domenica 1 marzo 2015

SUD AMERICA, LA SINISTRA CONTINUA A VINCERE. INSEDIATA LA NUOVA PRESIDENZA DELL' URUGUAY

                                 Montevideo, 1 marzo 2015, il neo presidente Ramon TabarèVasquez e il                                                                                      vice-presidente Raul Fernando Sendic alla cerimonia del giuramento.

In Italia quasi nessuno ne parla, forse per imbarazzo, ma c'è una grande regione del mondo, il Sud America, dove la sinistra e le forze progressiste continuano a vincere.
Alle dittatture di destra sono subentrati governi eletti democraticamente che stanno realizzando politiche di sviluppo sostenibile e d'inclusione sociale, una lotta decisa alla povertà e ai privilegi delle oligarchie latifondiste e neo-coloniali.
Oggi, si è insediato Ramon Tabaré Vasquez, il nuovo presidente dell'Uruguay che succede al popolarissimo Pepe Mujica; due presidenti espressione del "Frente Amplio" una formazione unitaria delle forze progressiste e di sinistra che, da circa venti anni, governa il Paese. Con buoni risultati.
Vice-presidente è Raul Fernando Sendic, già ministro e presidente dell'ente petrolifero di Stato, figlio del fondatore e capo dei "Tupamaros" organizzazione di resistenza che lottò, vittoriosamente, contro la dittatura militare di destra. Mujica, Sendic, come dire buon sangue non mente. Buon lavoro! (a.s.) 

                                Pepe Mujica presidente uscente con il presidente entrante Tabaré Vasquez

                               Pepe Mujica e Raul Sendic

                                 Montevideo, 2012, Raul Sendic presenta il libro di Agostino Spataro                                                                                             "Petrolio, il sangue della guerra"

giovedì 26 febbraio 2015

GUARDATE COSA FA AL PIANOFORTE QUESTO BAMBINO DI 5 MESI !


https://www.dropbox.com/s/20hb354lwua2u8u/Nonno%20Agostino%20con%20Giuseppe.mp4?dl=0
Classica scenetta familiare con al centro il mio nipotino Giuseppe di 5 mesi e 6 giorni alle prese con la tastiera del pianoforte. Il video, essendo stato ridotto, ha perso in qualità; comunque rende l'idea.  Saluti (a.s.)

martedì 17 febbraio 2015

QUANDO L’ITALIA AVEVA UNA POLITICA ESTERA



di Agostino Spataro*


La crisi libica e i frettolosi propositi interventisti annunciati (anche se opportunamente, “calmierati” dalle odierne dichiarazioni del presidente del Consiglio, Matteo Renzi) ripropongono la necessità di una riflessione sulla politica estera italiana per come è venuta evolvendo (?) durante questa lunga e confusa transizione in cui sono cambiati (in peggio) l’approccio, la concezione, gli obiettivi delle relazioni internazionali dell’Italia, dell’Europa verso il mondo arabo e altre regioni del Pianeta.
Con la cd. “seconda” Repubblica, si è, infatti, passati dal dialogo alla sfiducia, al conflitto.
Un bel "capolavoro", insomma, che contrasta con l’immagine di un’Italia solidale e popolare che, nel rispetto delle alleanze internazionali, riusciva (nella “prima”) a esprimere una politica estera, ampiamente condivisa in Parlamento, aperta al dialogo e alla cooperazione economica, in primo luogo con i Paesi dello scacchiere arabo e mediterraneo.
Una politica di pace che generava nuove occasioni d’incontro, favoriva la penetrazione in nuovi mercati e commesse importanti per le imprese italiane. Le buone relazioni politiche e culturali italo - arabe erano la chiave di volta per accrescere il volume degli scambi economici e commerciali.
Insomma, il dialogo pagava e assicurava all’Italia un ruolo primario nell’area arabo-mediterranea, anche in campo economico.
Nostalgia? Confesso che un pò c'è pure. Ma ciò che più mi preme è il desiderio di vedere cambiare le cose nel senso richiesto dalla maggioranza del popolo italiano che non vuole la guerra, ma un cambio della nostra politica estera che specie verso questo scacchiere si è progressivamente militarizzata con risultati doppiamente in perdita. Infatti, alle ingenti spese per finanziare missioni militari bisogna aggiungere i dati della crescita del deficit commerciale. Oltre, naturalmente, i nuovi rischi, in termini di sicurezza, cui si espone il Paese, come insegna l’attuale crisi libica.

Dal dialogo la pace e la prosperità, dalla guerra morte, miseria e nuove migrazioni  
Sotto questo profilo, il caso italiano è esemplare. Basterebbe fare qualche conto e alcuni confronti fra le bilance commerciali di allora e di oggi per capire le cause dell’attuale svantaggio italiano e scoprire la differenza che corre fra il dialogo e la chiusura razzistica o, se si preferisce, fra la cooperazione pacifica e lo scontro di civiltà. La tanto biasimata “prima Repubblica”, specie nel periodo a cavallo fra gli ’70 e ’80, produsse una politica estera equilibrata, lungimirante e ampiamente condivisa di cui va dato merito ai tre grandi partiti popolari (Dc, Pci e Psi) e ai loro più prestigiosi dirigenti: Aldo Moro, Giulio Andreotti, Enrico Berlinguer, Giancarlo Pajetta, Bettino Craxi, Riccardo Lombardi.
La lista è breve perché, per il periodo considerato, non vedo altri che vi possano degnamente figurare.
Ovviamente, con ciò non si vuol mitizzare nessuna delle personalità sopra citate o sostenere che quello fu un periodo aureo per l’Italia.  I problemi c’erano ed anche gravi: dall’attacco ai diritti sociali dei lavoratori alla sicurezza e all’ordine pubblici, dal clientelismo alla corruzione, ecc. 
Il Pci li affrontò, dall’opposizione, con determinazione e con grandi mobilitazioni popolari, e con chiarezza di obiettivi, riconducendoli all’esigenza di un cambiamento della prospettiva generale del Paese che se fosse avvenuto avrebbe evitato il declino economico e morale in cui è stato trascinato. 
Con tale richiamo ho voluto ricordare che, nonostante tutto, in quegli anni cruciali, l’Italia riuscì a ritagliarsi un ruolo relativamente autonomo in politica estera. Un ruolo proporzionato alle sue potenzialità, senza grandi pretese, orientato al dialogo fra gli Stati, al sostegno del diritto alla sovranità dei popoli ancora irredenti, in primo luogo, di quello martire di Palestina che sostenemmo senza mai deflettere dalla difesa del diritto all’esistenza d’Israele entro i confini riconosciuti dalle Nazioni Unite.  La questione è ancora insoluta per una serie di ragioni, fra cui la “cattiva abitudine” dei governanti israeliani di fuoriuscire dagli ambiti territoriali loro attribuiti dall’Onu e di non volervi  rientrare.
Seguendo la linea della giustizia e della legalità internazionali, contribuimmo a rafforzare la pace nello scacchiere arabo-mediterraneo e, cosa di non poco conto, a tutelare il nostro Paese da rischi micidiali, creando, al contempo, importanti occasioni di scambio, reciprocamente vantaggiosi.
Insomma, un nuovo scenario di convivenza pacifica, di rispetto e di mutua comprensione, di fervore collaborativo, solidaristico all’interno del quale s'individuò perfino una prospettiva seria di proiezione internazionale, di crescita per il nostro Mezzogiorno, oggi ricacciato ai margini dello sviluppo, assillato dalla criminalità e ridotto a mero deposito di risorse energetiche al servizio del centro-nord ipersviluppato.

Il cambio di “nemico”: dall’Urss al terrorismo islamico
Sappiamo che, spesso, i confronti non sono graditi, ma non si può negare che, ieri, l’Italia, col concorso di tutte le forze di progresso, dei lavoratori e degli imprenditori, raggiunse primati davvero eccezionali, fino al punto di figurare fra le prime sette potenze industriali del pianeta.
Mentre oggi è in recessione da lungo tempo. Il populismo e il “patriottismo” di bottega, per altro molto costoso, stanno bruciando gran parte di quei risultati e avviato il Paese su una china molto preoccupante sul terreno politico e su quello della coesione sociale.
Perché questo cambiamento di rotta, di ruolo?
La risposta non è facile, anche se si possono intravedere le cause e gli interessi (anche esterni) che l’hanno determinato. Il tema, per altro, è molto ampio e non può essere affrontato con fredde analisi individuali.
Servirebbe una seria riflessione, un dibattito pubblico (non televisivo, per favore!) affinché, anche facendo tesoro di quell'esperienza, si possa re-impostare la politica estera italiana ed europea su canoni più rispondenti ai nostri e non agli altrui bisogni.
Poiché, in fondo, questo è il vero problema!
Certo, i tempi cambiano e così gli scenari, gli attori della politica internazionale, tuttavia consiglio di non disperdere quel patrimonio, quell’esempio creativo, fatto di saggezza e lungimiranza, sperimentato nella “prima Repubblica” che consentirono, dialogando con tutti (con arabi e israeliani, con Usa e Urss, ecc), di delineare un ruolo originale dell’Italia, di  scongiurare nuovi conflitti e di evitare che il nostro paese ne restasse coinvolto.
Oggi, invece… Non è il caso di personalizzare le responsabilità. La questione è d’indirizzo politico generale e attiene ai doveri dei ceti dirigenti del Paese, politici e no. 
L’Italia non può restare impantanata a organizzare, su richiesta, solo missioni militari “umanitarie”, partecipazioni a conflitti sanguinosi interminabili, a vendere e acquistare costosi sistemi d’arma, a minacciare, promuovere nuove guerre con i nostri vicini.
E dire che con il crollo dell’Urss fu promesso l’avvento del regno della libertà e della pace perpetua!
In realtà, la guerra da “fredda” è divenuta “calda” anche in Europa (il conflitto in Ucraina è davvero inquietante). C’è stato solo un cambio di “nemico”: ieri era il Patto di Varsavia, oggi è il terrorismo, vero o presunto, spesso artefatto secondo i disegni geo- strategici. 
Se non vogliamo restare condannati a vivere nella paura, a combattere contro il nuovo “nemico” chissà per quanto tempo, se vogliamo progredire e aprirci al mondo nuovo che sta sorgendo sono necessarie una nuova politica estera italiana ed europea e una svolta sul terreno dell’economia e della questione sociale.

(16 febbraio 2015)

* http://it.wikipedia.org/wiki/Agostino_Spataro
  







mercoledì 11 febbraio 2015

COME PREVISTO, IN LIBIA LA NATO HA "VINTO" LA GUERRA, MA HA PERSO IL DOPOGUERRA


              
          
       http://www.lafeltrinelli.it/libri/spataro-agostino/nella-libia-gheddafi/9788891077394





NO AD UNA SECONDA GUERRA IN LIBIA!
di Angelo del Boca e Alex Zanotelli

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L'abbattimento del regime di Gheddafi ha riportato la Libia al clima politico ed economico di due secoli fa, prima della colonizzazione italiana e ancora prima della presenza ottomana. In altre parole, si è tornati ad una tribalizzazione del territorio. Scomparsi i confini amministrativi, ogni tribù difende le proprie frontiere e sfrutta le risorse petrolifere.
Non c'è alcun dubbio che Muammar Gheddafi è stato un crudele dittatore, ma nei suoi 42 anni di regno ha mantenuta intatta la nazione libica, l'ha dotata di un forte esercito e di un'eccellente amministrazione al punto che il reddito pro-capite del libico era il più alto dell'Africa e si avvicinava a quello dei paesi europei. Ma soprattutto ha dato ai libici una fierezza che non avevano mai conosciuto.
      A tre anni dal suo assassinio (avrebbe meritato un processo), la Libia è nel caos più completo e già si parla con insistenza di risolvere la questione inviando truppe dall'estero per organizzarvi una seconda, micidiale e sciagurata guerra. Nel corso della prima infausta guerra, voluta soprattutto dalla Francia di Sarkozy, il paese ha subìto danni immensi, 25 mila morti e distruzioni valutate dal Fondo Monetario Internazionale in 35 miliardi di dollari.
Poichè le voci di un intervento militare italiano si fanno più frequenti, noi chiediamo alle autorità del nostro Paese di non commettere il gravissimo errore compiuto nel 2011 quando offrimmo sette delle nostre basi aeree e più tardi una flotta di cacciabombardieri per aggredire un paese sovrano, violando, per cominciare, gli articoli 11, 52, 78 e 87 della nostra Costituzione.
In un solo caso l'Italia può intervenire, nell'ambito di una missione di pace e dietro la precisa richiesta dei due governi di Tripoli e di Tobruk che oggi si affrontano in una sterile guerra civile. Ma anche in questo caso l'azione dell'Italia deve essere coordinata con altri paesi europei e l'Unione Africana(UA).
Animati soprattutto dal desiderio di riportare la pace in un paese la cui popolazione ha già sofferto abbastanza.
Ci appelliamo al nostro ministro degli esteri Gentiloni, chè non si faccia catturare dai venti di guerra che stanno soffiando insistenti. Ma sopratutto chiediamo a tutto il movimento per la pace perchè faccia pressione sul governo Renzi perchè l'Italia , come ex-potenza coloniale, porti i vari rivali libici attorno a un tavolo. Questo per il bene della Libia, ma anche per il bene nostro e dell'Europa.
Angelo Del Boca
Alex Zanotelli
Torino,8 febbraio 2015





Mercoledì 11 Febbraio,2015 Ore: 12:12
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lunedì 2 febbraio 2015

LA (seconda) REPUBBLICA INESISTENTE




L’elezione dell’on. Sergio Mattarella a Presidente della Repubblica conferma un’ anomalia, tutta italiana, secondo la quale la “seconda repubblica” continua a essere  governata, rappresentata da attempate personalità della “prima”.
Come se la “seconda repubblica” non fosse mai nata o che i suoi esponenti non fossero in grado di rappresentarla  ai massimi vertici politici e istituzionali.
In realtà, la “seconda repubblica” è un prolungamento surrettizio, e peggiorato, della “prima” che non fu abbattuta da un sommovimento elettorale, ma dai colpi di maglio di taluni settori della magistratura.
Per averne una prova basta scorrere la lista dei presidenti della repubblica e del Consiglio dei ministri eletti o incaricati a partire dal 1992, anno fatale del supposto crollo della prima repubblica.

PRESIDENTI DELLA REPUBBLICA

1992, on. Oscar Luigi SCALFARO, deputato dc alla Costutente (1946), più volte ministro;
1999, Carlo Azeglio CIAMPI, partigiano, già governatore della Banca d’Italia;
2006, on. Giorgio NAPOLITANO, dirigente nazionale del PCI dagli anni ‘50, deputato e ministro;
2013, on. Giorgio NAPOLITANO (vedi sopra)
2015, on. Sergio MATTARELLA, dirigente e deputato dc, più volte ministro, membro della Corte Costituzionale.

CAPI DEL GOVERNO

1992, on. Giuliano AMATO, sottosegretario alla presidenza con il governo di Bettino Craxi;
1993, Carlo Azeglio CIAMPI (vedi sopra);
1994, Silvio BERLUSCONI, sceso in campo per salvaguardare il suo impero mediatico costruito durante gli anni della prima repubbblica;
1995, Lamberto DINI, già direttore della Banca d’Italia, molto vicino a Silvio Berlusconi;
1996, Romano PRODI, già presidente dell’IRI, dc di lungo corso;
1998, Massimo D’ALEMA, dirigente nazionale della FGCI e del PCI;
2000, Giuliano AMATO (vedi sopra)
2001, Silvio BERLUSCONI (vedi sopra)
2006, Romano PRODI (vedi sopra)
2008, Silvio BERLUSCONI (Vedi sopra);
2011, Mario MONTI , ex prof. della Bocconi, già commissario UE;
2013, Enrico LETTA, allievo di Beniamino Andreatta e nipote di Gianni Letta primo consigliere politico di Silvio Berlusconi;
2014, Matteo RENZI, non parlamentare, sbalzato da sindaco di Firenze a capo del Governo.

Dai molti “vedi sopra” e dalle biografie delle personalità elencate  si può desumere che la “seconda repubblica” è una mera invenzione giornalistica.

Agostino Spataro

Roma 2 febbraio 2015.

venerdì 23 gennaio 2015

IL COMPLEANNO di Agostino Spataro




1… Ad una certa età, inevitabilmente, l’uomo diventa più riflessivo e s’interroga su fatti e cose apparentemente banali o dati per scontati. In questi giorni freddi dell’inverno ungherese, avvicinandosi la data, mi sono chiesto che cosa sia in realtà il compleanno. E’ un anno di vita in più o in meno? In più o in meno, rispetto a cosa, a quale traguardo? Un anno rubato alla Signora che attende, inquieta, in fondo al viale o aggiunto alla vita fin qui vissuta?
Le risposte non sono facili e soprattutto non esaustive, poiché dipendono dal punto di vista personale, perfino dall’umore momentaneo. Perciò, nell’incertezza sarebbe meglio non festeggiarlo. Obliarlo, se possibile. Ma come si fa a obliarlo se tutti te lo ricordano, affettuosamente?
Quest’anno, addirittura, l’ho festeggiato due volte: una prima in casa, la sera del 21 gennaio, con Jolikè (alias Laky Ilona Gyongyvér (1), da 44 anni mia compagna di vita) la quale, per l’occasione, ha preparato un fritto d’infidi gamberi congelati provenienti dai lontani mari del Sud, esattamente dalla Nuova Zelanda, innaffiati con un vivace frizzantino ungherese; una seconda nel nostro ristorante preferito, la sera del 22, per  dare soddisfazione alla famiglia, per occhio di popolo come si suol dire.    

2… Vi chiederete: perché due volte, in così rapida successione?
E’ presto detto. Intorno alla mia data di nascita c’è una piccola anomalia da chiarire. Per l’anagrafe del comune di Joppolo Giancaxio sono nato il 22 gennaio del 1948. Alcuni amici- per celia- sogliono anticipare di un secolo la data. Anticipazione che accetto di buon grado poiché  il 1848 segnò l’inizio dell’epopea risorgimentale in Sicilia e in Europa
In realtà, nacqui- come più volte mi assicurò mia madre- alle ore 22 del 21 gennaio 1948. Mancavano solo due ore al nuovo giorno e mio padre pensò bene di “rivelarmi” per il 22, per “farmi guadagnare un giorno”, mi confidò. Non per mia futura vanità, ma nel caso di una nuova guerra.
Mi spiego: mio padre, il quale- poveretto- fra leva, richiamo al fronte di guerra e prigionia in un lager nazista si era fatto 7 anni di servizio militare, volle spostare di un giorno la mia nascita nel timore che, fra 18-20 anni, qualche nuovo, esaltato dittatore potesse dichiarare una nuova guerra.
Guadagnare un giorno poteva significare guadagnare la vita. Sì, perché, a volte, si poteva evitare la temutissima “cartolina-precetto” e la “partenza” per il fronte se la “chiamata alle armi” si fermava il giorno precedente a quello in cui si era nati.
Ovviamente, ci voleva anche un po’ di fortuna. Tuttavia, tanti si sono sottratti alle tragiche incombenze della guerra proprio per il fatto di esser nati il giorno dopo la scadenza del bando.
A questo punto avrei voluto aprire una parentesi graffa (ma manca il tasto) per rilevare un inquietante mutamento d’approccio verso la guerra che si registra nelle nuove generazioni. Mentre prima, specie ai tempi dei due conflitti mondiali, si aveva il terrore della cartolina-precetto e per evitarla taluni si auto-invalidavano, oggi  tanti giovani, per lo più inoccupati, fanno la fila, brigano per essere incorporati nelle forze armate e inviati nelle più rischiose missioni militari all’estero: dall’Afghanistan al Libano, dall’Iraq alla Somalia, ecc. Ci saranno, certamente, problemi di tipo culturale, etico, d’induzione alla guerra (che inizia con i bambini davanti i “war games”), un’attrazione del lauto soldo, ma prima di tutto c’è una questione sociale irrisolta, un problema serio di occupazione, di mancanza di prospettiva professionale.
Poiché, credo che nessuno, tranne pochi esaltati, ami la guerra, il rischio della morte propria e delle tante procurate. 
Tale tendenza, per altro, fa risaltare di più il valore di quell’oculata, innocente precauzione di mio padre che, purtroppo, non mi avrebbe consentito di festeggiare il compleanno insieme a quello del Partito, che ho amato e servito come un figlio devoto, che cadeva il 21 gennaio. Capirete che anch’io un po’ sto celiando, anche perché nessuno, in quel momento, avrebbe potuto prevedere questa singolare coincidenza celebrativa.

3… Visto che siamo in argomento desidero fare un’altra precisazione: io non sono il secondo figlio di tre, come appare dalla configurazione attuale della mia famiglia, ma il quarto di cinque.
Nel senso che i miei genitori (Pietro, ultimogenito di nonno Calogero, il “viaggiatore”, e Giovanna Cultrera, ultimogenita di nonno Agostino, rinomato poeta dialettale) ebbero in tutto cinque figli: due (Calogero e Francesco) nati prima dello scoppio della guerra e morti in tenerissima età, nonostante il secondo, vista la morte del primo, fosse stato “votato” a San Francesco di Paola (patrono del paese ma un po’ pigro nel fare miracoli) e tre nati dopo (un secondo Calogero, io e mia sorella Zina)
A questi due fratelli morti neonati, probabilmente, devo la mia venuta al mondo poiché se fossero sopravvissuti, forse, i miei si sarebbero fermati… a tre. 
Per altro, aggiungo un particolare assurdo quanto disdicevole che denota la logica disumana del fascismo, legato alla nascita e alla morte dei due fratellini.
A quel tempo (si era nella seconda metà degli anni ’30), il regime fascista concedeva, per legge, un “premio” in denaro alle coppie che mettevano al mondo figli, soprattutto maschi, da destinare alla patria imperiale e alle future guerre programmate e/o minacciate.
Con i “premi” incassati per la nascita dei due bambini, i miei decisero di fabbricare una stanzetta sopra il fatiscente catojo in cui vivevano, per farne camera da letto nuziale e deposito stagionale per la “mancia” (nulla a che vedere con la patria di Don Chisciotte) ossia la riserva di fave e granaglie per sfamare la famiglia durante l’inverno.
Successe che qualcuno, fra i tanti leccaculo del locale fascio, segnalò alle autorità preposte la morte dei due bimbi provocando, di conseguenza, la revoca dei premi che erano stati incassati e investiti. I funzionari furono irremovibili e mio padre fu costretto a restituire, a rate, l’importo percepito.

4…  Di solito, quando si parla di nascite, di lieti eventi ci si sofferma prevalentemente sulla madre, meno sul padre che pure svolge un ruolo insostituibile nel concepimento e nella crescita della prole.
Pertanto, desidero dedicare due parole al mio che era un operaio, un bracciante taciturno e laborioso. Per me era un uomo molto speciale, giacché durante il ventennio, fu uno dei pochissimi abitanti del paese a non iscriversi al fascio.
Non perché fosse un antifascista convinto, militante, ma per un sentimento intimo d’orgoglio e d'anticonformismo. E  pensare che aveva un fratello “milite” fanatico e autoritario il quale, potenza del privilegio, all’entrata in guerra dell’Italia restò in paese a presidiare la sicurezza dei suoi amici gerarchi, mentre mio padre, che fascista non era, fu richiamato a combattere una guerra folle dichiarata da Mussolini, su ordine di Hitler.
Come accennato, stette cinque anni alla malora: tre di guerra nei Balcani e due di campo di concentramento in Germania dove fu deportato per essersi rifiutato, dopo l’armistizio, di combattere negli eserciti nazifascisti.
Nel lager i prigionieri erano utilizzati per lavori durissimi in condizioni umilianti, di vera schiavitù. Infatti, erano chiamati “gli schiavi di Hitler”.
Solo raramente, mio padre parlava di questa sua drammatica esperienza che gli valse, soltanto, una medaglia d’onore assegnatagli (alla memoria) dal presidente della Repubblica.
Non voleva sentire parlare nemmeno di tedeschi e di kartoffen (patate) perché gli ricordavano quelle bucce sporche, passategli di nascosto dal kapò in cambio di tre sigarette ch’erano la sua dotazione giornaliera di tabacco, che fu costretto a mangiare per salvarsi.
Si rifugiava nel piú sdegnoso silenzio per esprimere il suo risentimento per il trattamento subito in quell’inferno indicibile in cui si consumò la shoa degli ebrei, ma anche lo sterminio di centinaia di migliaia d'antifascisti, di zingari, d’internati militari, di apolidi, ecc. 
Della sua squadra, composta di 35 prigionieri, ne sopravvissero soltanto 5, fra cui lui e un compaesano, Domenico Sprio, fortunosamente capitato in quella sventurata comitiva.
Mio padre fu uno degli ultimi “sbandati” a ritornare in paese e quando fu sicuro d’esser uscito dall’incubo della guerra volle fare un figlio, per ricominciare...

5… Così, nacqui io, figlio del dopoguerra, di quella stagione di speranze e turbolenze che vide l’Italia e l’Europa ritornare, lentamente, alla vita, alla libertà, alla democrazia.
Gli uomini rientrati dai fronti o dalle prigioni, per prima cosa, fecero figli anche se non disponevano di un lavoro degno e di cibo sufficiente per sfamarli.
Procreare era un segno di vitalità, di affermazione di una volontà di rinascita, d’altruismo.
Nel triennio 1948-50, a Joppolo e altrove, nascemmo una caterva di bambini con dentro i cromosomi del rifiuto della guerra e la voglia di progredire oltre i limiti storici dell’atavica, feudale condizione umana e politica. 
Vidi la luce in quella stanzetta fredda (del premio revocato), al primo piano di via Salita Panzera, attaccata alla grande madre Roccia e al recipiente del Voltano. Per mia madre sarà stato un travaglio davvero doloroso visto che pesavo 5,6 kg, anche se uscii senza particolari difficoltà grazie anche alla perizia della levatrice, signora Maria Cimino.
Mesi dopo, fra i tanti e sempre con l’ausilio della stessa ostetrica, nacquero Giovanni Sacco e Angelo Capodicasa.
Il caso volle che lungo il nostro comune percorso politico incontrammo Dino Tuttolomondo, figlio della nostra levatrice e segretario provinciale del PCI, con il quale, a un certo punto, ci scontrammo, non per fatto personale ma esclusivamente per il bene del Partito.
A cavallo fra gli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, questi quattro “giancascisi” ci ritrovammo impegnati nella direzione della Federazione provinciale del Pci di Agrigento, talvolta muovendo da punti di vista differenti, in una difficile battaglia politica, anche interna, per bloccare la decadenza del Partito e riportarlo (come poi avvenne) a più alti livelli di consistenza elettorale e di protagonismo politico.
Un confronto doloroso ma necessario, del quale più mi preoccupava lo stato d’animo di quella gentile signora quando avrà saputo del contrasto insorto fra suo figlio e i tre baldi giovanotti che lei aveva aiutato a vedere la luce della vita.   
   
6… Termino, con una menzione al mio “fratello di latte” alias Giuseppe Sacco (inteso “Peppi di Filippa”) che, per un lungo periodo, sarebbe divenuto compagno di giochi e di lotta politica.
Fratello di latte era chiamato quel neonato il quale, non potendo allattare al seno materno, era affidato alle cure di una puerpera che già allattava il suo. 
Zia Filippa pregò mia madre di badare al figlio e così con Peppi ci ritrovammo “fratelli” che - come due cuccioli affamati -  succhiavano dalle medesime “fonti sacre” della vita.
Gli antichi mostravano un gran rispetto per il seno materno, non a caso adoravano Artemide di Efeso per le sue molte mammelle, simboli di bellezza e di fertilità; purtroppo, oggi, capita di vederle mercificate da ignobili pubblicitari e da sfruttatori senza scrupoli che, forse, le considerano “la cosa più superflua e vuota, essenza vana…” come ebbe a scrivere un celebre scrittore spagnolo. (2)
Mia madre non era una balia. Accettò solo per pietà umana. Era una donna forte e generosa e, seppure vivesse in condizioni di povertà, accettò di allattare quel bimbo come se fosse stato il mio gemello.
E così, zia Filippa, che certo capiva la situazione, ogni tanto portava, col bambino, una “mbroglia di pani” e un po’ di brodo di gallina caldo nel portapranzo. Allora il “pranzo” non si consumava a tavola, ma si “portava”, anzi si trasportava, dentro ciotole e camelle (contenitori di alluminio), di casa in casa o per le vastità delle campagne.
Con quelle poche sostanze, mia madre continuò ad allattare i due “ladroni”, come simpaticamente ci avevano ribattezzati.
Tempi duri quelli, ma anche di umana solidarietà fra poveri. Soprattutto, fra queste orgogliose madri del Sud che fecero (purtroppo continuano a fare) enormi sacrifici per allevare e far crescere i figli che avrebbero visto partire per questo Nord che, sovente, si è mostrato ingrato. Comunque sia, un progresso c’è stato: mentre prima i giovani partivano per la guerra e molti non tornavano più, oggi (ri) partono per il Nord ma  d’estate ritornano al paese. Solo d’estate. Il problema, il nostro grande problema, è quello di vedere cosa fare sul serio per farli restare nel Sud, con le loro madri.
                         
                                   Agostino Spataro

Budapest 23 gennaio 2015.


Note:

(1) Mio suocero Laky Karoly,  cultore della storia del popolo magiaro derivato dagli Unni, impose al figlio il nome di Attila e alla figlia quello di Gyongyvér che vuol dire “Sangue della sorella di Attila”. Con un nome così lungo e impegnativo un vezzeggiativo s’imponeva.    

(2) Ramon Gomez de la Serna, autore di “Seni”, Edizioni Dell’Oglio, 1978.





P.S. Ho scritto questa “cosina” un po’ di getto, non tanto per celebrare il mio compleanno (che come si sarà capito non m’importa granché) quanto per recare un piccolo contributo alla ricostruzione della memoria collettiva, della mentalità e dei costumi vigenti nel nostro paesino durante gli anni del secondo dopoguerra. Sperando che possa incontrare l’interesse dei più giovani. (a.s.)