mercoledì 11 febbraio 2015

COME PREVISTO, IN LIBIA LA NATO HA "VINTO" LA GUERRA, MA HA PERSO IL DOPOGUERRA


              
          
       http://www.lafeltrinelli.it/libri/spataro-agostino/nella-libia-gheddafi/9788891077394





NO AD UNA SECONDA GUERRA IN LIBIA!
di Angelo del Boca e Alex Zanotelli

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L'abbattimento del regime di Gheddafi ha riportato la Libia al clima politico ed economico di due secoli fa, prima della colonizzazione italiana e ancora prima della presenza ottomana. In altre parole, si è tornati ad una tribalizzazione del territorio. Scomparsi i confini amministrativi, ogni tribù difende le proprie frontiere e sfrutta le risorse petrolifere.
Non c'è alcun dubbio che Muammar Gheddafi è stato un crudele dittatore, ma nei suoi 42 anni di regno ha mantenuta intatta la nazione libica, l'ha dotata di un forte esercito e di un'eccellente amministrazione al punto che il reddito pro-capite del libico era il più alto dell'Africa e si avvicinava a quello dei paesi europei. Ma soprattutto ha dato ai libici una fierezza che non avevano mai conosciuto.
      A tre anni dal suo assassinio (avrebbe meritato un processo), la Libia è nel caos più completo e già si parla con insistenza di risolvere la questione inviando truppe dall'estero per organizzarvi una seconda, micidiale e sciagurata guerra. Nel corso della prima infausta guerra, voluta soprattutto dalla Francia di Sarkozy, il paese ha subìto danni immensi, 25 mila morti e distruzioni valutate dal Fondo Monetario Internazionale in 35 miliardi di dollari.
Poichè le voci di un intervento militare italiano si fanno più frequenti, noi chiediamo alle autorità del nostro Paese di non commettere il gravissimo errore compiuto nel 2011 quando offrimmo sette delle nostre basi aeree e più tardi una flotta di cacciabombardieri per aggredire un paese sovrano, violando, per cominciare, gli articoli 11, 52, 78 e 87 della nostra Costituzione.
In un solo caso l'Italia può intervenire, nell'ambito di una missione di pace e dietro la precisa richiesta dei due governi di Tripoli e di Tobruk che oggi si affrontano in una sterile guerra civile. Ma anche in questo caso l'azione dell'Italia deve essere coordinata con altri paesi europei e l'Unione Africana(UA).
Animati soprattutto dal desiderio di riportare la pace in un paese la cui popolazione ha già sofferto abbastanza.
Ci appelliamo al nostro ministro degli esteri Gentiloni, chè non si faccia catturare dai venti di guerra che stanno soffiando insistenti. Ma sopratutto chiediamo a tutto il movimento per la pace perchè faccia pressione sul governo Renzi perchè l'Italia , come ex-potenza coloniale, porti i vari rivali libici attorno a un tavolo. Questo per il bene della Libia, ma anche per il bene nostro e dell'Europa.
Angelo Del Boca
Alex Zanotelli
Torino,8 febbraio 2015





Mercoledì 11 Febbraio,2015 Ore: 12:12
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lunedì 2 febbraio 2015

LA (seconda) REPUBBLICA INESISTENTE




L’elezione dell’on. Sergio Mattarella a Presidente della Repubblica conferma un’ anomalia, tutta italiana, secondo la quale la “seconda repubblica” continua a essere  governata, rappresentata da attempate personalità della “prima”.
Come se la “seconda repubblica” non fosse mai nata o che i suoi esponenti non fossero in grado di rappresentarla  ai massimi vertici politici e istituzionali.
In realtà, la “seconda repubblica” è un prolungamento surrettizio, e peggiorato, della “prima” che non fu abbattuta da un sommovimento elettorale, ma dai colpi di maglio di taluni settori della magistratura.
Per averne una prova basta scorrere la lista dei presidenti della repubblica e del Consiglio dei ministri eletti o incaricati a partire dal 1992, anno fatale del supposto crollo della prima repubblica.

PRESIDENTI DELLA REPUBBLICA

1992, on. Oscar Luigi SCALFARO, deputato dc alla Costutente (1946), più volte ministro;
1999, Carlo Azeglio CIAMPI, partigiano, già governatore della Banca d’Italia;
2006, on. Giorgio NAPOLITANO, dirigente nazionale del PCI dagli anni ‘50, deputato e ministro;
2013, on. Giorgio NAPOLITANO (vedi sopra)
2015, on. Sergio MATTARELLA, dirigente e deputato dc, più volte ministro, membro della Corte Costituzionale.

CAPI DEL GOVERNO

1992, on. Giuliano AMATO, sottosegretario alla presidenza con il governo di Bettino Craxi;
1993, Carlo Azeglio CIAMPI (vedi sopra);
1994, Silvio BERLUSCONI, sceso in campo per salvaguardare il suo impero mediatico costruito durante gli anni della prima repubbblica;
1995, Lamberto DINI, già direttore della Banca d’Italia, molto vicino a Silvio Berlusconi;
1996, Romano PRODI, già presidente dell’IRI, dc di lungo corso;
1998, Massimo D’ALEMA, dirigente nazionale della FGCI e del PCI;
2000, Giuliano AMATO (vedi sopra)
2001, Silvio BERLUSCONI (vedi sopra)
2006, Romano PRODI (vedi sopra)
2008, Silvio BERLUSCONI (Vedi sopra);
2011, Mario MONTI , ex prof. della Bocconi, già commissario UE;
2013, Enrico LETTA, allievo di Beniamino Andreatta e nipote di Gianni Letta primo consigliere politico di Silvio Berlusconi;
2014, Matteo RENZI, non parlamentare, sbalzato da sindaco di Firenze a capo del Governo.

Dai molti “vedi sopra” e dalle biografie delle personalità elencate  si può desumere che la “seconda repubblica” è una mera invenzione giornalistica.

Agostino Spataro

Roma 2 febbraio 2015.

venerdì 23 gennaio 2015

IL COMPLEANNO di Agostino Spataro




1… Ad una certa età, inevitabilmente, l’uomo diventa più riflessivo e s’interroga su fatti e cose apparentemente banali o dati per scontati. In questi giorni freddi dell’inverno ungherese, avvicinandosi la data, mi sono chiesto che cosa sia in realtà il compleanno. E’ un anno di vita in più o in meno? In più o in meno, rispetto a cosa, a quale traguardo? Un anno rubato alla Signora che attende, inquieta, in fondo al viale o aggiunto alla vita fin qui vissuta?
Le risposte non sono facili e soprattutto non esaustive, poiché dipendono dal punto di vista personale, perfino dall’umore momentaneo. Perciò, nell’incertezza sarebbe meglio non festeggiarlo. Obliarlo, se possibile. Ma come si fa a obliarlo se tutti te lo ricordano, affettuosamente?
Quest’anno, addirittura, l’ho festeggiato due volte: una prima in casa, la sera del 21 gennaio, con Jolikè (alias Laky Ilona Gyongyvér (1), da 44 anni mia compagna di vita) la quale, per l’occasione, ha preparato un fritto d’infidi gamberi congelati provenienti dai lontani mari del Sud, esattamente dalla Nuova Zelanda, innaffiati con un vivace frizzantino ungherese; una seconda nel nostro ristorante preferito, la sera del 22, per  dare soddisfazione alla famiglia, per occhio di popolo come si suol dire.    

2… Vi chiederete: perché due volte, in così rapida successione?
E’ presto detto. Intorno alla mia data di nascita c’è una piccola anomalia da chiarire. Per l’anagrafe del comune di Joppolo Giancaxio sono nato il 22 gennaio del 1948. Alcuni amici- per celia- sogliono anticipare di un secolo la data. Anticipazione che accetto di buon grado poiché  il 1848 segnò l’inizio dell’epopea risorgimentale in Sicilia e in Europa
In realtà, nacqui- come più volte mi assicurò mia madre- alle ore 22 del 21 gennaio 1948. Mancavano solo due ore al nuovo giorno e mio padre pensò bene di “rivelarmi” per il 22, per “farmi guadagnare un giorno”, mi confidò. Non per mia futura vanità, ma nel caso di una nuova guerra.
Mi spiego: mio padre, il quale- poveretto- fra leva, richiamo al fronte di guerra e prigionia in un lager nazista si era fatto 7 anni di servizio militare, volle spostare di un giorno la mia nascita nel timore che, fra 18-20 anni, qualche nuovo, esaltato dittatore potesse dichiarare una nuova guerra.
Guadagnare un giorno poteva significare guadagnare la vita. Sì, perché, a volte, si poteva evitare la temutissima “cartolina-precetto” e la “partenza” per il fronte se la “chiamata alle armi” si fermava il giorno precedente a quello in cui si era nati.
Ovviamente, ci voleva anche un po’ di fortuna. Tuttavia, tanti si sono sottratti alle tragiche incombenze della guerra proprio per il fatto di esser nati il giorno dopo la scadenza del bando.
A questo punto avrei voluto aprire una parentesi graffa (ma manca il tasto) per rilevare un inquietante mutamento d’approccio verso la guerra che si registra nelle nuove generazioni. Mentre prima, specie ai tempi dei due conflitti mondiali, si aveva il terrore della cartolina-precetto e per evitarla taluni si auto-invalidavano, oggi  tanti giovani, per lo più inoccupati, fanno la fila, brigano per essere incorporati nelle forze armate e inviati nelle più rischiose missioni militari all’estero: dall’Afghanistan al Libano, dall’Iraq alla Somalia, ecc. Ci saranno, certamente, problemi di tipo culturale, etico, d’induzione alla guerra (che inizia con i bambini davanti i “war games”), un’attrazione del lauto soldo, ma prima di tutto c’è una questione sociale irrisolta, un problema serio di occupazione, di mancanza di prospettiva professionale.
Poiché, credo che nessuno, tranne pochi esaltati, ami la guerra, il rischio della morte propria e delle tante procurate. 
Tale tendenza, per altro, fa risaltare di più il valore di quell’oculata, innocente precauzione di mio padre che, purtroppo, non mi avrebbe consentito di festeggiare il compleanno insieme a quello del Partito, che ho amato e servito come un figlio devoto, che cadeva il 21 gennaio. Capirete che anch’io un po’ sto celiando, anche perché nessuno, in quel momento, avrebbe potuto prevedere questa singolare coincidenza celebrativa.

3… Visto che siamo in argomento desidero fare un’altra precisazione: io non sono il secondo figlio di tre, come appare dalla configurazione attuale della mia famiglia, ma il quarto di cinque.
Nel senso che i miei genitori (Pietro, ultimogenito di nonno Calogero, il “viaggiatore”, e Giovanna Cultrera, ultimogenita di nonno Agostino, rinomato poeta dialettale) ebbero in tutto cinque figli: due (Calogero e Francesco) nati prima dello scoppio della guerra e morti in tenerissima età, nonostante il secondo, vista la morte del primo, fosse stato “votato” a San Francesco di Paola (patrono del paese ma un po’ pigro nel fare miracoli) e tre nati dopo (un secondo Calogero, io e mia sorella Zina)
A questi due fratelli morti neonati, probabilmente, devo la mia venuta al mondo poiché se fossero sopravvissuti, forse, i miei si sarebbero fermati… a tre. 
Per altro, aggiungo un particolare assurdo quanto disdicevole che denota la logica disumana del fascismo, legato alla nascita e alla morte dei due fratellini.
A quel tempo (si era nella seconda metà degli anni ’30), il regime fascista concedeva, per legge, un “premio” in denaro alle coppie che mettevano al mondo figli, soprattutto maschi, da destinare alla patria imperiale e alle future guerre programmate e/o minacciate.
Con i “premi” incassati per la nascita dei due bambini, i miei decisero di fabbricare una stanzetta sopra il fatiscente catojo in cui vivevano, per farne camera da letto nuziale e deposito stagionale per la “mancia” (nulla a che vedere con la patria di Don Chisciotte) ossia la riserva di fave e granaglie per sfamare la famiglia durante l’inverno.
Successe che qualcuno, fra i tanti leccaculo del locale fascio, segnalò alle autorità preposte la morte dei due bimbi provocando, di conseguenza, la revoca dei premi che erano stati incassati e investiti. I funzionari furono irremovibili e mio padre fu costretto a restituire, a rate, l’importo percepito.

4…  Di solito, quando si parla di nascite, di lieti eventi ci si sofferma prevalentemente sulla madre, meno sul padre che pure svolge un ruolo insostituibile nel concepimento e nella crescita della prole.
Pertanto, desidero dedicare due parole al mio che era un operaio, un bracciante taciturno e laborioso. Per me era un uomo molto speciale, giacché durante il ventennio, fu uno dei pochissimi abitanti del paese a non iscriversi al fascio.
Non perché fosse un antifascista convinto, militante, ma per un sentimento intimo d’orgoglio e d'anticonformismo. E  pensare che aveva un fratello “milite” fanatico e autoritario il quale, potenza del privilegio, all’entrata in guerra dell’Italia restò in paese a presidiare la sicurezza dei suoi amici gerarchi, mentre mio padre, che fascista non era, fu richiamato a combattere una guerra folle dichiarata da Mussolini, su ordine di Hitler.
Come accennato, stette cinque anni alla malora: tre di guerra nei Balcani e due di campo di concentramento in Germania dove fu deportato per essersi rifiutato, dopo l’armistizio, di combattere negli eserciti nazifascisti.
Nel lager i prigionieri erano utilizzati per lavori durissimi in condizioni umilianti, di vera schiavitù. Infatti, erano chiamati “gli schiavi di Hitler”.
Solo raramente, mio padre parlava di questa sua drammatica esperienza che gli valse, soltanto, una medaglia d’onore assegnatagli (alla memoria) dal presidente della Repubblica.
Non voleva sentire parlare nemmeno di tedeschi e di kartoffen (patate) perché gli ricordavano quelle bucce sporche, passategli di nascosto dal kapò in cambio di tre sigarette ch’erano la sua dotazione giornaliera di tabacco, che fu costretto a mangiare per salvarsi.
Si rifugiava nel piú sdegnoso silenzio per esprimere il suo risentimento per il trattamento subito in quell’inferno indicibile in cui si consumò la shoa degli ebrei, ma anche lo sterminio di centinaia di migliaia d'antifascisti, di zingari, d’internati militari, di apolidi, ecc. 
Della sua squadra, composta di 35 prigionieri, ne sopravvissero soltanto 5, fra cui lui e un compaesano, Domenico Sprio, fortunosamente capitato in quella sventurata comitiva.
Mio padre fu uno degli ultimi “sbandati” a ritornare in paese e quando fu sicuro d’esser uscito dall’incubo della guerra volle fare un figlio, per ricominciare...

5… Così, nacqui io, figlio del dopoguerra, di quella stagione di speranze e turbolenze che vide l’Italia e l’Europa ritornare, lentamente, alla vita, alla libertà, alla democrazia.
Gli uomini rientrati dai fronti o dalle prigioni, per prima cosa, fecero figli anche se non disponevano di un lavoro degno e di cibo sufficiente per sfamarli.
Procreare era un segno di vitalità, di affermazione di una volontà di rinascita, d’altruismo.
Nel triennio 1948-50, a Joppolo e altrove, nascemmo una caterva di bambini con dentro i cromosomi del rifiuto della guerra e la voglia di progredire oltre i limiti storici dell’atavica, feudale condizione umana e politica. 
Vidi la luce in quella stanzetta fredda (del premio revocato), al primo piano di via Salita Panzera, attaccata alla grande madre Roccia e al recipiente del Voltano. Per mia madre sarà stato un travaglio davvero doloroso visto che pesavo 5,6 kg, anche se uscii senza particolari difficoltà grazie anche alla perizia della levatrice, signora Maria Cimino.
Mesi dopo, fra i tanti e sempre con l’ausilio della stessa ostetrica, nacquero Giovanni Sacco e Angelo Capodicasa.
Il caso volle che lungo il nostro comune percorso politico incontrammo Dino Tuttolomondo, figlio della nostra levatrice e segretario provinciale del PCI, con il quale, a un certo punto, ci scontrammo, non per fatto personale ma esclusivamente per il bene del Partito.
A cavallo fra gli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, questi quattro “giancascisi” ci ritrovammo impegnati nella direzione della Federazione provinciale del Pci di Agrigento, talvolta muovendo da punti di vista differenti, in una difficile battaglia politica, anche interna, per bloccare la decadenza del Partito e riportarlo (come poi avvenne) a più alti livelli di consistenza elettorale e di protagonismo politico.
Un confronto doloroso ma necessario, del quale più mi preoccupava lo stato d’animo di quella gentile signora quando avrà saputo del contrasto insorto fra suo figlio e i tre baldi giovanotti che lei aveva aiutato a vedere la luce della vita.   
   
6… Termino, con una menzione al mio “fratello di latte” alias Giuseppe Sacco (inteso “Peppi di Filippa”) che, per un lungo periodo, sarebbe divenuto compagno di giochi e di lotta politica.
Fratello di latte era chiamato quel neonato il quale, non potendo allattare al seno materno, era affidato alle cure di una puerpera che già allattava il suo. 
Zia Filippa pregò mia madre di badare al figlio e così con Peppi ci ritrovammo “fratelli” che - come due cuccioli affamati -  succhiavano dalle medesime “fonti sacre” della vita.
Gli antichi mostravano un gran rispetto per il seno materno, non a caso adoravano Artemide di Efeso per le sue molte mammelle, simboli di bellezza e di fertilità; purtroppo, oggi, capita di vederle mercificate da ignobili pubblicitari e da sfruttatori senza scrupoli che, forse, le considerano “la cosa più superflua e vuota, essenza vana…” come ebbe a scrivere un celebre scrittore spagnolo. (2)
Mia madre non era una balia. Accettò solo per pietà umana. Era una donna forte e generosa e, seppure vivesse in condizioni di povertà, accettò di allattare quel bimbo come se fosse stato il mio gemello.
E così, zia Filippa, che certo capiva la situazione, ogni tanto portava, col bambino, una “mbroglia di pani” e un po’ di brodo di gallina caldo nel portapranzo. Allora il “pranzo” non si consumava a tavola, ma si “portava”, anzi si trasportava, dentro ciotole e camelle (contenitori di alluminio), di casa in casa o per le vastità delle campagne.
Con quelle poche sostanze, mia madre continuò ad allattare i due “ladroni”, come simpaticamente ci avevano ribattezzati.
Tempi duri quelli, ma anche di umana solidarietà fra poveri. Soprattutto, fra queste orgogliose madri del Sud che fecero (purtroppo continuano a fare) enormi sacrifici per allevare e far crescere i figli che avrebbero visto partire per questo Nord che, sovente, si è mostrato ingrato. Comunque sia, un progresso c’è stato: mentre prima i giovani partivano per la guerra e molti non tornavano più, oggi (ri) partono per il Nord ma  d’estate ritornano al paese. Solo d’estate. Il problema, il nostro grande problema, è quello di vedere cosa fare sul serio per farli restare nel Sud, con le loro madri.
                         
                                   Agostino Spataro

Budapest 23 gennaio 2015.


Note:

(1) Mio suocero Laky Karoly,  cultore della storia del popolo magiaro derivato dagli Unni, impose al figlio il nome di Attila e alla figlia quello di Gyongyvér che vuol dire “Sangue della sorella di Attila”. Con un nome così lungo e impegnativo un vezzeggiativo s’imponeva.    

(2) Ramon Gomez de la Serna, autore di “Seni”, Edizioni Dell’Oglio, 1978.





P.S. Ho scritto questa “cosina” un po’ di getto, non tanto per celebrare il mio compleanno (che come si sarà capito non m’importa granché) quanto per recare un piccolo contributo alla ricostruzione della memoria collettiva, della mentalità e dei costumi vigenti nel nostro paesino durante gli anni del secondo dopoguerra. Sperando che possa incontrare l’interesse dei più giovani. (a.s.)




giovedì 18 dicembre 2014

DECADENZA DAL MANDATO PER I VOLTAGABBANA



DECADENZA DAL MANDATO 
di Agostino Spataro

1... Tutti sul carro di Renzi
Il carro di Renzi, sempre più affollato e cigolante, continua ad avanzare, molto lentamente in verità, sulla via accidentata delle riforme. Ogni tanto, addirittura, si ferma per rabbonire taluni passeggeri costretti a viaggiare… in piedi o per raccogliere qualche viandante smarrito. Avanti, anzi in fondo alla lista, c’è posto… L’ultimo a saltarvi sopra è stato l’on. Currò eletto nelle liste del M5S.
Non serve molto recriminare o indugiare sulle ragioni addotte per motivare il salto. Uno dei tanti. Probabilmente, altri seguiranno.
Ormai, i casi di cambia casacca sono talmente numerosi da costituire un fenomeno capace di modificare, di alterare gli esiti delle consultazioni elettorali, gli stessi accordi per le maggioranze di governo. Fenomeno pericoloso, destabilizzante dunque, che, certo, non è nato sotto il governo Renzi (che oggi ne sta fruendo) ma agli inizi del nuovo secolo o, se preferite, nella seconda decade della c.d.“seconda Repubblica”.
Memorabile è rimasta l’operazione dei sedicenti “responsabili”, realizzata nel dicembre 2010, che salvò il governo Berlusconi dalla sfiducia. 
Si salta con disinvoltura sul carro del vincitore annullando storie personali e tradizioni di lotta, propositi e idealità che esaltavano fiere diversità.
Audacia e meschinità: il saltatore, che ben conosce la distanza talvolta abissale fra lui e il vincitore, sa che dovrà fare il salto con un solo balzo poiché con due cadrebbe nel vuoto e si sfracelle­rebbe.
Una tendenza riprovevole, fra le più deteriori nel panorama del (mal) costume politico che si vorrebbe contrabbandare per libertà di espressione o d’azione, quando è solo tornaconto personale.
La prova sta nel fatto che quasi tutti optano per un partito al governo

2…Ultimo avviso ai naviganti?
 Non essendo stata sanzionata, semmai incoraggiata, la tendenza è in crescita e fa registrare percentuali preoccupanti (non solo nel Parlamento nazionale), offuscando la moralità delle istituzioni rappresentative e influendo sulle strategie dei partiti, degli stessi governi.
Appare evidente che, continuando di questo passo, una democrazia già svigorita come la nostra non potrà sopportare simili fatti degenerativi; pena l’ulteriore distacco dei cittadini dalla politica, dalla partecipazione elettorale. Il rischio è grande. Il crescente astensionismo, forse, è l’ultimo avviso ai “naviganti”a cambiare decisamente rotta e metodi di governare.
Va da se che tale tendenza mette in discussione il principio costituzionale della libertà del mandato elettorale.
Potremo continuare con la lista delle lagnanze. Meglio fermarsi e cercare di rimediare al danno, provvedere, cambiare quel che c’è di guasto nel sistema e, soprattutto, individuare una soluzione, anche legislativa, per prevenire il fenomeno e, se del caso, sanzionarlo severamente.
Mi rendo conto che qui si entra in una materia delicata, complessa che può attivare anche i più rinomati produttori di “lana caprina”, ma il pericolo per la democrazia è reale e pertanto va assunto, al più presto, un qualche provvedimento riparatore.
A chi invoca, in astratto o peggio per fini inconfessabili, la salvaguardia della libertà di mandato, si può rispondere che, specie in situazioni eccezionali, questa come le altre libertà possono essere regolate e responsabilizzate.


3… Violato il "contratto" elettorale
Che fare?  La soluzione non è dietro l’angolo. Dico la mia. Si potrebbero- per esempio- introdurre nel progetto di riforma del sistema elettorale, in discussione al Senato,  misure limitative, di regolamentazione della libertà di mandato che, essendo fondato sul rapporto di fiducia tra elettori ed eletto, non può essere tradito così impunemente.
La tesi è ardita ma si giustifica con l'impellente gravità del problema.
D’altra parte, sappiamo che in una democrazia rappresentativa il mandato elettorale è lo strumento principale di espressione della volontà e della sovranità popolare; è la risultante del “contratto”basato sul rapporto fiduciario fra due figure contraenti: il mandante e il mandatario.
Una volta eletto, il mandatario stabilisce con il suo mandante (elettore) un vincolo di rappresentanza che non può rompere unilateralmente, perché romperebbe il contratto elettorale.
E siccome è giusto che chi rompe paga, il voltagabbana dovrebbe essere sanzionato con la decadenza dal mandato e rimpiazzato con il primo dei non eletti della lista di appartenenza oppure, nel caso di collegio uninominale, riconvocando i comizi elettorali solo per il collegio del decaduto.
Sarebbe questa, sostanzialmente, una norma-deterrente che scoraggerebbe chiunque abbia in mente di cambiare casacca!  
Per altro, non si vuol capire che il fenomeno danneggia tutti i partiti, la politica. Nessuno può sentirsi sicuro delle proprie rappresentanze assembleari. Perciò, anche i partiti che se ne avvantaggiano (ieri il PDL, oggi il PD) dovrebbero scoraggiarlo, condannarlo. 
Per restituire trasparenza, moralità e dignità alle istituzioni repubblicane e per evitare che i loro carri crollino sotto il peso di tanta zavorra o si trasformino nella brutta copia del mitico carro di Tespi.





(19 dicembre 2014)
 





mercoledì 10 dicembre 2014

DOPO LA GRECIA, L'ITALIA RICONOSCA LO STATO PALESTINESE!




Roma. Manifestazione popolare per la libertà della Palestina 

NOTE SULLA QUESTIONE PALESTINESE IN ITALIA

di Agostino Spataro*

1… L’Italia riconosca subito lo Stato palestinese
In questi anni, la gran parte dei governi del Pianeta hanno riconosciuto lo Stato palestinese. La stessa Unione Europea si sta muovendo in questa direzione. Già i governi e i parlamenti di diversi paesi europei, fra cui Svezia, Inghilterra, Irlanda, Spagna, Francia, l'altro ieri, Grecia, hanno riconosciuto lo Stato palestinese.
Solo il governo italiano si attarda, si defila, nicchia. E dire che avrebbe dovuto essere il primo a rioconoscere il diritto del popolo palestinese a uno Stato sovrano. Poichè fu il Parlamento italiano il primo del mondo occidentale a chiedere, nel 1982, a larga maggioranza, il riconoscimento dell’Olp diYasser Arafat.
351 deputati appartenenti alle tre principali forze politiche italiane (Dc, Pci, Psi), ma anche al Pdup, al partito radicale, alla Sinistra Indipendente, ecc, chiedemmo al governo di riconoscere l’Olp come unico e legittimo rappresentante del popolo palestinese.
Oggi, persino un qualificato e folto gruppo d’intellettuali israeliani (fra cui alcuni fra i più famosi scrittori e un premio Nobel) ed esponenti della società civile chiedono ai Paesi europei di riconoscere, senza indugi, lo Stato palestinese, guidato dal presidente Abu Mazen.
Anche l’on. Federica Mogherini, responsabile della Pesc (politica estera UE), si è apertamente dichiarata per Gerusalemme capitale dei due Stati: palestinese e israeliano.
Eppure il governo italiano rinvia, attende. Ma che cosa attende? Forse la solita imbeccata d’oltreoceano?

2... Da 67 anni, il popolo palestinese aspetta di vedere riconosciuta la sua legittima richiesta d’indipendenza nazionale, dolorosamente provata da decenni di occupazione militare, di massacri, di spoliazioni di beni, espulsioni,diaspore, distruzioni di abitazioni, incarceramenti, sfruttamento della forza-lavoro, miseria, privazioni di ogni sorta e persino tentativi di distruzione della identità culturale ed etnica. Per non dire delle violazioni continue dello status giuridico e pluri- confessionale di Gerusalemme.  
Il popolo palestinese sta lottando per affermare il diritto all’autodeterminazione, all’indipendenza che è un diritto umano fondamentale, riconosciuto dalla Carta delle Nazioni Unite che autorizza perfino l’uso delle armi per conquistarlo, e da tutte le persone giuste, di buon senso.
Purtroppo, solo al popolo palestinese non è stato riconosciuto tale diritto. E questa mi sembra la più grave ingiustizia.
Mentre l’intero Terzo mondo si è liberato dal giogo coloniale, dalle occupazioni straniere, sono sorti nuovi Stati (l’ultimo, il Sud Sudan) e confederazioni di Stati, l’unico popolo al mondo a cui si continua a negare il diritto alla sovranità nazionale è quello palestinese. Perché?

 3… Due popoli, due Stati 
Perciò, appare inaccettabile il comportamento dilatorio dei governanti e dei dirigenti politici e parlamentari italiani che, per altro,contrasta con il sentimento e la volontà della stragrande maggioranza del popolo italiano che non ha mai contrapposto il riconoscimento dello Stato palestinese al diritto all’esistenza dello Stato d’Israele.
“Due popoli, due Stati” questo è il principio risolutore, assunto dall’Onu e dalla comunità internazionale, e su questo solco si deve operare per una pronta soluzione del conflitto.
Subito. Prima che una nuova tragedia si abbatta su quelle martoriate popolazioni, sullo stesso popolo israeliano. Per il bene di entrambi, l’Europa, l'Italia devono riconoscere lo Stato palestinese e favorire un processo di pace effettiva, garantita dall’Onu nelle forme più idonee, e di cooperazione economica e culturale fra i due popoli nel quadro di un nuovo progetto di pace e di cooperazione nel Mediterraneo e nel Medio Oriente, per favorire la nascita di un nuovo polo dello sviluppo mondiale
Oggi, nonostante gli incerti scenari tracciati dalla globalizzazione e i sanguinosi nuovi conflitti, provocati dalle ingerenze di potenze e interessi extramediterranei, Europa e Mondo arabo si possono re- incontrare per dare vita, in questo Mediterraneo di morte e di disperazione, a un nuovo polo dello sviluppo mondiale e far rinascere la speranza di una prosperità condivisa e sostenibile. 

4... La pace è possibile e potrebbe essere propedeutica per l'avvio di una cooperazione, bilaterale e multilaterale, reciprocamente vantaggiosa, fra tutti i popoli rivieraschi del Mediterraneo, compreso Israele.
In quegli anni, l’Italia fu fra i primi Paesi a manifestare una volontà largamente maggioritaria in favore del riconoscimento dell'Olp, oggi non può essere l’ultimo a riconoscere lo Stato palestinese.
Eravamo, siamo convinti che risolvere, in via negoziale, questo conflitto equivarrebbe a eliminare il più grave ostacolo sulla via della convivenza pacifica fra arabi e israeliani e della cooperazione economica, tecnica e culturale nel Mediterraneo e nel Medio Oriente.
Questa sembra l’unica via d'uscita possibile, onorevole anche per combattere gli squilibri economici e sociali, i contrapposti  integralismi religiosi, per aiutare sul serio (non con la carità pelosa, con l’assistenzialismo degenere e/o con le azioni armate) decine di milioni di giovani inoccupati a rimanere nei propri Paesi e non- come da noi previsto qualche tempo fa- (1) scappare verso l'Europa, alimentando l’abietto, e lucroso, mercimonio delle migrazioni irregolari.  
* ex deputato membro delle commissioni Affari Esteri e Difesa della Camera. 
(1)   http://www.amazon.it/Mediterraneo-Popoli-risorse-spazio-economico/dp/8826701792


Per rinfrescare la memoria
A seguire, troverete un po’ di documentazione e di rassegna stampa relative alle iniziative politiche e parlamentari che, unitariamente, intraprendemmo alla Camera dei Deputati, nel triennio 1980-82, per indurre il governo a riconoscere l’Olp di Yasser Arafat come legittimo rappresentante del popolo palestinese.
Com’è noto, quella proposta fu approvata dalla Camera, ma il governo-  presieduto dal filo-atlantico e antiarabo sen. Giovanni Spadolini- non volle dare seguito alla volontà maggioritaria dei deputati. E, così, dopo 35 anni, siamo ancora a chiedere quel che si poteva, si doveva fare allora e non fu fatto.
La petizione parlamentare (presentata il 30 giugno 1982) fu promossa da un gruppo di deputati solidali con la giusta causa palestinese, a seguito di una memorabile visita nei campi profughi del Libano e di colloqui con i principali esponenti palestinesi e con le più alte autorità libanesi nelle persone di: Agostino Spataro e Antonio Rubbi per il Pci, Giuliano Silvestri e Francesco Lussignoli per la Dc, Guido Alberini e Michele Achilli per il Psi, Aldo Ajello per il partito radicale, Eliseo Milani per il Pdup, Marisa Galli per la Sinistra indipendente.
Detti parlamentari rappresentavano un vasto arco di forze democratiche: dal PCI (fra i firmatari Enrico Berlinguer, Giorgio Napolitano, Alessandro Natta, Achille Occhetto, ecc.) al PDUP (Lucio Magri, Alfonso Gianni), al PSI di Bettino Craxi (fra cui Riccardo Lombardi, Francesco De Martino, Giacomo Mancini,  Loris Fortuna); dagli Indipendenti di Sinistra (da Stefano Rodotà a Luigi Spaventa) all’intero gruppo parlamentare del Partito radicale (fra cui Emma Bonino e Leonardo Sciascia) ad ampi settori della Democrazia Cristiana (fra cui Benigno Zaccagnini e diversi esponenti delle correnti di sinistra e morotee). 

GALLERIA DI FOTO
Da questa breve galleria di foto (prese da Google) si può avere un'idea dell'accoglienza ricevuta da Yasser Arafat ai massimi livelli istituzionali, politici e sindacali italiani e vaticani.


Incontro di calcio nazionale cantanti: Gianni Morandi, Yasser Arafat,
il presidente Carlo Azeglio Ciampi, Michel Schumacher, Simon Peres. 



La questione palestinese ci univa: Bettino Craxi, Yasser Arafat e Enrico Berlinguer
                                      




















Giulio Andreotti, Ciriaco De Mita e Yasser Arafat
                                         


















Arafat ricevuto in Vaticano da Giovanni Paolo II



  







Yasser Arafat e Silvio Berlusconi
    

















        Yasser Arafat e Federica Mogherini
                                                        


Arafat ricevuto dal presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro
     














 Arafat a Roma, 1982. Da sin. Agostino Spataro, Giorgio Benvenuto, Pierre Carniti, Luciano Lama, Emo Egoli, Dario Valori, Yasser Arafat.





DOCUMENTI E RASSEGNA STAMPA 
Beirut-  Arafat riceve nel suo bunker la delegazione parlamentare italiana. Da sin. (partendo da Arafat e dalla sua guardia del corpo) si riconoscono: Nemr Hammad, onn. Agostino Spataro, Borri, Alfonso Gianni, Giuliano Silvestri, Giuseppe Giudice (Ansa). Di fronte s’intravvedono gli onn. Eliseo Milani, Alessio Pasquini, Guido Alberini, Giorgio Mondino, Aldo Ajello, ecc. ( foto da “Falestine- Al Thawra” del 7 marzo 1981)

La delegazione italiana a Tiro, dopo un attacco israeliano.

                                         



 Articolo di Maurizio Chierici sul “Corriere della Sera” del 10 marzo 1981
                           






Articolo de l'Unità del 9/7/1982










(Nota di aggiornamento di una precedente del dicembre 2014)

giovedì 4 dicembre 2014

VARIE SFUMATURE DI ROSSO: GIOCO DELLE PARTI NEL PD ?






di Agostino Spataro


1… La crisi del leaderismo
L’incisione del “bubbone romano”, oltre a fare emergere un groviglio torbido d’interessi affaristici, criminali, associazionistici e, purtroppo, anche politici, offre una nuova chiave di lettura della crisi della politica italiana.
Appare sempre più chiaro che in questione ci sono questo sistema bipolare raffazzonato e il modello politico derivato che continua ad avvitarsi su se stesso, allontanandosi, progressivamente, dai cittadini, dalle istanze, dalle pulsioni più vive della società. Così perdurando le cose, la situazione potrebbe divenire ingovernabile.
In particolare, sta emergendo un dato raramente colto ed evidenziato: la crisi del leaderismo che è l’anticamera dell’autoritarismo.
Soprattutto in Italia, tale modello è frutto di concezioni e pratiche elitarie, cialtronesche, contrastanti con lo spirito della vigente Costituzione e con la tradizione politica ed elettorale.
E poi, davvero, si può pensare di affidare le sorti di un paese, di una delle economie più importanti del pianeta a un “sol uomo” che, per altro, detiene anche il potere di nominare il Parlamento e gli organi amministrativi e di controllo?
Non so a voi, ma a me sembra una pericolosa “stravaganza”.
Tutto ciò ed altro provocano un disagio sociale diffuso, in gran parte motivato, al fondo del quale si agita come un grumo d’insofferenza e di protesta, di ribellismo ondivago che potrebbe essere usato per disegni di predominio, anche destabilizzanti.
Fra crisi economica e caos politico siamo giunti a una situazione - limite che reclama una svolta radicale per ristabilire il buongoverno, la  legalità e restaurare l’autorità e la moralità dello Stato democratico e dei suoi organi amministrativi sulla base di politiche d’inclusione sociale e non di emarginazione, come sta avvenendo.

2… Riformare la politica e re-introdurre le preferenze
Pessimismo? Per verificare andiamo a vedere cosa sta succedendo all’interno delle tre principali rappresentanze parlamentari.
Inizio con il movimento di Grillo, che tante speranze aveva acceso negli spiriti semplici, il quale sembra voler esorcizzare la crisi espellendo il dissenso e ammutinando il consenso; seguono il partito di Berlusconi che non riesce a bloccare l’emorragia di voti e d’iscritti e stenta a ritrovare un ruolo primario e quello di Renzi che vince alle europee, conquista nuove regioni, ma perde (in valori assoluti) fette cospicue del suo elettorato (Emilia), si spacca in Parlamento e cala vistosamente nei sondaggi. Vittoria! Dov’è la vittoria?
In questa fase, per il PD è facile vincere la “guerra” contro avversari piuttosto malmessi, ma può perdere il dopoguerra.
La condizione generale del Paese continua a degradare, con particolare accanimento nelle regioni del Sud (che ancora esiste!) senza che s’intravveda una luce in fondo al tunnel.
A destra e a sinistra si brancola dentro un mondo avvolto nelle tenebre del malaffare e della malapolitica dove ogni ombra che si muove controcorrente è percepita come nemica.
Ancora una volta, la politica, l’informazione, compresi quei, vacui chiacchiericci lottizzati dei salotti televisivi, arrivano dopo i provvedimenti della magistratura.
Solo per tamponare la falla non per attuare una riforma profonda del sistema politico e della legislazione elettorale per reintrodurre il voto di preferenza (anche per i capilista) e restituire ai cittadini il diritto (ribadito, con sentenza, dalla Corte costituzionale) di potere scegliere i propri rappresentanti in Parlamento.

3…A sinistra si odono soltanto vacui clamori…
Il caso del PD è certamente il più controverso, ma non il più tragico. Si ha, infatti, la sensazione che al vertice di tale partito si stia svolgendo una sorta di “gioco” delle parti secondo un copione dettato dalla contingenza e dalla necessità di tenere unito questo grande contenitore elettorale che minaccia di franare, di andare in cocci.
C’è molta agitazione senza conseguenze apprezzabili. Si odono soltanto vacui clamori che paiono funzionali alla necessità di “coprire” politicamente, trattenendole, aree di elettorato, soprattutto di sinistra, che minacciano di abbandonare il carro di Renzi.
L’astensionismo nelle recenti regionali emiliane è un pericoloso campanello d’allarme, forse l’ultimo avviso ai naviganti a cambiare rotta se vogliono evitare l’annunciata tempesta.
Il vero assillo del PD è quello di mantenere unito il suo bacino elettorale. Ma come fare?   
Semplice: trasformandolo in una forza pigliatutto (addirittura in “partito-nazione!), flessibile,  interclassista e contraddittoria più della defunta DC; in partito di governo e di lotta, ma non troppo (di lotta) solo quanto basta per tenere buono l’insofferente elettorato, almeno fino alleprossime elezioni, anticipate o meno.  
Questa è la percezione che molti si son fatti delle rituali distinzioni, astensioni, uscite dall’Aula, voti contrari, di certe dichiarazioni di fuoco, degli scioperi generali convocati fuori tempo massimo ossia quando la materia del contendere (modifica dell’art. 18) è diventata legge.
Insomma, varie sfumature di rosso per ravvivare il ruolo delle parti in gioco, per stemperare il dissenso, le tensioni, per tenere accesa la speranza (illusoria) di un cambiamento nel senso del progresso e dell’equità sociale.
                                   
(5 dicembre 2014)