Montevideo, 1 marzo 2015, il neo presidente Ramon TabarèVasquez e il vice-presidente Raul Fernando Sendic alla cerimonia del giuramento.
In Italia quasi nessuno ne parla, forse per imbarazzo, ma c'è una grande regione del mondo, il Sud America, dove la sinistra e le forze progressiste continuano a vincere.
Alle dittatture di destra sono subentrati governi eletti democraticamente che stanno realizzando politiche di sviluppo sostenibile e d'inclusione sociale, una lotta decisa alla povertà e ai privilegi delle oligarchie latifondiste e neo-coloniali.
Oggi, si è insediato Ramon Tabaré Vasquez, il nuovo presidente dell'Uruguay che succede al popolarissimo Pepe Mujica; due presidenti espressione del "Frente Amplio" una formazione unitaria delle forze progressiste e di sinistra che, da circa venti anni, governa il Paese. Con buoni risultati.
Vice-presidente è Raul Fernando Sendic, già ministro e presidente dell'ente petrolifero di Stato, figlio del fondatore e capo dei "Tupamaros" organizzazione di resistenza che lottò, vittoriosamente, contro la dittatura militare di destra. Mujica, Sendic, come dire buon sangue non mente. Buon lavoro! (a.s.)
Pepe Mujica presidente uscente con il presidente entrante Tabaré Vasquez
Pepe Mujica e Raul Sendic
Montevideo, 2012, Raul Sendic presenta il libro di Agostino Spataro "Petrolio, il sangue della guerra"
domenica 1 marzo 2015
giovedì 26 febbraio 2015
GUARDATE COSA FA AL PIANOFORTE QUESTO BAMBINO DI 5 MESI !
https://www.dropbox.com/s/20hb354lwua2u8u/Nonno%20Agostino%20con%20Giuseppe.mp4?dl=0
Classica scenetta familiare con al centro il mio nipotino Giuseppe di 5 mesi e 6 giorni alle prese con la tastiera del pianoforte. Il video, essendo stato ridotto, ha perso in qualità; comunque rende l'idea. Saluti (a.s.)
mercoledì 25 febbraio 2015
Mezzogiorno, du déclin à nouvelle frontière méditerranéenne ?
martedì 17 febbraio 2015
QUANDO L’ITALIA AVEVA UNA POLITICA ESTERA
di Agostino Spataro*
La crisi libica e i frettolosi propositi interventisti
annunciati (anche se opportunamente, “calmierati” dalle odierne dichiarazioni
del presidente del Consiglio, Matteo Renzi) ripropongono la necessità di una
riflessione sulla politica estera italiana per come è venuta evolvendo (?)
durante questa lunga e confusa transizione in cui sono cambiati (in peggio)
l’approccio, la concezione, gli obiettivi delle relazioni internazionali
dell’Italia, dell’Europa verso il mondo arabo e altre regioni del Pianeta.
Con la cd. “seconda” Repubblica, si è, infatti, passati dal dialogo alla sfiducia, al conflitto.
Un bel "capolavoro", insomma, che contrasta con l’immagine di un’Italia solidale e popolare che, nel rispetto delle alleanze internazionali, riusciva (nella “prima”) a esprimere una politica estera, ampiamente condivisa in Parlamento, aperta al dialogo e alla cooperazione economica, in primo luogo con i Paesi dello scacchiere arabo e mediterraneo.
Una politica di pace che generava nuove occasioni d’incontro, favoriva la penetrazione in nuovi mercati e commesse importanti per le imprese italiane. Le buone relazioni politiche e culturali italo - arabe erano la chiave di volta per accrescere il volume degli scambi economici e commerciali.
Insomma, il dialogo pagava e assicurava all’Italia un ruolo primario nell’area arabo-mediterranea, anche in campo economico.
Nostalgia? Confesso che un pò c'è pure. Ma ciò che più mi preme è il desiderio di vedere cambiare le cose nel senso richiesto dalla maggioranza del popolo italiano che non vuole la guerra, ma un cambio della nostra politica estera che specie verso questo scacchiere si è progressivamente militarizzata con risultati doppiamente in perdita. Infatti, alle ingenti spese per finanziare missioni militari bisogna aggiungere i dati della crescita del deficit commerciale. Oltre, naturalmente, i nuovi rischi, in termini di sicurezza, cui si espone il Paese, come insegna l’attuale crisi libica.
Con la cd. “seconda” Repubblica, si è, infatti, passati dal dialogo alla sfiducia, al conflitto.
Un bel "capolavoro", insomma, che contrasta con l’immagine di un’Italia solidale e popolare che, nel rispetto delle alleanze internazionali, riusciva (nella “prima”) a esprimere una politica estera, ampiamente condivisa in Parlamento, aperta al dialogo e alla cooperazione economica, in primo luogo con i Paesi dello scacchiere arabo e mediterraneo.
Una politica di pace che generava nuove occasioni d’incontro, favoriva la penetrazione in nuovi mercati e commesse importanti per le imprese italiane. Le buone relazioni politiche e culturali italo - arabe erano la chiave di volta per accrescere il volume degli scambi economici e commerciali.
Insomma, il dialogo pagava e assicurava all’Italia un ruolo primario nell’area arabo-mediterranea, anche in campo economico.
Nostalgia? Confesso che un pò c'è pure. Ma ciò che più mi preme è il desiderio di vedere cambiare le cose nel senso richiesto dalla maggioranza del popolo italiano che non vuole la guerra, ma un cambio della nostra politica estera che specie verso questo scacchiere si è progressivamente militarizzata con risultati doppiamente in perdita. Infatti, alle ingenti spese per finanziare missioni militari bisogna aggiungere i dati della crescita del deficit commerciale. Oltre, naturalmente, i nuovi rischi, in termini di sicurezza, cui si espone il Paese, come insegna l’attuale crisi libica.
Dal dialogo la pace e la prosperità, dalla guerra
morte, miseria e nuove migrazioni
Sotto questo profilo, il caso italiano è esemplare.
Basterebbe fare qualche conto e alcuni confronti fra le bilance commerciali di
allora e di oggi per capire le cause dell’attuale svantaggio italiano e
scoprire la differenza che corre fra il dialogo e la chiusura razzistica o, se
si preferisce, fra la cooperazione pacifica e lo scontro di civiltà. La tanto biasimata “prima Repubblica”,
specie nel periodo a cavallo fra gli ’70 e ’80, produsse una politica estera
equilibrata, lungimirante e ampiamente condivisa di cui va dato merito ai tre
grandi partiti popolari (Dc, Pci e Psi) e ai loro più prestigiosi dirigenti:
Aldo Moro, Giulio Andreotti, Enrico Berlinguer, Giancarlo Pajetta, Bettino Craxi,
Riccardo Lombardi.
La lista è breve perché, per il periodo considerato, non
vedo altri che vi possano degnamente figurare.
Ovviamente, con ciò non si vuol mitizzare nessuna delle
personalità sopra citate o sostenere che quello fu un periodo aureo per
l’Italia. I problemi c’erano ed anche gravi: dall’attacco ai diritti
sociali dei lavoratori alla sicurezza e all’ordine pubblici, dal clientelismo
alla corruzione, ecc.
Il Pci li affrontò, dall’opposizione, con determinazione e
con grandi mobilitazioni popolari, e con chiarezza di obiettivi, riconducendoli
all’esigenza di un cambiamento della prospettiva generale del Paese che se
fosse avvenuto avrebbe evitato il declino economico e morale in cui è stato
trascinato.
Con tale richiamo ho voluto ricordare che, nonostante tutto, in quegli anni cruciali, l’Italia
riuscì a ritagliarsi un ruolo relativamente autonomo in politica estera. Un ruolo proporzionato alle sue potenzialità, senza
grandi pretese, orientato al dialogo fra gli Stati, al sostegno del
diritto alla sovranità dei popoli ancora irredenti, in primo luogo, di quello
martire di Palestina che sostenemmo senza mai deflettere dalla difesa del
diritto all’esistenza d’Israele entro i confini riconosciuti dalle Nazioni
Unite. La questione è ancora
insoluta per una serie di ragioni, fra cui la “cattiva
abitudine” dei governanti israeliani di fuoriuscire dagli ambiti territoriali loro
attribuiti dall’Onu e di non volervi rientrare.
Seguendo la linea della giustizia e della legalità internazionali, contribuimmo a rafforzare la pace nello scacchiere arabo-mediterraneo e, cosa di non poco conto, a tutelare il nostro Paese da rischi micidiali, creando, al contempo, importanti occasioni di scambio, reciprocamente vantaggiosi.
Insomma, un nuovo scenario di convivenza pacifica, di rispetto e di mutua comprensione, di fervore collaborativo, solidaristico all’interno del quale s'individuò perfino una prospettiva seria di proiezione internazionale, di crescita per il nostro Mezzogiorno, oggi ricacciato ai margini dello sviluppo, assillato dalla criminalità e ridotto a mero deposito di risorse energetiche al servizio del centro-nord ipersviluppato.
Il cambio di “nemico”: dall’Urss al terrorismo islamico
Seguendo la linea della giustizia e della legalità internazionali, contribuimmo a rafforzare la pace nello scacchiere arabo-mediterraneo e, cosa di non poco conto, a tutelare il nostro Paese da rischi micidiali, creando, al contempo, importanti occasioni di scambio, reciprocamente vantaggiosi.
Insomma, un nuovo scenario di convivenza pacifica, di rispetto e di mutua comprensione, di fervore collaborativo, solidaristico all’interno del quale s'individuò perfino una prospettiva seria di proiezione internazionale, di crescita per il nostro Mezzogiorno, oggi ricacciato ai margini dello sviluppo, assillato dalla criminalità e ridotto a mero deposito di risorse energetiche al servizio del centro-nord ipersviluppato.
Il cambio di “nemico”: dall’Urss al terrorismo islamico
Sappiamo che, spesso, i confronti non sono graditi, ma non
si può negare che, ieri, l’Italia, col concorso di tutte le forze di progresso,
dei lavoratori e degli imprenditori, raggiunse primati davvero eccezionali,
fino al punto di figurare fra le prime sette potenze industriali del pianeta.
Mentre oggi è in recessione da lungo tempo. Il populismo e il “patriottismo” di bottega, per altro molto costoso, stanno bruciando gran parte di quei risultati e avviato il Paese su una china molto preoccupante sul terreno politico e su quello della coesione sociale.
Mentre oggi è in recessione da lungo tempo. Il populismo e il “patriottismo” di bottega, per altro molto costoso, stanno bruciando gran parte di quei risultati e avviato il Paese su una china molto preoccupante sul terreno politico e su quello della coesione sociale.
Perché questo cambiamento di rotta, di ruolo?
La risposta non è facile, anche se si possono intravedere le
cause e gli interessi (anche esterni) che l’hanno determinato. Il tema, per
altro, è molto ampio e non può essere affrontato con fredde analisi
individuali.
Servirebbe una seria
riflessione, un dibattito pubblico (non televisivo, per favore!) affinché,
anche facendo tesoro di quell'esperienza, si possa re-impostare la politica estera
italiana ed europea su canoni più rispondenti ai nostri e non agli altrui
bisogni.
Poiché, in fondo, questo è il vero problema!
Certo, i tempi
cambiano e così gli scenari, gli attori della politica internazionale, tuttavia
consiglio di non disperdere quel patrimonio, quell’esempio creativo, fatto di
saggezza e lungimiranza, sperimentato nella “prima Repubblica” che
consentirono, dialogando con tutti (con arabi e israeliani, con Usa e Urss,
ecc), di delineare un ruolo originale dell’Italia, di scongiurare nuovi conflitti e di evitare che
il nostro paese ne restasse coinvolto.
Oggi, invece… Non è
il caso di personalizzare le responsabilità. La questione è d’indirizzo
politico generale e attiene ai doveri dei ceti dirigenti del Paese, politici e
no.
L’Italia non può restare
impantanata a organizzare, su richiesta, solo missioni militari “umanitarie”,
partecipazioni a conflitti sanguinosi interminabili, a vendere e acquistare
costosi sistemi d’arma, a minacciare, promuovere nuove guerre con i nostri
vicini.
E dire che con il crollo dell’Urss fu promesso l’avvento del
regno della libertà e della pace perpetua!
In realtà, la guerra da “fredda” è divenuta “calda” anche
in Europa (il conflitto in Ucraina è davvero inquietante). C’è stato solo un
cambio di “nemico”: ieri era il Patto di Varsavia, oggi è il terrorismo, vero o
presunto, spesso artefatto secondo i disegni geo- strategici.
Se non vogliamo restare condannati a vivere nella paura,
a combattere contro il nuovo “nemico” chissà per quanto tempo, se vogliamo
progredire e aprirci al mondo nuovo che sta sorgendo sono necessarie una nuova
politica estera italiana ed europea e una svolta sul terreno dell’economia e
della questione sociale.
(16 febbraio 2015)
* http://it.wikipedia.org/wiki/Agostino_Spataro
mercoledì 11 febbraio 2015
COME PREVISTO, IN LIBIA LA NATO HA "VINTO" LA GUERRA, MA HA PERSO IL DOPOGUERRA
http://www.lafeltrinelli.it/libri/spataro-agostino/nella-libia-gheddafi/9788891077394
NO AD UNA SECONDA GUERRA IN LIBIA!
di Angelo del Boca e Alex Zanotelli
Per aderire all'appello vai in fondo alla pagina
Leggi le adesioni
L'abbattimento
del regime di Gheddafi ha riportato la Libia al clima politico ed
economico di due secoli fa, prima della colonizzazione italiana e ancora
prima della presenza ottomana. In altre parole, si è tornati ad una
tribalizzazione del territorio. Scomparsi i confini amministrativi, ogni
tribù difende le proprie frontiere e sfrutta le risorse petrolifere.
Non
c'è alcun dubbio che Muammar Gheddafi è stato un crudele dittatore, ma
nei suoi 42 anni di regno ha mantenuta intatta la nazione libica, l'ha
dotata di un forte esercito e di un'eccellente amministrazione al punto
che il reddito pro-capite del libico era il più alto dell'Africa e si
avvicinava a quello dei paesi europei. Ma soprattutto ha dato ai libici
una fierezza che non avevano mai conosciuto.
A tre anni dal suo assassinio (avrebbe meritato un processo), la Libia è
nel caos più completo e già si parla con insistenza di risolvere la
questione inviando truppe dall'estero per organizzarvi una seconda,
micidiale e sciagurata guerra. Nel corso della prima infausta guerra,
voluta soprattutto dalla Francia di Sarkozy, il paese ha subìto danni
immensi, 25 mila morti e distruzioni valutate dal Fondo Monetario
Internazionale in 35 miliardi di dollari.
Poichè
le voci di un intervento militare italiano si fanno più frequenti, noi
chiediamo alle autorità del nostro Paese di non commettere il gravissimo
errore compiuto nel 2011 quando offrimmo sette delle nostre basi aeree e
più tardi una flotta di cacciabombardieri per aggredire un paese
sovrano, violando, per cominciare, gli articoli 11, 52, 78 e 87 della
nostra Costituzione.
In un solo caso l'Italia può
intervenire, nell'ambito di una missione di pace e dietro la precisa
richiesta dei due governi di Tripoli e di Tobruk che oggi si affrontano
in una sterile guerra civile. Ma anche in questo caso l'azione
dell'Italia deve essere coordinata con altri paesi europei e l'Unione
Africana(UA).
Animati soprattutto dal desiderio di riportare la pace in un paese la cui popolazione ha già sofferto abbastanza.
Ci
appelliamo al nostro ministro degli esteri Gentiloni, chè non si faccia
catturare dai venti di guerra che stanno soffiando insistenti. Ma
sopratutto chiediamo a tutto il movimento per la pace perchè faccia
pressione sul governo Renzi perchè l'Italia , come ex-potenza coloniale,
porti i vari rivali libici attorno a un tavolo. Questo per il bene
della Libia, ma anche per il bene nostro e dell'Europa.
Angelo Del Boca
Alex Zanotelli
Torino,8 febbraio 2015
Mercoledì 11 Febbraio,2015 Ore: 12:12 |
«Il Dialogo - Periodico di Monteforte Irpino»
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Direttore Responsabile: Giovanni Sarubbi
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Note legali --- La redazione --- Regolamento Forum
lunedì 2 febbraio 2015
LA (seconda) REPUBBLICA INESISTENTE
L’elezione dell’on. Sergio Mattarella a Presidente della
Repubblica conferma un’ anomalia, tutta italiana, secondo la quale la “seconda
repubblica” continua a essere governata,
rappresentata da attempate personalità della “prima”.
Come se la “seconda repubblica” non fosse mai nata o che i
suoi esponenti non fossero in grado di rappresentarla ai massimi vertici politici e istituzionali.
In realtà, la “seconda repubblica” è un prolungamento
surrettizio, e peggiorato, della “prima” che non fu abbattuta da un sommovimento
elettorale, ma dai colpi di maglio di taluni settori della magistratura.
Per averne una prova basta scorrere la lista dei presidenti
della repubblica e del Consiglio dei ministri eletti o incaricati a partire dal
1992, anno fatale del supposto crollo della prima repubblica.
PRESIDENTI DELLA REPUBBLICA
1992, on. Oscar Luigi SCALFARO, deputato dc alla Costutente
(1946), più volte ministro;
1999, Carlo Azeglio CIAMPI, partigiano, già governatore
della Banca d’Italia;
2006, on. Giorgio NAPOLITANO, dirigente nazionale del PCI
dagli anni ‘50, deputato e ministro;
2013, on. Giorgio NAPOLITANO (vedi sopra)
2015, on. Sergio MATTARELLA, dirigente e deputato dc, più
volte ministro, membro della Corte Costituzionale.
CAPI DEL GOVERNO
1992, on. Giuliano AMATO, sottosegretario alla presidenza con
il governo di Bettino Craxi;
1993, Carlo Azeglio CIAMPI (vedi sopra);
1994, Silvio BERLUSCONI, sceso in campo per salvaguardare il
suo impero mediatico costruito durante gli anni della prima repubbblica;
1995, Lamberto DINI, già direttore della Banca d’Italia,
molto vicino a Silvio Berlusconi;
1996, Romano PRODI, già presidente dell’IRI, dc di lungo
corso;
1998, Massimo D’ALEMA, dirigente nazionale della FGCI e del
PCI;
2000, Giuliano AMATO (vedi sopra)
2001, Silvio BERLUSCONI (vedi sopra)
2006, Romano PRODI (vedi sopra)
2008, Silvio BERLUSCONI (Vedi sopra);
2011, Mario MONTI , ex prof. della Bocconi, già commissario
UE;
2013, Enrico LETTA, allievo di Beniamino Andreatta e nipote
di Gianni Letta primo consigliere politico di Silvio Berlusconi;
2014, Matteo RENZI, non parlamentare, sbalzato da sindaco di
Firenze a capo del Governo.
Dai molti “vedi sopra” e dalle biografie delle personalità
elencate si può desumere che la “seconda
repubblica” è una mera invenzione giornalistica.
Agostino Spataro
Roma 2 febbraio 2015.
venerdì 23 gennaio 2015
IL COMPLEANNO di Agostino Spataro
1… Ad una certa età, inevitabilmente, l’uomo
diventa più riflessivo e s’interroga su fatti e cose apparentemente banali o
dati per scontati. In questi giorni freddi dell’inverno ungherese,
avvicinandosi la data, mi sono chiesto che cosa sia in realtà il compleanno. E’
un anno di vita in più o in meno? In più o in meno, rispetto a cosa, a quale
traguardo? Un anno rubato alla Signora che attende, inquieta, in fondo al viale
o aggiunto alla vita fin qui vissuta?
Le risposte non sono facili e soprattutto non
esaustive, poiché dipendono dal punto di vista personale, perfino dall’umore momentaneo.
Perciò, nell’incertezza sarebbe meglio non festeggiarlo. Obliarlo, se
possibile. Ma come si fa a obliarlo se tutti te lo ricordano, affettuosamente?
Quest’anno, addirittura, l’ho festeggiato due
volte: una prima in casa, la sera del 21 gennaio, con Jolikè (alias Laky Ilona
Gyongyvér (1), da 44 anni mia compagna di vita) la quale, per l’occasione, ha
preparato un fritto d’infidi gamberi congelati provenienti dai lontani mari del
Sud, esattamente dalla Nuova Zelanda, innaffiati con un vivace frizzantino
ungherese; una seconda nel nostro ristorante preferito, la sera del 22, per dare soddisfazione alla famiglia, per occhio
di popolo come si suol dire.
2… Vi chiederete: perché due volte, in così
rapida successione?
E’ presto detto. Intorno alla mia data di
nascita c’è una piccola anomalia da chiarire. Per l’anagrafe del comune di
Joppolo Giancaxio sono nato il 22 gennaio del 1948. Alcuni amici- per celia-
sogliono anticipare di un secolo la data. Anticipazione che accetto di buon
grado poiché il 1848 segnò l’inizio
dell’epopea risorgimentale in Sicilia e in Europa
In realtà, nacqui- come più volte mi assicurò
mia madre- alle ore 22 del 21 gennaio 1948. Mancavano solo due ore al nuovo giorno
e mio padre pensò bene di “rivelarmi” per il 22, per “farmi guadagnare un giorno”,
mi confidò. Non per mia futura vanità, ma nel caso di una nuova guerra.
Mi spiego: mio padre, il quale- poveretto- fra
leva, richiamo al fronte di guerra e prigionia in un lager nazista si era fatto
7 anni di servizio militare, volle spostare di un giorno la mia nascita nel timore
che, fra 18-20 anni, qualche nuovo, esaltato dittatore potesse dichiarare una
nuova guerra.
Guadagnare un giorno poteva significare
guadagnare la vita. Sì, perché, a volte, si poteva evitare la temutissima
“cartolina-precetto” e la “partenza” per il fronte se la “chiamata alle armi”
si fermava il giorno precedente a quello in cui si era nati.
Ovviamente, ci voleva anche un po’ di fortuna.
Tuttavia, tanti si sono sottratti alle tragiche incombenze della guerra proprio
per il fatto di esser nati il giorno dopo la scadenza del bando.
A questo punto avrei voluto aprire una
parentesi graffa (ma manca il tasto) per rilevare un inquietante mutamento d’approccio
verso la guerra che si registra nelle nuove generazioni. Mentre prima, specie
ai tempi dei due conflitti mondiali, si aveva il terrore della
cartolina-precetto e per evitarla taluni si auto-invalidavano, oggi tanti giovani, per lo più inoccupati, fanno
la fila, brigano per essere incorporati nelle forze armate e inviati nelle più
rischiose missioni militari all’estero: dall’Afghanistan al Libano, dall’Iraq
alla Somalia, ecc. Ci saranno, certamente, problemi di tipo culturale, etico,
d’induzione alla guerra (che inizia con i bambini davanti i “war games”),
un’attrazione del lauto soldo, ma prima di tutto c’è una questione sociale
irrisolta, un problema serio di occupazione, di mancanza di prospettiva
professionale.
Poiché, credo che nessuno, tranne pochi esaltati, ami la guerra, il
rischio della morte propria e delle tante procurate.
Tale tendenza, per altro, fa risaltare di più
il valore di quell’oculata, innocente precauzione di mio padre che, purtroppo, non
mi avrebbe consentito di festeggiare il compleanno insieme a quello del Partito,
che ho amato e servito come un figlio devoto, che cadeva il 21 gennaio. Capirete
che anch’io un po’ sto celiando, anche perché nessuno, in quel momento, avrebbe
potuto prevedere questa singolare coincidenza celebrativa.
3… Visto che siamo in argomento desidero fare
un’altra precisazione: io non sono il secondo figlio di tre, come appare dalla configurazione
attuale della mia famiglia, ma il quarto di cinque.
Nel senso che i miei genitori (Pietro,
ultimogenito di nonno Calogero, il “viaggiatore”, e Giovanna Cultrera,
ultimogenita di nonno Agostino, rinomato poeta dialettale) ebbero in tutto
cinque figli: due (Calogero e Francesco) nati prima dello scoppio della guerra
e morti in tenerissima età, nonostante il secondo, vista la morte del primo,
fosse stato “votato” a San Francesco di Paola (patrono del paese ma un po’
pigro nel fare miracoli) e tre nati dopo (un secondo Calogero, io e mia sorella
Zina)
A questi due fratelli morti neonati,
probabilmente, devo la mia venuta al mondo poiché se fossero sopravvissuti,
forse, i miei si sarebbero fermati… a tre.
Per altro, aggiungo un particolare assurdo
quanto disdicevole che denota la logica disumana del fascismo, legato alla
nascita e alla morte dei due fratellini.
A quel tempo (si era nella seconda metà degli
anni ’30), il regime fascista concedeva, per legge, un “premio” in denaro alle
coppie che mettevano al mondo figli, soprattutto maschi, da destinare alla
patria imperiale e alle future guerre programmate e/o minacciate.
Con i “premi” incassati per la nascita dei due
bambini, i miei decisero di fabbricare una stanzetta sopra il fatiscente catojo
in cui vivevano, per farne camera da letto nuziale e deposito stagionale per la
“mancia” (nulla a che vedere con la patria di Don Chisciotte) ossia la riserva
di fave e granaglie per sfamare la famiglia durante l’inverno.
Successe che qualcuno, fra i tanti leccaculo
del locale fascio, segnalò alle autorità preposte la morte dei due bimbi
provocando, di conseguenza, la revoca dei premi che erano stati incassati e
investiti. I funzionari furono irremovibili e mio padre fu costretto a
restituire, a rate, l’importo percepito.
4… Di
solito, quando si parla di nascite, di lieti eventi ci si sofferma
prevalentemente sulla madre, meno sul padre che pure svolge un ruolo
insostituibile nel concepimento e nella crescita della prole.
Pertanto, desidero dedicare due parole al mio
che era un operaio, un bracciante taciturno e laborioso. Per me era un uomo molto
speciale, giacché durante il ventennio, fu uno dei pochissimi abitanti del
paese a non iscriversi al fascio.
Non perché fosse un antifascista convinto,
militante, ma per un sentimento intimo d’orgoglio e d'anticonformismo. E pensare che aveva un fratello “milite”
fanatico e autoritario il quale, potenza del privilegio, all’entrata in guerra dell’Italia
restò in paese a presidiare la sicurezza dei suoi amici gerarchi, mentre mio
padre, che fascista non era, fu richiamato a combattere una guerra folle dichiarata da Mussolini, su ordine di Hitler.
Come accennato, stette cinque anni alla
malora: tre di guerra nei Balcani e due di campo di concentramento in Germania
dove fu deportato per essersi rifiutato, dopo l’armistizio, di combattere negli
eserciti nazifascisti.
Nel lager i prigionieri erano utilizzati per
lavori durissimi in condizioni umilianti, di vera schiavitù. Infatti, erano chiamati
“gli schiavi di Hitler”.
Solo raramente, mio padre parlava di questa sua
drammatica esperienza che gli valse, soltanto, una medaglia d’onore assegnatagli
(alla memoria) dal presidente della Repubblica.
Non voleva sentire parlare nemmeno di tedeschi
e di kartoffen (patate) perché gli ricordavano quelle bucce sporche, passategli
di nascosto dal kapò in cambio di tre sigarette ch’erano la sua dotazione
giornaliera di tabacco, che fu costretto a mangiare per salvarsi.
Si rifugiava nel piú sdegnoso silenzio per
esprimere il suo risentimento per il trattamento subito in quell’inferno
indicibile in cui si consumò la shoa degli ebrei, ma anche lo sterminio di
centinaia di migliaia d'antifascisti, di zingari, d’internati militari, di
apolidi, ecc.
Della sua squadra, composta di 35 prigionieri,
ne sopravvissero soltanto 5, fra cui lui e un compaesano, Domenico Sprio,
fortunosamente capitato in quella sventurata comitiva.
Mio padre fu uno degli ultimi “sbandati” a
ritornare in paese e quando fu sicuro d’esser uscito dall’incubo della guerra
volle fare un figlio, per ricominciare...
5… Così, nacqui io, figlio del dopoguerra, di
quella stagione di speranze e turbolenze che vide l’Italia e l’Europa ritornare,
lentamente, alla vita, alla libertà, alla democrazia.
Gli uomini rientrati dai fronti o dalle
prigioni, per prima cosa, fecero figli anche se non disponevano di un lavoro degno
e di cibo sufficiente per sfamarli.
Procreare era un segno di vitalità, di affermazione
di una volontà di rinascita, d’altruismo.
Nel triennio 1948-50, a Joppolo e altrove,
nascemmo una caterva di bambini con dentro i cromosomi del rifiuto della guerra
e la voglia di progredire oltre i limiti storici dell’atavica, feudale
condizione umana e politica.
Vidi la luce in quella stanzetta fredda (del
premio revocato), al primo piano di via Salita Panzera, attaccata alla grande
madre Roccia e al recipiente del Voltano. Per mia madre sarà stato un travaglio
davvero doloroso visto che pesavo 5,6 kg , anche se uscii senza particolari
difficoltà grazie anche alla perizia della levatrice, signora Maria Cimino.
Mesi dopo, fra i tanti e sempre con l’ausilio
della stessa ostetrica, nacquero Giovanni Sacco e Angelo Capodicasa.
Il caso volle che lungo il nostro comune
percorso politico incontrammo Dino Tuttolomondo, figlio della nostra levatrice
e segretario provinciale del PCI, con il quale, a un certo punto, ci scontrammo,
non per fatto personale ma esclusivamente per il bene del Partito.
A cavallo fra gli anni ’60 e ’70 del secolo
scorso, questi quattro “giancascisi” ci ritrovammo impegnati nella direzione
della Federazione provinciale del Pci di Agrigento, talvolta muovendo da punti
di vista differenti, in una difficile battaglia politica, anche interna, per
bloccare la decadenza del Partito e riportarlo (come poi avvenne) a più alti
livelli di consistenza elettorale e di protagonismo politico.
Un confronto doloroso ma necessario, del quale
più mi preoccupava lo stato d’animo di quella gentile signora quando avrà
saputo del contrasto insorto fra suo figlio e i tre baldi giovanotti che lei
aveva aiutato a vedere la luce della vita.
6… Termino, con una menzione al mio “fratello
di latte” alias Giuseppe Sacco (inteso “Peppi di Filippa”) che, per un lungo
periodo, sarebbe divenuto compagno di giochi e di lotta politica.
Fratello di latte era chiamato quel neonato il
quale, non potendo allattare al seno materno, era affidato alle cure di una
puerpera che già allattava il suo.
Zia Filippa pregò mia madre di badare al
figlio e così con Peppi ci ritrovammo “fratelli” che - come due cuccioli
affamati - succhiavano dalle medesime
“fonti sacre” della vita.
Gli antichi mostravano un gran rispetto per il seno materno, non a caso adoravano Artemide di
Efeso per le sue molte mammelle, simboli di bellezza e di fertilità; purtroppo,
oggi, capita di vederle mercificate da ignobili pubblicitari e da sfruttatori
senza scrupoli che, forse, le considerano “la
cosa più superflua e vuota, essenza
vana…” come ebbe a scrivere un celebre scrittore spagnolo. (2)
Mia madre non era una balia. Accettò solo per
pietà umana. Era una donna forte e generosa e, seppure vivesse in condizioni di
povertà, accettò di allattare quel bimbo come se fosse stato il mio gemello.
E così, zia Filippa, che certo capiva la
situazione, ogni tanto portava, col bambino, una “mbroglia di pani” e un po’ di
brodo di gallina caldo nel portapranzo. Allora il “pranzo” non si consumava a
tavola, ma si “portava”, anzi si trasportava, dentro ciotole e camelle
(contenitori di alluminio), di casa in casa o per le vastità delle campagne.
Con quelle poche sostanze, mia madre continuò
ad allattare i due “ladroni”, come simpaticamente ci avevano ribattezzati.
Tempi duri quelli, ma anche di umana solidarietà
fra poveri. Soprattutto, fra queste orgogliose madri del Sud che fecero
(purtroppo continuano a fare) enormi sacrifici per allevare e far crescere i
figli che avrebbero visto partire per questo Nord che, sovente, si è mostrato ingrato.
Comunque sia, un progresso c’è stato: mentre prima i giovani partivano per la
guerra e molti non tornavano più, oggi (ri) partono per il Nord ma d’estate ritornano al paese. Solo d’estate. Il
problema, il nostro grande problema, è quello di vedere cosa fare sul serio per
farli restare nel Sud, con le loro madri.
Agostino
Spataro
Budapest 23 gennaio 2015.
Note:
(1) Mio suocero Laky Karoly, cultore della storia del popolo magiaro
derivato dagli Unni, impose al figlio il nome di Attila e alla figlia quello di
Gyongyvér che vuol dire “Sangue della sorella di Attila”. Con un nome così
lungo e impegnativo un vezzeggiativo s’imponeva.
(2) Ramon Gomez de la Serna , autore di “Seni”,
Edizioni Dell’Oglio, 1978.
P.S. Ho
scritto questa “cosina” un po’ di getto, non tanto per celebrare il mio
compleanno (che come si sarà capito non m’importa granché) quanto per recare un
piccolo contributo alla ricostruzione della memoria collettiva, della mentalità
e dei costumi vigenti nel nostro paesino durante gli anni del secondo
dopoguerra. Sperando che possa incontrare l’interesse dei più giovani. (a.s.)
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