martedì 25 ottobre 2016

UNGHERIA: LE VITTIME COMUNISTE DELLA RIVOLTA DEL '56. “Terror Haza” una sorprendente verità



(Budapest, "Terror Haza")



di Agostino Spataro

1… A Budapest, a poche decine di metri dalla “Oktagon ter” (già piazza Mussolini, poi Stalin, poi 7 Novembre. Speriamo che si fermino a questa neutra figura geometrica; qui la toponomastica nazionalistica, servile è dura a morire), sull’Andrassy ut, un bellissimo viale dichiarato dall’Unescu patrimonio dell’umanità, si affaccia un palazzone, avvolto in una lugubre cornice nera, che ospita la “Terror haza” (Casa del ter­rore), una sorta di museo della atrocità nazifasciste e staliniste che segnarono la vita politica ungherese nel secolo scorso.
La “Haza” fu la sede operativa delle diverse polizie politiche dove vennero imprigionati, seviziati, uccisi tanti oppositori del regime di turno. Qui furono ristrette e torturate anche tante vittime della repressione seguita ai fatti del ’56, dopo l’occupazione sovietica dell’Ungheria.
Oggi, questo tristo edificio viene anche maldestramente usato come "macchina di propaganda", come monumento celebrativo delle (improbabili) eroiche prodezze anticomuniste dei nuovi governanti i quali al tempo dell’odiata dittatura o erano bambini o uomini “in sonno” o, peggio, collaboranti.
Infatti, dopo i tragici avvenimenti del 1956, non si hanno notizie di atti eroici degni di nota: per 33 anni, il regime di Janos Kadar (anche lui imprigionato e torturato per ordine dello stalinista Matyas Rakosi) go­drà del più tranquillo consenso possibile in tutti gli Stati dell’Est euro­peo.
La stessa “rivoluzione” del 1989 è avvenuta - ormai è notorio- con l’avallo del capo della potenza che si voleva abbattere ossia di Mihail Gorbaciov, segretario generale del partito comunista dell’Urss.

2... Comunque siano andate le cose, a parte gli eroismi della sesta giornata, in Ungheria gli orrori ci sono stati sia durante il regime dell’am­miraglio Miklos Horty (oggi rivalutato), sostenuto dalle milizie fasciste di Ferenc Szalasi e dai nazisti di Hitler, sia in quello dello stalinista Matyas Rakosi.
Due dittature da condannare senza esitazioni, anche se in fatto di vittime contano anche i numeri: quella nazifascista fra persecuzioni politiche e razziali (ebrei e zingari) di vittime ne provocò diverse centinaia di migliaia (si parla di mezzo milione di persone), mentre quella stalinista  qualche migliaio. Ora, anche una sola vittima deve far scattare la nostra repulsione, la condanna del regime che la provoca, ma siccome stiamo parlando di persone umane credo che fra mezzo milione e due o tre mila ci corra bella differenza che in queste "celebrazioni" non si coglie.
L'avranno colta alcuni congiunti di vittime illustri dello stalinismo i quali parteggiano per i partiti della sinistra d'opposizione e sono molto critici per l'uso propagandistico che si fa del sacrificio dei loro cari.
Pertanto, è giusto ricordare, onorare le vittime di tali regimi, ma con la necessa­ria obiettività storica e politica, (che nella “haza” difetta) per offrire ai visitatori, soprattutto alle nuove generazioni, un quadro completo e ve­ritiero di quelle tragedie.

3... Ricordare non vuol dire soltanto mostrare, ma anche riflettere, interrogarsi sul perché questi totalitarismi allignano, più facilmente, in Ungheria. I regimi, infatti, anche se indotti, favoriti dal contesto internazionale, furono espressione, piuttosto spietata, della realtà nazionale e usufruirono di un certo consenso locale.
A questo proposito, forse, c'è qualcosa che i ceti dirigenti, gli intellettuali magiari non hanno ben chiarito al mondo.
Perciò, bisognerebbe evitare di rifugiarsi nella comoda teoria degli “opposti terrori” che, talvolta, serve a coprire i silenzi, le complicità, i collaborazionismi di quanti, muoven­dosi abilmente fra quegli “opposti”, hanno conseguito fortunate car­riere politiche e grandi patrimoni e “regalato” agli ungheresi, a quasi 30 anni dall’89,  leggi fortemente limitative della libera informazione.
Ogni giorno, le redazioni di giornali e tv governative devono attendere l’arrivo del “mattinale” dell’agenzia MTI con le strisce delle notizie pubblicabili.
Mentre, proprio alla vigilia del 23 ottobre u.s., data del 60° della rivolta del '56, é stato comprato da persone vicine al governo, e subito chiuso, il principale quotidiano dell'opposizione, lo storico e prestigioso "Nepszabadsag". 
Per avere un'idea della gravità di tale operazione, provate a immaginare cosa sarebbe successo in Italia e altrove se Berlusconi, mentre era al governo, avesse dato incarico a un suo sodale di comprare e far chiudere "La Repubblica" il principale quotidiano che l'avversava.


4… Per duemila fiorini, nei sotterranei della “Haza” si possono vedere, fra tanta propaganda malamente assemblata e fortemente sbilanciata a ca­rico del “comunismo”, le celle dei prigionieri politici, le camere di tortura, di esecuzione (poste sotto le finestre che si aprono sulla via pubblica!), gli attrezzi usati prima dagli aguzzini nazisti e successiva­mente da quelli al servizio di Rakosi.
A un acuto osservatore non sfuggirà una stupefacente verità racchiusa in quelle segrete dove-di fatto- si realizzò un’odiosa "continuità" fra i due regimi contrapposti: le vittime di quegli orrori furono, in buona parte, comunisti, prima seviziati dai nazisti e dopo dagli stalinisti.
Ma di questo non c’è traccia nella “terror haza”.
Un dato politico interessante ma scarsamente conosciuto, forse volu­tamente trascurato, che conferma:
- da un lato l’esistenza in Ungheria, come in tanti altri Paesi, di una vena reazionaria che si nutre del sangue dei giusti e riesce a sopravvivere sotto ogni regime;
- dall’altro lato la presenza all’interno del partito comunista ungherese di una robusta tendenza antidogmatica e rifor­ma­trice che si dispiegherà durante la tragica rivolta del 1956, iniziata da­gli operai comunisti delle fabbriche dell’isola di Csepel, divenuta poi una guerra civile, tragicamente conclusa con un' invasione straniera che provocherà moltissime vittime e tantissimi profughi.
Solitamente, si dimentica di scrivere (come hanno fatto alcuni illustri inviati stranieri in questi giorni) che la rivolta del ’56 partì dalle file operaie del partito comunista ungherese e fu diretta da esponenti del suo vertice, fra i quali Imre Nagy, capo del governo insurrezionale, il quale morì da comunista, pagando con la forca la sua insubordinazione a Mosca. 
Un vero eroe ignorato dalla “tabellonistica” populista governativa in occasione delle recenti celebrazioni ufficiali del 60° anniversario della rivolta ungherese.
Quella componente, unitamente ad altre forze nazionali, combatté fino allo stremo un’ardua battaglia di progresso e di libertà che vinse all’interno del Paese, ma perse sotto l’avanzata degli eserciti invasori del Patto di Varsavia.


5…Una lotta memorabile nella quale agirono anche elementi provocatori, interferenze reazionarie esterne che, però, non cancellarono il valore di quell’autentico anelito riformatore che, purtroppo, non fu colto dal Pci e dagli altri partiti comunisti.
Comunisti schierati da questa parte della barricata, che tentarono di coniugare socialismo e democrazia, progresso sociale e libertà’.
Partendo da questa “verità”, e con un dovizioso “supplemento” di ana­lisi, si potrebbe ipotizzare che se l’esperienza guidata da Nagy si fosse affermata avrebbe potuto cambiare il corso delle cose nell’Europa Orientale e nel mondo. 
Considerando a parte la tragedia della guerra civile e dell’invasione sovietica del ’56, che in effetti meritano una riflessione specifica, si po­trebbe più chiaramente cogliere, evidenziare la “verità” prima accennata e capovolgere la finalità del museo di Andrassy ut: da centro di mera propaganda anticomunista a luogo di te­stimonianza del sacrificio di molti comunisti che (insieme a tanti militanti di altre tendenze politiche) hanno resistito, e pagato, prima sotto il nazifascismo e dopo sotto lo stalinismo di Rakosi.
Poiché, lo stalinismo- ormai è assodato- fu statalismo buro­cratico, persecutore anche di comunisti e pertanto da conside­rare un’obbrobriosa degenerazione dell’idea del socialismo.(a.s.)
(26 ottobre 2016)



sabato 22 ottobre 2016

UNGHERIA: I REGIMI PASSANO, LA BELLEZZA RESTA. Fino a ora...

Budapest, Piazza degli eroi

Bud. Cattedrale S. Stefano (retro)

Bud. Parco Ligeti, Resistenza eroica


I nostri "nemici"della 1/a guerra mondiale. Abbasso la guerra!

Bud. La civiltà della bici

Don Corleone alla Fiera di Szeged. Povera Sicilia!

La scrittura dei "siculi" (szekely) di Transilvania

Bud. Mercato coperto

Bud. Il primo metrò. (1900). Funziona benissimo.

Gyor, matrimonio

Bud. Villa ottocentesca a Andrassy utca

Cattedrale di Estergom

Bud. Intellettuale- questuante, praticamente rovinato dal neoliberismo trionfante.

Bud. Pianista nella piazza antistante l'Accademia della musica

Bud. Il Danubio

Bud. Amanti in statua.

Bud. La "Trabant", gloria dei tempi andati
(Foto di Agostino Spataro. Agosto 2016)

mercoledì 19 ottobre 2016

IL GIARDINO DELLE EROICHE VIRTU'




L’urlo dei tamburi a Buenos Aires
Sfilano le “madres” (molte “abuelas”), gli orfani, i figli e le figlie dei desaparecidos. I sopravvissuti del genocidio. Trentamila furono le vit­time: una città media abitata da soli giovani dai 20 ai 40 anni, una ge­nerazione distrutta nel fiore degli anni. Poveri figli!
Erano studenti e docenti universitari, artisti, giornalisti, operai, profes­sionisti, uomini e donne strappati alla vita e a questa terra amara.
Rullano i tamburi per l’avenida de Mayo, la gran via che collega i due simboli del potere costituzionale, troppe volte violato: il Congreso e la Casa Rosada.
Il gran corteo, come un urlo cupo, insistente, potente, chiede giustizia e annuncia una nuova tempesta sotto il cielo dei platani ombrosi di questa avenida fatale..
Migliaia di bandiere stese al vento australe che rinfresca il torrido me­riggio di questo 24 marzo 2009.
Trentatré anni fa, il golpe maledetto dei generali fascisti che trascinò l’Argentina nella miseria e nella vergogna.

Il rebus delle atrocità
Su una parete del Museo della Memoria (ex scuola dell’ESMA) di Buenos Aires si legge la seguente scritta:
“30.000 giorni sono come 100 anni o come 30.000 giovani desapareci­dos, torturati, uccisi dalla dittatura militare argentina.”
Provate a risolvere questa specie di rebus delle atrocità!

La morte del Che
Improvvisamente, nella sala l'atmosfera si fece pesante, gravida di pre­occupazione, come quando si attende l’edizione straordinaria di un te­legiornale. Il presidente interruppe l'acceso dibattito sui magri destini dei nostri enti locali e diede la parola alla compagna Vittoria Giunti, partigiana e sindaco di S. Elisabetta. Avrebbe voluto essere formale, Vittoria, secondo il rituale tipico di queste circostanze, invece dopo le prime parole ''Abbiamo ricevuto dalla Direzione la conferma...'' pro­ruppe in un pianto irrefrenabile, sincero, che annunciava la morte di un sogno. “È caduto in combattimento, sulle montagne della Bolivia...'' aggiunse. Quasi a volerci rassicurare che il Che non aveva tradito; era morto combattendo, come aveva vissuto…

Il terzo palco
(sogno) Ai funerali di Pio e di Rosario, nella piazza Politeama di Pa­lermo, vidi spuntare, imprevisto, un terzo palco affollato di un coro di cento fanciulle, tutte bionde e col volto velato dalla lunga chioma, che into-narono un inno alla Pace. Vola compagno, vola!

Moro e Berlinguer
Partecipando a una seduta della commissione affari esteri della Camera mi trovai davanti all’intero Gotha della politica italiana, di governo e d'opposizione: Enrico Berlinguer, Bettino Craxi, Benigno Zaccagnini, Mariano Rumor, Flaminio Piccoli, Francesco De Martino, Riccardo Lombardi, Altiero Spinelli, Ugo La Malfa, Giancarlo Pajetta, Giorgio La Pira, Giovanni Malagodi, Mario Tanassi, Antonio Giolitti, Emilio Colombo, Arnaldo Forlani, Aldo Moro...
In circa 30 metri quadri era riunita la più grande e qualificata concen­trazione del potere politico italiano. Confesso che, a vederli tutti in­sieme, e così vicini, ne restai molto impressionato.
Li scrutai a uno a uno. Osservai i loro sguardi, i loro tic, i movimenti minimi del viso, delle mani. Volevo capire cosa si nascondesse dietro quei volti formali, impenetrabili. Arroganza, paura, inquietudine, soli­tudine?
L'esame fu necessariamente sommario. A parte La Pira, che poteva già considerarsi avviato verso la beatitudine celeste, mi colpirono soprat­tutto Berlinguer e Moro per la loro espressione sofferta, quasi mesta. Era un po' il loro carattere ma credo v' influisse la consapevolezza del peso delle responsabilità che s'erano assunte in quel frangente storico.


 In quel consesso di capipartito e di corrente vidi le stimmate di un po­tere greve, fatto di voti e presidenze.
Moro e Berlinguer, invece, mi apparvero spogli di poteri siffatti e per­ciò leader autentici che fondavano il loro carisma sull’etica e sulla forza delle idee. (1977)

Fabbricanti di martiri
Il potere ottuso genera i martiri ovvero i simboli che conferiscono sa­cralità ai suoi nemici.

L’assassinio di Aldo Moro
Forse, un giorno, sapremo (o sapranno) tutta la verità sull’affaire Moro.
Tuttavia, credo che si possa senz'altro affermare che Egli è caduto per avere troppo capito e troppo osato.

A due eroi involontari che amavano la madre, la vita e la libertà
“...Si la muerte me sorprende de esta forma tan amarga, pero honesta, si no me da tempo a un ultimo grito desesperado y sincero, dejarè el aliento, el ùltimo aliento, para decir te quiero.”
Brano tratto dalla poesia di Alejandro Martin Almeida, giornalista ar­gentino “desaparecido” nel gennaio del 1975, dedicata alla madre. Aveva 20 anni e tanta voglia di lottare por la libertad.
“¡Madre, me fui! di a los hombres que lleven luto por mi pérdida... di a los niños que luchen y que sean creativos que NO destruyan...
¡Madre, adiós! a ti y a mis sueños... no os disperséis porque me haya ido... tomad fuerza y luchad... por todo aquello que yo no al­cancé...¡Adiós!
Dalla poesia dedicata a Alexis Grigoropoulos, ucciso con un colpo al cuore sparato da un agente di polizia, la sera del 6 dicembre 2008, in piazza Exarchia ad Atene. Aveva 15 anni e tanta voglia di vivere.

Palestina: due domande in una
Da quasi 70 anni, i Palestinesi lottano per una patria sovrana, per sal­vaguardare la loro identità di popolo, uno dei più antichi dell’Oriente medio.
Si battono, sovente, a mani nude, tirando sassi contro i carri armati, contro i blindati israeliani; muoiono per sentirsi vivi, per difendere la loro identità violata, frantumata, derisa.
Due domande in una: perché i palestinesi che lottano per liberarsi da un’occupazione straniera sono definiti “terroristi” e non “resistenti” come lo furono i nostri, in Italia e in Europa, che organizzarono la lotta di liberazione dal nazifascismo, mentre gli israeliani che, da 45 anni, occupano la Palestina, perseguitano, incarcerano, massacrano le popo­lazioni palestinesi sono considerati “soldati”?

Omicidi che allungano la… vita
Vi sono omicidi che “allungano” la vita del malcapitato. Metaforicamente s’intende.
Quello di Imre Nagy è un caso esemplare. Giustiziato per avere gui­dato la rivolta ungherese del 1956, subì un destino, a dir poco, biz­zarro: agì da comunista contro lo strapotere di Rakosi, capo storico de­gli stalinisti magiari; voleva salvare il comunismo, riformandolo, e per tale eresia sarà giustiziato dai “neo-ortodossi” guidati da Janos Kadar, un comunista già vittima illustre dello stalinismo.
Una vera iattura per un comunista!
Nagy fu giustiziato all’età di 62 anni. Secondo gli standard della vita media del tempo, sarebbe potuto campare altri 10- 15 anni, nel grigiore e nell’oblio o, peggio, in galera.
Invece, a causa di quell'odiosa sentenza, egli continua a “vivere”; a godersi una relativa eternità che è il traguardo cui aspira ogni essere umano, anche se per altre vie.
Oggi avrebbe 114 anni e sarebbe morto da un pezzo. A distanza di 52 anni dalla sua esecuzione, Egli è ancora vivo nella nostra memoria, ammirato e riverito.
Vivo in “statua”, potremo dire. Come in “statua” erano bruciati gli ere­tici condannati in contumacia dalla Santa Inquisizione. Santo uffi­zio e stalinismo: due spietate inquisizioni.
(Budapest, 2014)
Imre Nagy, discorso al Parlamento ungherese

Ironia sotto la forca
“Quello che proprio non mi va giù è l’idea che gli stessi che oggi m’impiccano, domani mi riabiliteranno.” *
Queste parole amare - secondo Arrigo Petacco- furono pronunciate da Imre Nagy, capo del governo insu-rrezionale ungherese del 1956, poche ore prima di essere condotto alla forca. (* in “Le notti di Kadar” di Filippo Raffaelli) L’ironica previsione non si avverò, ma ci mancò poco. 
-------------
Agostino Spataro in:

giovedì 6 ottobre 2016

SE 70 ANNI VI SEMBRANO POCHI. TERRA E LIBERTA' AL POPOLO PALESTINESE




di Agostino Spataro

1... I governanti israeliani hanno ordinato il blocco in mare della “barca della libertà” (Zeitouna-Oliva) e l’arresto delle tredici coraggiose donne dell’equipaggio che stavano portando solidarietà alla popolazione di Gaza, di fatto prigioniera sulla propria Terra.
Per non farsi mancare nulla, l’aviazione israeliana, profittando della confusione, ha scatenato alcuni micidiali raid su Gaza e altre località della “Striscia”.
Si ripete un vecchio copione intriso di violenza e d’ingiustizia, mirato a vanificare gli sforzi di pace per giungere alla soluzione dei “due popoli e due Stati” proposta dall’Onu.
Com’è noto, il primo tentativo di forzare il blocco israeliano dei Territori Occupati fu fatto nel febbraio del 1988 con la “Nave del Ritorno” dei profughi palestinesi che desideravano, appunto, ritornare nelle loro case e nelle loro terre.
Attenzione. Volevano, vogliono tornare nelle loro case, nella loro Terra da cui sono stati cacciati dagli eserciti di occupazione israeliani. Non vogliono andare in altri Paesi, ma nel loro!
Evidentemente, ci sono profughi e profughi. Ci sono quelli che possono venire in Europa ed essere accolti con spirito umanitario e quelli come i palestinesi cui viene impedito, con la violenza, di ritornare nelle case avite. Due pesi e due misure: è il minimo che si possa dire.

2... Come si può rilevare dal sottostante articolo de “Il Manifesto” e in altro correlato pubblicato su “Agoravox.it”, anch'io avrei dovuto imbarcarmi sulla “Nave del Ritorno”, unitamente ad altri rappresentanti politici e parlamentari di varie nazionalità, a giornalisti e a diverse centinaia di profughi convenuti ad Atene per l’imbarco.
Stavamo andando all’aeroporto di Atene diretti a Limassol, nel cui porto era ancorata la nostra “Nave”, quando giunse il contrordine.
Poche ore prima, gli israeliani avevano fatto saltare in aria la Nave e con essa la speranza del ritorno.
Che dire? Dopo 70 anni, questo micidiale conflitto deve essere chiuso con un equo accordo di pace. 70 anni! Sono davvero troppi e insopportabili, per chiunque! Un tempo lunghissimo. Più di tre generazioni, più di quello in cui si svolsero le tre guerre d'indipendenza italiane. 
Per capire, ognuno cerchi di mettersi nei panni di un/una palestinese.
Nel mio piccolo, quasi sempre per conto del PCI, ho solidarizzato con il popolo martire di Palestina ossia in favore della parte più debole, oppressa del conflitto. 
Non per partito preso, ma perché non riesco a solidarizzare con gli occupanti!
Come abbiamo condannato senza riserve i nazi-fascisti responsabili dello sterminio degli ebrei, degli zingari e- se permettete- dei comunisti e di tanti esponenti della sinistra europea.
Quindi, non si accettano lezioni di “antisemitismo”. Da nessuno. Non ne abbiamo bisogno. 
Capisco benissimo la tragedia della Shoa. Mio padre, un operaio siciliano per due anni internato in un lager nazista, in Germania, mi ha raccontato quel che ha visto e patito insieme ai suoi compagni di sventura.

3… Perciò, credo che, anche nelle mutate condizioni, ognuno debba pretendere dai rispettivi governi un'azione risolutiva per assicurare al popolo palestinese uno Stato sovrano, secondo il “piano di spartizione” del 1947 varato dall’Onu e come richiesto da diverse sue risoluzioni. 
E come é giusto che sia, dopo 70 anni!.
Due popoli e due Stati nella pacifica convivenza e cooperazione. Non c’è altra via.
Se questo non si vuol fare, si lascerà incancrenire un conflitto sanguinoso e lungo che provoca vittime innocenti da ambo le parti, mina la pace, la stabilità e il sistema delle relazioni economiche e commerciali del Medio Oriente e dell’area mediterranea.
La fabbrica dei profughi, dei disperati continuerà a produrre a pieno ritmo. Coninueranno a essere  orientati verso l'Europa, in preda a una gravissima crisi economica, politica e demografica, e mai verso i Paesi- fratelli del Golfo, ricchissimi di petrolio e di petrodollari e con vasto territori disabitati.
Chissà perché? 
Nessuno s’illuda di risolvere il conflitto con i bombardamenti, con gli arresti, con le colonie abusive, con gli assassini mirati e, d’altro canto, nemmeno con inaccettabili azioni terroristiche. A mio avviso, solo un dialogo, paritario e diretto, sotto l'egida delle Nazioni Unite, potrà portare a un accordo di pace reciprocamente vantaggioso, nella sicurezza e nella cooperazione.
(Agostino Spataro, 7 ott. 2016, direttore: www.infomedi.it)

Allegati:
(dall’articolo di Michele Giorgio,  Gerusalemme 30.04.2014)
… La storia dell’occupazione dei Territori è fatta di non poche “esplosioni misteriose” su navi e battelli palestinesi. «Un’esplosione è avvenuta oggi su un grosso battello all’ancora nel porto cipriota di Limassol…Il grosso battello era stato venduto sabato pare a palestinesi. Non viene del tutto escluso che esso fosse la ‘Nave del Ritorno’, sulla quale l’Olp programmava di riportare un gruppo di palestinesi in Israele.
L’esplosione non ha causato vittime ma danni molto gravi». Così l’agenzia Ansa scriveva il 15 febbraio del 1988 a proposito dell’attentato alla nave che, nel pieno della prima Intifada, doveva riportare nella terra d’origine 131 tra profughi e deportati palestinesi. Su quella nave, ben più grande dell’Arca di Gaza, dovevano salire anche diversi giornalisti e parlamentari italiani, tra i quali il comunista Agostino Spataro che, qualche anno fa, ha ricordato quei giorni in attesa di un viaggio che non sarebbe mai avvenuto. «Ad accompagnare (gli esiliati) in questa pericolosa missione – ha scritto Spataro nel 2010 – che il governo (del premier israeliano Yitzhak) Shamir considerava una compagnia di assassini da bloccare con ogni mezzo, c’erano centinaia di rappresentanti di partiti, sindacati, giornalisti, di associazioni umanitarie e pacifiste di molti paesi in gran parte europei e occidentali. Sapevamo che oltre alla solidarietà la nostra funzione su quella nave sarebbe stata anche quella di scudo umano per scoraggiare la reazione violenta degli israeliani».
La “Nave del Ritorno” non partì mai, per le pressioni di Tel Aviv su Atene e per la “misteriosa esplosione” simile a quella che l’altra notte ha quasi affondato l’Arca di Gaza. Eppure, come dice Ehab Lotayef, una bomba non può fermare un movimento e, più di tutto, non può spegnere un sogno di libertà.
Articolo correlato: http://www.agoravox.it/Assalto-israeliano-C-e-un.html


sabato 24 settembre 2016

L'URSS SI POTEVA RIFORMARE E NON FARLA CROLLARE! PAROLA DI PUTIN


Agenzia ANSA, MOSCA, 24 settembre 2016, ore 09:26.
"Il crollo dell'Urss poteva essere evitato: lo ha dichiarato il presidente russo Vladimir Putin incontrando ieri al Cremlino i leader dei partiti presenti nella nuova Duma (dove il partito del presidente si è aggiudicato tre seggi su quattro). 
"Sapete come la penso sul crollo dell'Unione Sovietica. Non era assolutamente necessario. Si potevano condurre delle riforme, comprese quelle di natura democratica, ma senza il suo crollo", ha detto Putin, citato dall'agenzia Interfax.
    Putin ha però accusato il Pcus (Partito comunista dell'Unione sovietica) di aver governato male il paese promuovendo "idee di nazionalismo ed altre ideologie distruttive che sono devastanti per qualsiasi Stato."


Fa piacere leggere punti di vista così autorevoli, a conferma di un dubbio che nutro da tempo. 
Ne abbiamo scritto nel nostro recente libro messicano:


Nella nota n. 1 indichiamo anche l'occasione, da taluni ritenuta attendibile, in cui i capi delle due superpotenze Usa e Urss (Reagan e Gorbaciov) avrebbero "concordato" il crollo dell'Urss e dei regimi statalisti dell'Est europeo e l'importo del corrispettivo "non corrisposto".

(Segue testo italiano tradotto in castillano/spagnolo) 



(Dall’introduzione- testo italiano x traduzione)

Appare necessaria un’analisi più puntuale, più precisa dei sanguinosi conflitti aperti in varie parti del pianeta; vere e proprie guerre locali che provocano morte e distruzioni, specie laddove più si concentrano le principali riserve minerarie, di energie fossili (petrolio e gas), di acqua e di beni alimentari. Con questo libro cercheremo di analizzare, in particolare, la situazione di due aree fondamentali del Pianeta, ricche di materie prime e di contrasti sociali, dove tali processi sono in corso d’opera: l’America Latina e la regione Mena (acronimo di “Middle East North Africa” comprendente il Medio Oriente e il Mediterraneo) nelle loro relazioni con le nuove superpotenze dell’economia e della finanza. C’è chi sostiene che tale conflittualità sia propedeutica al “nuovo ordine internazionale” e pertanto  necessaria per garantire la transizione dal vecchio ordine al nuovo. Eppure, dal crollo dell’Urss e del sistema dei Paesi a economia socialista (Comecon) è passato un quarto di secolo e la “transizione” può dirsi compiuta, almeno sul terreno politico ed economico. Tuttavia, il “nuovo ordine” non è arrivato o, peggio, si presenta come un nuovo, pericoloso disordine internazionale.  Ideologicamente, il neo-liberismo ha vinto ed è dilagato anche nei territori ex socialisti. A cominciare dalla Cina che si ostina a proclamarsi socialista seppure la sua economia sia perfettamente inserita nel sistema globale di produzione capitalista.
Sul campo non restano più forze antagoniste organizzate, potenze rivali capaci di contrastare il disegno del vincitore. A seguito di una guerra così lunga e snervante (anche se “fredda”), finita senza spargimento di sangue e con la resa incondizionata del “campo socialista”, (per la prima volta nella storia un “impero” si arrende al nemico senza colpo ferire!), era lecito attendersi che “scoppiasse” la pace, che seguisse un periodo di grande fervore costruttivo, di crescita compatibile con l’integrità degli eco-sistemi e ri -equilibratrice degli storici divari fra Nord e Sud, di benessere condiviso, ecc.  Invece, sta accadendo, esattamente, il contrario. Dopo la “vittoria” del campo neoliberista, probabilmente  truccata[1], sono scoppiate le guerre regionali, religiose, tribali che insieme fanno una guerra più grande, micidiale, una “ guerra infinita” che per Papa Francesco è la “terza guerra mondiale” non dichiarata. Venti di guerra soffiano in ogni direzione e alimentano conflitti che sembrano divenuti insanabili, specie in alcune regioni del mondo meno sviluppato (Medio Oriente, Africa, ecc), disegnano scenari terrificanti che generano e alimentano paure e smarrimenti nei popoli. La globalizzazione neoliberista procede decisa e spietata, senza tener conto delle gravissime conseguenze sociali e ambientali, degli squilibri politici e territoriali prodotti.


[1] Prendono sempre più corpo le voci di un crollo “concordato” dell’Urss e dei regimi dei Paesi socialisti dell’Est europeo. Da una trasmissione della TV ungherese “Hatoscsatorna” dell’agosto 2014, si è appreso che durante il summit di Malta (del 7 dicembre 1987) fra Ronald Reagan, presidente degli Usa e Mihail Gorbaciov, presidente dell’Urss e segretario del Pcus, oltre agli accordi per il ritiro e la distruzione dei missili nucleari intermedi delle due parti schierati sul teatro europeo (SS20 sovietici e Pershing e Cruise Usa/Nato), sia stato concordato, segretamente e dietro una forte dazione in denaro da parte Usa, il ritiro delle truppe sovietiche di stanza nella RDT (Germania Est) e in altri Paesi del Patto di Varsavia. Insomma, un “via libera” allo smantellamento dei regimi statalisti dell’Est europeo che, infatti, due anni dopo, nel 1989, caddero uno dopo l’altro senza colpo ferire. Per altro, gli Usa non mantennero la promessa degli aiuti finanziari (si parla di circa 40 miliardi di dollari), la qualcosa fece esplodere la crisi politica e istituzionale al Cremino e provocò l’umiliante cacciata di Gorbaciov.
 


   

lunedì 19 settembre 2016

BIO-BIBLIOGRAFIA DI AGOSTINO SPATARO



  AGOSTINO  SPATARO

                     ( Agostino Spataro intervista per "La Repubblica" la signora Maria Kodama, vedova di Jorge L. Borges, presso aeroporto di BuenosAires, 2010)


Nato nel 1948, giornalista, direttore di “Informazioni dal Mediterraneo” (www.infomedi.it), collabora con “La Repubblica” e con altri giornali italiani e stranieri. Deputato per tre legislature, membro delle commissioni Esteri e Difesa della Camera dei Deputati, si è occupato, in particolare, delle relazioni fra l’Italia e i Paesi arabi e dell’area mediterranea. 
Autore di vari saggi sulla Sicilia, i Paesi arabi e mediterranei, fra i quali:

1) “PER LA SICILIA”, prefazione di Giorgio Napolitano, Agrigento 1982

2) “MISSILI E MAFIA”(coautori: P. Gentiloni, A. Spampinato) Editori Riuniti, Roma,1985

3) “OLTRE IL CANALE- Ipotesi di cooperazione siculo - araba”, Ed. delle Autonomie, Roma, 1986 (tradotto in arabo)

4) “MISSILI ADDIO!”, Edizioni La Zisa, Palermo, 1988

5) “I PAESI DEL GOLFO”, Edizioni Associate, Roma, 1991

6) “IL MEDITERRANEO” (coautore Bichara Khader), Editrice Internazionale , Roma, 1993

7) “LA NOTTE DELLO SCEICCO”-Reportage dallo Yemen- Edizioni Associate, Roma, 1994

8)  “PER CONOSCERE L’ISLAM”- Ed. L’altra Italia, Roma, 1996

9) “MEDITERRANEO, L’utopia possibile”, Editrice internazionale, Roma, 1999

10) “IL PIANETO UNICO” (coautori N. Chomsky, R. Petrella, S. Vaccaro,  B. Amoroso, S. Rivas, U. Santino), Eleuthera, Milano, 1999

11) “ LE TOURISME EN MEDITERRANEE”, Editions l’Harmattan, Paris, 2000

12) “IL FONDAMENTALISMO ISLAMICO- Dalle origini a Bin Laden”, (presentazione di Yasser Arafat ) Editori Riuniti, Roma, 2001

13) “El FUNDAMENTALISMO ISLAMICO- El Islam politico”, Editora Rosario, Argentina, 2004.

14) “PETROLIO, IL SANGUE DELLA GUERRA- Da Bagdad a Tripoli lo stesso disegno neocoloniale” Ed. Centro Studi Mediterranei, Roma 2012

15) “L’ISLAM POLITIQUE- Des origines à Ben Laden”- Ed. Centro Studi Mediterranei , Roma, 2013, (francese)

16) “NELLA LIBIA DI GHEDDAFI”- Ed. Centro Studi Mediterranei, Roma, 2014

17) “SIGLO 21- LA ECONOMIA DEL TERROR?-  
     América Latina, Mediterraneo y Oriente Medio en un mundo en crisis
(co-autore G. Lo Brutto)- Ediciones "E y C"- Città del Messico - giugno 2016)

18) BORGES, VIAGGIO NELLA SICILIA DEL MITO
       Amazon Kindle, 2016

Recapiti:
cellulare 338 1126723, tel/fax 0922 631058, e-mail: spatago@tiscali.it




           




domenica 11 settembre 2016

IN UN LIBRO DEL 1906 LE PREVISIONI DEI TERREMOTI NEL SUD-ITALIA

Da queste poche pagine di un libro pubblicato nel 1906, (ossia prima del catastrofico terremoto di Messina) si evince che gli scienziati avevano individuato le principali linee "sismiche" che interessano il Sud italiano, dalla Sicilia all'Abbruzzo. Se volete, date un'occhiata. Se no fa lo stesso. Ci risentiremo al prossimo...terremoto. Speriamo mai! saluti. (a.s.)