altro potrebbe ricordarsi della fondazione del Cairo, avvenuta nel 905 d.C, che secondo una fonte antica fu progettata da un architetto arabo-siciliano, e quindi aprire un contenzioso con l’Egitto… anche su questo.

* da un mio articolo “Paternò alla guerra di Libia” pubblicato su “Infomedi”, Roma, 5 maggio 2011.

 Di queste e altre cose ho scritto in un mio libro: "Nella Libia di Gheddafi"   https://www.lafeltrinelli.it/libri/agostino-spataro/osservatore-pci-nella-libia-gheddafi/9788891077394

https://www.amazon.it/NELLA-LIBIA-GHEDDAFI-Centro-Mediterranei-ebook/dp/B00DSQ1WEG